8

Giugno
8 Giugno 2026

LA DISOB­BE­DIEN­ZA DEL­LA PEL­LE

0 CommentI
50 visualizzazioni
22 min

Il sapo­re del­la pera

Ricor­do la pri­ma vol­ta che toc­cai la mano di una ragaz­za. L’energia spri­gio­na­ta dal sem­pli­ce sfio­ra­men­to del­la pel­le con un’altra mi si era irra­dia­ta fino al col­lo, arram­pi­can­do­si per la schie­na. Nel mio cor­po, pro­ba­bil­men­te, miglia­ia di rea­zio­ni a cate­na incon­trol­la­bi­li comin­cia­ro­no a sus­se­guir­si in una com­ples­sa e irra­zio­na­le tem­pe­sta fisio­lo­gi­ca. Il con­tat­to è un lin­guag­gio che par­la ai cor­pi e i cor­pi non san­no men­ti­re: la dimo­stra­zio­ne è che non riu­sci­re­te mai a trat­te­ner­vi dall’arrossire, anche quan­do le cir­co­stan­ze lo richie­de­reb­be­ro. 

In una sce­na del film del 1998 City of Angels, diret­to da Brad Sil­ber­ling, l’angelo Seth – Nico­las Cage – toc­ca per la pri­ma vol­ta la mano di Mag­gie – Meg Ryan. A quel pun­to Seth chie­de: 

«Cosa sto facen­do?» 

Mag­gie rispon­de sem­pli­ce­men­te: «Mi stai toc­can­do.» 

S: «Toc­ca­re. Come lo sai?» 

M: «Per­ché lo sen­to.» 

S: «Dovre­sti fidar­ti di que­sto. Non ti fidi abba­stan­za.» 

Quel­la fra­se di Seth — ‘non ti fidi abba­stan­za’ — par­la di noi, che vivia­mo immer­si in una costan­te pro­du­zio­ne men­ta­le, fat­ta di infor­ma­zio­ni, di con­cet­ti più o meno astrat­ti, di imma­gi­ni media­te dagli scher­mi del­le tec­no­lo­gie. E così smet­tia­mo non solo di fidar­ci del nostro cor­po, ma di sen­tir­lo: lo abi­tia­mo come estra­nei, attra­ver­sa­to velo­ce­men­te, ridot­to a stru­men­to da gesti­re piut­to­sto che a luo­go in cui esi­ste­re.

Non ci fidia­mo abba­stan­za di ciò che sen­tia­mo sot­to il livel­lo del col­lo, del­le sen­sa­zio­ni che il cor­po ela­bo­ra in modo del tut­to auto­ma­ti­co, sen­za vin­co­li cul­tu­ra­li, sen­za con­fi­ni socia­li, sen­za alcu­na razio­na­li­tà. Non ci fidia­mo più del­la nostra pel­le, che per mil­len­ni è sta­to un con­fi­ne poro­so tra noi e gli altri, tra un sog­get­to e il mon­do.

Eppu­re la pel­le è l’interruttore genia­le di mol­ti dei nostri com­por­ta­men­ti, per­fi­no dell’innamoramento o dell’affettività che coin­vol­ge due o più indi­vi­dui. Potrem­mo descri­ve­re la per­ce­zio­ne che avver­tia­mo quan­do toc­chia­mo per la pri­ma vol­ta la mano di una per­so­na dal­la qua­le sia­mo attrat­ti ma l’esperienza che ne fa il cor­po supe­ra le descri­zio­ni logi­che e razio­na­li che vor­reb­be­ro descri­ver­ne le sen­sa­zio­ni. Se voles­si, ad esem­pio, descri­ve­re il sapo­re di una pera dovrei con­cen­trar­mi sul­la sua con­si­sten­za fari­no­sa e dol­ce, sul­le lie­vis­si­me note aci­de, del­la sua suc­co­si­tà uni­ca, ma nul­la potrà mai egua­glia­re l’esperienza che il cor­po fa quan­do assag­gia per la pri­ma vol­ta una pera: l’esperienza è del tut­to irra­zio­na­le eppu­re è cono­scen­za acqui­si­ta, è un codi­ce inscrit­to inde­le­bil­men­te nel mio cor­po e nel­la coscien­za. Così è il con­tat­to tra due mani, tra due pel­li che si sfio­ra­no dol­ce­men­te, tra due ener­gie flui­de che scor­ro­no e si intrec­cia­no invi­si­bil­men­te den­tro ai cor­pi di chi ne fa espe­rien­za. 

