“Nel 1988 il tasso di criminalità degli Stati Uniti aumenta del 400%. New York, un tempo grande città, diventa il carcere di massima sicurezza dell’intero paese. Un muro alto 15 metri viene eretto lungo la linea di costa del New Jersey, attraverso il fiume Harlem e lungo la linea di costa di Brooklyn. Circonda l’intera isola di Manhattan. Tutti i ponti e le vie d’acqua sono minati. Le forze di polizia degli Stati Uniti, come un esercito, sono accampate attorno all’isola. Non ci sono guardie all’interno della prigione, solo prigionieri e i mondi che hanno creato. Le leggi sono semplici: una volta entrato non esci” (Carpenter 1997).
Con queste parole si apre il film del 1981 di John Carpenter Escape from New York, tradotto in italiano con 1997 – Fuga da New York. Il 1997 è infatti l’anno in cui è ambientata la storia. Da qui prenderanno avvio le (dis)avventure di Snake Plissken – in italiano Jena Plissken – che sarà chiamato ad entrare in quel carcere a cielo aperto e a portare fuori il Presidente degli Stati Uniti, finito ostaggio del Duca – colui che governa la popolazione carceraria – a causa di un dirottamento aereo operato da un gruppo terroristico. Un film distopico con cui il regista accusa la politica militarista degli USA, pronta a sacrificare sull’altare della guerra un numero indefinito di vite senza provare alcun tipo di rimpianto.
Tuttavia, già a partire dalle poche frasi che fungono da incipit al lavoro di Carpenter, è possibile stabilire una stretta connessione tra il film in questione e il diritto penitenziario. O meglio, tra la poetica del film e il pensiero di Michel Foucault, uno dei più importanti pensatori del Novecento, che con Sorvegliare e Punire (1975) ha posto le basi di questa branca del diritto. Ed è proprio confrontando alcuni passaggi della pellicola con alcuni passi dell’opera foucaultiana che è possibile riscontrare una profonda vicinanza tra il pensiero del filosofo francese, profondamente critico dell’istituzione carceraria e delle contraddizioni che essa porta con sé, e la poetica di Carpenter.
Mettere in relazione un’opera di finzione distopica e la materia penitenziaria è un’operazione che potrebbe apparire sminuente nei confronti della complessità carceraria: come può entrare in contatto un film nato dalla fantasia di un regista con le vite di persone che quotidianamente vivono i dolori della reclusione? Come può la libertà creativa interfacciarsi con il luogo della privazione delle libertà per eccellenza?
In realtà questo peculiare modus operandi – quello di analizzare opere artistiche attraverso le lenti del diritto – è tipico di una particolare branca della filosofia del diritto di derivazione anglosassone, la Law and literature: secondo questa corrente giusfilosofica, è solo analizzando le diverse aree del diritto nella loro dimensione più pura e teorica che se ne possono osservare i veri problemi. Per farlo, l’arte, specchio della società in cui il diritto opera, è il mezzo privilegiato per arrivare all’essenza della materia. Ecco che, per giungere al cuore del problema penitenziario, la prospettiva della distopia filmica assume il ruolo cruciale di osservatore distaccato e, perciò, privilegiato.
La funzione del carcere
L’elemento che subito balza all’occhio, nel momento in cui si analizza la modalità di reclusione raffigurata in Fuga da New York, è la totale assenza di prospettiva rieducativa. L’elemento correzionale, quella spinta che lo Stato dovrebbe avere verso il miglioramento del comportamento dell’individuo penitente, viene completamente azzerato. Lo Stato ha rinunciato in modo pieno e assoluto a una possibile risocializzazione del reo. Già questo è sufficientemente preoccupante, specialmente se lo si confronta con l’odierno sentimento popolare, che, rispetto a certi criminali e a certi crimini, auspicherebbe davvero una soluzione simile. Si pensi in tal senso alle proposte politiche che propugnano un profondo inasprimento delle pene, fondato sull’idea che il reo sia irrecuperabile: per esempio, la sempreverde proposta della Lega – la scelta dell’aggettivo è dovuta non tanto al colore del partito, quanto più al fatto che questa proposta sia stata reiterata, nonostante l’evidente incostituzionalità, per l’ennesima volta a inizio 2026 – sulla castrazione chimica per i reati di violenza sessuale.
