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Maggio
21 Maggio 2026

LINEA­RE

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La rosa che mi por­se era ros­sa e ormai total­men­te spam­pa­na­ta, mil­le peta­li aper­ti con al cen­tro il vuo­to. Il ben­ga­le­se sul lun­go­ma­re di Mes­si­na ne tene­va in una mano una doz­zi­na di vari colo­ri; nel­la mano destra tra­spor­ta­va inve­ce una pic­co­la vali­gia tra­spa­ren­te che con­te­ne­va dei gio­iel­li di bigiot­te­ria. Indos­sa­va un giub­bot­to nero in simil­pel­le. Insi­ste­va con il suo sor­ri­so a den­ti spia­na­ti per­ché rega­las­si il fio­re a Matil­da. Era­va­mo appe­na sce­si dal tra­ghet­to. Matil­da ave­va sem­pre gli attac­chi di pani­co a sen­tir par­la­re d’aereo, anche se era­no pas­sa­ti vari anni dal ter­re­mo­to nel suo pae­se. Così pren­de­va­mo sem­pre il tre­no, poi il tra­ghet­to e poi di nuo­vo il tre­no per veni­re a Cata­nia. Il tra­ghet­to di sta­vol­ta si chia­ma­va Mor­feo. Sem­pre meglio che Caron­te. Il ben­ga­le­se non demor­de­va, seb­be­ne con mol­ta edu­ca­zio­ne, così alla fine pre­si due euro dal por­ta­fo­gli e li pog­giai sul pal­mo del­la sua mano. 

«Come ti chia­mi?»

«Sid­dik»

«E da quan­to tem­po sei in Ita­lia?»

«Un… quat­tro mesi …e… tu?»

Rispo­si con il mio nome, lui mi sor­ri­se di nuo­vo e ci augu­rò una buo­na sera­ta. Matil­da era sem­pre scet­ti­ca quan­do si par­la­va di ben­ga­le­si che ven­do­no rose. Era inu­ti­le che le spie­gas­si che era­no mes­si peg­gio di noi, che noi vede­va­mo solo il dolo­re dell’Europa, ma che fuo­ri c’era un dolo­re più gran­de, e che sia­mo tut­ti par­te di un pro­ces­so eco­no­mi­co più gran­de, o cose simi­li. Mi dice­va che ero reto­ri­co e fini­va­mo per liti­ga­re. Quel­la vol­ta, però, ascol­tan­do­mi dire che i ben­ga­le­si era­no pro­ba­bil­men­te fug­gi­ti dal loro Pae­se in quan­to omo­ses­sua­li, Matil­da cam­biò espres­sio­ne in viso, si fece più mite e le sue soprac­ci­glia nere e spet­ti­na­te sem­bra­ro­no tra­smet­te­re un sen­ti­men­to simi­le all’empatia. Io non per­si un’occasione tan­to ghiot­ta e le ribat­tei subi­to che allo­ra face­va distin­zio­ne tra dirit­ti civi­li e pover­tà, e le dis­si sor­ri­den­do che ormai era diven­ta­ta una libe­ral. Lei come al soli­to se la pre­se mol­to e mi rispo­se che io sape­vo solo alter­na­re ana­li­si eco­no­mi­che e dolo­re uni­ver­sa­le.

Era­va­mo immer­si in simi­li discus­sio­ni quan­do era­va­mo ormai arri­va­ti al bina­rio e salim­mo sul vec­chio tre­no regio­na­le che in sole due ore e tren­ta minu­ti ci avreb­be por­ta­to a Via­le Afri­ca, da cui poi avrem­mo pre­so il taxi per arri­va­re da Lucio. 

