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Aprile
2 Aprile 2026

ATTE­SA DI UNA FESTA PRO­FA­NA

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Una con­ver­sa­zio­ne con Dyna­mis attor­no al tema del­la festa

Que­sta esta­te mi è capi­ta­to di par­te­ci­pa­re a un festi­val che non è un festi­val ma è una festa. Una “festa d’arte, spi­ri­tua­li­tà, pen­sie­ro” che si chia­ma Pro­fa­na e la cui pri­ma edi­zio­ne si è svol­ta dal 31 luglio al 3 ago­sto 2025 al Mona­ste­ro di Fon­te Avel­la­na. È sta­ta orga­niz­za­ta da Dyna­mis, una com­pa­gnia tea­tra­le, e dal mona­ste­ro stes­so. Il mona­ste­ro è un mona­ste­ro camal­do­le­se le cui ori­gi­ni risal­go­no a più di mil­le anni or sono. Un luo­go estre­ma­men­te sug­ge­sti­vo. Nor­mal­men­te vi abi­ta­no una deci­na di mona­ci avvol­ti nel silen­zio ma duran­te i gior­ni di Pro­fa­na ogni ango­lo dell’antico mona­ste­ro è sta­to pro­fa­na­to da una voce o da una pre­sen­za, da un con­cer­to, un labo­ra­to­rio, una dan­za, un dia­lo­go. Se l’incontro di due ani­me è una pro­fa­na­zio­ne, allo­ra tut­ti i luo­ghi sacri sono sta­ti pro­fa­na­ti dal­la musi­ca dei cor­pi che si mischia­no.

Que­sta pro­vo­ca­zio­ne nascon­de una gran­de veri­tà che è il noc­cio­lo del­la que­stio­ne: come ripen­sa­re il siste­ma dei festi­val per tor­na­re al con­cet­to di ‘festa’? Come for­ma­re comu­ni­tà tem­po­ra­nee che pos­sa­no attra­ver­sa­re un per­cor­so di inda­gi­ne, insie­me? Come ritro­va­re quell’amore affet­tuo­so che dovreb­be por­tar­ci all’incontro? Quell’attesa amo­ro­sa che è l’attesa di Dio? E come far­lo in sen­so lai­co, in sen­so lato, in un sen­so uni­ver­sa­le che pos­sa tro­va­re la con­cor­dan­za d’intenti che è insi­ta nel­la figu­ra dell’artista e nel­la vita del mona­co. Nel per­cor­so di per­fe­zio­na­men­to che ognu­no di noi com­pie nel­la pro­pria vita.

Nel ten­ta­ti­vo di pro­va­re a resti­tui­re la qua­li­tà intrin­se­ca di que­sto espe­ri­men­to che è sta­to Pro­fa­na 2025 e che spe­ria­mo sarà Pro­fa­na 2026 – che si svol­ge­rà dal 31 luglio al 2 ago­sto 2026 –, ho incon­tra­to Andrea De Magi­stris, diret­to­re gene­ra­le del festi­val, e Mar­ta Vita­li­ni, cura­tri­ce arti­sti­ca, che, insie­me a Dona­to Lofo­re­se, for­ma­no il col­let­ti­vo Dyna­mis.

Bar­to­lo­meo Cafa­rel­la: Vor­rei ini­zia­re ponen­do­vi una doman­da sem­pli­ce ma essen­zia­le riguar­do alla scel­ta del nome di que­sto festi­val – o meglio, di que­sta “festa” – che ave­te deci­so di chia­ma­re “Pro­fa­na”. Que­sto ter­mi­ne, tra l’altro, mi richia­ma alla men­te le rifles­sio­ni che Ema­nue­le Dat­ti­lo ha por­ta­to duran­te uno dei dia­lo­ghi, quan­do ha illu­stra­to quel­la par­ti­co­la­re carat­te­ri­sti­ca del lin­guag­gio di pro­ce­de­re per oppo­sti per defi­ni­re le cose: in effet­ti, mi sem­bra che “pro­fa­na” por­ti con sé, qua­si ine­vi­ta­bil­men­te, anche l’idea del “sacro”. Mi pia­ce­reb­be quin­di sape­re qual è il signi­fi­ca­to pro­fon­do di que­sta scel­ta, per­ché ave­te opta­to pro­prio per “pro­fa­na” e, soprat­tut­to, mi inte­res­se­reb­be con­cen­trar­mi sul sen­so del sot­to­ti­to­lo, ossia, “festa d’arte, spi­ri­tua­li­tà, pen­sie­ro”, sof­fer­man­do­ci in par­ti­co­la­re su quest’ultima dimen­sio­ne, quel­la del pen­sie­ro, che rap­pre­sen­ta una del­le ani­me por­tan­ti del­la vostra festa.

Andrea De Magi­stris: Par­to dal­la fine, cioè dal tema del pen­sie­ro, per­ché in ogni costru­zio­ne di sen­so nel nostro ambi­to, l’ambito tea­tra­le, è fon­da­men­ta­le man­te­ne­re l’attenzione sul pen­sie­ro. Anche se spes­so vivia­mo in un mon­do dove il “fare”, que­sta fre­ne­sia dell’agire, sem­bra spe­gne­re l’importanza del pen­sa­re.

Ci but­tia­mo in mil­le atti­vi­tà, ci occu­pia­mo di tan­te cose, qua­si fos­se diven­ta­to un man­tra pro­dut­ti­vo quel­lo di dover­si sem­pre affac­cen­da­re. Secon­do me, que­sta è una for­ma di ane­ste­sia dell’essere.

Par­lo di que­sto per­ché, come accen­na­vi anche tu riguar­do al nome del festi­val, abbia­mo riflet­tu­to mol­to su come evi­ta­re e con­tra­sta­re una del­le stor­tu­re del­la socie­tà attua­le: quel­la dei festi­val stes­si, dei con­ve­gni, del­le con­fe­ren­ze. Mi vie­ne in men­te un poe­ta, Gia­co­mo Noven­ta, che distin­gue tre tipi di dia­lo­ghi: i dia­lo­ghi ange­li­ci, che nasco­no tra per­so­ne lega­te da una pro­fon­da inte­sa – che sia ami­ci­zia, amo­re o spi­ri­tua­li­tà; i dia­lo­ghi uma­ni, fra per­so­ne che anco­ra non si ama­no ma vor­reb­be­ro cono­scer­si meglio; e, infi­ne, i dia­lo­ghi dia­bo­li­ci, fra per­so­ne che non si ama­no e nem­me­no desi­de­ra­no far­lo. Noven­ta dice­va che spes­so, nei festi­val o nel­le con­fe­ren­ze, si è pro­prio in quest’ultima situa­zio­ne: ci si tro­va insie­me, ma sen­za una vera rela­zio­ne o scam­bio pro­fon­do. In que­sto sen­so la paro­la “festi­val” ci inquie­ta­va, per­ché oggi va mol­to di moda: c’è il festi­val di tut­to, anche del­le cose più assur­de, e spes­so diven­ta solo un altro modo per fare “capi­ta­le” cul­tu­ra­le.

Noi vole­va­mo inve­ce allon­ta­nar­ci da que­sto model­lo, dove gli incon­tri non sono più tra per­so­ne che si ama­no o che voglio­no cono­scer­si, ma diven­ta­no occa­sio­ni di con­su­mo: si va, si par­te­ci­pa, si fa il pro­prio inter­ven­to e si va via, sen­za un vero incon­tro.