Ma il concetto di una prigione così pensata risulta essere ancora più interessante in prospettiva penitenziaria poiché esprime al massimo quell’idea di divisione tra Bene e Male che rappresenta il carcere. All’interno della nostra società è solo nella separazione spaziale tra le alte mura di cinta della prigione e l’esterno che si rinviene l’elemento che davvero separa la popolazione civile da quella carceraria: esse non sono altro che una linea di confine tra buoni e cattivi, tra coloro che godono ancora di tutte le loro libertà fondamentali e coloro che, in virtù di qualche crimine commesso, si trovano a subire una limitazione delle stesse. Ebbene, il carcere serve proprio a separare i primi dai secondi, o meglio a rassicurare i primi del fatto che i secondi sono tutti ristretti e relegati in un solo luogo al di fuori del quale non possono fare del male. Una divisione un po’ semplicistica e manichea, che però restituisce tranquillità a una società che non vuole rendersi conto delle numerose sfumature di grigio che esistono nello spazio tra il bianco più candido e il nero più scuro.
Carpenter e Foucault, infatti, ci fanno interrogare sull’annosa questione filosofica, sociale ed etica rappresentata dall’istituzione carceraria: siamo sicuri che le persone davvero malvagie si trovino sempre dalla parte giusta del muro di cinta di una prigione?
Foucault, che per primo ha analizzato il mutamento dei sistemi punitivi nel passaggio dall’Ancien Régime alla società post Rivoluzione francese, afferma che con il carcere inizia la cosiddetta “era della sobrietà punitiva” (Foucault 1975, 16): non più una pena cha agisce sul corpo per portare dolore alla persona, bensì un’istituzione che si occupa di restringere il reo e, tramite un determinato percorso, indurlo a un cambiamento nel comportamento. Questa trasformazione della pena trova un corrispettivo a livello immaginifico nel passaggio dalla pubblicità dei supplizi alla segretezza della prigione: mentre durante l’Ancien Régime era normale assistere pubblicamente a pratiche punitive corporali – dall’impiccagione alla gogna – al contrario con il carcere la pena diventa invisibile, le mura impediscono alla società di assistere alla vessazione dei corpi e al dolore che ne deriva:
“La punizione cessa, poco a poco, di essere uno spettacolo […]. L’esecuzione pubblica viene percepita come un torbido focolaio, dove la violenza si riaccende. La punizione tenderà dunque a divenire la parte più nascosta del processo penale. Le conseguenze sono numerose: essa lascia il campo della percezione quotidiana, per entrare in quello della coscienza astratta: la sua efficacia deve derivare dalla sua fatalità, non dalla sua intensità visibile”. (Foucault 1975, 11)
Ecco che nella pellicola di Carpenter si esalta al massimo questa idea: il carcere diventa un grande contenitore in cui ammassare quanti più criminali possibile, senza preoccuparsi delle loro condizioni o delle loro prospettive di vita. Le mura di cinta si preoccupano esclusivamente di dividere e l’esercito appostato sopra di esse si occupa solamente di sparare a chiunque tenti di evadere: o meglio, a chiunque della ‘società dei cattivi’ tenti di entrare in quella dei ‘buoni’. Non a caso, una delle scene introduttive della pellicola mostra proprio il tentativo di fuga di alcuni detenuti sui quali la polizia spara a vista: o dentro o fuori, o vivo o morto. Come ricorda la voce narrante nel prologo del film: “una volta dentro, non esci”.
Una società nella società
Per quanto riguarda la popolazione detenuta che vive all’interno del grande penitenziario a cielo aperto, ci sono una serie di elementi che ci permettono di parlare di una nuova e funzionante società nella società. Il primo è forse quello più trascurabile eppure più romantico per chi ama l’arte e le attribuisce un valore sociale importante: uno dei primi luoghi che Jena Plissken visita una volta entrato nel nuovo grande penitenziario-città è un teatro in cui un gruppo di carcerati ha allestito un piccolo spettacolo con suoni, costumi e un pezzo musicale che parla di New York. La canzone, tuttavia, racconta la nuova New York, quella abitata dai detenuti, e prende in giro quei famosi brani – come la celebre New York, New York di Frank Sinatra – che dipingono la Grande Mela come città dei sogni – diventata piuttosto, come si vedrà col prosieguo del film, metropoli degli incubi.
