Geminga viene descritta in tanti modi: un oggetto oscuro, insolito, abscondito, composto di frammenti letterari che spaziano dalla poesia cinese agli scritti minori di Kafka e Wilde.
Geminga è un progetto della casa editrice GOG pubblicato nel 2025 che si presenta in otto volumi ed ha assunto la forma dell’antologia. L’aspetto è intenzionalmente vago: la copertina specchiata riflette il mondo circostante sfumando i confini dell’oggetto. La scelta editoriale è stata di sperimentare e allontanarsi dai canoni della stampa omettendo la quarta di copertina, il codice ISBN e persino il titolo dell’opera, che si trova solo all’interno. Questi diversi volumi di oltre un centinaio di pagine ciascuno sono, di fatto, una raccolta di testi – frammenti, estratti, racconti, poesie – che Enrico Ferratini, curatore, ha attinto dalla sua collezione personale di conoscenze letterarie.
Il progetto si pone volutamente in modo anti-commerciale, nonostante la casa editrice alle spalle:
durante il 2025 si poteva leggere Geminga solo sottoscrivendo un abbonamento annuale apposito e senza conoscere in anticipo il contenuto. Si potrebbe dire quasi una sorta di gioco d’azzardo, o forse potremmo paragonarlo alla moda di sbustare le carte dei Pokémon: anche Geminga si presenta inserita dentro un involucro che ne sigilla il contenuto. Contenuto che arrivava con la promessa di far conoscere al lettore lidi letterari nuovi, inesplorati; in questo, Geminga è prima di tutto il tentativo di trasmettere un’esperienza. Esistono molti modi di entrare dentro un testo: c’è chi preferisce l’esperienza diretta e solitaria, chi cerca un approccio analitico, chi ha bisogno di contesto storico per orientarsi. Il curatore ha qui scelto una postura diversa – quella del lettore che ha già fatto il cammino e tende la mano a chi viene dopo.
Condizione favorevole alla nascita di Geminga è senz’altro il lavoro di Enrico Ferratini come redattore di testi scolastici e la sua esperienza nel comporre e commentare antologie. Oltre a lavorare come collaboratore di varie case editrici, Enrico è autore del testo di narrativa Il libro della volpe (2022) e si occupa in generale di divulgazione culturale, grazie anche agli studi in lingue e letterature orientali fatti alla School of Oriental and African Studies di Londra che hanno portato i suoi interessi verso una direzione poco frequentata.
Geminga è il suo primo progetto curatoriale autonomo: si tratta di un progetto personale che buca la sfera del privato attraverso l’intenzione di coltivare e tramandare l’amore per la letteratura da una postura inconsueta. Come leggerete nell’intervista, Geminga assomiglia tanto a una wunderkammer dove vengono racchiusi frammenti rari primariamente in virtù del loro valore estetico e dell’edonistico piacere intellettuale che essi sono capaci di suscitare nel collezionatore. Ma la soddisfazione più grande viene dal’esibire questi ritrovamenti e dallo stupore che essi stimoleranno nel fortunato pubblico a cui verranno mostrati.
Una sera, nella prima periferia di Bologna, ci sedemmo su un divano ampio e basso cosparso di cuscini e coperte accatastate accogliente come un’alcova ottomana. Vi erano anche due tazze di tè fumante poggiate su di un basso tavolino già ricoperto di libri. Un gatto nero nervosamente entrava e usciva dalla soglia guardandoci un po’ spaesato, poiché nessuno dei due era il suo vero proprietario. Enrico si alzò per riempire la ciotola di cibo: il favore promesso ad un’amica. Poi tornò sul divano e mi porse un rilegato dalla copertina argento senza nessun titolo apparente; ve ne erano altri simili appoggiati sul tavolo.
Una ballata medievale, qualche pagina di diario di una dama giapponese del Quattrocento, un pezzo di poema epico persiano. Senza ordine apparente, si apriva davanti a me un patchwork di storie; Geminga, il titolo impresso sulla prima pagina. Non erano solo i testi a parlare: i commenti di Enrico precedevano ogni brano, appassionati, capaci di aprire uno spazio intorno a opere che altrimenti sarebbero rimaste chiuse. Non ci conosciamo da una vita, ma abbastanza da sapere che il modo migliore per parlarci è attraverso la discussione, ancora meglio se un po’ accesa. Quello che segue non fa eccezione.
