Come risponde la musica agli eventi che modellano la storia? E d’altronde, la musica si limita a rispondere, o ha un ruolo attivo in questo modellamento? Le canzoni possono influenzare le opinioni delle persone, spingendole ad aderire o viceversa a distanziarsi dai discorsi dei loro rappresentanti politici?
Senza pretendere di dare una risposta esaustiva a queste domande, proponiamo una riflessione a partire dall’analisi di un contesto culturale specifico, quello della Russia attuale. Come vedremo, si tratta di un contesto in cui la retorica nazionalista a sostegno delle politiche guerrafondaie è pervasiva, ma in cui d’altra parte si registrano delle spinte opposte, mosse dall’impegno a contrastare detta retorica smontandone i pilastri ideologici.
L’operazione militare speciale iniziata il 24 febbraio 2022 – già dall’assegnazione di questo nome alla guerra in Ucraina si evince la torsione linguistica che la suffraga – è la continuazione di “un’altra operazione speciale condotta sulla memoria storica Russa, che rimodella aggressivamente l’auto-percezione della nazione e la sua comprensione della storia” (Kapaeva 2023, 21). La propaganda putinista ha sapientemente costruito una narrazione in cui il passato si avvinghia al presente, modellando l’attuale conflitto in una diretta prosecuzione della Seconda Guerra Mondiale – o Grande Guerra Patriottica, come è chiamata in russo. Non solo: la percezione comune che questa narrazione ha trasmesso è che l’Unione Sovietica non sia mai finita, che abbia cambiato valuta politica, ma non sostanza ideologica. Questo apparente paradosso si spiega col fatto che il fondamento ideologico dell’URSS non era tanto il comunismo, quanto il nazionalismo, l’idea della Grande Patria da onorare e difendere. In effetti, già nel 2014 Sergej Medvedev aveva osservato che “l’intera identità Russa moderna è costruita sull’ideologema della vittoria sul Nazismo”. Con questo ideologema si spiega il successo della retorica della denazificazione che legittima e traina l’operazione militare in Ucraina, e che si avvale di slogan nerboruti e minacciosi, come il “possiamo ripeterlo” che appare in forma di meme, scritta sui muri e sticker sulle automobili, e che è talora associato all’immagine di una persona stilizzata, con falce e martello al posto della testa, intenta a stuprarne un’altra con una testa-svastica. Il messaggio sottinteso allo slogan è: possiamo annichilire gli attuali nemici, come in passato abbiamo sconfitto i nazisti. La perentorietà del mantra – in nulla ridotta, anzi semmai potenziata, dalla sua allusività – contribuisce, in combinazione con l’iconografia dello stupro, a cementare un ethos muscolarmente bellicista e machista.
In Genealogia della morale, Nietzsche ([1887] 1984) chiamava ressentiment quel senso di irrimediabile offesa che determina e giustifica una spirale ininterrotta di violenza. L’attuale atmosfera politica russa sembra dominata da questo tipo di risentimento, un’offesa senza riscatto che, a distanza di ottant’anni, continua a rinfocolare le braci dell’ardore vendicativo contro il nemico esterno. Il fatto che quest’ultimo abbia cambiato volto è un dettaglio accessorio: più che la natura, conta la figura del nemico. Questo sentimento, che trova la sua massima espressione nel Giorno della Vittoria sul nazismo, è la tappa più recente di un percorso storico marcato e riflesso dai discorsi ufficiali. Nei turbolenti anni Novanta dominati dal disorientamento, dalle deprivazioni materiali post-dissoluzione dell’URSS e dal disordine sociale, questi discorsi attestavano una condizione di afasia (Ušakin 2009), ovvero di assenza di riferimenti stabili nel presente, che portava ad attingere esclusivamente alle forme simboliche del passato. Con quest’assenza si spiega il persistente impiego, negli anni Novanta e Zero, di immagini e linguaggi radicati nella cultura sovietica, confluito in una produzione pop – musicale, cinematografica e letteraria – largamente incentrata sulla rievocazione del periodo appena trascorso e del suo linguaggio. Attenzione: afasia non equivale a nostalgia. L’afasico ancoraggio al vecchio non è dettato dalla volontà di tornare indietro, quanto dall’incapacità di guardare avanti. Per usare un’immagine cara a Karl Marx e a Mark Fisher (2014), passando per Derrida (1994), lo spettro del comunismo – e della sua declinazione politica, il socialismo reale – ha infestato il mondo post-sovietico, continuando a plasmarne l’immaginario culturale. In effetti, la malinconia di ieri ha lastricato la strada alla fastosità di oggi: la retorica della vittoria sul nazifascismo (eretta, come abbiamo detto, a simbolo patriottico tout-court) si è innestata sullo sfondo afasico, trasformando la sofferenza patita in grandeur oltraggiata, ovvero nell’humus che nutre la retorica del ressentiment. Il passaggio è stato morbido ma decisivo: nel 2015 lo scrittore nazionalista Aleksandr Prokhanov, partecipando al settantesimo anniversario del Giorno della Vittoria, si rallegrava che il senso di sconfitta e di impotenza dei primi anni Novanta fosse stato finalmente superato. Non è difficile indovinare, nel discorso nazionalista emblematizzato dalla celebrazione del 9 maggio, una manovra che ribalta di segno questo sentire, convertendo la sconfitta in vittoria, l’impotenza in forza. Al netto della sua deprecabilità, la sagacia di questa manovra è indiscussa, considerando il prodigioso equilibrismo ideologico con cui la grandiosità sovietica è commemorata da uno Stato sorretto su un’economia capitalista e su una legittimazione quasi darwinista delle aspre diseguaglianze sociali.