Allo­ra, che cosa signi­fi­ca dav­ve­ro “festa”? Secon­do me, abbia­mo per­so il sen­so auten­ti­co del­la festa. Seguen­do il pen­sie­ro di De Mar­ti­no – ma anche di Jesi –, la vera festa ha del­le carat­te­ri­sti­che pre­ci­se: è un even­to esclu­si­vo, dedi­ca­to a qual­cu­no o a qual­co­sa di spe­cia­le. Se, ad esem­pio, è la festa di Andrea, solo chi è invi­ta­to par­te­ci­pa per cele­bra­re quell’evento o quel­la per­so­na. Que­sto sen­so di esclu­si­vi­tà e di comu­ni­tà si è per­so nel­la nostra socie­tà occi­den­ta­le.

Quin­di, riflet­ten­do su ciò che non ci pia­ce, abbia­mo cer­ca­to di costrui­re qual­co­sa di nuo­vo e inte­res­san­te, da uno “sta­to affer­ma­ti­vo”, come lo chia­ma­va qual­cu­no: non basta lamen­tar­si, biso­gna pro­por­re alter­na­ti­ve. Il nostro ten­ta­ti­vo con Pro­fa­na era pro­prio que­sto: “pro­fa­na­re” in sen­so posi­ti­vo, cioè ritro­va­re un modo diver­so di vive­re la sacra­li­tà. Hai ragio­ne a dire che il nome Pro­fa­na si por­ta die­tro anche il Sacro: non sono oppo­sti, non è una pro­vo­ca­zio­ne fine a sé stes­sa. L’etimologia stes­sa di “pro­fa­no” riman­da a ciò che sta “davan­ti al tem­pio”, quin­di è comun­que lega­to al sacro, non sepa­ra­to da esso. La nostra vita, infat­ti, com­pren­de la sfe­ra pub­bli­ca, quel­la pri­va­ta e quel­la sacra, e un tem­po ogni indi­vi­duo sape­va rico­no­sce­re e vive­re que­sti diver­si aspet­ti. Oggi, inve­ce, tut­to si con­fon­de: il pri­va­to diven­ta pub­bli­co, il sacro scom­pa­re, e regna la fram­men­ta­zio­ne dell’essere, come si vede anche nei social, dove la vita pri­va­ta diven­ta pub­bli­ca e si per­de il sen­so di entram­bi, così come quel­lo del sacro.

Ecco per­ché abbia­mo scel­to la paro­la “festa”: vole­va­mo un vero incon­tro, non un even­to eli­ta­rio o chiu­so, ma qual­co­sa di aper­to a chi sen­tis­se una rea­le affi­ni­tà con noi e con i temi pro­po­sti, sia­no essi arti­sti, for­ma­to­ri o par­te­ci­pan­ti. Tut­te per­so­ne lega­te tra loro, in una sor­ta di con­ca­te­na­zio­ne. Inol­tre, non ci inte­res­sa­no i nume­ri come nei festi­val tra­di­zio­na­li; al con­tra­rio, pre­fe­ria­mo pochi par­te­ci­pan­ti, ma signi­fi­ca­ti­vi. Mi pia­ce mol­to una rifles­sio­ne di Sant’Agostino – o Aure­lio Ago­sti­no per i lai­ci –, che nel “De Musi­ca” par­la dell’andamento musi­ca­le dell’essere uma­no: dice che la musi­ca misu­ra e rego­la la dura­ta dei movi­men­ti del­le cose, e anche il nostro agi­re, il nostro sta­re nel tem­po, segue un pro­prio rit­mo qua­li­ta­ti­vo. Que­sta idea ci ha ispi­ra­to anche nell’organizzazione del­le gior­na­te di Pro­fa­na, nel­la sud­di­vi­sio­ne tra pra­ti­che e dia­lo­ghi. Sant’Agostino, descri­ven­do il movi­men­to del­le cose, distin­gue tra il “modus” e la “men­su­ra”: la men­su­ra riguar­de­reb­be la quan­ti­tà, come il nume­ro del­le per­so­ne o le que­stio­ni eco­no­mi­che, ma secon­do lui que­sto non ha a che vede­re con la musi­ca, con la musi­ca­li­tà o con l’armonia degli ele­men­ti. Oggi tut­to vie­ne misu­ra­to, recen­si­to, valu­ta­to: si misu­ra la par­te­ci­pa­zio­ne a una cena, l’apprezzamento per un libro, tut­to è diven­ta­to quan­ti­fi­ca­bi­le. Tut­ta­via, dice Ago­sti­no, è il “modus” che decre­ta il movi­men­to del­le cose, il modo in cui acca­do­no.

Bar­to­lo­meo Cafa­rel­la: Sof­fer­mia­mo­ci un momen­to sull’importanza del luo­go in cui si svol­ge Pro­fa­na. Ave­te scel­to di ambien­ta­re que­sta festa pres­so il Mona­ste­ro di Fon­te Avel­la­na, coin­vol­gen­do la strut­tu­ra stes­sa nell’organizzazione. Mi affa­sci­na, in par­ti­co­la­re, l’attenzione che ave­te riser­va­to alle moda­li­tà di par­te­ci­pa­zio­ne: l’invito “a indos­sa­re abi­ti sobri, a rispet­ta­re il silen­zio, i rit­mi e le moda­li­tà pro­prie del rito” – come reci­ta il libret­to del pro­gram­ma del­la festa for­ni­to ai par­te­ci­pan­ti. Oltre a que­sti aspet­ti, vor­rei che ci rac­con­tas­si qual­co­sa di più sul­la sto­ria del vostro rap­por­to con que­sto luo­go. Mi pia­ce­reb­be sape­re in che modo il mona­ste­ro ha influi­to – in sen­so posi­ti­vo o nega­ti­vo – sull’esperienza com­ples­si­va, qua­le ruo­lo abbia­no avu­to gli spa­zi fisi­ci, come il refet­to­rio anti­co e la cap­pel­la, così come gli ambien­ti ester­ni che sono sta­ti resi acces­si­bi­li per l’occasione. Inol­tre, mi pia­ce­reb­be com­pren­de­re meglio la natu­ra del­la col­la­bo­ra­zio­ne instau­ra­ta e come si sia con­cre­ta­men­te svi­lup­pa­ta nel tem­po.

Andrea De Magi­stris: La sto­ria dell’incontro col Mona­ste­ro di Fon­te Avel­la­na risa­le ormai a sei anni fa ed è avve­nu­to, innan­zi­tut­to, tra me e l’allora prio­re Gian­ni Gia­co­mel­li. In real­tà, quell’incontro par­ti­va da altre esi­gen­ze: il prio­re Gian­ni ave­va avu­to l’intuizione di pro­por­re, all’interno del­la comu­ni­tà mona­sti­ca – com­po­sta allo­ra da otto mona­ci – un per­cor­so spe­ci­fi­ca­men­te dedi­ca­to a loro, con­dot­to da una per­so­na ester­na, cioè io. Si trat­ta­va di avvia­re una sor­ta di pic­co­la rifor­ma, una rifor­ma del lin­guag­gio. Uso volu­ta­men­te la paro­la “rifor­ma”, tan­to cara a San Bene­det­to, per­ché l’ordine bene­det­ti­no è for­se quel­lo che, nel­la sto­ria, ha cono­sciu­to più rifor­me e rico­sti­tu­zio­ni. 

