Melancholia, film di Lars von Trier, è un esempio plastico della condizione dell’individuo nella “società delle reti”: un soggetto frammentato, disperso nel flusso mediale, che cerca di ricomporsi in un’unità stabile. Il film non appartiene al genere apocalittico tout court, perché la distruzione non riguarda solo un luogo fisico ma nasconde la disgregazione dell’Io all’interno di un ambiente mediale pervasivo. Questo modo di esercitare la creatività si inscrive nel quadro teorico delineato da Manuel Castells e Marshall McLuhan. A partire dalle loro teorie e attraverso l’analisi mediologica, intendo mostrare come Melancholia sia un’esperienza – per il regista e per il pubblico – fondata sulla frammentazione personale e esperenziale in cui il collasso cosmico diventa la traduzione simbolica di una disgregazione percettiva e identitaria.
Media, flussi e frame: McLuhan e Castells
“Il medium è il messaggio”. Questa è la formula con cui il sociologo canadese Marshall McLuhan irrompe nel Novecento con una delle intuizioni più discusse e attuali della riflessione sui media. Il medium – non il contenuto – ridefinisce le nostre abitudini percettive e le strutture del pensiero, perché le innovazioni tecnologiche riorganizzano l’ambiente in cui viviamo. Tra le prime, la televisione ha introdotto il flusso continuo d’intrattenimento che il cellulare ha poi reso costante, portatile e personale. Dal tubo catodico alla mano, i contenuti vengono subordinati all’esperienza di una connessione permanente, con un’attenzione scomposta e confini sempre più sfumati tra pubblico e privato. In questo senso “il medium è il messaggio”. I media – in quanto ambiente invisibile e pervasivo – plasmano la nostra percezione del tempo, dello spazio e degli altri.
Per McLuhan, il flusso mediale costituisce un “villaggio globale” in cui vige un continuo circolo di comunicazione prodotto dai media “elettrici”:
“Tutti i media ci investono interamente. Sono talmente penetranti nelle loro conseguenze personali, politiche, economiche, estetiche, psicologiche, morali, etiche e sociali da non lasciare alcuna parte di noi intatta, vergine, immutata. […] Ogni interpretazione della trasformazione sociale e culturale è impossibile senza una conoscenza del modo in cui i media funzionano da ambienti” (McLuhan [1964] 2023, 26).
In questa prospettiva, ogni atto comunicativo implica una ristrutturazione e risemantizzazione dell’esperienza. Questa impostazione teorica va a supporto delle analisi dei processi sociali di Manuel Castells – economista e sociologo spagnolo – che descrive il passaggio storico dalla società agricola a quella industriale, fino alla società informazionale – in cui la materia prima da trasformare diventa l’informazione stessa – caratterizzata da processi produttivi a forma reticolare – la cosiddetta società delle reti. Nell’età dell’informazione emerge una tensione crescente tra spazio fisico e spazio dei flussi:
“Lo spazio dei flussi stabilisce un collegamento elettronico tra luoghi fisicamente separati, creando un network interattivo di relazioni tra attività e individui a prescindere dallo specifico contesto di riferimento. Lo spazio fisico, invece, organizza le esperienze nei limiti della collocazione geografica” (Castells 2004, 49).
Nella società reticolare è la dimensione spaziale a strutturare quella temporale, invertendo la logica della società industriale regolata dalla presunta linearità del progresso. Il tempo diventa “senza tempo”, segnato da un’“incessante corsa contro le lancette dell’orologio” (Castells 2004, 69).
Alla luce di queste prospettive teoriche, fare un’analisi mediologica di un’opera – letteraria, cinematografica, teatrale – serve a afferrare le coordinate del contesto ambientale e strutturale che rendono possibile la produzione delle stesse. Per costruire un’analisi mediale si devono indagare le strutture simboliche e socio-culturali che l’opera intercetta, rielabora o problematizza nel contesto storico in cui nasce, e analizzare le strategie metaforiche e le scelte attraverso cui l’autore o l’autrice organizza il discorso per orientare la costruzione di senso e la ricezione da parte del destinatario. Intercettare questi aspetti è possibile perché un’opera è sempre immersa in un ecosistema mediale che determina condizioni di possibilità, modalità di circolazione e significazione.