Assieme all’appropriazione simbolica della vittoria contro il nazifascismo, la costruzione putinista del consenso si nutre dell’appropriazione di riferimenti letterari estrapolati dal contesto della loro composizione. Si cooptano grandi scrittori quali Puškin, Tolstoj, Dostoevskij, Brodskij – che, come ricorda Anna Narinskaja, non possono ribellarsi in quanto morti – per rinsaldare l’idea della Grande Russia, il cui progetto è messo a repentaglio da chi non vi aderisce in toto. Un esempio palese di quest’appropriazione è la rimodulazione dell’immagine del grande poeta ottocentesco Puškin: già tre anni prima dello scoppio della guerra in Ucraina, in occasione dell’anniversario della sua nascita, la testata pro-Cremlino Izvestia (Известия) ne dipinse un ritratto distorto in chiave patriottica e militarista. Queste distorsioni forzano l’interpretazione faziosa di una letteratura così immensa che ridurla ad altoparlante del potere è un’amputazione di significato, una forma di culturicidio.
In reazione a questo clima culturale si struttura quello che Surin (2024) definisce il de-ressentiment della poetica antiputinista, ovvero un ribaltamento del ressentiment a fini demistificatori. Il de-ressentiment si esplica rovesciando i riferimenti della propaganda, spesso mediante la loro iperbolizzazione: così, il Giorno della Vittoria diventa un Giorno della Sconfitta; si invita a lasciar riposare i combattenti caduti – senza con ciò dimenticarli – anziché continuare a farne un simbolo di gloria patriottica; nella cornice discorsiva della guerra continua, alla narrazione della vittoria permanente si sostituisce quella del dolore permanente.
In questa cornice, che spazio occupa la musica? Impossibile definirlo, specialmente nella miopia a cui condanna la sincronia di fenomeno e osservazione. Di certo, però, è uno spazio centrale, coabitato dalla poesia, che della musica è parente strettissima.
È importante ricordare che in epoca sovietica la musica si configurò non solo come un campo privilegiato dello scontro tra propaganda e dissidenza, ma anche come forza in grado di influenzare e orientare politicamente il pubblico. Il rock e la canzone d’autore in URSS parteciparono alla formazione di ambienti controculturali alternativi rispetto alle strutture ufficiali del regime, avvalorando la tesi di Attali (1978) secondo cui la musica può contribuire a produrre e ridefinire i rapporti sociali e politici. La cultura del samizdat (самиздат, autopubblicazione) ha prodotto sin dall’epoca stalinista pratiche controculturali di diffusione musicale: il magnitizdat (магнитиздат) e il roentgenizdat (рентгениздат), ovvero la riproduzione e circolazione illegale di dischi e cassette proibiti, spesso tramite incisione su lastre radiografiche trafugate dagli ospedali e metamorfizzate in plastinki na kostjach (пластинки на костях), ovvero dischi sulle ossa. Nonché la loro declinazione performativa, il fenomeno dei kvartirniki (квартирники), dei concerti clandestini, spesso ad alto tasso alcolico, organizzati negli appartamenti comuni e a cui si accedeva tramite passaparola.
