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Aprile
20 Aprile 2026

L’AC­QUA DEI MILIAR­DA­RI

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Il Mis­sis­sip­pi è un archi­vio liqui­do.

Scor­re sen­za dimen­ti­ca­re, anche quan­do gli uomi­ni si illu­do­no di aver can­cel­la­to le pro­prie trac­ce. Dal­le sue anse len­te, color fan­go e fer­ro, sono pas­sa­ti seco­li di com­mer­cio, depor­ta­zio­ni, bat­ta­glie, pian­ta­gio­ni, blues, accia­ie­rie, e ora data cen­ter

Pri­ma anco­ra che la paro­la ‘Ame­ri­ca’ si impo­nes­se come neo­lo­gi­smo geo­po­li­ti­co, le sue rive era­no abi­ta­te da siste­mi socia­li com­ples­si, dota­ti di isti­tu­zio­ni, ritua­li­tà, ed eco­no­mie agri­co­le sofi­sti­ca­te lon­ta­ne dal­le bar­ba­rie che la pri­ma Hol­ly­wood ten­ta­va di dipin­ge­re. I Chic­ka­saw, i Choc­taw, i Nat­chez non era­no com­par­se in un pae­sag­gio sel­vag­gio in atte­sa di esse­re civi­liz­za­to: era­no sog­get­ti poli­ti­ci radi­ca­ti in una rela­zio­ne pro­fon­da con il ter­ri­to­rio, che intrec­cia­va­no il loro sosten­ta­men­to con una gestio­ne eco­lo­gi­ca ante lit­te­ram. Le loro socie­tà si arti­co­la­va­no in vil­lag­gi per­ma­nen­ti, cam­pi col­ti­va­ti a mais, fagio­li e zuc­che, reti di scam­bio seco­la­ri che attra­ver­sa­va­no l’intera val­le. Il fiu­me era una linea di con­ti­nui­tà spi­ri­tua­le i cui cicli del­le pie­ne, la fer­ti­li­tà del­le ter­re allu­vio­na­li e la migra­zio­ne del­la fau­na scan­di­va­no il pas­sa­re degli anni, anco­ran­do un rap­por­to pri­mor­dia­le tra luo­go e abi­tan­ti. La gestio­ne del suo­lo era cali­bra­ta su un oriz­zon­te tem­po­ra­le gene­ra­zio­na­le, con una con­sa­pe­vo­lez­za stra­bi­lian­te che rifug­gi­va la logi­ca estrat­ti­va del pro­fit­to imme­dia­to. Le gran­di pia­nu­re veni­va­no cura­te, non sfrut­ta­te; la cac­cia sca­glio­na­ta, non mas­si­miz­za­ta; l’agricoltura diver­si­fi­ca­ta, non mono­cul­tu­ra­le. In que­ste pra­ti­che s’iscriveva una con­ce­zio­ne del ter­ri­to­rio come sog­get­to rela­zio­na­le, non come mer­ce. 

L’arrivo dei colo­ni euro­pei e, suc­ces­si­va­men­te, l’espansione sta­tu­ni­ten­se pro­dus­se­ro una frat­tu­ra radi­ca­le. Le guer­re con i fran­ce­si e gli ingle­si tra dicias­set­te­si­mo e diciot­te­si­mo seco­lo, le allean­ze for­za­te, i trat­ta­ti fir­ma­ti sot­to pres­sio­ne o mani­po­la­ti nei con­te­nu­ti segna­ro­no un pro­gres­si­vo sman­tel­la­men­to dell’autonomia indi­ge­na. La diplo­ma­zia diven­ne una trap­po­la: ogni ces­sio­ne ter­ri­to­ria­le apri­va la stra­da a nuo­ve pre­te­se, tra­sfor­man­do accor­di defi­ni­ti­vi in stru­men­ti prov­vi­so­ri, con­ti­nua­men­te rine­go­zia­ti a van­tag­gio dei colo­ni e accom­pa­gna­ti da una cre­scen­te pre­sen­za mili­ta­re e inse­dia­ti­va che ren­de­va di fat­to irre­ver­si­bi­le la con­vi­ven­za. La val­le del Ten­nes­see si tra­sfor­mò in un cor­ri­do­io di appro­pria­zio­ne siste­ma­ti­ca: la fon­da­zio­ne di Mem­phis nel 1819 avven­ne su ter­re già abi­ta­te e col­ti­va­te dove la nar­ra­zio­ne uffi­cia­le pre­fe­ri­sce par­la­re di ‘fron­tie­ra’.