Nel contesto dei media elettrici, un concetto chiave è quello di frame: una porzione, un frammento ritagliato da un insieme più ampio. Ma di quale insieme parlo? Dell’Io, dell’identità che si incornicia in un’immagine o in un opera. L’Io – sociale e privato – è una superficie esposta, continuamente riflessa e rifratta. Come uno specchio che s’infrange, si moltiplica. Ogni scheggia trattiene una parte di noi, un’angolatura diversa. Allo stesso modo, l’esperienza individuale – dell’artista e di ciascun soggetto – si disgrega nell’ambiente mediale, disseminandosi nel flusso di immagini, parole e suoni. Ogni frammento diventa visibile perché è isolato, e acquisisce senso solo se in relazione ad altri. L’identità, allora, diventa un mosaico dinamico, ricomposto incessantemente. Lasciamo pezzi di noi stessi sparsi in tutto quello che ci circonda e nelle metafore a cui scegliamo di aderire. Con l’avvento dei media elettrici, il tempo perde la sua linearità a favore di segmenti simultanei, interrotti e sincronizzati. Se il tempo si spezza, anche l’identità si disarticola. Intercettiamo sempre delle porzioni: uno sguardo, una frase, un gesto. Così, come il tempo, anche il senso diventa qualcosa da ricomporre seppur in modo provvisorio. Se l’identità si frammenta, lo faranno anche la percezione del reale, i sensi e le emozioni. Le opere risentono di questo conflitto: in esse chi crea tenta di ricostruirsi, di esorcizzare la frattura con il proprio tempo e con se stesso oppure di renderla visibile.
Melancholia: identità in frantumi
Per spiegare quanto sostenuto nella teoria, è possibile prendere a modello Melancholia, un film interamente basato sui simboli personali del regista Lars von Trier che rielabora e riconfigura il genere cinematografico apocalittico-catastrofico.
Melancholia è stato presentato al Festival del cinema di Cannes nel 2011, facendo vincere il premio per la miglior interpretazione femminile a Kirsten Dunst nel ruolo di Justine, co-protagonista insieme a Charlotte Gainsbourg che interpreta Claire. Il film è considerato dalla critica il secondo, in linea temporale, della trilogia della depressione del regista, insieme alle pellicole Antichrist (2009) e Nymphomaniac (2013).
Per fare un’analisi mediologica del film, è necessario riprodurre l’esperienza della frammentazione sia dal punto di vista del regista sia da quello del pubblico. È un percorso progressivo. Dapprima mi metterò nei panni del pubblico che si avvicina al film senza conoscerlo e successivamente entrerò sempre più nel dettaglio al fine di ricostruire la rete di significati che ne emerge.
In una prima fase, lo spettatore dispone soltanto di frammenti isolati: partendo dal titolo, il termine ‘melancholia’ ricorda, in modo velato, la parola malinconia – melancholy in inglese. Questo attiva una sfera semantica più intima dell’esistenza. Un primo – debole – segnale che lo spettatore intercetta e che crea delle aspettative emotive.
Guardando il trailer, s’inizia a capire che Melancholia sia un’entità: un pianeta molto grande che si sta avvicinando pericolosamente alla Terra e da cui la protagonista Justine sembra fortemente affascinata. Con questi elementi di previsione apocalittici per la Terra e con dei personaggi che sembrano avere legami tra loro, lo spettatore e la spettatrice possiedono degli elementi non ancora organizzati in un sistema coerente.
Ora, dal punto di vista strutturale e mediale, il film è costruito come un libro, composto da un prologo e da due capitoli scanditi da un ritmo lento e sospeso. Lars von Trier nel prologo utilizza il flash forward andando ad anticipare la conclusione della storia attraverso la messa in scena di personaggi e simboli essenziali nella vicenda. Vediamo Melancholia che si avvicina sempre di più alla Terra fino a inghiottirla, un dipinto che prende fuoco, un cavallo nero che stramazza, un folto bosco e la distesa del campo da golf vista da una finestra all’interno della casa. In quest’ambientazione, dipinta con estrema precisione e realismo, nessuna parola, nessun movimento registico audace, ma gesti lenti, dilatati, mentre irrompe la melodia di Tristan und Isolde (1857–1859) di Richard Wagner. Il tempo è immobile. I nostri sensi vengono storditi mentre la vista si bea di una fotografia impeccabile e di movenze in slow motion agite in un ambiente che soffoca i personaggi. Chi guarda cerca di capire associando vista e udito, provando a elaborare una sintesi che generi un rapporto logico per quest’anticipazione.