Il rap­por­to con il mona­ste­ro è nato dun­que dall’esigenza del prio­re di avvia­re una rifor­ma: secon­do Gian­ni, i mona­ci ave­va­no – come la Chie­sa in gene­ra­le – un pro­ble­ma di comu­ni­ca­zio­ne. Oggi, quan­do si par­la di Chie­sa, spes­so si pen­sa al bigot­ti­smo o al mora­li­smo del­la “vec­chi­na che va a mes­sa”, se anco­ra qual­cu­no ci va. E sicu­ra­men­te c’è anche que­sto, ma – pro­prio restan­do nel­la logi­ca degli oppo­sti – Gian­ni cer­ca­va di por­ta­re, come acca­de anche altro­ve, un rin­no­va­men­to. Ci sono anco­ra movi­men­ti, anche all’interno del cri­stia­ne­si­mo più anti­co, che sen­to­no il biso­gno di rin­no­var­si. San Bene­det­to stes­so dice­va che i luo­ghi come la biblio­te­ca o la chie­sa sono pub­bli­ci, dovreb­be­ro esse­re fre­quen­ta­ti e vis­su­ti dal­la gen­te; inve­ce, spes­so sono diven­ta­ti spa­zi chiu­si. Negli ambien­ti orto­dos­si, per esem­pio, ci sono posti in cui chi non appar­tie­ne alla comu­ni­tà non è ben accet­to: sul Mon­te Athos c’è addi­rit­tu­ra una ban­die­ra che reci­ta “o orto­dos­sia o mor­te”. E gli “ere­ti­ci” come noi ven­go­no allon­ta­na­ti. 

Tor­nan­do alla doman­da, il rap­por­to con il mona­ste­ro nasce con Gian­ni e con que­sta idea di rifor­ma del lin­guag­gio. Ho vis­su­to una set­ti­ma­na insie­me ai mona­ci, con­di­vi­den­do la loro pre­ghie­ra, seguen­do i tem­pi del mona­ste­ro – che alter­na­no momen­ti di comu­ni­tà e di soli­tu­di­ne – e ho impa­ra­to ad apprez­za­re il luo­go, lo spa­zio, le per­so­ne, i momen­ti di con­di­vi­sio­ne e di pre­ghie­ra. Ho por­ta­to anche ciò che mi è più fami­lia­re, il tea­tro, che per me (per noi) è uno stru­men­to di cono­scen­za, non il fine ulti­mo. Così come altre pra­ti­che, il tea­tro può esse­re un mez­zo per pic­co­li risve­gli inte­rio­ri, se pra­ti­ca­to con costan­za e atten­zio­ne: due qua­li­tà che oggi sem­bra­no rare.

Da qui è nata un’intesa, un’amicizia, un dia­lo­go pri­ma uma­no, poi anche affet­ti­vo con i mona­ci, come direb­be Noven­ta. Que­sto ha aper­to nuo­ve pos­si­bi­li­tà: semi­na­ri, per­cor­si che oggi fan­no par­te del­le atti­vi­tà cul­tu­ra­li e di acco­glien­za del mona­ste­ro – non solo le nostre, che si ten­go­no due vol­te l’anno, d’estate e a Capo­dan­no, d’inverno. Sono espe­rien­ze orga­niz­za­te insie­me ai mona­ci, in cui la spi­ri­tua­li­tà mona­sti­ca s’intreccia con le atti­vi­tà, e vice­ver­sa, sem­pre rispet­tan­do le iden­ti­tà di cia­scu­no.

Ci ten­go a sot­to­li­nea­re che non si trat­ta di atti­vi­tà riser­va­te solo a chi appar­tie­ne a una con­fes­sio­ne reli­gio­sa: sono pre­sen­ti anche per­so­ne di altre fedi, di altre voca­zio­ni, lai­ci. Non è un pro­get­to chiu­so, ma aper­to al dia­lo­go cul­tu­ra­le, come peral­tro pre­ve­de­va la Rego­la di San Bene­det­to, che invi­ta­va ad aprir­si e non a chiu­der­si. Il mona­ste­ro non dovreb­be esse­re un luo­go chiu­so, ma uno spa­zio aper­to ad atti­vi­tà di sen­so, come que­sta e altre. Per­so­nal­men­te, se potes­si, lo chiu­de­rei però al turi­smo di mas­sa, al turi­smo reli­gio­so inte­so come con­su­mo, così come si par­la del­la “pia­ga” del­le sagre o dei festi­val: anche il turi­smo reli­gio­so rischia di ridur­re tut­to a una sagra. Ma que­sta è un’altra que­stio­ne.

Bar­to­lo­meo Cafa­rel­la: E a un cer­to pun­to sie­te arri­va­ti a con­ce­pi­re Pro­fa­na.

Andrea De Magi­stris: Sì, l’idea era pro­prio quel­la di aprir­ci un po’ di più. Se fino a quel momen­to ave­va­mo orga­niz­za­to solo semi­na­ri, vole­va­mo coin­vol­ge­re altri rela­to­ri e altre voci, per amplia­re lo spet­tro del­le pro­spet­ti­ve. Que­sto ci inte­res­sa­va anche per non legar­ci trop­po a dei “siste­mi” fis­si: infat­ti, quan­do si crea un siste­ma, si rischia di cade­re nel­la dog­ma­tiz­za­zio­ne e nell’istituzionalizzazione. I nostri semi­na­ri, che uni­va­no tea­tro e spi­ri­tua­li­tà, ci ave­va­no abi­tua­ti a que­sto rischio. Inve­ce, l’idea del­la festa ha per­mes­so di aprir­ci a nuo­ve cono­scen­ze, nuo­vi incon­tri, nuo­ve pra­ti­che e moda­li­tà di rap­pre­sen­ta­zio­ne, oltre che a nuo­vi pen­sie­ri. L’invito a per­so­ne più vici­ne al mon­do del pen­sie­ro nasce­va pro­prio da que­sta esi­gen­za. Pri­ma mi chie­de­vi del pen­sie­ro: il pen­sie­ro, oltre a esse­re la “luce” di ogni cosa, ci pia­ce­va anche come occa­sio­ne di incon­tro teo­ri­co. Tro­vo che oggi sia fon­da­men­ta­le, in un’epoca in cui spes­so si agi­sce sen­za riflet­te­re su ciò che si sta facen­do. 

Pen­sa­re è un altro movi­men­to fisi­co, anche il pen­sie­ro, come le paro­le, ha una sua fisi­ci­tà.

Quan­do sta­va­mo orga­niz­zan­do il pro­gram­ma di Pro­fa­na, sapen­do che sareb­be sta­ta in un mona­ste­ro, ci è sem­bra­to natu­ra­le pro­por­re una scan­sio­ne del tem­po qua­li­ta­ti­va. Anche se que­sta tra­di­zio­ne si sta per­den­do per­si­no nei mona­ste­ri, resta un’eco lon­ta­na di que­sto model­lo di sud­di­vi­sio­ne del tem­po, che è anche una for­ma di medi­ta­zio­ne, lega­ta ad aspet­ti spi­ri­tua­li: i mona­ci, infat­ti, pre­ga­no o medi­ta­no la mat­ti­na e la sera, nei momen­ti del­le lodi e dei vespri. È inte­res­san­te nota­re che la paro­la “pre­ghie­ra” è col­le­ga­ta a “pre­ca­rie­tà”, infat­ti que­sti momen­ti medi­ta­ti­vi, che riguar­da­no l’alba e il tra­mon­to, sono quel­li in cui l’atmosfera ci ren­de più sen­si­bi­li e ricet­ti­vi. Non si trat­ta di medi­ta­re gene­ri­ca­men­te al mat­ti­no o alla sera, ma di rista­bi­li­re un col­le­ga­men­to con que­sti momen­ti par­ti­co­la­ri.