Il pun­to di non ritor­no si col­lo­ca negli anni Tren­ta dell’Ottocento, con la poli­ti­ca fede­ra­le di rimo­zio­ne for­za­ta che cul­mi­nò nel cosid­det­to Trail of Tears. Tra il 1830 e il 1838, deci­ne di miglia­ia di appar­te­nen­ti a Che­ro­kee, Chic­ka­saw, Choc­taw, Creek e Semi­no­le – le cosid­det­te “Five Civi­li­zed Tri­bes” – furo­no costret­ti a lascia­re le pro­prie ter­re ance­stra­li a est del fiu­me per esse­re depor­ta­ti in quel­lo che oggi è l’Oklahoma. Le cifre, che oggi leg­gia­mo come fred­de sta­ti­sti­che, mal nascon­do­no una vio­len­za strut­tu­ra­le: cir­ca 60.000 per­so­ne coin­vol­te com­ples­si­va­men­te in meno di un lustro. Fame, malat­tie, espo­si­zio­ne alle intem­pe­rie accom­pa­gna­ro­no que­sti spo­sta­men­ti coat­ti: le ter­re con­fi­sca­te furo­no redi­stri­bui­te ai colo­ni bian­chi e inte­gra­te pro­gres­si­va­men­te nel siste­ma schia­vi­sta del­le pian­ta­gio­ni di coto­ne. L’area dell’attuale Shel­by Coun­ty, dove sor­ge Mem­phis, diven­ne così un nodo del­la nuo­va eco­no­mia schia­vi­sta, costrui­ta sul dupli­ce espro­prio del­le popo­la­zio­ni indi­ge­ne e del­la trat­ta afri­ca­na. Il ter­ri­to­rio che per seco­li era sta­to gesti­to secon­do equi­li­bri eco­lo­gi­ci ven­ne ricon­fi­gu­ra­to in fun­zio­ne del­la mono­cul­tu­ra e dell’accumulazione. Il dis­se­sto ambien­ta­le fu un effet­to col­la­te­ra­le, una con­se­guen­za diret­ta di una diver­sa onto­lo­gia del­la ter­ra: non più rela­zio­ne, ben­sì risor­sa. Il ciclo di con­vi­ven­za tra­sfor­ma­to in ren­di­ta.

Le con­se­guen­ze cul­tu­ra­li furo­no altret­tan­to deva­stan­ti: la rimo­zio­ne for­za­ta impli­cò la per­di­ta di luo­ghi sacri, di cimi­te­ri, di archi­vi ora­li radi­ca­ti nel­lo spa­zio. La memo­ria del ter­ri­to­rio fu riscrit­ta attra­ver­so topo­ni­mi, monu­men­ti e manua­li sco­la­sti­ci che occul­ta­va­no la vio­len­za ori­gi­na­ria, a fron­te di un’esaltazione edo­ni­sti­ca del­la con­qui­sta. Il Mis­sis­sip­pi ha con­ti­nua­to  a scor­re­re, ma la sua nar­ra­zio­ne uffi­cia­le si è fat­ta selet­ti­va. E quan­do nel mar­zo 2025 una socie­tà tec­no­lo­gi­ca acqui­sta un milio­ne di pie­di qua­dra­ti di pro­prie­tà nell’area di Mem­phis per instal­la­re le sue infra­strut­tu­re ener­ge­ti­ca­men­te vora­ci, lo fa su una geo­gra­fia già segna­ta da pre­ce­den­ti cicli di appro­pria­zio­ne. Il pas­sa­to del­lo Sta­to dei Volon­ta­ri – sopran­no­me uffi­cia­le del Ten­nes­see – è mol­to più che un pro­lo­go deco­ra­ti­vo nel­la vicen­da. Se la moder­ni­tà digi­ta­le ama pre­sen­tar­si come imma­te­ria­le, impal­pa­bi­le, neces­sa­ria, la sto­ria del Mis­sis­sip­pi ricor­da che ogni astra­zio­ne ha un costo ter­ri­to­ria­le. E ogni vol­ta che una nuo­va poten­za dichia­ra di voler ‘svi­lup­pa­re’ una regio­ne, con­vie­ne doman­dar­si a chi sia rivol­to que­sto svi­lup­po, e qua­le prez­zo com­por­ti.