Se da un lato il livello di pressione politica oggi è tale che la musica è generalmente depoliticizzata, si registrano tuttavia alcune esperienze significative sul fronte della musica anti-Cremlino, mentre le voci musicali filo-statali sono relativamente poche e in genere meno apprezzate. In un’intervista del 2023, l’autorevole scrittore e critico musicale Artemy Troickij (residente in Estonia da agente straniero) ha definito il rock ufficiale, insieme al cosiddetto Z‑pop (dove Z è la lettera che identifica l’operazione militare in Ucraina), “di seconda classe” e ha riferito di un panorama musicale scisso in due compartimenti stagni: la pessima musica prodotta in Russia – tutta filo-statale, salvo alcune apprezzabili eccezioni nei circoli più underground, al riparo dallo scanner istituzionale – e la vivace musica prodotta fuori dalla Russia.
In effetti, tutti gli artisti di una certa rilevanza nel panorama nazionale sono dovuti emigrare per poter continuare a comporre e diffondere musica non allineata alla retorica di Stato. Un’eccezione è rappresentata dal leader della storica band rock DDT, Jurij Ševčuk, il quale, pur essendo stato accusato di gettare discredito sull’esercito russo per l’aver contestato la retorica patriottica durante un concerto a Ufa, arrivando a dire che “la patria non è il culo del presidente da leccare e baciare”, non ha subito gravi ripercussioni personali: evidentemente l’amore del pubblico lo ha dotato di una relativa intoccabilità – che ricorda per certi aspetti quella di alcuni artisti sovietici, silenziati e tuttavia troppo popolari per essere espulsi, quali Vladimir Vysockij, Bulat Okudžava e Aleksandr Galič, la cui musica non ufficiale circolava, sin dall’inizio della loro attività sotto il regime stalinista, tramite il già citato magnitizdat. Il successo di Ševčuk, lungi dall’essere minato, sembra essere stato semmai accresciuto dalla sua esposizione pubblica, percepita come segno di onestà intellettuale anche dal pubblico che non ne condivide la marca ideologica. Anche gli ascoltatori che supportano la politica statale, infatti, riconoscono negli artisti anti-Cremlino un’autenticità che invece non vedono negli Z‑artisti: forse il minore successo di questi ultimi si può spiegare proprio con il loro essere sospettati di strumentalizzare l’ideologia patriottica per interesse personale.
In questo panorama, la strategia governativa in ambito musicale sembra essere orientata principalmente alla repressione del dissenso – tanto più minaccioso quanto più è popolare chi lo professa. Questa strategia è emblematizzata dal discorso del 16 Marzo 2022 in cui Putin ha esortato apertamente a distinguere tra veri patrioti e traditori, e a sputare via questi ultimi come un insetto finito accidentalmente in bocca – una purificazione della società che il presidente ha definito naturale e necessaria.
D’altronde, all’epurazione delle voci dissidenti si accompagna il supporto ufficiale agli artisti allineati. In questo doppio movimento si può rintracciare un parallelismo con le politiche culturali Brežneviane. Infatti, negli anni Sessanta il regime propulse un’omogeneizzazione del tessuto musicale tramite la coniazione dell’etichetta formale di VIA (Ensemble Vocali-Strumentali) per identificare i gruppi autorizzati a pubblicare ed esibirsi – gruppi la cui inoffensività testuale e stilistica si traduceva in inesorabile banalità. Così oggi i censori e i produttori musicali russi “sono attivamente coinvolti nel coltivare una scena musicale che riecheggia la propaganda di stato, appoggiando sentimenti pro-stato e pro-guerra” (Ganskaya 2024), e tuttavia fallendo nel reperire voci abbastanza originali da catturare il cuore delle masse di ascoltatori.
Un tentativo membruto, ancorché affannoso, di sopperire alla carenza di inni patriottici nella musica contemporanea è stato la creazione nel 2023, da parte del producer Oleg Gazmanov, del concorso Rodniki (Родники) – sorgenti, parola dalla cui radice rod (род) deriva anche rodina (родина), patria – , sul cui sito figurano i titoli Gospod’ segodnya dumaet po-russki! (Господь сегодня думает по-русски! – Il Signore oggi pensa in russo!), Krim s Rossiei v serdce navsegda” (Крым с Россией в сердце навсегда – La Crimea con la Russia per sempre nel cuore), NATO, ne nado (NATO, не надо – NATO, non servi). Nonostante il dubbio valore artistico di queste canzoni, l’iniziativa si è espansa, portando persino alla creazione di una versione junior del concorso, Rodniki.Deti (Родники.Дети).