Per­ciò sia­mo par­ti­ti pro­prio dall’idea del tem­po: come i mona­ci han­no tre momen­ti – le lodi, la media e i vespri – anche a noi pia­ce­va il nume­ro tre, per­ché rap­pre­sen­ta ele­va­zio­ne ed esten­sio­ne. Così abbia­mo pen­sa­to a tre momen­ti per la festa: le pra­ti­che, i dia­lo­ghi e le per­for­man­ce. Il nostro obiet­ti­vo è sta­to met­te­re in con­nes­sio­ne que­sti tre momen­ti, e con­ti­nue­re­mo a pro­var­ci nel­le pros­si­me edi­zio­ni, cer­can­do di col­le­ga­re filo­so­fi, for­ma­to­ri e arti­sti. Quan­do ci riu­scia­mo, si crea una vera comu­nio­ne; per que­sto abbia­mo scel­to la for­mu­la resi­den­zia­le, invi­tan­do rela­to­ri, for­ma­to­ri e arti­sti a par­te­ci­pa­re insie­me alla festa, sen­za fug­gi­re subi­to via. In que­sto modo, chi lavo­ra­va il pri­mo gior­no ha avu­to l’opportunità, a pran­zo o a cena, di dia­lo­ga­re con altri for­ma­to­ri, arti­sti, rela­to­ri e par­te­ci­pan­ti. Pro­fa­na è desti­na­ta a una comu­ni­tà ristret­ta, fat­ta di per­so­ne che cele­bra­no con noi l’idea di festa.

Bar­to­lo­meo Cafa­rel­la: Mi pia­ce­reb­be sape­re di più sull’impostazione gene­ra­le del pro­gram­ma, par­ten­do non tan­to dal­le per­so­ne coin­vol­te, quan­to piut­to­sto dai luo­ghi che ave­te sele­zio­na­to. In par­ti­co­la­re, mi inte­res­sa com­pren­de­re come si è svi­lup­pa­to il pro­ces­so di scel­ta e di “pro­fa­na­zio­ne” degli spa­zi: come ave­te indi­vi­dua­to gli ambien­ti da uti­liz­za­re, spe­cial­men­te quel­li di natu­ra più sacra rispet­to a quel­li per voi già noti come lo scrip­to­rium o la sala Bel­len­ghi – per una descri­zio­ne accu­ra­ta degli spa­zi e degli even­ti di Pro­fa­na vi invi­tia­mo alla con­sul­ta­zio­ne di que­sto arti­co­lo –, e qua­li cri­te­ri han­no gui­da­to la fase di pre­pa­ra­zio­ne e l’immaginazione di un loro nuo­vo uti­liz­zo?

 Mar­ta Vita­li­ni: Innan­zi­tut­to è sta­to un per­cor­so col­let­ti­vo che abbia­mo affron­ta­to insie­me ad Andrea De Magi­stris e Dona­to Lofo­re­se: l’idea si è svi­lup­pa­ta lun­go tut­to lo scor­so anno. Dal­la nasci­ta del pro­get­to ci sia­mo inter­ro­ga­ti su come cala­re que­sta idea all’interno di uno spa­zio sacro. In effet­ti, ogni luo­go è sta­to come se chia­mas­se gli arti­sti, come se sug­ge­ris­se la pro­po­sta che poi è sta­ta effet­ti­va­men­te pre­sen­ta­ta pro­prio in quel luo­go. Alcu­ni spa­zi li cono­sce­va­mo già, per­ché li fre­quen­tia­mo abi­tual­men­te, però una cosa è uti­liz­zar­li noi, che abbia­mo fami­lia­ri­tà con quei luo­ghi e un rap­por­to diret­to con i mona­ci; un’altra è met­ter­li a dispo­si­zio­ne di altre per­so­ne. Di fat­to, ci tro­va­va­mo den­tro una casa pri­va­ta e que­sto ci ha richie­sto anco­ra mag­gio­re atten­zio­ne rispet­to a quan­do ci sia­mo solo noi, per­ché ad entra­re era­no altri. Per esem­pio, anche riguar­do ai tec­ni­ci, pro­prio per rispet­to del luo­go abbia­mo scel­to una moda­li­tà tec­ni­ca mol­to poco inva­si­va: non avreb­be avu­to sen­so mon­ta­re un pal­co e orga­niz­za­re un con­cer­to da due­mi­la per­so­ne in un mona­ste­ro. Così abbia­mo opta­to per solu­zio­ni in cui la pre­sen­za degli impian­ti tec­ni­ci e dei tec­ni­ci stes­si fos­se il più pos­si­bi­le discre­ta e invi­si­bi­le. Il diret­to­re tec­ni­co, ad esem­pio, è sta­to accom­pa­gna­to a cono­sce­re ogni mona­co, ad affron­ta­re anche le ruvi­di­tà e le dif­fi­col­tà che si pos­so­no incon­tra­re. Sì, era­va­mo dav­ve­ro ospi­ti nel­la casa di altri.

Inol­tre, ogni luo­go ha ispi­ra­to la pro­po­sta arti­sti­ca, che si è svi­lup­pa­ta in rela­zio­ne all’idea di come abi­ta­re que­gli spa­zi e coin­vol­ge­re le per­so­ne, que­sta comu­ni­tà tem­po­ra­nea che vive il luo­go all’interno del­la strut­tu­ra che abbia­mo imma­gi­na­to. Lo stes­so vale per gli arti­sti: è sta­to lo spa­zio stes­so ad orien­ta­re il tipo di lavo­ro, come ad esem­pio per il Refet­to­rio anti­co, che è mol­to impor­tan­te per i mona­ci e vie­ne uti­liz­za­to solo per le cele­bra­zio­ni, tan­to che spes­so nem­me­no gli ospi­ti lo visi­ta­no. Ave­va­mo que­sta pos­si­bi­li­tà straor­di­na­ria e lì, dove ave­va­mo già con­dot­to alcu­ne pra­ti­che, lo spa­zio invi­ta­va a una rela­zio­ne fisi­ca, a uno spet­ta­co­lo più lega­to alla dan­za e al movi­men­to. 

Da qui sono nati i con­tat­ti e tut­to si è svi­lup­pa­to mol­to natu­ral­men­te, a casca­ta, attra­ver­so le nostre rela­zio­ni. Abbia­mo costrui­to il festi­val con poco, par­ten­do dal­la nostra rete di cono­scen­ze. 

Ed è sta­to pro­prio gra­zie a que­sta rete che sia­mo entra­ti in con­tat­to per esem­pio con Clau­dia Castel­luc­ci. All’inizio pen­sa­vo di chie­der­le uno dei suoi lavo­ri: “L’infinito car­na­le”, che però era trop­po impe­gna­ti­vo – ave­va debut­ta­to al Meta­sta­sio la sta­gio­ne pre­ce­den­te e sareb­be sta­to impos­si­bi­le por­tar­lo lì. Così, ini­zial­men­te ave­vo chie­sto uno spet­ta­co­lo sem­pli­ce, con cin­que dan­za­to­ri, sen­za luci, pro­prio per adat­tar­si al Refet­to­rio anti­co sen­za tra­sfor­mar­lo, per­ché lo spa­zio stes­so era già una sce­no­gra­fia per­fet­ta. La rispo­sta di Clau­dia è sta­ta entu­sia­sta: lei è mol­to vici­na all’ambiente spi­ri­tua­le camal­do­le­se, per­ciò ha accet­ta­to subi­to e ha pro­po­sto di ria­dat­ta­re com­ple­ta­men­te “L’infinito car­na­le” per quel con­te­sto. Dopo mol­te con­ver­sa­zio­ni tele­fo­ni­che e onli­ne, sono arri­va­ti due gior­ni pri­ma dell’evento e han­no adat­ta­to il lavo­ro allo spa­zio, nel Refet­to­rio anti­co. 