Quel­lo che il cor­po sa, del resto, non è solo intui­zio­ne poe­ti­ca o sug­ge­stio­ne per­so­na­le, ma più una neces­si­tà bio­lo­gi­ca per la soprav­vi­ven­za, dimo­stra­ta da innu­me­re­vo­li ricer­che nel cam­po del­le neu­ro­scien­ze e del­la fisio­lo­gia. 

 

All’elefantessa non ser­ve anda­re a scuo­la

Il con­tat­to è neces­si­tà bio­lo­gi­ca per la soprav­vi­ven­za e ne sono dimo­stra­zio­ne innu­me­re­vo­li ricer­che nel cam­po del­le neu­ro­scien­ze e del­la fisio­lo­gia: il toc­co sti­mo­la il rila­scio di ossi­to­ci­na che ridu­ce i livel­li di cor­ti­so­lo e crea un pon­te bio­chi­mi­co tra due indi­vi­dui che la ragio­ne, da sola, non può costrui­re (Uvnäs-Moberg 1998). È di fat­to un even­to pre-razio­na­le, pre-lin­gui­sti­co, dove non vie­ne atti­va­ta la logi­ca e dal qua­le spes­so vedia­mo nasce­re l’innamoramento, fino ad arri­va­re al lega­me affet­ti­vo dura­tu­ro tra le per­so­ne. La pel­le è il pon­te che uni­sce cor­pi diver­si che diven­ta­no rela­zio­ne, a pre­scin­de­re dai biso­gni razio­na­li o eco­no­mi­ci che le cul­tu­re si por­ta­no appres­so. Non a caso, come intui­sce Zyg­munt Bau­man, la fine del­l’af­fet­to tra­sfor­ma la rela­zio­ne in un “fred­do bilan­cio” (Bau­man 2004, 23–25). La rela­zio­ne del con­tat­to inve­ce è la fidu­cia sen­za leg­gi per defi­ni­zio­ne: a vol­te ci fidia­mo di qual­cu­no sen­za sape­re esat­ta­men­te né per­ché né cosa ci spin­ge a por­ge­re le nostre vul­ne­ra­bi­li­tà, a vol­te a con­fi­dar­ci, a vol­te a resta­re nudi con tut­ta la pel­le espo­sta al mon­do. Cre­do che la fidu­cia auten­ti­ca pos­sa nasce­re solo dal con­tat­to, men­tre la dif­fi­den­za pos­sa cre­sce­re e insi­nuar­si solo con l’interposizione di una cer­ta distan­za. Così ogni for­ma di cura, che sia auten­ti­ca, neces­si­ta del­la vici­nan­za, del­lo sfio­ra­re l’altro cor­po, del rico­no­scer­lo come par­te di sé, come fa un geni­to­re con il pro­prio bam­bi­no. E non è una pre­ro­ga­ti­va uma­na: la cura attra­ver­so il con­tat­to è scrit­ta nel­la vita stes­sa, nel­le radi­ci bio­lo­gi­che che ci acco­mu­na­no agli altri esse­ri viven­ti.  Ave­te mai visto la sce­na com­mo­ven­te di un’elefantessa che por­ge deli­ca­ta­men­te la sua pro­bo­sci­de sul cuc­cio­lo appe­na nato? Lo fa per­ché qual­cu­no glie­lo ha spie­ga­to oppu­re lo fa per­ché sa cosa si pro­va, per­ché pos­sie­de un’informazione irra­zio­na­le, ata­vi­ca, potrem­mo dire incon­scia?