Enrico, ho letto alcuni numeri di Geminga in modo disordinato, avanti e indietro. Questo modo un po’ svagato di leggerli mi ha fatto sorgere alcune domande. La prima riguarda la forma stessa dell’antologia. La raccolta che hai creato si dichiara esplicitamente anti-canonica. Eppure non riuscivo a togliermi di dosso l’idea che comunque mi trovavo davanti un’operazione molto simile a quella con cui si costruisce un canone: con questa collana anche tu scegli, isoli, punti arbitrariamente la tua luce su certi testi per lasciarne altri nell’ombra. Mi sono chiesta allora se ogni tentativo di mettere in discussione un canone non finisca inevitabilmente per rivelarsi un controcanto che utilizza gli stessi strumenti di ciò che contesta. Forse è una domanda ingenua, ma proprio per questo vorrei chiarire questo punto prima di andare avanti: in che cosa questa tua antologia dovrebbe differenziarsi da qualsiasi altra?
In questa domanda, Francesca, percepisco un atteggiamento di cautela, quasi il sospetto di un inganno, il timore di un pericolo. Vorrei allora fare subito chiarezza su due punti che per me sono importanti: primo, Geminga non vuole in alcun modo porsi ‘in conflitto’ rispetto a un canone. Secondo, meno che mai pretende di suggerirne un altro. Un canone, per definizione, è qualcosa che prende forma nel corso di un lungo periodo di tempo, e può essere creato solo da una collettività. Geminga invece è un’operazione individuale, e in quanto tale vuole porsi come nient’altro che una collezione. Sono due concetti molto diversi: una collezione, al contrario di un canone, è qualcosa di privato, di personale. E in quanto tale, presuppone l’idea che possano essercene tante altre tutte diverse fra loro. È, insomma, qualcosa di simile a un’opera d’arte, composta da altre opere d’arte, ma che tende a un’organicità tutta sua. Da questo punto di vista, lo scopo principale di Geminga era semplicemente quello di dilettare i lettori con pagine di letteratura che io ho amato e ho desiderato condividere. Ora, queste pagine era importante che fossero fuori dai sentieri più battuti, per il semplice fatto che i testi già consacrati il pubblico li conosce già, oppure, se non li conosce, sa dove andarseli a cercare. A me non interessava dare ai lettori delle ‘conferme’ di quello che già conoscono e apprezzano. Volevo offrire delle sorprese, dar loro la possibilità di scoprire testi che fossero sì belli, ma anche sorprendenti.
Scusa, hai detto che lo scopo di Geminga era soltanto quello di dilettare i lettori… Perché hai usato la forma passata? Non parlarmi di cosa Geminga doveva essere in origine, dimmi cos’è adesso. Mi sembra che tu la stia un po’ minimizzando. Sei sicuro sia solo un pretesto per far leggere ad altri delle pagine che ti sono piaciute? Detto così, scusa, sarebbe un po’ debole come progetto. Dai non ti trattenere, so benissimo che c’è dell’altro.
Va bene, allora. Quello che ho detto prima rimane vero, e costituisce l’aspetto più, diciamo così, di superficie della collana. Indubbiamente è stata la spinta iniziale con cui mi sono buttato in questo gioco. Presto però mi è divenuto chiaro che, perché questa collezione potesse trovare una sua unità e ragione d’essere, dovevo trovare un significato più profondo che in qualche modo tenesse insieme i pezzi che stavo raccogliendo. La semplice operazione di pubblicare pagine di letteratura belle e rare, per il solo fatto di essere belle e rare, faceva emergere diversi interrogativi che dovevano essere affrontati di petto: sul perché certe opere, anche bellissime, cadano nell’oblio e altre no; sul modo in cui le tendenze editoriali e di gusto di un’epoca operino un filtro sui testi del passato; su come le idee contemporanee in fatto di letteratura – idee che, e questo è importante, sono per forza di cose modellate dal mercato – portino la gran parte di essa a scomparire dal nostro orizzonte di pensiero, e di conseguenza dalla futura memoria collettiva. A un certo punto, nel tentativo di portare avanti in filigrana una riflessione su queste questioni, disseminandola qui e là nelle mie prefazioni, ho capito il vero motivo che teneva insieme i testi che stavo selezionando. Se dovessi riassumerlo in una formula di poche parole direi così: ogni opera presentata in Geminga, in un modo o nell’altro, fa luce su quelli che sono i limiti del nostro immaginario contemporaneo riguardo alle possibilità della letteratura.
Tornando un attimo a quello che hai detto inizialmente, mi ha colpito sentirti parlare di Geminga come di una collezione privata. Ricordo infatti che mentre la sfogliavo, avevo proprio l’impressione di entrare in una sorta di Wunderkammer letteraria. Si ha come la sensazione di entrare in un salotto, o forse in un piccolo giardino botanico, dove ogni specimen viene trattata con cura.