Era tra­scor­so un anno e mez­zo dall’ultima vol­ta che era­va­mo sta­ti in Sici­lia. Dal fine­stri­no guar­da­va­mo distrat­ti le spiag­ge nere, il mare spu­mo­so e tut­to ciò che ci si aspet­ta da una car­to­li­na di Taor­mi­na. Matil­da dor­mi­va con la testa appog­gia­ta sul­la mia spal­la e io face­vo le paro­le cro­cia­te. Mi ero fer­ma­to alla defi­ni­zio­ne “Il velo del tem­po (6 let­te­re)”, quan­do un signo­re sedu­to di fron­te a noi in cuc­cet­ta mi inter­rup­pe per chie­der­mi da dove veni­va­mo. Vole­va attac­ca­re bot­to­ne. Era sui settant’anni, pochi capel­li gri­gi, rasa­tu­ra impec­ca­bi­le, cami­cia ina­mi­da­ta e il tri­ste odo­re del­le per­so­ne vec­chie che non se ne va via con un po’ di colo­nia. Con accen­to sira­cu­sa­no mi spie­ga­va che tor­na­va da casa di sua figlia, che ormai era spo­sa­ta con un ragaz­zo di Alì Ter­me – «fa l’esteta» – mi dis­se – «toglie i peli alle fem­mi­ne.» Eppu­re pen­sai che mi sarei aspet­ta­to una cul­tu­ra mag­gio­re da quell’uomo, che dice­va di esse­re un inse­gnan­te di musi­ca in pen­sio­ne. Ave­va vis­su­to al nord, a Bolo­gna, poi era tor­na­to a Sira­cu­sa per­ché ave­va vin­to il con­cor­so alle scuo­le medie. Mi chie­se dopo poco dove fos­se­ro i miei figli. Veden­do­mi così sul­la cin­quan­ti­na con una don­na accan­to era per lui la doman­da più natu­ra­le. Per for­tu­na Matil­da dor­mi­va e non sen­tì. Io rispo­si che ormai al gior­no d’oggi sia­mo in sovrap­po­po­la­zio­ne e quin­di è una scel­ta più respon­sa­bi­le non ave­re bam­bi­ni, così poi ci si può gode­re anche di più la vita, e aggiun­si per giun­ta – e mi odiai per que­sto – che sareb­be sta­to anche dif­fi­ci­le con­ci­lia­re il lavo­ro da chi­rur­go di lei e il mio da pro­fes­so­re di ana­to­mia com­pa­ra­ta con… Non ter­mi­nai la fra­se che già il vec­chio cor­ruc­cia­va le soprac­ci­glia e con­fu­so si chiu­de­va un momen­to in un silen­zio osten­ta­to, tea­tra­le. Notan­do il mio silen­zio imba­raz­za­to, ripre­se lui la paro­la e mi chie­se dove ci fer­ma­va­mo; così dopo due-tre rispo­ste di cir­co­stan­za, anco­ra tra­mor­ti­to dal­la mia rispo­sta, si girò, pre­se dal­la tasca la sua copia arro­to­la­ta di un gior­na­le loca­le e comin­ciò a far fin­ta di leg­ge­re. Non mi par­lò più per tut­to il viag­gio.