Nel cuo­re di que­sta sto­ria di appro­pria­zio­ne si tro­va Colos­sus, la super-infra­strut­tu­ra di machi­ne lear­ning svi­lup­pa­ta da xAI e volu­ta dal suo front­man Elon Musk. La sua col­lo­ca­zio­ne nell’area tra South Mem­phis e Box­to­wn non è una coin­ci­den­za, quan­to una scel­ta poli­ti­ca masche­ra­ta da deci­sio­ne logi­sti­ca. Colos­sus è un impian­to ener­gi­vo­ro di sca­la mai vista, con ambi­zio­ni di poten­za con­ti­nua che sfio­ra­no il livel­lo giga­watt, l’equivalente del fab­bi­so­gno ener­ge­ti­co dell’intera San Fran­ci­sco e dei suoi set­te milio­ni di abi­tan­ti. Per ali­men­tar­lo sono sta­te instal­la­te deci­ne di tur­bi­ne a gas meta­no alli­nea­te in bat­te­rie di gene­ra­to­ri indu­stria­li, ope­ra­ti­ve gior­no e not­te per sup­pli­re ai limi­ti del­la rete elet­tri­ca loca­le e garan­ti­re una poten­za dedi­ca­ta al com­ples­so, spes­so sen­za i per­mes­si ambien­ta­li pre­vi­sti e in poten­zia­le vio­la­zio­ne del Clean Air Act, che sta­bi­li­sce stan­dard nazio­na­li obbli­ga­to­ri per la qua­li­tà dell’aria e impo­ne limi­ti alle emis­sio­ni indu­stria­li sot­to la super­vi­sio­ne dell’United Sta­tes Envi­ron­men­tal Pro­tec­tion Agen­cy. Que­ste tur­bi­ne pos­so­no emet­te­re tra 1.200 e 2.000 ton­nel­la­te annue di ossi­di di azo­to, una quan­ti­tà com­pa­ra­bi­le alle emis­sio­ni annua­li di cir­ca 200.000 auto, oltre a for­mal­dei­de e com­po­sti orga­ni­ci vola­ti­li, sostan­ze con mar­ca­ti effet­ti noci­vi sull’apparato respi­ra­to­rio. I dati atmo­sfe­ri­ci con­fer­ma­no aumen­ti misu­ra­bi­li dopo l’avvio del­le ope­ra­zio­ni di Colos­sus: pic­chi di emis­sio­ni fino al +79% nel­le aree imme­dia­ta­men­te cir­co­stan­ti e un aumen­to del 9% nei quar­tie­ri più distan­ti. Non si trat­ta di varia­zio­ni tra­scu­ra­bi­li: lo stu­dio pub­bli­ca­to nel 2025 dall’EPA indi­ca che le esa­la­zio­ni  aggiun­ti­ve con­tri­bui­sco­no in modo misu­ra­bi­le all’aumento del­le con­cen­tra­zio­ni loca­li di ozo­no e inqui­nan­ti secon­da­ri. In un’area che risul­ta già non con­for­me rispet­to agli stan­dard fede­ra­li di qua­li­tà dell’aria, l’introduzione di una fon­te emis­si­va di que­sta enti­tà si som­ma a un cari­co pre­e­si­sten­te che le auto­ri­tà ambien­ta­li con­si­de­ra­no già cri­ti­co.