Mi ritrovo totalmente in questa cosa che hai detto. Pensa che infatti la prima ispirazione che ho avuto per creare una ‘collezione letteraria’ simile è stata una mostra curata da Wes Anderson che si chiamava Il sarcofago di Spitzmaus e altri tesori (2019–2020), e raccoglieva proprio curiosità d’arte e naturali provenienti dalle Wunderkammer asburgiche. C’erano cose diversissime fra loro, che tuttavia risultavano un insieme coerente, perché c’era sempre lo sguardo del regista a tenerle insieme. È stata una mostra che mi ha segnato molto, e con questa collana ho voluto in un certo senso fare qualcosa di simile con la letteratura.
Eppure, una collezione come la tua vuole uscire dallo spazio privato per entrare in un discorso pubblico. Non ci vedi una contraddizione in questo?
No, non ci vedo una contraddizione. Per collezione io intendevo un insieme di oggetti riuniti in uno spazio da un individuo, secondo gusti e criteri che sono soltanto suoi. Ma una collezione privata può avere valore solo nel momento in cui viene esibita fuori dallo spazio privato, cioè nel momento in cui va ad arricchire la pluralità di sguardi di cui è (o dovrebbe) essere fatto il mondo.
Quindi sei disposto ad ammettere che in Geminga il ruolo del curatore – cioè tu – è importante tanto quanto i testi stessi?
Sì, esatto.
Anche io ho avuto questa sensazione, ed è un altro punto su cui mi sono interrogata molto. Spesso mi sembrava che il tuo lavoro non si limitasse a riportare alla luce testi marginali, ma che fosse chiamato a renderli leggibili, quasi traducibili per noi. Qualche volta anche a costo di forzarne un po’ l’interpretazione. E questo mi ha fatto sorgere delle domande su quanto ciò sia lecito. Non fraintendermi, il risultato mi è piaciuto: ma non potevo fare a meno di chiedermi dove stia il confine fra accompagnare un testo e orientarne la ricezione.
Questo è un punto importante. Che dovesse esserci il filtro di uno ‘sguardo’, che facesse in qualche modo da mediatore fra i testi e il lettore, era in effetti essenziale, nella mia visione, per almeno due motivi. Primo perché volevo che la lettura della collana fosse il più possibile simile a una conversazione informale fra me e i lettori. In questo ho cercato di seguire con onestà un fatto che mi pare molto naturale: non c’è modo migliore per avvicinarsi a un’opera d’arte che sentirne parlare in un bel modo da qualcuno che l’ha amata. Io, per esempio, ho scoperto il piacere della letteratura attraverso i saggi di Borges, di Calvino, di Virginia Woolf, per fare solo alcuni nomi: ciascuno di questi scrittori ha influenzato i miei gusti e il mio sguardo sulla letteratura, ma ha anche avuto un ruolo fondamentale nel formarmene uno mio. In Geminga, nel mio piccolo, volevo offrire ai lettori un piacere simile a quello che io provavo quando leggevo quelle pagine di critica letteraria. Il secondo motivo è che, dal momento che i testi raccolti sono per lo più sconosciuti e dimenticati, e dunque sprovvisti di quell’‘aura’ che conferisce la celebrità, mi sembrava tanto più necessario accompagnarli con una riflessione sulle ragioni che ne costituiscono la bellezza.
Tutto chiaro, però stai aggirando il nocciolo della mia domanda. Quello che volevo sapere è se è lecito, quando si fa critica letteraria, mettersi così tanto ‘davanti’ ai testi, inducendo i lettori a guardarli con i propri occhi e limitando così la loro libertà interpretativa.