Quan­do arri­vam­mo a casa di Lucio era anco­ra pome­rig­gio e io mi sen­tì stra­na­men­te scos­so da un sen­so di sor­pre­sa mista a una rab­bia leg­ge­ra. Era impres­sio­nan­te la quan­ti­tà d’edera che pote­va cre­sce­re su un muro di pie­tra lavi­ca in un anno e mez­zo. Più di metà del­la fac­cia­ta era ormai ver­de. Suo­nai, al cam­pa­nel­lo ossi­da­to, e notai che ossi­da­to era anche il can­cel­lo. Caz­zo, Lucio, un po’ di manu­ten­zio­ne! Dopo­tut­to que­sta è anche casa mia! Nell’uomo che ci aprì era dif­fi­ci­le rico­no­sce­re mio fra­tel­lo, se non fos­se per la smor­fia a mo’ di tic che gli face­va arric­cia­re il naso ogni ven­ti secon­di e che gli dava anco­ra un’aria da pre­po­ten­te. Lucio ci aprì con gli occhi stan­chi e ros­si, la bar­ba incol­ta e una canot­tie­ra riga­ta mac­chia­ta di olio sec­co. Ave­va sicu­ra­men­te meno capel­li dell’ultima vol­ta che lo ave­vo visto. Ci fece entra­re e così notai il cor­ti­le in cemen­to, in uno sta­to di abban­do­no simi­le al can­cel­lo, alla fac­cia­ta e alla canot­tie­ra: erbac­ce sec­che usci­va­no dal­le gra­te in cui l’acqua pio­va­na avreb­be dovu­to scor­re­re, i fio­ri che tan­to pia­ce­va­no a mam­ma non era­no che lanu­gi­ne gial­la. I vasi era­no solo fos­si­li di un’era pas­sa­ta. Non c’era trac­cia di bego­nie, ibi­schi, tuli­pa­ni. Spon­ta­nei tra la pol­ve­re dei cal­ci­nac­ci era­no spun­ta­ti alcu­ni papa­ve­ri, ros­si e total­men­te aper­ti, pros­si­mi ad appas­si­re. Non c’era alcu­na eco di bam­bi­ni che gio­ca­no a pal­lo­ne. Uni­co soprav­vis­su­to ai rivol­gi­men­ti uma­ni, un albe­ro di limo­ni, non pota­to, in una pic­co­la aiuo­la sol­le­va­ta.

«Che min­chia hai por­ta­to una rosa? Che ti sem­bra di veni­re al cimi­te­ro?»

Avrei volu­to dir­gli di sì, ma mi trat­ten­ni per non ria­pri­re una con­ver­sa­zio­ne inter­rot­ta per così tan­to tem­po con una bat­tu­ta di que­sto tipo.

Sor­vo­lo ades­so sull’interno del­la casa, diven­ta­ta come si può intui­re un depo­si­to di sca­to­le e sca­to­let­te, tut­to un agglo­me­ra­to infor­me di vita scor­sa sen­za ricam­bio, tale che è dif­fi­ci­le indo­vi­na­re cosa ci sia sot­to tut­ti que­gli stra­ti. Matil­da si mise spon­ta­nea­men­te a toglie­re i piat­ti incro­sta­ti dal­la tavo­la­ta del sog­gior­no e con­ti­nuò anche se io le feci cen­no di smet­te­re, men­tre io e mio fra­tel­lo ci sedem­mo sul­le pol­tro­ne flo­sce del salot­to. Lucio pre­se un siga­ro e lo acce­se con un accen­di­gas lun­go, tirò una gran­de boc­ca­ta e sor­ri­se: 

«Que­sto la mam­ma non ce lo avreb­be mai per­mes­so». 

Il suo in real­tà era un sor­ri­so tri­ste. Matil­da com­pre­se qua­si subi­to che era inu­ti­le voler svuo­ta­re la spiag­gia con un sec­chiel­lo e rinun­ciò all’idea che le si leg­ge­va niti­da in men­te di lava­re per ter­ra con un mocio in modo da ritro­va­re il pro­fu­mo di casa che cono­sce­va. Si sedet­te vici­no a noi e fu lei a chie­de­re a Lucio come sta­va. Lucio rima­se allo­ra in silen­zio per dei secon­di che ci par­ve­ro seco­li, poi sospi­rò e allar­gò le brac­cia. 

«Andia­mo a pren­de­re una boc­ca­ta d’aria, vesti­ti dai… Da quan­to tem­po non vedo il mare! Voglio anda­re a San Gio­van­ni li Cuti.»