Per iniziare a metabolizzare il significato delle immagini, sono indicative due scene proposte dal regista: la prima è l’immagine del quadro Hunters in the snow (1565) – Cacciatori nella neve – di Pieter Bruegel il Vecchio che inizia pian piano a incenerirsi con l’avvicinarsi del pianeta, suggerendo così una distruzione imminente che non potrà essere fermata, nonostante a difendere il territorio ci siano i cacciatori. La seconda scena raffigura Justine in abito da sposa che giace sul pelo dell’acqua circondata da piante acquatiche di colore verde intenso, che, in contrasto con la sua carnagione lattea, le fanno da cornice; in quel momento il riferimento è Ophelia di John Everett Millais (1851–1852) che il pittore ritrae nel momento della morte, con il corpo adagiato nell’acqua circondata da vegetazione e fiori.
Tuttavia, un’immagine nuova lascia dei dubbi: le dita di Justine emettono dei fulmini, sono elettriche come i pali della corrente dietro di lei. Forse un legame tra lei, la natura e la tragedia che sembra incombere imminente?
Quindi, in questa primissima parte del film, il flusso mediale cinematografico genera un effetto corale e sinestetico.
Trascorsi i primi minuti, si apre il capitolo Justine diviso a sua volta in due parti: una prima in cui si racconta il suo matrimonio apparentemente felice, e una seconda in cui lei, togliendosi il velo da sposa, solleva la patina di finzione rivelando la propria sofferenza psicologica, le paure, la famiglia disfunzionale, l’odio verso il lavoro e il suo capo, l’impossibilità di riuscire a essere felice e amare il neo marito. Sul piano del sensorio si avverte l’intorpidimento del corpo, del sentire in modo epidermico della protagonista evidente durante la scena dell’immersione nella vasca da bagno. Di rimando, la vista comincia a essere sollecitata grazie al cannocchiale che permette a Justine – e a noi spettatori – di ‘mettersi in contatto’ con Melancholia per la prima volta da vicino. Inoltre, bisogna riflettere sul movimento della macchina da presa e sulla prospettiva usata dal regista perché fornisce allo spettatore un’altra chiave d’accesso all’opera. Nel film c’è una doppia prospettiva, una esterna e una interna: il regista mostra il punto di vista esterno e complessivo delle scene attraverso un’immagine stabilizzata. Tuttavia, in alcuni momenti s’immerge nella storia con una prospettiva interna, come se stesse spiando e rincorrendo i personaggi, destabilizzando il movimento della macchina da presa e di conseguenza l’immagine stessa. Sembra che Lars von Trier utilizzi la soggettiva con sfumature emotive: l’immagine destabilizzata corrisponde a uno stato d’animo alterato, nel panico. Lo spettatore è accompagnato nello scambio tra i due punti di vista affinché si attivi il processo d’immersione nel medium cinematografico.
Nel secondo capitolo è Claire il focus: accudisce la sorella Justine in uno stato di profonda depressione e al contempo ha bisogno di essere rassicurata dal marito perché teme che il pianeta distruggerà la Terra. L’avvicinamento del pianeta innesca una coincidenza: mentre l’ansia di Claire cresce, Justine inizia a essere più calma – un elemento rilevante ai fini della comprensione generale della fabula.
Queste due sorelle sono i poli del conflitto, l’una opposta all’altra: Justine si lascia trasportare dal suo stato depressivo; Claire, che si prende cura di lei, la odia silenziosamente per essere così sicura che il mondo finirà, e odia lo stato in cui versa perché la condiziona inevitabilmente. Questo conflitto resta privato e non si estende a Melancholia o alla natura che si staglia minacciosa sulle loro vite, anzi, Claire ne è terrorizzata perché sa di non poterla contrastare, mentre Justine prova un’attrazione magnetica per quel pianeta.