Ho capito. Penso che questo dubbio vada a toccare delle questioni concettuali profonde sugli scopi della critica artistica. Non penso ci sia una risposta assoluta, ma posso farti capire come la penso io al riguardo citandoti due aforismi di Wilde. Il primo è tratto da una sua recensione a un libro di Walter Pater (1891), di cui parla in maniera entusiasta, per poi concludere: “È possibile che io esageri nel mio giudizio. Spero certamente di sì: poiché dove non c’è esagerazione non c’è amore, e dove non c’è amore non c’è comprensione”. Questo significa che solo una critica appassionata, parziale, personale, può cogliere qualcosa di un’opera d’arte. Il secondo aforisma si trova nel Critico come artista (1891), e dice: “Non c’è arte dove non c’è stile, non c’è stile dove non c’è unità, e l’unità appartiene soltanto all’individuo”. Nel presentare i testi di Geminga, io mi ero posto come unico criterio quello di essere il più possibile fedele a me stesso, a volte anche esibendo sfacciatamente i miei limiti e le mie peculiarità come lettore. Solo così avrei potuto inserire testi completamente diversi, anche appartenenti a epoche e culture diversissime, mantenendo un forte senso di unità. Ad ogni modo, non penso sia possibile parlare di un testo in maniera oggettiva. E, se non è possibile, tanto vale abbracciare la soggettività. Può sembrare presuntuoso come approccio, ma a mio modo di vedere è proprio il contrario: è un atto di modestia, è l’ammissione di non poter fare altro che raccontare le proprie impressioni personali sull’opera che si presenta. Poi, a partire dalla suggestione delle mie impressioni, un lettore potrà, per affinità o per antitesi, scoprire le proprie.
Anche io la penso così. Solo che il dubbio mi era venuto, e volevo sapere cos’avevi da dire in merito. E poi lo sai, mi diverto a provocarti. A tal proposito, vorrei porti ora un’altra questione che mi ha lasciato perplessa, e che riguarda la fama. Da un lato ho avvertito una sorta di diffidenza verso la notorietà, come se fosse qualcosa che in qualche modo finisce per ‘sporcare’ l’opera. Nella tua visione a volte sembra quasi che, per il semplice fatto di essere nascosto e dimenticato, un testo preservi meglio la sua bellezza. Al contempo però mi è sembrato implicito che lasciare una ‘perla’ nell’ombra equivalga a uno spreco. Non riesco a capire quale di questi due destini ti sembri meno violento per un’opera: essere esposta e forse fraintesa, oppure restare intatta e invisibile.
Questa domanda è diabolica, e mi costringe ad ammettere che c’è un po’ in effetti, dentro di me, questa contraddizione. Però senti cosa ti dico: più che diffidenza verso la notorietà, parlerei di diffidenza verso la cieca fiducia, e soprattutto l’autorevolezza che ispira la notorietà. Naturalmente, quando ci si inizia ad accostare alla letteratura, è giustissimo, anzi è fondamentale fidarsi di ciò che la tradizione ci ha insegnato a considerare ‘grande’: sappiamo che il nome di Shakespeare è celebre, che è considerato da secoli un autore straordinario, e solo per questo vale la pena provare a leggerlo; e se non piace subito, vale la pena dargli una seconda, una terza, una quarta possibilità. Questo atteggiamento è sacrosanto, e guai se venisse meno. Però dopo un po’ che si approfondisce la letteratura ci si rende conto che non basta. Riflettendo sulle ragioni per cui certe opere diventano famose a scapito di altre, mi sono accorto che spesso ciò non è dovuto tanto alle loro qualità intrinseche, ma ad altri fattori: primo fra tutti, al fatto di essersi prestate facilmente a creare una determinata narrazione. Ti faccio un esempio. Al netto delle sue qualità letterarie, La coscienza di Zeno è tanto famoso perché è il primo romanzo italiano dove compare il tema della psicoanalisi. Quando si racconta la letteratura dell’inizio del Novecento, risulta comodo parlare di “scrittura dell’io”, “monologo interiore”, “crisi dell’individuo”, e metterle in relazione con le scoperte della nascente psicoanalisi freudiana. Ne viene fuori una narrazione lineare, coerente ed efficace della letteratura di inizio Novecento. Ecco quindi che il romanzo di Svevo, inserendosi perfettamente in questa narrazione, diventa quel classico che tutti conoscono, che ci fanno studiare a scuola, che gli editori ripubblicano regolarmente. Mentre, per dire, i primi racconti fantastici di Papini, che dal punto di vista letterario sono dei capolavori non meno di Zeno, non sembrano esemplificare le spinte narrative di inizio Novecento – almeno per come ci fa comodo pensarle: appaiono esclusi da questa narrazione, e per questo, anche se di per sé avrebbero tutte le carte per piacere al pubblico, vengono esclusi dal canone dei classici più conosciuti. Ecco, Geminga si occupa soprattutto di testi come questi, che appaiono un po’ fuori dalle narrazioni prevalenti, e che per questo sono stati eclissati.
Dunque, non pensi che la rarità di per sé aggiunga valore a un’opera?