Matil­da mi guar­dò con­tra­ria­ta. Come l’idiota che so di esse­re ave­vo evi­den­te­men­te inter­rot­to sul nasce­re uno sfo­go impor­tan­te. Ma io e mio fra­tel­lo era­va­mo fat­ti così. Lui comun­que rea­gì bene. Si alzò e tor­nò dall’altra stan­za con la sua cami­cet­ta ver­de a qua­dri, a mani­che cor­te, quel­la con cui sem­pre lo rive­do in sogno nel­le not­ti inquie­te e cal­de che a Mila­no sono ormai sem­pre meno rare.

Men­tre era in bagno, io guar­dai un po’ in giro per il salot­to, poi alle pare­ti dal­la pati­na gri­gia e il mio sguar­do si sof­fer­mò su un pic­co­lo por­ta­fo­to, che cono­sce­vo bene. Die­tro il vetro di peluc­chi, in bian­co e nero, una bam­bi­na che avrà avu­to sei-set­te anni, con due codi­ne lisce e un vesti­to ros­so a qua­dri scoz­ze­si. Sta man­gian­do una gra­ni­ta ed è mol­to con­cen­tra­ta, è sedu­ta su un’enorme pie­tra lavi­ca, simi­le ai fara­glio­ni di Aci Trez­za. La bam­bi­na e la roc­cia occu­pa­no il ter­zo cen­tra­le del­la foto. Un ter­zo, in bas­so, è occu­pa­to dal mare, cal­mo e blu, men­tre il ter­zo in alto dal cie­lo, sere­no. Le roc­ce sono due e sem­bra­no incon­trar­si ma non si toc­ca­no. Lucio tor­nan­do dal bagno mi rag­giun­se:

«Mi sono sem­pre chie­sto dove l’hanno scat­ta­ta. Il non­no non ce l’ha mai det­to.»

Uscen­do ci sor­pre­se il tra­mon­to sul cor­ti­le, che si illu­mi­nò per un istan­te come di fron­te al bril­la­re di una bom­ba. La chio­ma del ver­de albe­ro diven­ne chia­ris­si­ma e pro­iet­tò la sua ombra macu­la­ta sul muro, che si tra­sfor­mò in un mosai­co. La luce pro­iet­tò anche le nostre ombre lun­ghis­si­me sul­la casa, tre for­me che diven­ta­no sem­pre meno defi­ni­te man mano che si alza­no fino a fon­der­si in un’unica tre­man­te sago­ma. Fu un fram­men­to uni­co sen­za coor­di­na­te, ma ebbi come l’impressione di sen­tir­lo ripe­ter­si, qua­si che la stes­sa real­tà, come il muro, si fos­se incri­na­ta.

Cam­mi­nan­do per il lun­go­ma­re di Cata­nia, anzi­ché a San Gio­van­ni li Cuti, arri­vam­mo nel pun­to in cui Ogni­na si ricon­giun­ge con la cir­con­val­la­zio­ne. Ora ave­va­no costrui­to una pista cicla­bi­le blu a dop­pio sen­so, che però, inspie­ga­bil­men­te, fini­va dopo una cur­va, cosic­ché il cicli­sta sen­za esse­re sta­to avvi­sa­to da alcun segna­le si ritro­va­va con­tro­ma­no in mez­zo a una stra­da in cui si va a cen­to chi­lo­me­tri all’ora. Lucio, Matil­da e io ridem­mo di que­sto, con il nostro humour nero, dicen­do che c’era for­se un pia­no dell’amministrazione di destra per far fuo­ri gli ambien­ta­li­sti fisi­ca­men­te. Era not­te e mol­ta gen­te cam­mi­na­va per quel­le stra­de. I bar era­no aper­ti e le luci bat­te­va­no sul­le onde come per­cus­sio­ni.

«Lucio, per­ché non vie­ni a Mila­no anche tu?»