E infi­ne c’è l’acqua del quar­to fiu­me più lun­go al mon­do, che i data cen­ter di que­sta por­ta­ta richie­do­no nell’ordine di mul­ti­pli milio­ni di litri al gior­no per il raf­fred­da­men­to, soprat­tut­to quan­do ope­ra­no a pie­no cari­co. Per ave­re un ordi­ne di gran­dez­za, una sin­go­la gior­na­ta di Colos­sus rag­giun­ge la stes­sa richie­sta dome­sti­ca di cir­ca 25–30 mila per­so­ne negli Sta­ti Uni­ti, da som­ma­re al bilan­cio idri­co di una cit­tà sto­ri­ca­men­te al cen­tro di enor­mi dis­ser­vi­zi. Infat­ti, poco meno di due anni fa, nel gen­na­io 2024, oltre 500 mila resi­den­ti di Mem­phis – il 90% del­la popo­la­zio­ne – si tro­va­ro­no improv­vi­sa­men­te costret­ti a bol­li­re l’acqua pri­ma di usar­la, poi­ché le bas­se pres­sio­ni e le tuba­tu­re con­ge­la­te dell’infrastruttura cen­tra­liz­za­ta non riu­sci­ro­no a garan­ti­re la sicu­rez­za dell’acqua pota­bi­le per set­ti­ma­ne. La nar­ra­ti­va azien­da­le con­di­vi­sa da xAI e MLGW – la socie­tà loca­le di tra­spor­to di gas, luce e acqua – insi­ste su effi­cien­za, rici­clo e inno­va­zio­ne soste­ni­bi­le, citan­do la part­ner­ship con CERA­FIL­TEC, azien­da tede­sca spe­cia­liz­za­ta in mem­bra­ne cera­mi­che per la fil­tra­zio­ne avan­za­ta, per aumen­ta­re il riu­ti­liz­zo inter­no e miglio­ra­re la qua­li­tà dell’acqua trat­ta­ta, ridu­cen­do la fre­quen­za dei rein­te­gri. Tut­ta­via, la comu­ni­ca­zio­ne sia degli enti pub­bli­ci coin­vol­ti, sia del­le real­tà pri­va­te rima­ne estre­ma­men­te gene­ri­ca sui volu­mi effet­ti­va­men­te pre­le­va­ti, sul­la quo­ta real­men­te riu­ti­liz­za­ta e sul bilan­cio net­to annua­le (MLGW 2024). Sen­za dati det­ta­glia­ti e veri­fi­ca­bi­li, il con­cet­to di ‘soste­ni­bi­li­tà’ rima­ne una pro­mes­sa qua­li­ta­ti­va, uno slo­gan da esi­bi­re sul­la lan­ding page del pro­get­to.

Il con­cet­to di raz­zi­smo ambien­ta­le, spes­so ridot­to a slo­gan, è un feno­me­no docu­men­ta­to sia sul pia­no giu­ri­di­co, sia su quel­lo socio­lo­gi­co. Non si limi­ta a indi­ca­re la pre­sen­za di impian­ti inqui­nan­ti, ma evi­den­zia come il loro impat­to sia siste­ma­ti­ca­men­te con­cen­tra­to in aree carat­te­riz­za­te da mino­re capa­ci­tà di influen­za poli­ti­ca e isti­tu­zio­na­le. L’analisi del­le map­pe ambien­ta­li, incro­cia­te con i dati del U.S. Cen­sus Bureau, mostra una sovrap­po­si­zio­ne chi­rur­gi­ca tra mag­gio­re espo­si­zio­ne a sostan­ze tos­si­che e comu­ni­tà a bas­so red­di­to (USE­PA  2026). Quar­tie­ri sto­ri­ca­men­te abi­ta­ti da afroa­me­ri­ca­ni, con risor­se eco­no­mi­che e pote­re deci­sio­na­le ridot­ti, risul­ta­no così più vul­ne­ra­bi­li a rischi sani­ta­ri che altre aree urba­ne dif­fi­cil­men­te accet­te­reb­be­ro