Questo è un passaggio da non sottovalutare, poiché l’Arte è, storicamente, il punto di arrivo del passaggio di una popolazione sulla Terra. Dalle pitture rupestri agli affreschi rinascimentali, passando per le piramidi egizie, l’Arte da sempre rappresenta il sintomo di una società che si è sviluppata a tal punto da voler comunicare i propri valori e le proprie conquiste alle generazioni che verranno. Se, dunque, pur a livello embrionale, è riuscita a prendere forma un’esperienza artistica come quella teatrale – che addirittura è capace di ragionare sulla contemporaneità di chi la mette in scena – allora possiamo davvero pensare all’arte dei reclusi come alla manifestazione ultima di una vera e propria società che ha preso forma in tutte le sue sfaccettature.
Il secondo elemento che testimonia l’esistenza di una società nella società è la partizione in fazioni in cui la popolazione carceraria si è col tempo naturalmente suddivisa. Tale divisione è talmente profonda e radicata che questa nuova città-carcere alterna, in virtù della tipologia di criminali che le abita, una serie di zone più tranquille – Cabbie il tassista lo sottolinea mentre accompagna Jena da Mente, il braccio destro del Duca – ad altre più rischiose come la mitica Broadway: l’affascinante strada dei teatri newyorkesi si è trasformata in un viale della morte con tanto di teste impalate a mo’ di monito. È proprio questa divisione tra quartieri più o meno malfamati che dimostra come la popolazione carceraria si sia completamente riorganizzata in una vera e propria società, con tanto di distinzione in fasce sociali e dandosi una propria forma di governo: una monarchia con a capo il Duca.
“Il delinquente […] si distribuisce in classi quasi naturali, ciascuna dotata di caratteri definiti e cui compete un trattamento specifico […]. I condannati sono […] un altro popolo nello stesso popolo”. (Foucault 1975, 277)
In questo estratto di Sorvegliare e Punire Foucault descrive la tendenza naturale dei detenuti a dividersi in gruppi – lui utilizza addirittura il termine classi – con proprie caratteristiche, regole e rituali. Il filosofo francese enfatizza il concetto di società nella società perché è convinto che la prigione abbia un effetto deleterio sui reclusi, andando a produrre nuovi e peggiori criminali anziché correggere e reinserire quelli già presenti. La popolazione detenuta non viene rieducata quanto più istruita a delinquere: in prigione si imparano nuovi modi per violare la legge e si acquisisce il valore dell’omertà.
Il termine usato sui manuali di diritto penitenziario per descrivere il fenomeno è “contagio criminale”: il detenuto entra in carcere per un piccolo reato con una pena breve (1–3 anni di detenzione) e ne esce con contatti e appoggi criminali che lo porteranno a tornare in carcere per reati ben più gravi con pene ben maggiori. Un dato allarmante proveniente dall’ultimo rapporto Antigone sulle carceri in Italia: dei 63.500 detenuti in Italia al 31 dicembre 2025, solo il 40,8% era detenuto per la prima volta. E di quel restante quasi 60%, il 45,9% era già in carcere tra 1 e le 4 volte prima dell’attuale carcerazione.
Da qui la tendenza della legislazione penitenziaria degli ultimi anni a voler favorire l’accesso a pene sostitutive e misure alternative alla detenzione quando si tratta di condanne brevi: il detenuto deve poter accedere all’Ufficio Esecuzione Penale Esterna (UEPE) appena arrivata la sentenza, senza dover passare dal carcere o comunque rimanendovi il meno possibile. Nonostante gli sforzi del legislatore, i dati fotografano un’altra realtà: sempre il rapporto Antigone 2026 riporta come nell’ultimo anno sia diminuito di più del 5% il numero delle prese in carico dell’UEPE per affidamento in prova al servizio sociale e detenzione domiciliare.
“La prigione rende possibile, meglio, favorisce, l’organizzazione di un milieu di delinquenti, solidali gli uni con gli altri, gerarchizzati, pronti per tutte le future complicità” (Foucault 1975, 293).