Ci sono tre scene, in momenti diversi del secondo capitolo, che consentono di comprendere che il fulcro della storia non sia davvero un pianeta minaccioso. Procedendo in ordine cronologico vediamo: Justine avvolta nelle coperte al buio, lei nuda sorretta da Claire che le fa immergere la mano nella vasca da bagno per provare a risvegliare i suoi sensi, infine Justine sdraiata sull’erba scura, nuda e bianchissima contornata dall’oscurità, illuminata dalla luce brillante di Melancholia a cui rivolge lo sguardo rilassato, quasi stregato. In queste tre scene si svela l’intera simbologia del film: Melancholia è il luogo che accoglie – metaforicamente – Justine, è il suo stato d’animo perché la malinconia è uno dei sentimenti associati – e spesso erroneamente sovrapposto – alla depressione. Per questo lei è nuda di fronte al pianeta, quella luce è epifania per chi guarda e comfort zone per Justine. Per lo stesso motivo ora è chiara anche l’immagine iniziale in cui le mani di Justine emettono fulmini, è il loro legame.
Ora anche il titolo assume il significato di malinconia in senso letterale. Melancolia – melancholy – è un termine derivante dal greco μελαγχολία, letteralmente ‘bile nera’, che i greci hanno reso con il senso figurato di ‘umor nero, tristezza’. Nel nostro vocabolario abbiamo la parola malinconia, che descrive uno stato d’animo affine alla tristezza e che conduce a un temporaneo affievolimento d’interessi per la realtà immediata e futura; qualora questa condizione si manifestasse in modo tanto prolungato e pervasivo da compromettere funzioni quali sonno, alimentazione e movimento, diventerebbe una malattia. Una metafora affine a questa tematica, ma nascosta, è la presenza di cavalli neri. La depressione è descritta anche attraverso immagini simboliche, in particolare è associata all’immagine del ‘cane nero’: questa denominazione iniziò a difforndersi con Samuel Johnson – letterato, saggista, critico, lessicografo inglese –, ripresa da Winston Churchill, illustrata da Matthew Johnstone e oggi usata anche dalla World Health Organisation (WHO) nella campagne di sensibilizzazione in merito. Il ‘cane nero’ segue il soggetto depresso come un’ombra persistente, un peso costante che la persona cerca di nascondere – per diverse motivazioni. In questo caso non abbiamo un cane ma un cavallo, perché la famiglia ha uno status economico elevato – e si sa che la cura di questi animali prevede costi sostenuti.
Rimanendo in questo punto di analisi, si potrebbe ipotizzare che Justine sia così calma per l’arrivo di Melancholia perché sa già cos’è, non ha paura – non a caso il nipote la chiama “zietta spezza-acciaio”. Al contrario, Claire è nel panico mentre stringe spaventata suo figlio. E lo è anche Lars von Trier che torna a usare momenti di soggettiva tremolante e affannata.
Alla fine, Melancholia mangia davvero la Terra: guardando la scena con una prospettiva esterna, la Terra viene risucchiata quasi lentamente dentro Melancholia, mentre dalla prospettiva interna, il nostro pianeta viene investito con una violenza distruttiva. Anche la depressione e la malinconia, a un occhio esterno, possono apparire come fenomeni difficili da ‘veder arrivare’, mentre per chi li vive si possono manifestare con una forza brutale.
Così, la fabula compie la sua parabola lineare e logica, in un tempo che si compie dopo una sospensione totale per tutto il film. Lo spettatore ha vissuto tutta la durata dell’opera in una temporalità scandita dall’avvicinarsi pericoloso del pianeta e dall’alternarsi del giorno e la notte. Tutta l’azione viene compressa all’interno di due ambienti: gli interni della casa e l’esterno della stessa, compreso il giardino e il bosco adiacente. Così anche il pubblico si sente schiacciato da un tempo, uno spazio e un ritmo sospeso. In questo contesto, Lars von Trier inserisce un medium elettrico come uscita da quel microcosmo soffocante: un computer sul quale Claire cerca le dichiarazioni degli scienziati su Melancholia. Unica finestra che non affaccia sul loro Eden sospeso.
Leggendo le dichiarazioni del regista è chiaro il perché dell’uso della soggettiva emotiva e destabilizzata. In conferenza stampa al Festival del cinema di Cannes, Lars von Trier ha ammesso che questo film racconta il suo percorso di depressione e che lui stesso è parte della sua opera, come se volesse che il pubblico recepisse i suoi frammenti facendosi trasportare dentro una dimensione distruttiva:
Questo è un altro nodo di Melancholia, il regista attraverso una messa in scena apocalittica rende simbolico il suo stato emotivo, lo mette a distanza e lo esorcizza al fine di conferire a Justine – e a se stesso – uno stato di atarassia totale e di accettazione del destino proprio e dell’umanità.