Tu c’eri, l’hai visto: si è spo­sa­to per­fet­ta­men­te con il luo­go, anche se all’inizio c’erano richie­ste par­ti­co­la­ri. Per­si­no la luce, che era natu­ra­le, ha sor­pre­so la com­pa­gnia per come ha modi­fi­ca­to la per­ce­zio­ne del­lo spet­ta­co­lo. Un mona­co mi ha rac­con­ta­to che si è sen­ti­to come tra­spor­ta­to altro­ve.

Come dice­vi tu, la sala Bel­len­ghi è uno spa­zio già uti­liz­za­to per con­cer­ti e pra­ti­che, più “ibri­do”, già in qual­che modo pro­fa­no. Il Refet­to­rio anti­co, inve­ce, è sta­ta una del­le più gran­di “pro­fa­na­zio­ni”: lì, una com­pa­gnia di cin­que per­so­ne ha lavo­ra­to accan­to ai mona­ci che ci man­gia­no ogni gior­no, quin­di il con­fi­ne tra arti­sta e mona­co era dav­ve­ro sot­ti­le. Abbia­mo dovu­to rispet­ta­re mol­te rego­le e ora­ri per le pro­ve, ma alla fine sia­mo riu­sci­ti a inca­stra­re ogni tas­sel­lo e a crea­re qual­co­sa di uni­co, anche per Clau­dia, che si è det­ta mol­to con­ten­ta e sor­pre­sa dall’esperienza, diver­sa da ciò che ave­va imma­gi­na­to in pre­ce­den­za. Il ria­dat­ta­men­to si è veri­fi­ca­to dav­ve­ro solo una vol­ta vis­su­to quel luo­go e, oltre alla cara­tu­ra del per­so­nag­gio, era­va­mo nel cuo­re del mona­ste­ro: die­tro c’è pro­prio il luo­go dove i mona­ci fan­no cola­zio­ne, pran­zo e cena, la loro casa vera e pro­pria.

È inte­res­san­te nota­re come il lavo­ro por­ta­to dal­la com­pa­gnia abbia crea­to un incon­tro tra il pro­fa­no, lega­to al cor­po e alla dan­za, e una for­ma di sacra­li­tà, per­ché il testo di “L’infinito car­na­le” è una riscrit­tu­ra di Clau­dia Castel­luc­ci basa­ta su car­teg­gi di ere­mi­ti cri­stia­ni. Qual­cu­no ha defi­ni­to que­sto testo il suo “testa­men­to ulti­mo”: par­la di car­na­li­tà, di mor­te, toc­ca mol­te cor­de emo­ti­ve. In tut­to il festi­val abbia­mo cer­ca­to di favo­ri­re un dia­lo­go tra pen­sie­ro sen­si­bi­le (che nasce dal cor­po, dal­la dan­za) e pen­sie­ro razio­na­le (il logos, la paro­la), crean­do attra­ver­so pra­ti­che, dia­lo­ghi, visio­ni per­for­ma­ti­ve e musi­ca­li degli spa­zi per dare atten­zio­ne pro­prio al pen­sie­ro sen­si­bi­le, col­ti­va­to tra­mi­te il tea­tro.

Mi sof­fer­mo su que­sto aspet­to per­ché nel­lo spet­ta­co­lo cita­to è emer­so con for­za come il pia­no dei cor­pi e quel­lo del dia­lo­go tra per­so­nag­gi a vol­te si uni­sca­no, con il logos con­nes­so alla car­na­li­tà e all’azione cor­po­rea, altre vol­te inve­ce sia­no sepa­ra­ti, crean­do una pic­co­la frat­tu­ra, una rot­tu­ra.

Un’altra “pro­fa­na­zio­ne” impor­tan­te è avve­nu­ta fin dall’inizio, con Danie­le Roc­ca­to e Ludo­vi­ca Man­zo all’inizio del­la festa, il pri­mo gior­no, nel­la chie­sa. Anche que­sta è sta­ta una scel­ta corag­gio­sa: attra­ver­sa­re la chie­sa con l’arte non è sem­pli­ce, soprat­tut­to per­ché poco pri­ma c’era sta­ta una fun­zio­ne reli­gio­sa. Abbia­mo riflet­tu­to a lun­go su dove far esi­bi­re gli arti­sti, visto che la chie­sa ha due pia­ni. Alla fine, insie­me a loro e al refe­ren­te tec­ni­co, abbia­mo deci­so di posi­zio­nar­li al pia­no supe­rio­re, pro­prio sot­to la cro­ce, crean­do un’immagine for­te, qua­si pro­vo­ca­to­ria. Ma il pun­to non è la pre­sun­ta bla­sfe­mia dell’immagine: Roc­ca­to e Man­zo han­no pre­sen­ta­to un’improvvisazione di musi­ca con­tem­po­ra­nea che mi pia­ce­va mol­to come aper­tu­ra del­la festa. Ave­va­mo la pos­si­bi­li­tà di far suo­na­re Roc­ca­to da solo – lui è un con­trab­bas­si­sta di fama mon­dia­le –, ma inve­ce abbia­mo scel­to di pro­por­re il duo con Ludo­vi­ca Man­zo e di ini­zia­re con un’improvvisazione, che rap­pre­sen­ta­va per­fet­ta­men­te lo spi­ri­to di “Pro­fa­na”.

Il festi­val ave­va una strut­tu­ra ora­ria che si adat­ta­va anche ai rit­mi del mona­ste­ro: c’era un pro­gram­ma, ma quel­lo che acca­de­va era frut­to dell’incontro e dell’imprevisto. Spes­so le cose più inte­res­san­ti sono nate da una chiac­chie­ra­ta davan­ti al pano­ra­ma, da una pas­seg­gia­ta nel bosco, dal­le rifles­sio­ni con­di­vi­se o da incon­tri improv­vi­si. Nel pro­por­re il con­cer­to di aper­tu­ra, vole­vo offri­re que­sta pos­si­bi­li­tà: mol­te per­so­ne non han­no nem­me­no capi­to che si trat­tas­se di un’improvvisazione, soprat­tut­to chi pro­ve­ni­va da mon­di meno lega­ti all’arte. Ricor­do che alcu­ni signo­ri venu­ti per il mona­ste­ro ne han­no par­la­to a cena, e non ave­va­no capi­to, e que­sta è anche la bel­lez­za dell’improvvisazione. Atten­zio­ne, però: improv­vi­sa­re non signi­fi­ca agi­re sen­za cri­te­rio, ma far incon­tra­re due for­ze crea­ti­ve, cia­scu­na con le pro­prie cel­lu­le com­po­si­ti­ve, che si mesco­la­no. Ci è sem­bra­to un otti­mo modo per ini­zia­re il dia­lo­go, per­ché ogni spet­ta­co­lo ha por­ta­to con sé pro­prio un’apertura ver­so lo spet­ta­to­re.