Ribaltare il Panopticon di Bentham
La cattura del Presidente degli Stati Uniti da parte del Duca e della popolazione carceraria risulta di importanza cruciale anche per un altro motivo, particolarmente interessante nel processo di analisi giusfilosofica della pellicola di Carpenter: permette un’inversione del principio del potere visibile e inverificabile che sta alla base del funzionamento del Panopticon di Bentham.
Il Panopticon è un ideale di architettura carceraria teorizzata dal filosofo del Settecento Jeremy Bentham: al centro di questo carcere ideale abbiamo una torre di controllo da cui i guardiani possono sempre vedere i carcerati, mentre attorno ad essa sono disposte tutte le celle dei reclusi che, al contrario, non possono comunicare tra loro ma soprattutto non possono vedere all’interno della torre di controllo. In tal modo, il detenuto sarà costretto a comportarsi sempre in modo retto, poiché si trova in una situazione di incertezza costante, non sapendo mai quando e se la guardia lo sta osservando – e dunque, nel dubbio, dovendo comportarsi come se fosse costantemente sotto osservazione:
“Perciò Bentham pose il principio che il potere doveva essere visibile e inverificabile. Visibile: di continuo il detenuto avrà davanti agli occhi l’alta sagoma della torre centrale dove è spiato. Inverificabile: il detenuto non deve mai sapere se è guardato, nel momento attuale; ma deve essere sicuro che può esserlo continuamente” (Foucault, 1975, 219).
Se queste sono le premesse, la particolare costruzione del carcere newyorkese in Fuga da New York fa sì che, con il dirottamento aereo dell’Air Force One e la presa in ostaggio del presidente degli USA, si realizzi un’inversione dei ruoli e soprattutto un’inversione del potere di vedere-essere visti.
“Il Panopticon è una macchina per dissociare la coppia vedere-essere visti: nell’anello periferico si è totalmente visti, senza mai vedere; nella torre centrale si vede tutto, senza mai essere visti” (Foucault, 1975, 220).
Le parole di Foucault che descrivono il funzionamento del modello ideale benthamiano diventano, allora, il principio sul quale si basa la missione di recupero di Jena Plissken pensata dal governo americano. Adesso, infatti, è l’isola-carcere che è diventata la torre di controllo attorno alla quale si trovano le celle dei reclusi, rappresentate in questo caso dalla società civile. Emblematica in tal senso la scena in cui Hauk, direttore della prigione, appena dopo lo schianto dell’aereo, entra nell’isola-carcere per recuperare il presidente e viene accolto da uno degli uomini fidati del Duca. Questi, oltre a recapitare un dito della mano del Presidente, minaccia di uccidere il prezioso ostaggio se l’esercito americano tentasse ancora di entrare nella città-prigione; è proprio da questo stallo che nasce l’idea di cooptare Jena per un salvataggio silenzioso che bypassi la sorveglianza del Duca e dei suoi uomini.
Questa è la perfetta esemplificazione del potere visibile e inverificabile: l’esercito americano continuerà a guardare da fuori la prigione a cielo aperto, senza però vedere niente di quello che sta accadendo all’interno dei grandi palazzi abbandonati e diroccati della vecchia Manhattan. La stasi dei soldati scaturisce proprio dall’inversione del potere di vedere-essere visti: vorrebbero agire, ma non sanno se gli uomini del Duca stanno guardando; ciò di cui sono sicuri, tuttavia, è che potrebbero essere visti nel momento dell’azione. Nel dubbio, dunque, non possono muoversi.
Un ribaltamento del potere che non è, dunque, solamente spaziale – l’isola-carcere in cui tutti prima guardavano adesso è la torre di controllo posta al centro e da cui si osserva l’esterno –, ma anche contenutistico: si è venuto a formare un Panopticon inverso, in cui a controllare le guardie sono adesso i detenuti, in cui i controllati sono controllori e viceversa. Alan Moore, alcuni anni dopo, nel suo Watchmen, avrebbe riproposto la questione con una domanda che ha fatto storia: Who watches the watchmen?
“Per questo è nello stesso tempo troppo e troppo poco che il prigioniero sia incessantemente osservato da un sorvegliante: troppo poco, perché l’essenziale è che egli sappia di essere osservato; troppo, perché egli non ha bisogno di esserlo effettivamente” (Foucault, 1975, 219).