Quel­la dell’elefantessa è una cono­scen­za che non si stu­dia: si pos­sie­de per­ché si è. E in fon­do è così che fun­zio­na ogni vera cono­scen­za: essa non è solo nozio­ni­sti­ca, non pas­sa sola­men­te per l’accumulo di infor­ma­zio­ni, ma per la capa­ci­tà di sen­ti­re il con­tat­to e di pren­der­ne con­sa­pe­vo­lez­za pro­fon­da. All’elefantessa non ser­ve anda­re a scuo­la. Deve sus­si­ste­re un rap­por­to tra alme­no due indi­vi­dui, che per­ce­pi­sco­no di esse­re ‘sog­get­ti uni­ci’ e che pos­sie­do­no un loro spe­ci­fi­co ‘io’, ma che al con­tem­po sco­pro­no che non pos­so­no esi­ste­re sen­za l’altro: un’unicità che si reg­ge sull’alterità.  A cosa ser­ve una sola gam­ba del tavo­lo sen­za le altre? Cre­do, for­se estre­miz­zan­do, che si pos­sa mori­re di soli­tu­di­ne. La vita, del resto, si orga­niz­za sem­pre in reci­pro­ci­tà, dagli esse­ri uni­cel­lu­la­ri come le ame­be Dic­tyo­ste­lium che for­ma­no aggre­ga­ti di mutuo aiu­to per sop­pe­ri­re alla scar­si­tà di nutrien­ti nell’ambiente, alle pian­te che con­di­vi­do­no infor­ma­zio­ni e sostan­ze con i fun­ghi micor­ri­zi­ci, fino a noi esse­ri uma­ni evo­lu­ti in pic­co­le comu­ni­tà orga­niz­za­te. E non è un caso se ci sia­mo evo­lu­ti in grup­po. Que­sto potreb­be, in un cer­to sen­so, risul­ta­re con­trad­dit­to­rio nel pen­sie­ro comu­ne, abi­tua­to a esal­ta­re le sog­get­ti­vi­tà e gli indi­vi­dua­li­smi, nell’epoca del self-made man e del­le respon­sa­bi­li­tà indi­vi­dua­li. Se ci pen­sia­mo un momen­to, nes­su­no di noi sareb­be soprav­vis­su­to sen­za il con­tat­to con i nostri geni­to­ri, sen­za le loro atten­zio­ni e le loro cure, sen­za qual­cun altro pron­to a soste­ner­ci. È un con­tat­to che comin­cia mol­to pri­ma del­la nasci­ta: per nove mesi sia­mo let­te­ral­men­te immer­si nel cor­po di un’altra per­so­na, rac­chiu­si dal­la sua pel­le, cul­la­ti e nutri­ti dal suo bat­ti­to. E quan­do venia­mo al mon­do, quel filo non si inter­rom­pe affat­to: il con­tat­to pel­le a pel­le nei pri­mi mesi di vita rego­la il respi­ro del neo­na­to, ne sta­bi­liz­za la tem­pe­ra­tu­ra, ne cal­ma il cuo­re; negli anni che seguo­no, sono le brac­cia, il pet­to, le carez­ze a costrui­re, let­te­ral­men­te,  la nostra capa­ci­tà di sen­tir­ci al sicu­ro nel mon­do. Venia­mo al mon­do già in rela­zio­ne, già pel­le che cer­ca un’altra pel­le.

 