No, di per sé no, naturalmente. Però è vero che quando un’opera d’arte è sconosciuta si ha modo di avere un rapporto più personale e autentico con essa, non filtrata da un’educazione che ci ha imposto a priori, in un qualche modo, di apprezzarla. Mentre le opere troppo famose, è difficile guardarle per quello che sono veramente, perché è quasi impossibile scinderle da tutto ciò che è stato costruito loro intorno; sono alterate dallo sguardo di intere generazioni, che le hanno trasformate in simboli, in feticci. Insomma, creare un percorso di testi semi-dimenticati era per me un modo per invitare i lettori a ‘rinfrescare lo sguardo’ sulla letteratura.
Un’altra cosa che apprezzo di questi tuoi libri è che non hai mai un atteggiamento di rispetto aprioristico verso i testi che presenti, ma, a volte in maniera quasi spiazzante, ammetti la difficoltà o la delusione che ne comporta la lettura. In questo modo ci si sente paradossalmente a proprio agio, perché si è liberi da quel senso del ‘dovere’ che si prova di solito di fronte a un testo importante – il dovere di comprenderlo, di farselo piacere… Mi torna in mente un passaggio che hai scritto riguardo alla poesia medievale, e che mi ha fatto riflettere. Lo riporto integralmente:
“La letteratura medioevale è più che altro un ideale interiore, un abbaglio confuso del nostro spirito, irraggiungibile, meravigliosa quando la si pensa in termini astratti, ma poi costantemente offesa dal confronto con la realtà. Se questo sogno perdura però è perché si trovano qui e là, fra innumerevoli tomi che si sono sfogliati, frammenti di poesia così bella che, da soli, irradiano con la loro luce interi secoli di storia” (Ferratini 2025, 78).
Ora io mi chiedo, esiste letteratura che non sia tale abbaglio? Mi spiego: spesso sono molto più affascinata dalla descrizione che viene fatta di un’opera che non dall’opera stessa. Romanzi, dipinti, sculture, ogni espressione artistica spesso risulta più bella e coinvolgente quando mi arriva attraverso la passione di un’altra persona che ha saputo essere rapita da quell’incantesimo che su di me non sempre esercita il suo potere. Sostanzialmente, potremmo quasi dire che la cultura vive di quegli abbagli che ci trasmettiamo l’un l’altro.
Quest’ultima frase è bellissima, vorrei averla detto io. Sì, l’emozione artistica è fatta di momenti, di attimi irripetibili che ciascuno di noi può sentire in una data circostanza: magari perché si trova in uno stato di ricettività particolare che gli consente di essere perfettamente in sintonia con una certa strofa, un paragrafo di un libro, un passaggio musicale. Non è mai la qualità intrinseca di un’opera a generare l’emozione. È un momento di vita che si accende attraverso un particolare contatto fra noi e l’opera. Ma sono, per tutti noi, momenti rari. La maggior parte delle volte, a rivelarci la bellezza dell’opera è la testimonianza di un’altra persona che in qualche modo fa da tramite fra ciò che lei ha provato per prima, e ciò che proveremo noi. Ogni volta che parliamo di arte, e delle impressioni che abbiamo avuto di fronte a un dipinto o a una poesia, cerchiamo di comunicare ciò che non può essere definito né descritto, come quando parliamo di tutte le esperienze fondamentali e soggettive della vita.
Dunque, vogliamo ammettere che la bellezza non è sempre auto-esplicativa?
Direi che la bellezza non è mai auto-esplicativa, perché per coglierla dobbiamo sempre fare una parte del lavoro, colmare un vuoto che sta fra noi e l’opera con la nostra personalità. L’arte, appunto, avviene come un incontro, e questo incontro avviene sempre a metà strada.
In conclusione, possiamo dire che, salvo rari attimi in cui riusciamo a stabilire un contatto puro fra noi e un’opera d’arte, l’emozione estetica passa sempre in qualche misura attraverso una mediazione?
Sì, direi che per oggi possiamo affermare questo. Poi magari domani penseremo qualcos’altro. Ci sono casi, generalmente rari, in cui un’opera ci parla immediatamente, come un fulmine a ciel sereno, e noi possiamo trarne i significati più profondi attingendo soltanto alle risorse del nostro sentire; e altri casi, la maggior parte, in cui l’incontro si stabilisce per gradi, con lentezza, e quasi sempre attraverso una mediazione: poiché, come per tutte le altre forme di sapere, anche il sapere artistico avviene attraverso un passaggio continuo di esperienze e vissuti che ci scambiamo gli uni con gli altri. Geminga naturalmente abbraccia questo tipo di mediazione, ma nel farlo cerca di seguire la via più naturale, che è quella della conversazione appassionata fra amici, come questa che abbiamo appena fatto.
Fotografia di Andrea Camiolo