Tra le voci pop in sintonia con il discorso statale, spicca quella di Shaman, all’anagrafe Jaroslav Dronov. La sua importanza nel panorama musicale ufficiale è illustrata dal fatto che lo showman Alexandr Gudkov è stato processato per incitamento all’odio e umiliazione della dignità umana – un crimine punibile con la detenzione fino a cinque anni – per la sua parodia del videoclip della canzone di Shaman Ja russkij (Я русский). Questo brano trasuda un nazionalismo fondato sull’orgoglio dell’appartenenza territoriale e sulla retorica persecutoria, come attestano i versi: “Sono russo / Ho il sangue di mio padre/ Sono russo e fortunato / Sono russo, a dispetto di tutto il mondo” (Я русский, моя кровь от отца / Я русский, и мне повезло / Я русский всему миру назло!). Sia il testo che la musica prestano facilmente il fianco alla caricatura, con la loro piattezza anodina non sanata dal maquillage scenografico del video. Ed è proprio la povertà di contenuti, più che la loro colorazione ideologica, che la parodia di Gudkov, intitolata Ja uzkij (Sono stretto — Я узкий), prende in giro. Questa parodia è così soft che l’asprezza della condanna abbattutasi sul suo autore si spiega, più che con la presunta offensività del video, con un numero di visualizzazioni – 6 milioni e mezzo – tale da far temere lo scherno collettivo del giovane cantante pop assurto ad araldo della retorica di Stato.
Si noti, per inciso, che dello stesso video di Shaman esiste anche una parodia di Ded Archimed, all’anagrafe Dmitrij Nikolaevič Purkin, dai toni decisamente più infervorati e politici: l’assenza di ripercussioni legali in questo caso si spiega con il fatto che l’artista risiedeva già all’estero al momento della pubblicazione del video.
Sullo stesso fronte di Shaman è allineato il rapper Rič, la cui canzone del 2022 Grjaznaja Rabota (грязная работа) incensa i soldati al fronte per il loro “lavoro sporco” (questa la traduzione del titolo) in difesa di una popolazione civile anestetizzata nel comfort. Nel video della canzone scorrono le immagini di giovani soldati che sparano, corrono e guidano veicoli militari, tra esplosioni e macerie. Va detto che dal testo trapela una concezione ambivalente della guerra, di cui da un lato si enfatizza la necessità, ma dall’altro si deplora la crudeltà, come evidenziato dai versi: “Salva il popolo ortodosso dai proiettili nemici di questa guerra crudele” (Спаси народ православный от вражеских пуль жестокой войны) e “Fa’ che la pace arrivi presto” (пускай же мир скорей придет). Questa apparente ambivalenza, lungi dal sollevare dubbi sulla giustizia della guerra, serve in realtà a rinforzarne la legittimazione, in base all’assunto per cui bisogna pur che qualcuno faccia il lavoro sporco. Per quanto dura e dolorosa, la guerra è necessaria: l’alternativa è soccombere al nemico, esserne fagocitati. Illustrativo del nodo discorsivo con cui Rič lega la necessità della guerra alla difesa della patria è un altro suo singolo, uscito nel 2023 e intitolato Moja Rodina (Моя Родина, la mia Patria), in cui il tratteggio di violente immagini di guerra si mescola alla rivendicazione patriottica di riferimenti materiali (come la vodka) e culturali (i grandi romanzi).
Un altro rapper filo-Cremlino è MACAN, che in Legko li byt’ molodym (È facile essere giovane?) canta: “Gloria alla Russia, lì dove sei nato sarai utile” (Слава России, где родишься — там и пригодишься). Il titolo del brano è una citazione dell’omonimo film-documentario di Juris Podnieks del 1986 sulle difficoltà sociali e psicologiche della gioventù tardo-sovietica, a sua volta citato dalla band Centr nel singolo omonimo del 2010. Il rimando della citazione è sintomatico del già illustrato ancoraggio a riferimenti sovietici epurati di sostanza politica, ridotti a guscio su cui proiettare l’iconografia nazionalista.