La can­de­la nel­la cam­pa­na di vetro

Eppu­re a un cer­to pun­to, dire­te, il bam­bi­no capi­sce di esse­re un ‘io’, per­ce­pi­sce cioè la pro­pria indi­vi­dua­li­tà. Fu Lacan a sug­ge­ri­re che il bam­bi­no, nono­stan­te non abbia anco­ra il pie­no con­trol­lo dei pro­pri movi­men­ti, tra i 6 e i 18 mesi ini­zia a rico­no­scer­si come un indi­vi­duo uni­ta­rio guar­dan­do­si allo spec­chio (Lacan 1949, 88). Pri­ma anco­ra, fu Freud a par­la­re di “nar­ci­si­smo pri­ma­rio” duran­te il qua­le tut­ta l’energia è inve­sti­ta, per soprav­vi­ve­re, nel­la sod­di­sfa­zio­ne dei pro­pri desi­de­ri (Freud 1975, 435–475). Mi doman­do se sia sano e accet­ta­bi­le che que­sto nar­ci­si­smo per­du­ri oltre il perio­do dell’infanzia, oltre cioè la fase stret­ta­men­te neces­sa­ria alla soprav­vi­ven­za di un neo­na­to. In altre paro­le, mi chie­do se inve­sti­re tut­ta l’energia su se stes­si, anche da adul­ti, non sia un ordi­ne sba­glia­to, pato­lo­gi­co e inna­tu­ra­le, anche solo imma­gi­nan­do una qual­che uti­li­tà bio­lo­gi­ca del­la sal­va­guar­dia del­la nostra spe­cie. Io cre­do che sia, oltre che inna­tu­ra­le dal pun­to di vista evo­lu­zio­ni­sti­co, anche dan­no­so e for­se un po’ stu­pi­do, poi­ché è nel rap­por­to con l’altro – con lo spec­chio del­le rela­zio­ni – che pos­sia­mo rico­no­scer­ci e soprav­vi­ve­re. Come Eco e Nar­ci­so, entram­bi pri­va­ti del­la rela­zio­ne con l’altro, han­no dis­sol­to i loro cor­pi nel­la mor­te. Pro­prio come per Eco, il cor­po scom­pa­re quan­do non è visto dall’altro. Così Nar­ci­so muo­re per­ché ama un sem­pli­ce rifles­so. Non muo­re per ecces­so d’amore, ma per­ché ama un’ombra: qual­co­sa che si può vede­re ma mai toc­ca­re, un’immagine sen­za pel­le, sen­za calo­re, inca­pa­ce di rispon­de­re. 

La sua tra­ge­dia è pre­ci­sa­men­te que­sta – non l’as­sen­za di amo­re, ma l’as­sen­za di con­tat­to, di un altro cor­po rea­le che pos­sa rice­ver­lo e resti­tuir­lo. Ed è for­se que­sta la sua ere­di­tà più inquie­tan­te: anche noi oggi esi­stia­mo spes­so solo se sia­mo rifles­si, non dal­lo spec­chio vivo del­l’al­tro, non dal con­tat­to pel­le a pel­le, ma da uno scher­mo che ci riman­da sol­tan­to la nostra imma­gi­ne.  Il nar­ci­si­smo con­du­ce per­ciò all’impossibilità di rela­zio­ne e quin­di è cau­sa di mor­te. La pel­le estin­gue la sua uti­li­tà di con­fi­ne poro­so e diven­ta invo­lu­cro sen­za vita, poi­ché la nostra vita è stret­ta­men­te influen­za­ta dal­le rela­zio­ni che la sosten­go­no e la cura­no: un cor­po che non entra in con­tat­to con altri cor­pi, che non si lascia attra­ver­sa­re, si spe­gne – non solo meta­fo­ri­ca­men­te. Come una can­de­la sen­za ossi­ge­no, in una cam­pa­na di vetro, pri­ma o poi si spe­gne­rà.  Ci sono infat­ti deci­ne di ricer­che che dimo­stra­no, come quel­la di Julian­ne Holt-Lun­stad del 2024, come la con­nes­sio­ne socia­le e il con­tat­to fisi­co sia­no i pre­dit­to­ri più affi­da­bi­li del­la lon­ge­vi­tà in salu­te, supe­ran­do per­si­no fat­to­ri come la die­ta o l’e­ser­ci­zio fisi­co. Il nar­ci­si­smo è, in una qual­che for­ma, una pato­lo­gia socia­le che len­ta­men­te ci sta annien­tan­do.