Box­to­wn non par­te da zero. I resi­den­ti del quar­tie­re, già con­fron­ta­ti con una lun­ga sto­ria di espo­si­zio­ne a emis­sio­ni indu­stria­li, regi­stra­no tas­si signi­fi­ca­ti­va­men­te più alti di asma, malat­tie respi­ra­to­rie cro­ni­che e pato­lo­gie car­dio­va­sco­la­ri rispet­to alla media cit­ta­di­na, con rischi par­ti­co­lar­men­te ele­va­ti per bam­bi­ni e anzia­ni. L’EPA ha docu­men­ta­to un lega­me diret­to tra espo­si­zio­ne cro­ni­ca a par­ti­co­la­to fine (PM2,5) e ossi­di di azo­to (NOx) e mor­ta­li­tà pre­ma­tu­ra, evi­den­zian­do inol­tre com­pli­can­ze negli anzia­ni, effet­ti sul­lo svi­lup­po feta­le e rischi per la salu­te infan­ti­le (USE­PA 2026). In un con­te­sto come quel­lo di Box­to­wn, l’allocazione siste­ma­ti­ca del­le fon­ti inqui­nan­ti nel­le aree più vul­ne­ra­bi­li non solo aggra­va con­di­zio­ni già cri­ti­che, ma tra­sfor­ma l’inquinamento in un fat­to­re strut­tu­ra­le di svan­tag­gio sani­ta­rio, con­so­li­dan­do disu­gua­glian­ze esi­sten­ti e ampli­fi­can­do l’impatto sul­la comu­ni­tà.

La nar­ra­ti­va pub­bli­ca par­la di inno­va­zio­ne, posti di lavo­ro, lea­der­ship tec­no­lo­gi­ca glo­ba­le, ma l’innovazione non è neu­tra­le quan­do il suo costo mate­ria­le è con­cen­tra­to. La geo­gra­fia dell’inquinamento segue la geo­gra­fia del pote­re, con la sen­sa­zio­ne dif­fu­sa che tut­to sia già sta­to deci­so altro­ve.

“Non sia­mo con­tro il futu­ro, sia­mo con­tro l’essere sacri­fi­ca­bi­li.”

È il com­men­to che più mi ha col­pi­to tra i cen­ti­na­ia lascia­ti nel grup­po Face­book di Box­to­wn. È una fra­se che potreb­be sem­bra­re slo­ga­ni­sti­ca, qua­si bana­le, ma rie­sce a cat­tu­ra­re in manie­ra estre­ma­men­te vivi­da la sen­sa­zio­ne di fru­stra­zio­ne e impo­ten­za che si pro­va quan­do l’intelligenza arti­fi­cia­le intac­ca la quo­ti­dia­ni­tà socia­le e rime­sco­la le rego­le del vive­re comu­ne. Die­tro ai video di Will Smith che man­gia gli spa­ghet­ti, all’Ita­lian Brain­rot e ai meme in sti­le Stu­dio Ghi­bli, si cela l’attualità. Le comu­ni­tà di South Mem­phis non con­te­sta­no l’esistenza dell’AI in quan­to tale, ma la sua asim­me­tria. Inve­sti­men­ti, pre­sti­gio e poten­za com­pu­ta­zio­na­le si distri­bui­sco­no su sca­la glo­ba­le, men­tre i rischi con­cre­ti – emis­sio­ni, con­su­mo idri­co, stress infra­strut­tu­ra­le – resta­no radi­ca­ti sul ter­ri­to­rio e su chi lo abi­ta. È la con­ti­nui­tà di un model­lo usa­to con suc­ces­so pochi seco­li pri­ma: quan­do una mul­ti­na­zio­na­le instal­la un impian­to del gene­re in un quar­tie­re sto­ri­ca­men­te mar­gi­na­liz­za­to, con­sa­pe­vo­le che la capa­ci­tà di oppo­si­zio­ne poli­ti­ca sarà più debo­le rispet­to a zone bene­stan­ti, non si trat­ta di una fata­li­tà tec­ni­ca. La cor­sa all’AI pro­met­te un futu­ro sma­te­ria­liz­za­to, fat­to di algo­rit­mi e cloud, ma pog­gia­to su fon­da­men­ta con­cre­te di accia­io, gas e acqua.