Quello che spicca subito osservando il fronte musicale opposto – quello che contrasta e decostruisce la retorica putinista – è la presenza di fitti e numerosi rapporti di collaborazione fra gli artisti. Un esempio è il sodalizio tra il musicista hip-hop/rock Noize MC, all’anagrafe Ivan Alexeev, e la cantante Monetočka, all’anagrafe Elizaveta Andreevna Gyrdymova, entrambi agenti stranieri emigrati a Vilnius nel 2022. Nel loro singolo a due voci Ljudi s avtomatami (Persone con i mitra), i due denunciano le narrazioni capziose con cui i vincitori dei conflitti plasmano la percezione della realtà e riscrivono la storia, cancellando le versioni in contrasto con la loro narrazione: “Le persone con i mitra non sono lì per caso / Qualcuno ha dato loro quelle armi / Per proteggermi dagli attacchi / Per prevenire il terrorismo e la criminalità / Le persone con i mitra ci salveranno / Dalle persone con i mitra, se necessario / Uccideranno tutti i cattivi con i mitra / Ne faranno un colabrodo / E se alla fine i cattivi dovessero vincere / Significherà semplicemente che non erano loro i cattivi / Ce lo spiegheranno chiaramente i buoni / Prima di portarci via la sovranità” (Людям с автоматами их кто-то дал / Чтобы защищать меня от атак / Чтобы предотвращать террор и криминал Люди с автоматами нас спасут / От людей с автоматами, если что / «Плохих» людей с автоматами всех убьют / Из них «хорошие» сделают решето / А если всё-таки «плохие» вдруг победят / Значит просто «плохими» были не те / Это нам «хорошие» доходчиво объяснят / Перед тем, как забрать суверенитет). Come si può notare, nel sarcasmo di queste strofe emerge una risemantizzazione caratteristica della poetica del de-ressentiment: si attinge al linguaggio del potere e lo si distorce per metterlo in evidenza, rivelare l’arbitrarietà dei suoi presupposti e demistificarlo. In breve, si risale alle tappe della costruzione retorica della propaganda bellicista per smontarle una a una.
Un’analoga strategia di decostruzione si rileva nei testi di un altro noto rapper, Oxxxymiron. La sua Oida – canzone uscita nel 2022 e con cui il giovane artista si è guadagnato 26 milioni di visualizzazioni, ma anche il marchio di agente straniero e la conseguente necessità di espatriare – recita: “E business as usual / Il dress code è casual / L’abbronzatura è del sud / Depilazione nella zona bikini / Pulizia nella zona occupata” (И business as usual / дресс-код — кэжуал / Загар — южный / эпиляция в зоне бикини / Чистка в зоне оккупации).
Un’ulteriore dimostrazione delle fitte collaborazioni all’interno di questa scena musicale è l’esibizione a un concerto di Oxxxymiron nel Marzo 2024 di Boris Grebenšikov, leader della storica band Akvarium, la cui carriera è stata attraversata dal filo conduttore del dissenso – prima antisovietico poi antiputinista. L’album contro la guerra pubblicato dagli Akvarium nel 2022 trasuda dolore per l’attuale quadro politico e per le ripercussioni della propaganda sul sentire del popolo. In Vorožba (Ворожба, Stregoneria), un brano apparso subito dopo l’inizio dell’invasione, Grebenšikov si rammarica per l’inaridimento del popolo russo: “nel cuore sono spuntate delle bare, c’era la nostra anima, oh com’era bella” (В сердце выросли гробы, Ох, хороша была наша душа).
La risignificazione dei riferimenti linguistici del potere a scopo decostruttivo trova probabilmente il suo acme nei testi delle Pussy Riot. Con la pionieristica espressività del loro attivismo punk – un mix di sonorità grezze, testi taglienti e performance provocatorie – le componenti della band additano gli scranni governativi e ricorrono a uno strategico rovesciamento semantico per rovesciare l’impianto ideologico del potere stesso. Nella canzone Mama, ne smotri televizor (Мама, не смотри телевизор, Mamma, non guardare la TV), uscita nel Dicembre 2022, Putin è definito “gomma per cancellare al potere” (ластик у власти) nonché accusato di nazismo (“la Z significa svastica”, “Z” — значит свастика); le autorità sono tacciate di corruzione, ipocrisia e narcosi legittimata dal potere “Il culto della vittoria come base fondante, la cocaina dei parlamentari mescolata alle ceneri dei veterani” (культ победы как основа основ, Кокаин депутатский с прахом дедов серости), e l’occidente di collusione: “l’occidente gli fornisce armi da dieci anni” (запад 10 лет поставляет ему оружие).