 

Fare l’amore con se stes­si

Se pen­sia­mo che il nar­ci­si­smo sia una sor­ta di stra­nez­za iso­la­ta, di una qual­che for­ma di pato­lo­gia cli­ni­ca di qual­che spa­ru­to caso tra i nostri cono­scen­ti, cre­do che ci stia­mo sba­glian­do di gros­so. Quel­lo di cui par­lo, infat­ti, non è più il nar­ci­si­smo come dia­gno­si indi­vi­dua­le – la pato­lo­gia del sin­go­lo descrit­ta dai manua­li – ma il nar­ci­si­smo come for­ma cul­tu­ra­le, come modo di sta­re al mon­do che il capi­ta­li­smo con­tem­po­ra­neo non solo tol­le­ra ma inco­rag­gia e pre­mia, per­ché fun­zio­na­le alla sua logi­ca di fun­zio­na­men­to e auto-repli­ca­zio­ne. E se così non fos­se, il capi­ta­li­smo non avreb­be tro­va­to il suo spec­chio per­fet­to in que­sta eco­no­mia dei like, dove esi­stia­mo solo se sia­mo rifles­si, non dal­lo spec­chio del­l’al­tro, non dal con­tat­to pel­le-pel­le, ma da uno scher­mo iso­lan­te che ci riman­da sol­tan­to la nostra imma­gi­ne. Sia­mo diven­ta­ti ciò che osten­tia­mo, non più ciò che sen­tia­mo, non più ciò che riu­scia­mo a far per­ce­pi­re all’altro. È que­sto for­se il ser­ba­to­io eccel­len­te per una socie­tà dei con­su­mi, la nostra, dove il desi­de­rio è ripie­ga­to in solo appa­ga­men­to di sé attra­ver­so ogget­ti da acqui­sta­re e mostra­re, di espe­rien­ze dal valo­re mera­men­te dimo­stra­ti­vo, di spi­ri­tua­li­tà dal sapo­re per­for­ma­ti­vo? In tut­to que­sto vige l’assoluta leg­ge dell’abolizione dell’altro, la sua espul­sio­ne, il suo disco­no­sci­men­to come par­te di me. 

La pel­le non è più orga­no del desi­de­rio, del con­tat­to, non è più stru­men­to di poro­si­tà e di scam­bio, ma diven­ta con­fi­ne rigi­do, com­pe­ti­ti­vo, cor­tec­cia dura sen­za vita, uti­le solo a riem­pi­re il con­te­ni­to­re di se stes­si. Pen­sia­mo a quan­to ci irri­gi­dia­mo quan­do qual­cu­no ci sfio­ra per sba­glio sui mez­zi pub­bli­ci, a quan­to abbia­mo impa­ra­to a tene­re il cor­po a debi­ta distan­za dagli altri, come se il con­tat­to fos­se sem­pre un’invasione piut­to­sto che un’apertura ver­so il mon­do. Le ricer­che più recen­ti regi­stra­no un calo signi­fi­ca­ti­vo del con­tat­to fisi­co e del­la ses­sua­li­tà tra gli adul­ti nel­le socie­tà occi­den­ta­li, e paral­le­la­men­te aumen­ta­no gli sta­ti di soli­tu­di­ne e di iso­la­men­to. For­se non è un caso che vivia­mo in socie­tà che han­no fat­to del­la com­pe­ti­zio­ne il loro lin­guag­gio fon­da­men­ta­le, dove anche i cor­pi impa­ra­no a difen­der­si pri­ma anco­ra di ogni pos­si­bi­li­tà di con­tat­to o aper­tu­ra.