 Bar­to­lo­meo Cafa­rel­la: Per­so­nal­men­te mi è sem­bra­to come se le tap­pe del pro­gram­ma fos­se­ro lega­te l’una all’altra come par­ti del­lo stes­so per­cor­so. In par­ti­co­la­re, il pri­mo labo­ra­to­rio mi è sem­bra­to qua­si un momen­to di risve­glio. Di risve­glio del cor­po e del pro­prio rit­mo inte­rio­re, del respi­ro. Per poi gra­dual­men­te, con il pas­sa­re dei gior­ni, arri­va­re a inclu­de­re anche la voce, come un’estensione del cor­po. Ti chie­do se e quan­to que­sto per­cor­so sia sta­to costrui­to sul­la base di una scel­ta con­sa­pe­vo­le oppu­re si sia com­po­sto natu­ral­men­te, seguen­do il flus­so degli even­ti e degli incon­tri. 

Mar­ta Vita­li­ni: Sì, guar­da, è sem­pre inte­res­san­te. Pri­ma mi chie­de­vi come ho pen­sa­to tut­to que­sto. In real­tà, quan­do ci si tro­va all’interno di pro­ces­si col­let­ti­vi vir­tuo­si, tut­to si modi­fi­ca costan­te­men­te in una tra­sfor­ma­zio­ne con­ti­nua che por­ta, ovvia­men­te, a del­le evo­lu­zio­ni. Die­tro dev’esserci un pen­sie­ro con­di­vi­so che vie­ne con­ti­nua­men­te rin­no­va­to, e que­sto richie­de dav­ve­ro tan­to tem­po. Mi vie­ne in men­te che mol­te deci­sio­ni sono cam­bia­te pro­prio gra­zie all’impegno che io e Andrea abbia­mo mes­so nell’incontrare tut­te le per­so­ne coin­vol­te: abbia­mo fat­to tan­tis­si­me call con gli arti­sti che vole­va­mo coin­vol­ge­re. Non è che tut­ti par­te­ci­pas­se­ro in modo atti­vo all’organizzazione, però ci sia­mo pre­si tem­pi lun­ghi, anche con fati­ca, per ascol­ta­re, par­la­re, rac­con­ta­re e con­fron­tar­ci, ad esem­pio, con Ludo­vi­ca Man­zo, Danie­le Roc­ca­to, Fran­ce­sca Sira­cu­sa.

L’idea gene­ra­le che ave­va­mo pen­sa­to, e che per me era impor­tan­te nel­la strut­tu­ra labo­ra­to­ria­le, era quel­la di segui­re un filo che dal lavo­ro sul cor­po arri­vas­se all’espansione del­la pre­sen­za, cioè la voce, per poi nel tea­tro uni­re entram­bi gli ele­men­ti. È sta­to mol­to bel­lo vede­re come, in que­sto pro­ces­so, le cose si sia­no tra­sfor­ma­te. Ad esem­pio, all’inizio ave­vo pen­sa­to che il pri­mo labo­ra­to­rio doves­se esse­re il nostro, sem­pli­ce­men­te per­ché cono­scia­mo bene quel­la dimen­sio­ne e lavo­ra­re con ses­san­ta per­so­ne, soprat­tut­to quan­do pro­ven­go­no sia dall’ambiente del mona­ste­ro che dai nostri mon­di, è mol­to com­pli­ca­to. Per moti­vi pra­ti­ci, ave­va­mo deci­so così, ma non mi con­vin­ce­va com­ple­ta­men­te quest’ordine. Poi, con­fron­tan­do­ci con Fran­ce­sca Sira­cu­sa, ci sia­mo det­ti: cam­bia­mo. È sta­ta lei stes­sa a pro­por­lo, anche se per lei era una sfi­da, ma ha sen­ti­to che avreb­be avu­to più coe­ren­za. Così il per­cor­so labo­ra­to­ria­le è diven­ta­to mol­to più orga­ni­co e coe­ren­te, come un filo che si tra­sfor­ma.

Io e Fran­ce­sca con­di­vi­dia­mo una gran­de pas­sio­ne: la nostra inse­gnan­te di yoga, Fran­ce­sca Pro­ia, che pro­vie­ne dal­la dan­za e dal mon­do roma­gno­lo e svi­lup­pa lavo­ri bel­lis­si­mi sul movi­men­to che nasce da un risve­glio. Pri­ma hai cen­tra­to il pun­to: si par­te dal respi­ro, da un sof­fio pri­ma­rio, e da un movi­men­to spon­ta­neo, sen­za inten­zio­na­li­tà, che nasce dal cor­po e por­ta a risco­prir­lo. Sono quei movi­men­ti invo­lon­ta­ri che appar­ten­go­no all’infanzia pre­na­ta­le, quan­do sia­mo pic­co­lis­si­mi e che poi dimen­ti­chia­mo, ma il nostro cor­po li sa anco­ra fare. Per ritro­var­li, però, biso­gna esse­re rilas­sa­ti, par­ti­re da un vuo­to, svuo­tar­si. Mi pia­ce­va l’idea che que­sto lavo­ro sul cor­po non fos­se lo stu­dio di una coreo­gra­fia, un lavo­ro in avan­ti, ma che par­tis­se da una pre­sen­za di base: il respi­ro, il vuo­to, il gesto ori­gi­na­rio.

Il secon­do gior­no c’è sta­to il labo­ra­to­rio di Ludo­vi­ca Man­zo, dedi­ca­to al can­to cora­le. In due ore e mez­za è riu­sci­ta a for­ni­re una pri­ma base tec­ni­ca sul­la voce, anche col­le­gan­do­la all’immaginazione. L’intento era quel­lo di esplo­ra­re la voce in un con­te­sto di poli­fo­nia, per­ché fin dall’inizio l’idea di que­sta comu­ni­tà tem­po­ra­nea era che si stes­se insie­me tre gior­ni, con­di­vi­den­do pasti e per­not­ta­men­ti, e che il can­to cora­le, il can­to poli­fo­ni­co, fos­se la meta­fo­ra per­fet­ta di que­sta con­vi­ven­za. Come nell’improvvisazione, anche nel­la poli­fo­nia diver­si suo­ni con­vi­vo­no all’interno di una strut­tu­ra: non è un caos, ma un ordi­ne in cui i suo­ni diven­ta­no armo­nia. Per me era fon­da­men­ta­le riu­sci­re a inse­ri­re que­sta dimen­sio­ne nel per­cor­so.

Lo stes­so gior­no, poi, si è svol­ta que­sta spe­ri­men­ta­zio­ne di cui ti par­le­rò meglio in segui­to, per­ché coin­vol­ge anche i can­to­ri e il col­le­ga­men­to con i labo­ra­to­ri. Ogni labo­ra­to­rio era infat­ti col­le­ga­to a una par­te per­for­ma­ti­va, alle “visio­ni” del festi­val.

Infi­ne, il ter­zo gior­no abbia­mo pro­po­sto una spe­ri­men­ta­zio­ne con Agne­se Ban­ti, sound desi­gner con cui col­la­bo­ro da anni. L’idea era pro­prio quel­la di uni­re que­sti due ele­men­ti: par­ti­re da una spe­ri­men­ta­zio­ne voca­le lega­ta al can­to armo­ni­co, che si fon­da anco­ra una vol­ta sul respi­ro, sul sof­fio, sull’armonia spon­ta­nea del­le voca­li per poi tra­sfor­mar­la in una ricer­ca più ampia sul­la voce. Da lì ci si è spo­sta­ti nel­lo spa­zio, uti­liz­zan­do stru­men­ti pro­pri del tea­tro e fon­den­do que­sti due ele­men­ti. Ovvia­men­te, era ambi­zio­so pen­sa­re, in soli tre gior­ni, di rag­giun­ge­re una pre­sen­za che tenes­se insie­me cor­po, voce, spa­zio, rela­zio­ne con gli altri. Ma que­ste era­no tut­te pro­ve, spe­ri­men­ta­zio­ni. Nes­sun labo­ra­to­rio ave­va come obiet­ti­vo una resti­tu­zio­ne for­ma­le.