Conclusioni
L’indagine dei concetti giuridici rappresentati all’interno di pellicole distopiche permette di analizzarli nella loro dimensione più pura, secondo la scuola della Law and Literature, dunque concepire un carcere distopico in cui la prospettiva rieducativa è azzerata permette di riflettere sulla funzione rieducativa nella società odierna. Non è un caso che – proprio a causa dei sopracitati sempre più scarsi risultati in termini di risocializzazione dei detenuti – parte della dottrina giuridica si stia muovendo verso una critica del terzo comma dell’articolo 27 della Costituzione:
Per esempio, il professor Padovani nel suo saggio dall’eloquente titolo L’utopia punitiva: il problema delle alternative alla detenzione nella sua dimensione storica (1981), definisce il carcere come un’istituzione totale, marginale e simbolica: totale, perché è concepito in funzione di conservare sé stesso e non chi lo abita, e dunque per farlo pone regole che pervadono la vita dei detenuti in ogni loro momento; marginale, perché la condizione dei detenuti deve rappresentare ciò che di peggio una società può offrire in un contesto dato; simbolica, in quanto deve rappresentare plasticamente la divisione del bene e del male, la sicurezza dei buoni e il castigo dei malvagi. In virtù di ciò, l’idea che il carcere possa avere una funzione rieducativa è, come suggerisce il titolo, assolutamente utopica.
Procedendo allo stesso modo in questo esame astratto delle problematiche del diritto penitenziario, nel momento in cui si immagina una società carceraria completamente autosufficiente si pone l’accento sulle condizioni di vita di chi abita le prigioni. All’interno di strutture sempre più sovraffollate in cui il controllo diventa sempre più blando – nel 2026 secondo Antigone la percentuale media di sovraffollamento delle carceri italiane è del 139,1% –, i detenuti imparano a riproporre quei meccanismi criminali da cui dovrebbero essere allontanati in virtù della reclusione e della sua funzione rieducativa.
Lo stesso modus operandi vale per quanto concerne il tema dell’esercizio del potere esecutivo all’interno degli istituti penitenziari: non serve certo citare il caso Stefano Cucchi per dire che in Italia abbiamo un enorme problema di violenza nei confronti dei detenuti da parte delle guardie carcerarie. Ecco che ribaltare la prospettiva di potere all’interno di un’opera distopica serve a riflettere proprio su come il diritto possa intervenire per porre rimedio al problema.
Dunque, se è vero che “il grado di civiltà di un Paese si misura osservando le condizioni delle sue carceri” – celebre frase storicamente attribuita a Voltaire o Dostoevskij anche se non c’è alcun documento che ne attesti la provenienza –, è evidente che con questo film Carpenter stia ammonendo i propri spettatori: quella land of freedom che gli americani sono soliti sbandierare nelle televisioni e sui giornali di tutto il mondo, in realtà è una terra in cui le libertà sono garantite solo ad una certa parte della popolazione. Il governo americano è dipinto come totalmente insensibile nei confronti dei detenuti, dati per spacciati nel momento in cui mettono piede in prigione. Allo stesso tempo, il medesimo monito è rivolto da Foucault ai suoi lettori: l’evoluzione della società non ha privato le prigioni della loro afflittività, che, evidentemente, è intrinseca alle stesse; secondo il filosofo francese, sono sempre state – e sempre saranno – un luogo di reclusione e sofferenza, con buona pace di ogni ideale rieducativo destinato a rimanere, appunto, un’astratta intuizione.
Carpenter e Foucault, pur distanti nel tempo e nello spazio, sono accomunati da un preciso obiettivo: smascherare le ipocrisie della società e, soprattutto, delle sue istituzioni.
Fotografia di Florian Gatzweiler
Bibliografia
Antigone 2026. Tutto chiuso. XXII Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione: https://www.rapportoantigone.it/ventiduesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/.
Chelo A., Cortesi M.F., Filippi L., Spangher G. 2025. Manuale di diritto penitenziario, Lefebvre Giuffré, Milano.
Foucault, M. [1975] 2014. Sorvegliare e Punire, tr. it. Tarchetti A., Einaudi, Torino.
Padovani, T. 1981. L’utopia punitiva: il problema delle alternative alla detenzione nella sua dimensione storica, Giuffré, Milano.