Ana­to­mia del­la distan­za

Da un recen­te e lun­ghis­si­mo stu­dio con­dot­to da Kate Pic­kett, Aini Gau­har e Richard Wil­kin­son si evin­ce chia­ra­men­te che nel­le socie­tà for­te­men­te dise­gua­li e indi­vi­dua­li­ste “è una cul­tu­ra del­la com­pe­ti­zio­ne piut­to­sto che del­la col­la­bo­ra­zio­ne, che aumen­ta i sen­ti­men­ti di insi­cu­rez­za”. Se voglio quin­di sod­di­sfa­re solo me stes­so e fug­gi­re dal­la rela­zio­ne auten­ti­ca con l’altro, tra­sfor­man­do le rela­zio­ni in sem­pli­ci atti da con­su­ma­re – come acca­de nei rap­por­ti pro­fes­sio­na­li o eco­no­mi­ci – non potrò mai appa­ga­re il sen­so di sicu­rez­za che solo un ‘noi’ può offrir­mi. Se il pros­si­mo ces­sa di esse­re un allea­to e diven­ta un con­cor­ren­te o uno stru­men­to di pro­fit­to, sosti­tuen­do le reti di sup­por­to che offre una comu­ni­tà con la fred­dez­za del mer­ca­to, non pos­sia­mo aspet­tar­ci di poter vive­re in una con­di­zio­ne – nep­pu­re mini­ma – di sicu­rez­za psi­co­lo­gi­ca o socia­le. Se la socie­tà ci spin­ge a iso­lar­ci – per­ché è que­sto il mec­ca­ni­smo del suo fun­zio­na­men­to – per­ché basa la rela­zio­ne solo sui rap­por­ti eco­no­mi­ci, mar­chian­do come inu­ti­li e impro­dut­ti­vi quel­li affet­ti­vi, entria­mo ine­vi­ta­bil­men­te in un cir­co­lo vizio­so di ulte­rio­re distan­za e mag­gio­re insi­cu­rez­za.

Già negli anni Tren­ta, Wilhelm Reich ave­va intui­to che la repres­sio­ne del­le emo­zio­ni, del pia­ce­re e del­la ses­sua­li­tà non è mai un fat­to pri­va­to o acci­den­ta­le, ma un dispo­si­ti­vo poli­ti­co per eccel­len­za. In La fun­zio­ne dell’orgasmo (1942) descri­ve come la socie­tà, attra­ver­so un’educazione che ini­bi­sce l’abbandono e il con­tat­to, pro­du­ca indi­vi­dui dal­la musco­la­tu­ra cro­ni­ca­men­te con­trat­ta – quel­la che chia­ma­va “coraz­za carat­te­ria­le” – il cui cor­po diven­ta una dife­sa per­ma­nen­te con­tro sé stes­so e con­tro gli altri. Ed è pro­prio da quel­la repres­sio­ne, mi pare, che nasca la distan­za che oggi vivia­mo tra i cor­pi: una pel­le che non sa più sfio­ra­re né lasciar­si sfio­ra­re non è il risul­ta­to di una scel­ta per­so­na­le, ma il sedi­men­to di un lun­go adde­stra­men­to. Un cor­po repres­so è infat­ti un cor­po che ha impa­ra­to a tene­re gli altri cor­pi a debi­ta distan­za, e che ha per­du­to la memo­ria di cosa signi­fi­chi lasciar­si anda­re, fidar­si, aprir­si all’altro. L’individualismo com­pe­ti­ti­vo che ci vie­ne ven­du­to come liber­tà non è dun­que un’inclinazione natu­ra­le dell’essere uma­no, ma il sin­to­mo soma­ti­co, cor­po­reo, di una sog­get­ti­vi­tà adde­stra­ta fin dal­l’in­fan­zia a con­te­ner­si, a con­trol­lar­si, a chiu­der­si: un pro­get­to poli­ti­co iscrit­to nei musco­li e nel­la pel­le pri­ma anco­ra che nel­la men­te. 

Non è for­se tut­to que­sto il pre­lu­dio, anche, di ogni fasci­smo? Non è for­se l’insicurezza che, nel pro­fon­do, ci fa esse­re “dispo­sti a rinun­cia­re alla liber­tà e non solo a quel­la psi­co­lo­gi­ca in cam­bio del­la pro­mes­sa di esse­re affran­ca­ti dal­le pro­prie pau­re, ansie e biso­gni” (Gia­san­ti 2007, 1)? Il lega­me tra capi­ta­le e fasci­smo è così stret­to che uno è con­di­zio­ne neces­sa­ria dell’altro e vice­ver­sa, poi­ché entram­bi si nutro­no del­le soli­tu­di­ni degli indi­vi­dui e dei loro com­por­ta­men­ti.