Bar­to­lo­meo Cafa­rel­la: Appro­fon­dia­mo un aspet­to che mi sem­bra cen­tra­le e qua­si orga­ni­co nel per­cor­so che hai descrit­to: come ave­te con­ce­pi­to e svi­lup­pa­to l’idea di comu­ni­tà tem­po­ra­nea, non limi­tan­do­la sol­tan­to ai par­te­ci­pan­ti, ma esten­den­do­la anche a figu­re come l’artista, il musi­ci­sta, il faci­li­ta­to­re, il pen­sa­to­re, il tec­ni­co e altri, che non si sono sem­pli­ce­men­te limi­ta­ti a inter­ve­ni­re per una bre­ve paren­te­si, ma han­no pre­so par­te in modo atti­vo e con­ti­nua­ti­vo alla vita e all’esperienza del­la comu­ni­tà stes­sa. Potre­sti rac­con­ta­re come si è strut­tu­ra­to que­sto coin­vol­gi­men­to e qua­li rifles­sio­ni lo han­no gui­da­to?

Mar­ta Vita­li­ni: Que­sta scel­ta nasce pro­prio dall’idea ini­zia­le di distin­gue­re la nostra “festa” da un festi­val tra­di­zio­na­le. Per que­sto pre­fe­ria­mo chia­mar­la festa.

Da arti­sta, pos­so dire che tut­to è par­ti­to anche da una man­can­za: nei festi­val a cui ho par­te­ci­pa­to non ho mai tro­va­to una vera atten­zio­ne nel crea­re uno spa­zio di pre­sen­za, dove l’artista pos­sa fer­mar­si, dia­lo­ga­re con le per­so­ne, con­fron­tar­si con altri arti­sti e con gli orga­niz­za­to­ri. È una cosa dav­ve­ro rara.

Quin­di, par­ten­do da que­sta assen­za, abbia­mo pen­sa­to che fos­se una pos­si­bi­li­tà in più coin­vol­ge­re tut­te le per­so­ne par­te­ci­pan­ti; anche se per moti­vi di tem­po alcu­ni sono rima­sti poco, la mag­gior par­te è riu­sci­ta a par­te­ci­pa­re pie­na­men­te.

Una cosa che con­si­de­ro mol­to posi­ti­va, e che ave­va­mo in men­te fin dall’inizio, è sta­ta vede­re come il dia­lo­go fra Ema­nue­le Dat­ti­lo e Gian­ni Gia­co­mel­li sia cam­bia­to. Cer­to, Ema­nue­le ave­va già pre­pa­ra­to il suo inter­ven­to, cura­to anche da Andrea e da me duran­te l’anno, ma par­te­ci­pan­do al labo­ra­to­rio di Fran­ce­sca il gior­no pri­ma ha modi­fi­ca­to qual­co­sa del suo discor­so: ha avu­to la pos­si­bi­li­tà di riflet­te­re ulte­rior­men­te, gra­zie alle pra­ti­che fisi­che di risve­glio e movi­men­to che ave­va appe­na spe­ri­men­ta­to. Que­sto lo con­si­de­ro mol­to vir­tuo­so. Lo stes­so vale per i can­to­ri sar­di, che han­no pre­so par­te al labo­ra­to­rio di Ludo­vi­ca Man­zo e han­no segui­to alcu­ne con­fe­ren­ze, pur pro­ve­nen­do da un ambien­te cul­tu­ra­le com­ple­ta­men­te diver­so.

Que­sta com­mi­stio­ne era un obiet­ti­vo che ci era­va­mo posti: crea­re inter­fe­ren­ze che gene­ras­se­ro qual­co­sa di nuo­vo e vir­tuo­so, anche nei dia­lo­ghi. Non vole­va­mo pro­por­re lezio­ni fron­ta­li, le clas­si­che “lezio­ni magi­stra­li”, e infat­ti abbia­mo scel­to di non invi­ta­re alcu­ne per­so­ne che ave­va­mo imma­gi­na­to per­ché trop­po acca­de­mi­che; vole­va­mo spe­ri­men­ta­re una mag­gio­re ela­sti­ci­tà con per­so­ne più vici­ne a que­sto spi­ri­to. Insom­ma, ci sono sta­ti tan­ti ten­ta­ti­vi, ma la base era pro­prio que­sta: for­ma­re una comu­ni­tà tem­po­ra­nea che coin­vol­ges­se tut­ti, non solo gli spet­ta­to­ri. Era impor­tan­te che ci fos­se­ro il gior­na­li­sta che vive­va l’evento dall’interno, la signo­ra del pae­se, il filo­so­fo. Ho rice­vu­to mol­ti rac­con­ti di que­ste inte­res­san­ti inter­fe­ren­ze tra per­so­ne diver­se, e que­sto era uno degli obiet­ti­vi prin­ci­pa­li.

Vole­vo anche aggiun­ge­re che tut­to è sta­to mol­to orga­ni­co, soprat­tut­to nel modo in cui le pra­ti­che dei labo­ra­to­ri si sono col­le­ga­te alle per­for­man­ce. C’erano dei pun­ti fis­si come il can­to cora­le, la dan­za, lo spet­ta­co­lo di dan­za, incur­sio­ni musi­ca­li e improv­vi­sa­zio­ni, che alla fine si sono uni­te crean­do un filo ros­so sem­pre più evi­den­te. Ad esem­pio, il pri­mo gior­no Fran­ce­sca Sira­cu­sa, che è anche dan­za­tri­ce di Clau­dia Castel­luc­ci, ci ha mes­so in rela­zio­ne con Clau­dia e por­ta nel cor­po una qua­li­tà mol­to vici­na al lavo­ro del­la Socie­tas. Vole­va­mo che i par­te­ci­pan­ti spe­ri­men­tas­se­ro sul cor­po, per poi vede­re nel pome­rig­gio una per­so­na­le visio­ne arti­sti­ca del­la Socie­tas. La stes­sa cosa vale per la mat­ti­na dedi­ca­ta al can­to con Ludo­vi­ca: sia­mo riu­sci­ti a can­ta­re a quat­tro voci, nel­la stes­sa dimen­sio­ne del can­to a con­cor­du.

Il can­to a con­cor­du è una mia gran­de pas­sio­ne da anni, gra­zie ai miei stu­di di etno­mu­si­co­lo­gia e alla fre­quen­ta­zio­ne del­la Sar­de­gna. È un can­to che, come dico­no i sar­di, “scuo­te le visce­re”: la poli­fo­nia che si crea vibra pro­fon­da­men­te negli ascol­ta­to­ri. L’episodio che mi ha col­pi­to di più è sta­to veder­lo can­ta­re in piaz­za, tra per­so­ne che improv­vi­sa­men­te si sono uni­te per can­ta­re a pochi pas­si da me. Ho sen­ti­to quel­la vibra­zio­ne in modo quan­ti­sti­co, tan­gi­bi­le. Mi sono sem­pre det­ta che dove­vo fare qual­co­sa per coin­vol­ge­re que­sti can­to­ri.