Sintesi mediologica: il cinema come spazio del frammento e della totalità
A questo punto si torna alle teorie di McLuhan: il cinema, in quanto medium elettrico, si fa carico di un io registico e umano che proietta frammenti di sé sulla pellicola, i quali vengono tenuti insieme e poi sintetizzati – in una scena o in generale nella durata del film – pronti a essere osservati dal pubblico. Questa capacità intrinseca del cinema gli permette di differenziarsi, ad esempio, dal libro, perché chi scrive avrebbe bisogno di molte pagine per raccontare uno scenario così complesso (McLuhan [1964] 2023, 260).
Il cinema, grazie alla cooperazione di diversi linguaggi mediali che operano per raggiungere un certo grado di complessità, consente a von Trier di esprimere il proprio stato d’animo e la propria visione, immergendo lo spettatore e la spettatrice nel racconto. Per questo al regista la soggettiva non basta, ha bisogno anche di una colonna sonora dirompente, della fotografia impeccabile e tetra, di un’ambientazione scenica grande abbastanza da saper contenere tutte le metafore, di una sceneggiatura che segua un ritmo emotivo. Così, il regista ha volutamente sparso frammenti di sé nel film, chiedendo da un lato che il pubblico lo aiuti a ricomporli, dall’altro provando a tenerli ancora nascosti nel flusso mediale.
Il cinema – e nello specifico Melancholia – racconta la metafora iniziale di uno specchio frantumato che riflette la condizione dell’individuo nella società delle reti descritta da Castells. Il regista riproduce la molteplicità di frammenti di un’identità disseminata nello spazio dei flussi ma non in un insieme coerente. Ogni scelta formale di Lars von Trier è una scheggia di questo specchio, un punto di accesso parziale dentro una configurazione temporale mobile. Questo atto creativo si inscrive nella logica della società informazionale: von Trier la mette in pratica, andando a tradurla nel dispositivo mediale. La costruzione del film avviene attraverso una semina intenzionale di segni e metafore: elementi isolati che acquistano significato nella loro interconnessione. Così come l’informazione circola scomposta in unità ricombinabili, allo stesso modo un film è un’esperienza di assemblaggio cognitivo in cui il pubblico è chiamato a raccogliere ciò che è stato deliberatamente disperso.
Melancholia ha presa sul pubblico proprio perché, sebbene s’innesti nel genere catastrofico-apocalittico, destabilizza i sensi, interrompe la continuità temporale e moltiplica le prospettive. In altri termini, si potrebbe dire che lo spettatore e la spettatrice siano portati simultaneamente nello spazio del film e nello spazio del flusso interiore registico, in cui immagini, suoni e simboli si mescolano permettendo così l’accesso alla dimensione narrativa. Il collasso cosmico, riprendendo l’esempio dello specchio, è la traduzione della ricostruzione dell’identità-specchio: tutte le parti – dell’Io, del tempo, dei sensi – convergono fino a scomparire, come la Terra. Proprio in questa dissoluzione, si genera la possibilità di una nuova configurazione identitaria.
Melancholia rappresenta la crisi – apocalisse – umana in cui i sensi si spengono e vengono risucchiati dalla malinconia e dalla depressione. Una collisione estrema. Un collasso anche interiore che annienta e proprio per questo genera la possibilità di un nuovo inizio.
Fotografia di Domenico Matera
Bibliografia
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Filmografia
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Sitografia
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Il redattore sociale, 24 settembre 2014, “Cane nero” che toglie la voglia di vivere: la depressione e i modi per guarire:
Libera, A. 12 ottobre 2018, ‘Melancholia’, Lo specchio scuro: https://specchioscuro.it/melancholia-lars-von-trier/.
Oxford Learner’s Dicionaries:
https://www.oxfordlearnersdictionaries.com/us/definition/english/melancholy_1.
World Health Organization (WHO), I had a black dog, his name was depression:
https://www.youtube.com/watch?v=XiCrniLQGYc.
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https://www.youtube.com/watch?v=2VRRx7Mtep8.
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https://www.youtube.com/watch?v=KQi6b2_JtMA.