Ria­pren­do­ci al con­tat­to del­la pel­le poro­sa, che assor­be ed ema­na al con­tem­po, si può rico­strui­re la rela­zio­ne per­du­ta nel­la socie­tà del­le mac­chi­ne. La pel­le, con i suoi cen­to­tren­ta recet­to­ri per cen­ti­me­tro qua­dra­to, è l’organo di sen­so per eccel­len­za, por­ta di acces­so alle sen­sa­zio­ni e alle emo­zio­ni – da ex-move­re, in lati­no, cioè “muo­ver­si in dire­zio­ne di” – che spin­go­no il cor­po ver­so l’altro cor­po, l’essere uma­no ver­so l’essere uma­no e l’ambiente. Sia­mo pro­gram­ma­ti per que­sto, per sta­re assie­me, per toc­car­ci e abbrac­ciar­ci, per pren­der­ci la mano e “scam­biar­ci la pel­le”, come can­ta­va Lucio Dal­la. Sono cer­to che, mai come oggi, il mon­do abbia biso­gno di carez­ze. E for­se, oggi, il gesto più rivo­lu­zio­na­rio che ci resta è esat­ta­men­te que­sto: por­ge­re una mano, posa­re il pal­mo sul­la spal­la di qual­cu­no, lasciar­si attra­ver­sa­re dal calo­re di un altro cor­po. È poco, però è tut­to: è ricor­dar­si, con­tro tut­to un siste­ma che lavo­ra per il con­tra­rio, che non sia­mo nati per esse­re soli. Ria­prir­si alla pel­le, allo­ra, non è un’e­sor­ta­zio­ne sen­ti­men­ta­le: è un atto di disob­be­dien­za. È rifiu­tar­si di esse­re le iso­le che ci han­no inse­gna­to a esse­re, è diser­ta­re la soli­tu­di­ne pro­gram­ma­ta che ci vie­ne ven­du­ta come liber­tà, è resti­tui­re al cor­po la pos­si­bi­li­tà di sen­ti­re un altro cor­po. In un mon­do che ci vuo­le rigi­di, com­pe­ti­ti­vi, chiu­si, ogni carez­za è una pic­co­la resi­sten­za, ogni abbrac­cio una cre­pa nell’armatura. 

Foto­gra­fia di Ana Hell e Natha­lie Dreier

Biblio­gra­fia

Bau­man Z. 2003. Amo­re Liqui­do, Later­za, Roma.

Freud S. [1913] 1975. Intro­du­zio­ne al Nar­ci­si­smo in Ope­re, vol. VII, Bol­la­ti Borin­ghie­ri, Tori­no.

Gia­san­ti A. 2007. Psi­co­lo­gia di mas­sa del fasci­smo: uno sguar­do socio­lo­gi­co, inter­ven­to all’incontro “L’ombra del pote­re su Wilhelm Reich”, Uni­ver­si­tà di Mila­no Bicoc­ca, 26/27 Otto­bre 2007.

Lacan J. 1949. Lo sta­dio del­lo spec­chio come for­ma­to­re del­la fun­zio­ne dell’Io, Einau­di, Tori­no.

Pic­kett K., Gau­har A., Wil­kin­son R. 2024. The Spi­rit Level at 15. The Endu­ring Impact of Ine­qua­li­ty, The Equa­li­ty Tru­st, Lon­don. Dispo­ni­bi­le a:
https://media.equality-trust.out.re/uploads/2024/07/The-Spirit-Level-at-15–2024-FINAL.pdf 

Uvnäs-Moberg K. 1998. Oxy­to­cin may media­te the bene­fi­ts of posi­ti­ve social inte­rac­tion and emo­tions, Psy­cho­neu­roen­do­cri­no­lo­gy, 23 (8), 819–835.

Reich W. La fun­zio­ne del­l’or­ga­smo, 1973, Sugar, Mila­no 



Con­di­vi­di:
I commenti sono chiusi
0
    0
    Carrello
    Il tuo carrello è vuotoRitorna allo shop