Più lavo­ra­va­mo sul­la dimen­sio­ne pro­fa­na del can­to, più l’idea di can­ta­re insie­me, “a con­cor­du”, diven­ta­va impor­tan­te: signi­fi­ca esse­re in accor­do, avvi­ci­nar­si, pren­de­re una for­ma cir­co­la­re e can­ta­re. È un can­to nato come paga­no e poi assor­bi­to dal­la tra­di­zio­ne cri­stia­na, per­fet­to per que­sto con­te­sto, per­ché rac­chiu­de in sé il sacro e il pro­fa­no. Infat­ti, con la stes­sa tim­bri­ca si can­ta­no sia il Mise­re­re sia le can­zo­ni d’amore per i gio­va­ni. C’è que­sta mesco­lan­za di sacro e pro­fa­no che mi affa­sci­na.

All’inizio sem­bra­va impos­si­bi­le far arri­va­re i can­to­ri dal­la Sar­de­gna alle Mar­che, per­ché il col­le­ga­men­to tra Cen­tro Ita­lia e Sar­de­gna è com­pli­ca­to. Però abbia­mo tro­va­to per­so­ne incre­di­bi­li che ci han­no aiu­ta­to in tut­ti i modi, in par­ti­co­la­re Lui­gi Oli­va, un musi­co­lo­go sar­do che ci ha mes­so in con­tat­to con i vari grup­pi. In Sar­de­gna ogni pae­se can­ta a con­cor­du a modo suo; quin­di, abbia­mo valu­ta­to qua­le grup­po fos­se più adat­to a que­sto con­te­sto par­ti­co­la­re, in cui si vive due-tre gior­ni in un mona­ste­ro. Per moti­vi logi­sti­ci, i can­to­ri non sono riu­sci­ti a resta­re per tut­ti i gior­ni, ma han­no fat­to un vero “viag­gio del­la spe­ran­za” pur di esser­ci. Han­no accol­to subi­to la nostra idea e han­no stu­dia­to un per­cor­so vario che attra­ver­sas­se il sacro per arri­va­re al pro­fa­no: dal­la crip­ta (dove anche io ho can­ta­to) alla chie­sa, poi fuo­ri all’aperto, sot­to l’arco, per fare i can­ti paga­ni. Han­no accol­to tut­to con entu­sia­smo, pro­get­tan­do insie­me a noi le tap­pe.

Que­sta gior­na­ta mi è sem­bra­ta mol­to coe­ren­te con il per­cor­so del­la mat­ti­na, e la chiu­su­ra con loro è sta­ta signi­fi­ca­ti­va. Mi ha col­pi­to mol­to come il pub­bli­co fos­se pro­fon­da­men­te emo­zio­na­to: mol­te per­so­ne pian­ge­va­no, non tan­to per il signi­fi­ca­to dei testi sacri, quan­to per la for­za vibra­to­ria del can­to poli­fo­ni­co, che arri­va a toc­ca­re cor­de pro­fon­de, anche fisi­che. Non è una que­stio­ne misti­ca o meta­fi­si­ca, ma qual­co­sa di tan­gi­bi­le: le vibra­zio­ni sono­re arri­va­no drit­te allo sto­ma­co, agli orga­ni. Ho nota­to anche la rispo­sta entu­sia­sta dei gio­va­ni, che non vole­va­no smet­te­re di par­la­re con i can­to­ri. Fino alle tre di not­te han­no con­ti­nua­to a can­ta­re in giro, crean­do un’atmosfera che non avrei mai imma­gi­na­to. Era qual­co­sa che ave­vo desi­de­ra­to e vis­su­to io stes­sa, ma vede­re che acca­de­va dav­ve­ro è sta­to sor­pren­den­te.

Bar­to­lo­meo Cafa­rel­la: Ter­mi­nia­mo con una doman­da dif­fi­ci­le.

Nel cor­so dei tre gior­ni sono sta­ti cita­ti nume­ro­si pen­sa­to­ri, sia duran­te i momen­ti di dia­lo­go che impli­ci­ta­men­te o espli­ci­ta­men­te all’interno del­le pra­ti­che. Se dove­ste indi­ca­re una per­so­na­li­tà da con­si­de­ra­re come vero e pro­prio san­to pro­tet­to­re di Pro­fa­na, chi indi­che­re­ste?

Andrea De Magi­stris: Se doves­si indi­vi­dua­re una figu­ra di rife­ri­men­to, una sor­ta di patro­na idea­le per que­sto festi­val, cre­do che Simo­ne Weil sia quel­la che meglio incar­na que­sto ruo­lo. La sua pre­sen­za, anche solo sim­bo­li­ca, è sta­ta una costan­te nei nostri pen­sie­ri duran­te que­sti gior­ni, sia nei dia­lo­ghi sia nel­le pra­ti­che, maga­ri anche solo in modo impli­ci­to. Per­so­nal­men­te, ho spes­so tro­va­to in lei un pun­to d’appoggio, soprat­tut­to nei momen­ti di scon­for­to: tor­na­re alle sue paro­le mi ha aiu­ta­to a dare sen­so a cer­te ten­sio­ni e atte­se che vivia­mo, sia come indi­vi­dui che come col­let­ti­vi­tà.

Il pri­mo script di “Pro­fa­na” nasce­va pro­prio dall’attesa, un tema che ho tro­va­to espres­so in modo pro­fon­dis­si­mo in un arti­co­lo su Simo­ne Weil che les­si anni fa su “Luo­ghi dell’infinito”. Quel­la rifles­sio­ne mi è rima­sta impres­sa e, da allo­ra, ho con­ti­nua­to a leg­ge­re e rileg­ge­re Weil, tro­van­do nel­le sue ope­re come “L’ombra e la gra­zia” uno sguar­do poe­ti­co e insie­me con­cre­to sul­la vita, sull’amore, sul­la fede.

In par­ti­co­la­re, Weil para­go­na l’attesa di Dio all’attesa amo­ro­sa, come quel­la che vive chi aspet­ta l’amato, sot­to­li­nean­do quan­to, oggi, la nostra rela­zio­ne con l’attesa sia cam­bia­ta. In pas­sa­to si pote­va resta­re nell’attesa, nell’incertezza, men­tre ora sem­bra che tut­to deb­ba ave­re una rispo­sta imme­dia­ta, una con­fer­ma. Weil, inve­ce, esal­ta la con­di­zio­ne dell’amante che aspet­ta sen­za garan­zia di ricom­pen­sa, che ama “a vuo­to”, col­ti­van­do una ten­sio­ne ver­so l’altro sen­za cer­tez­za di rispo­sta. Que­sto modo di vive­re l’attesa, come tem­po e ten­sio­ne ver­so qual­co­sa che for­se non arri­ve­rà mai, è sta­to uno degli sti­mo­li più for­ti anche per il nostro lavo­ro qui.

Per tut­ti que­sti moti­vi, pur non poten­do “eleg­ge­re” una vera san­ta patro­na, cre­do che Simo­ne Weil, con la sua scrit­tu­ra, il suo pen­sie­ro e la sua fede, rap­pre­sen­ti per­fet­ta­men­te lo spi­ri­to di ciò che abbia­mo cer­ca­to di costrui­re in que­sti gior­ni. È una figu­ra che rac­chiu­de mol­te del­le dimen­sio­ni che ci stan­no a cuo­re: la ricer­ca spi­ri­tua­le, la pro­fon­di­tà poe­ti­ca, la for­za del pen­sie­ro cri­ti­co. Altri rife­ri­men­ti ce ne sareb­be­ro tan­ti, ma Simo­ne Weil rima­ne per me il pun­to cen­tra­le, quel­lo che più ci riguar­da e ci ispi­ra.

Coper­ti­na di Nic­co­lò Del Piz­zo

Foto­gra­fie iper­te­stua­li a cura di di Ila­ria Di Bia­gio e Loren­zo Mona­cel­li

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