«Alla mia età, far­mi sfrut­ta­re per far­mi sfrut­ta­re pre­fe­ri­sco vede­re il mare. La casa è di pro­prie­tà, se non mi but­ta­te fuo­ri, e se ten­go duro qual­che anno coi sol­di lascia­ti da mam­ma arri­vo a pren­de­re la pen­sio­ne mini­ma. Sono stan­co di lavo­ra­re e di muo­ver­mi. Per tut­ta la vita ho fat­to cose inu­ti­li e mi sono arran­gia­to pur di non andar­me­ne… ».

«Ma a Mila­no ci sia­mo noi» – dis­se Matil­da, sor­ri­den­do con la tene­rez­za di cui è capa­ce solo una don­na edu­ca­ta per decen­ni a quell’emozione.

«Matil­da, io ho vis­su­to cin­quan­ta­sei anni con mia madre; voglio mori­re nel­la mia casa». Si guar­da­ro­no e Lucio riu­scì a cam­bia­re discor­so, par­lan­do degli affit­ti, del­la tra­sfor­ma­zio­ne del­la cit­tà e del­la boria dei cata­ne­si, così gran­de che supe­ra per­si­no i loro sten­ti. Si sedet­te, par­lan­do, su una pan­chi­na, sot­to un pino, col suo giub­bot­to simil­pel­le, e così di rifles­so ci sedem­mo anche noi. Io li osser­va­vo, mio fra­tel­lo e mia moglie, chiac­chie­ra­re come ami­ci; comin­ciai poi a iso­lar­mi e a vaga­re con lo sguar­do e col pen­sie­ro. Vidi l’Etna in lon­ta­nan­za sbu­ca­re dai brut­ti palaz­zi del­la spe­cu­la­zio­ne edi­li­zia anni Ses­san­ta, poi i pini medi­ter­ra­nei, il mare e le roc­ce lavi­che. Mi ven­ne da pen­sa­re che in fon­do vista da fuo­ri la nostra era come un’isola del paci­fi­co. Il vul­ca­no, la colo­niz­za­zio­ne capi­ta­li­sti­ca che detur­pa il pae­sag­gio inquie­to e mera­vi­glio­so del­la distru­zio­ne; i turi­sti bion­di che pas­seg­gia­no man­gian­do gela­ti in mez­zo a noi che sia­mo più simi­li agli abi­tan­ti del Sud del mon­do che a degli sve­de­si. Aguz­zai la vista e misi gli occhia­li, fu allo­ra che vidi pas­sa­re tra la fol­la a due sen­si una bam­bi­na, con due pic­co­le codi­ne die­tro le orec­chie. La vidi lascia­re la mano di sua madre e cor­re­re con una gra­ni­ta in mano ver­so gli sco­gli. In un’area stra­na­men­te vuo­ta, la vidi seder­si tra due roc­ce di pie­tra lavi­ca che sem­bra­va­no incon­trar­si. Da lon­ta­no notò che la guar­da­vo, dun­que mi sor­ri­se. Ave­va i miei occhi e una smor­fia sul naso tale da far­la sem­bra­re pre­po­ten­te. Fu un atti­mo. Il vesti­to ros­so a qua­dri scoz­ze­si si mac­chiò di gel­si. La mam­ma ven­ne a pren­der­la. Io distol­si lo sguar­do e guar­dai ver­so Lucio e Matil­da chie­den­do con­fer­ma, ma loro non era­no atten­ti. Qua­si non si sor­pre­se­ro, mezz’ora dopo, quan­do rac­con­tai ansi­man­te ciò che era suc­ces­so; era­va­mo di nuo­vo immer­si nell’illusione di un tem­po linea­re. Si ammuc­chia­va­no già sul­la pati­na i cor­pi nel­le loro for­me distin­te. Un ben­ga­le­se pas­sò vici­no a noi inter­rom­pen­do­mi. La rosa che mi por­se era ros­sa e ormai total­men­te spam­pa­na­ta, mil­le veli aper­ti con al cen­tro il vuo­to.

Foto­gra­fia di Vas­si­lis Trian­tis

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