Un’altra serie di strategie decostruttive è messa in campo dagli Shortparis: sia nei video che nelle performance, la band mette in scena una vocalità ambigua, una corporeità provocante – che non ha mancato di attirare accuse di mascolinità oltraggiata – e un registro tra il paradossale e il derisorio volto a bersagliare l’irregimentazione politica e culturale. Prendendo di mira, tra le altre cose, la normatività dei ruoli di genere, il gruppo mostra e contribuisce a definire un continuum nelle rivendicazioni libertarie. Infatti, così come si rintraccia un terreno comune alla cultura competitiva-militarista e a quella patriarcale, così la messa in crisi di questi orientamenti coniuga antimilitarismo e antisessismo.
Nel video della loro canzone del 2021 Jablonnij Sad (Яблонный сад, Giardino di mele), pubblicato nel Marzo 2022, il frontman Nikolaj Komjagin – tragicamente scomparso il 20 febbraio 2026 – canta con un coro della Seconda Guerra Mondiale i seguenti versi: “Dorme il grande Paese / La sera sembra eterna / Sopra la cattedrale del Cremlino / Si alza il vento” (Спит большая страна / Вечным кажется вечер / Над собором Кремля / Поднимается ветер). Il contrasto tra i coristi e il solista, tra i corpi attempati dei primi e quello giovane del secondo, tra le loro voci gravi e la sua acuta, producono uno stridore che confonde i riferimenti, scompagina i punti fissi ed evidenzia l’arbitrarietà della norma patriarcale-patriottica.
Sempre degli Shortparis è la musica per l’adattamento contemporaneo dello spettacolo Beregite vaši lica (Берегите ваши лица, Mantenete le vostre facce), messo in scena al centro Gogol’ nel Giugno 2022. Quest’adattamento è vicino, per contenuti e per sorte, all’originale messo in scena al celebre Teatro alla Taganka nel 1970. Il testo della pièce, ispirato ai versi del poeta Voznesenskij, è incentrato sulla libertà espressiva. Per la versione dello spettacolo del 1970, che venne subito censurata, il già citato Vladimir Vysockij – che, oltre a essere cantautore, era attore di spicco della Taganka – scrisse la splendida Ochota na Volkov (Охота на волков, Caccia ai lupi): un inno di amore incondizionato per la libertà, in cui il lupo che sfugge al cacciatore è metafora della resistenza intellettuale. Nella versione contemporanea della pièce, che ha subito il medesimo destino di censura del suo modello, Komjagin si è prodotto in una memorabile esecuzione di Ochota na Volkov, in cui il suo falsetto modulatissimo intona un lamento al tempo stesso elegiaco e furioso sulla base strumentale di un pianoforte calpestato più che suonato. La voce cavernosa che contraddistingueva l’esecuzione originale del brano, quel timbro baritonale graffiato dall’alcol che era cifra stilistica di Vysockij, diventa un vocalizzare flautato al confine tra maschile e femminile. Il fatto che, nonostante il diverso stile, l’intensità emotiva non sia in nulla sacrificata, mostra l’efficacia delle strategie controculturali di trasformazione, appropriazione e risignificazione – in questo caso, di rimodulazione formale della fonte originale, pur nel mantenimento del vincolo di affiliazione artistica ed etica.
Gli esempi esaminati ci mostrano che, se da un lato la musica pro-Cremlino è sintonizzata sulla retorica del ressentiment contro un nemico transtemporale che è necessario sottomettere per non caderne vittima, dall’altro lato la musica anti-Cremlino decostruisce questa retorica avvalendosi di pratiche riferibili alla poetica del de-ressentiment, quali l’iperbolizzazione e il rovesciamento di segno della simbologia bellicista. In questa musica, gli ordigni militari deflagrano in scoppi distruttivi e insensati; la memoria dei veterani della Grande Guerra Patriottica è dissacrata, le loro ceneri mischiate alla cocaina sniffata dai potenti; i ragazzi che fanno il lavoro sporco per il popolo non sono più fieri martiri della patria, ma carne da macello per le bieche mire di leader senza scrupoli. Il Grande Paese, con la sua vodka e la sua grande letteratura, si rivela istupidito e fragile, addormentato nella notte eterna che incombe sul Cremlino.
Fotografia di Maria Babikova
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