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Luglio
16 Luglio 2026

ALBOW GAR­DENS

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Peri­fe­ria nord di Cit­tà del Capo. Una recin­zio­ne alta due metri deli­mi­ta un com­ples­so di case popo­la­ri: Albow Gar­dens.

Le palaz­zi­ne color pastel­lo, segna­te da enor­mi let­te­re nere e costrui­te duran­te l’Apartheid come dor­mi­to­rio per sol­da­ti dell’aeronautica, atti­ra­no per caso lo sguar­do del foto­gra­fo Ales­san­dro Iovi­no. Da quell’incontro for­tui­to pren­de for­ma una ricer­ca desti­na­ta a dura­re cin­que anni.

L’omonimo pro­get­to foto­gra­fi­co non è un repor­ta­ge docu­men­ta­ri­sti­co. Si col­lo­ca piut­to­sto in uno spa­zio sospe­so fra sto­ry­tel­ling e album di fami­glia, inte­ra­men­te rea­liz­za­to in 35 mm. Come rac­con­ta Ales­san­dro: “è un rifles­so di un pez­zo del­la mia vita assie­me a un pez­zo del­le vite del­le per­so­ne che ho foto­gra­fa­to”.

Albow Gar­dens rap­pre­sen­ta il momen­to in cui Ales­san­dro ha final­men­te tro­va­to il pro­prio lin­guag­gio crea­ti­vo. Per lun­go tem­po l’autore ave­va vis­su­to la foto­gra­fia come un mestie­re scan­di­to dal­la pro­dut­ti­vi­tà: tro­va­re sto­rie, pub­bli­car­le e pas­sa­re al lavo­ro suc­ces­si­vo. Era il solo model­lo che cono­sce­va, ere­di­ta­to da un’in­fan­zia in cui vede­va la madre, sola, lavo­ra­re sen­za sosta per cre­sce­re due figli. Quel modo di foto­gra­fa­re, però, lascia­va spa­zio a un costan­te sen­so di vuo­to. Abban­do­nan­do pro­gres­si­va­men­te un approc­cio mec­ca­ni­co e rigi­do, Ales­san­dro ha ini­zia­to a inter­ro­gar­si sul signi­fi­ca­to stes­so del foto­gra­fa­re. Ha sco­per­to uno sguar­do che non nasce più dal­l’e­go, dal­la neces­si­tà di pub­bli­ca­re o dal­l’in­si­cu­rez­za, ma dal desi­de­rio auten­ti­co di incon­tra­re l’al­tro. La foto­gra­fia diven­ta così uno stru­men­to per abi­ta­re le sto­rie, osser­va­re sce­ne di vita e resti­tui­re quel biso­gno pro­fon­do di esse­re, di esi­ste­re, che acco­mu­na ogni esse­re uma­no.

Per tre anni Albow Gar­dens è diven­ta­to il suo mon­do. Tut­to ciò che si tro­va­va oltre quel­la recin­zio­ne sem­bra­va per­de­re impor­tan­za. Le fami­glie, i bam­bi­ni, le ami­ci­zie e la quo­ti­dia­ni­tà con­di­vi­sa han­no costrui­to uno spa­zio di appar­te­nen­za che solo mol­to tem­po dopo Ales­san­dro avreb­be rico­no­sciu­to come ciò che sta­va real­men­te cer­can­do: un luo­go di calo­re, fidu­cia e pre­sen­za. Come dice lui stes­so, le per­so­ne che sono ritrat­te in que­sto pro­get­to gli han­no aper­to le por­te del­le loro case e del­le loro vite fidan­do­si dei suoi desi­de­ri, quan­do nem­me­no lui era in gra­do di com­pren­der­li pie­na­men­te.

Albow Gar­dens è così l’e­spres­sio­ne più auten­ti­ca del lin­guag­gio di Ales­san­dro Iovi­no. È un lavo­ro fra­gi­le, vul­ne­ra­bi­le, attra­ver­sa­to dal­l’in­cer­tez­za. Non nascon­de la pau­ra del­l’au­to­re di sba­glia­re né quel­la del­le per­so­ne foto­gra­fa­te di esse­re frain­te­se.

Al con­tra­rio, sce­glie di abi­ta­re quel­la fra­gi­li­tà e di far­ne il luo­go in cui può nasce­re una rela­zio­ne sin­ce­ra.  La comu­ni­tà di Albow Gar­dens appa­re così come un orga­ni­smo vivo, capa­ce di soste­ne­re se stes­so, di acco­glie­re anche chi arri­va da fuo­ri e di costrui­re fidu­cia attra­ver­so la con­di­vi­sio­ne del quo­ti­dia­no. Per que­sto moti­vo, pur svol­gen­do­si all’in­ter­no di un com­ples­so di edi­li­zia popo­la­re suda­fri­ca­no e pur por­tan­do con sé le trac­ce del­la sto­ria del­l’A­par­theid, il pro­get­to non inten­de spie­ga­re il Suda­fri­ca né ana­liz­zar­ne gli ste­reo­ti­pi socia­li e poli­ti­ci. Rac­con­ta piut­to­sto la tra­sfor­ma­zio­ne inte­rio­re del suo auto­re, resa pos­si­bi­le dal­l’in­con­tro con le per­so­ne che han­no scel­to di lasciar­lo entra­re nel­le loro vite.

Il gri­do che attra­ver­sa que­ste imma­gi­ni non appar­tie­ne sol­tan­to ad Ales­san­dro o agli abi­tan­ti di Albow Gar­dens. È il desi­de­rio pro­fon­da­men­te uma­no di esse­re rico­no­sciu­ti per ciò che si è, sen­za dover coin­ci­de­re con l’im­ma­gi­ne che gli altri pro­iet­ta­no su di noi.

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