Il Mis­sis­sip­pi con­ti­nua a scor­re­re come una lama len­ta.

Attra­ver­sa le sta­gio­ni e i seco­li sen­za chie­de­re per­mes­so, regi­stran­do tut­to.

Non giu­di­ca, ma ricor­da.

Ricor­da che il pote­re ten­de a pre­sen­tar­si come ine­vi­ta­bi­le e che la mar­gi­na­liz­za­zio­ne vie­ne sem­pre rac­con­ta­ta come costo neces­sa­rio. Il pas­sag­gio dei Choc­taw, dei Chic­ka­saw, dei Nat­chez, le navi del coto­ne, le cimi­nie­re, le raf­fi­ne­rie, ora le sale ser­ver di xAI.

Cam­bia­no le tec­no­lo­gie, resta la gram­ma­ti­ca del pote­re. Ogni epo­ca tro­va la pro­pria paro­la-fetic­cio: civi­liz­za­zio­ne, svi­lup­po, inno­va­zio­ne. Le usa come sol­ven­te mora­le per scio­glie­re le resi­sten­ze loca­li. Oggi quel­la buz­z­word è ‘intel­li­gen­za arti­fi­cia­le’. Eppu­re l’AI non è quel­la nuvo­la ete­rea che pia­ce rap­pre­sen­ta­re nel­le pre­sen­ta­zio­ni Power­point dei CDA: è una filie­ra mate­ria­le fat­ta di minie­re, cen­tra­li, acqua, cavi, tur­bi­ne. Ogni model­lo adde­stra­to por­ta con sé una geo­gra­fia del sacri­fi­cio, che anco­ra una vol­ta coin­ci­de con ter­ri­to­ri sto­ri­ca­men­te mar­gi­na­liz­za­ti. Si va dove la ter­ra costa meno, dove il capi­ta­le poli­ti­co è più debo­le, dove le comu­ni­tà han­no mino­re acces­so a con­su­len­ti, avvo­ca­ti, lob­bi­sti. Le com­pa­gnie tec­no­lo­gi­che san­no per­fet­ta­men­te cosa fan­no. San­no leg­ge­re map­pe demo­gra­fi­che, dati sani­ta­ri, cur­ve di costo. San­no che un quar­tie­re con mino­re red­di­to medio ha mino­re capa­ci­tà di oppo­si­zio­ne. Il Ten­nes­see oggi è con­ti­nui­tà di flus­so, di memo­ria, di domi­nio sto­ri­co ripe­tu­to con insi­sten­za. Il les­si­co cam­bia, la strut­tu­ra resta: con­cen­tra­zio­ne di ric­chez­za, ester­na­liz­za­zio­ne del dan­no. Quel­lo che acca­de a Mem­phis non è altro che  il suo rifles­so strut­tu­ra­le. La mac­chi­na indu­stria­le, oggi tra­ve­sti­ta da super­com­pu­ter è solo l’ultima espres­sio­ne di rap­por­ti di for­za. Fin­ché l’innovazione sarà misu­ra­ta in giga­watt e capi­ta­liz­za­zio­ne di mer­ca­to, e non in salu­te pub­bli­ca e giu­sti­zia ambien­ta­le, con­ti­nue­re­mo a chia­ma­re pro­gres­so ciò che è sem­pli­ce redi­stri­bu­zio­ne del dan­no ver­so chi ha meno voce.

La tec­no­lo­gia può pro­met­te­re mon­di nuo­vi; sen­za respon­sa­bi­li­tà socia­le e memo­ria sto­ri­ca, costrui­rà sol­tan­to ver­sio­ni più effi­cien­ti del­le vec­chie ingiu­sti­zie.

Foto­gra­fia di Rory Doy­le

Biblio­gra­fia

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