Il sapore della pera
Ricordo la prima volta che toccai la mano di una ragazza. L’energia sprigionata dal semplice sfioramento della pelle con un’altra mi si era irradiata fino al collo, arrampicandosi per la schiena. Nel mio corpo, probabilmente, migliaia di reazioni a catena incontrollabili cominciarono a susseguirsi in una complessa e irrazionale tempesta fisiologica. Il contatto è un linguaggio che parla ai corpi e i corpi non sanno mentire: la dimostrazione è che non riuscirete mai a trattenervi dall’arrossire, anche quando le circostanze lo richiederebbero.
In una scena del film del 1998 City of Angels, diretto da Brad Silberling, l’angelo Seth – Nicolas Cage – tocca per la prima volta la mano di Maggie – Meg Ryan. A quel punto Seth chiede:
«Cosa sto facendo?»
Maggie risponde semplicemente: «Mi stai toccando.»
S: «Toccare. Come lo sai?»
M: «Perché lo sento.»
S: «Dovresti fidarti di questo. Non ti fidi abbastanza.»
Quella frase di Seth — ‘non ti fidi abbastanza’ — parla di noi, che viviamo immersi in una costante produzione mentale, fatta di informazioni, di concetti più o meno astratti, di immagini mediate dagli schermi delle tecnologie. E così smettiamo non solo di fidarci del nostro corpo, ma di sentirlo: lo abitiamo come estranei, attraversato velocemente, ridotto a strumento da gestire piuttosto che a luogo in cui esistere.
Non ci fidiamo abbastanza di ciò che sentiamo sotto il livello del collo, delle sensazioni che il corpo elabora in modo del tutto automatico, senza vincoli culturali, senza confini sociali, senza alcuna razionalità. Non ci fidiamo più della nostra pelle, che per millenni è stato un confine poroso tra noi e gli altri, tra un soggetto e il mondo.
Eppure la pelle è l’interruttore geniale di molti dei nostri comportamenti, perfino dell’innamoramento o dell’affettività che coinvolge due o più individui. Potremmo descrivere la percezione che avvertiamo quando tocchiamo per la prima volta la mano di una persona dalla quale siamo attratti ma l’esperienza che ne fa il corpo supera le descrizioni logiche e razionali che vorrebbero descriverne le sensazioni. Se volessi, ad esempio, descrivere il sapore di una pera dovrei concentrarmi sulla sua consistenza farinosa e dolce, sulle lievissime note acide, della sua succosità unica, ma nulla potrà mai eguagliare l’esperienza che il corpo fa quando assaggia per la prima volta una pera: l’esperienza è del tutto irrazionale eppure è conoscenza acquisita, è un codice inscritto indelebilmente nel mio corpo e nella coscienza. Così è il contatto tra due mani, tra due pelli che si sfiorano dolcemente, tra due energie fluide che scorrono e si intrecciano invisibilmente dentro ai corpi di chi ne fa esperienza.
Quello che il corpo sa, del resto, non è solo intuizione poetica o suggestione personale, ma più una necessità biologica per la sopravvivenza, dimostrata da innumerevoli ricerche nel campo delle neuroscienze e della fisiologia.
All’elefantessa non serve andare a scuola
Il contatto è necessità biologica per la sopravvivenza e ne sono dimostrazione innumerevoli ricerche nel campo delle neuroscienze e della fisiologia: il tocco stimola il rilascio di ossitocina che riduce i livelli di cortisolo e crea un ponte biochimico tra due individui che la ragione, da sola, non può costruire (Uvnäs-Moberg 1998). È di fatto un evento pre-razionale, pre-linguistico, dove non viene attivata la logica e dal quale spesso vediamo nascere l’innamoramento, fino ad arrivare al legame affettivo duraturo tra le persone. La pelle è il ponte che unisce corpi diversi che diventano relazione, a prescindere dai bisogni razionali o economici che le culture si portano appresso. Non a caso, come intuisce Zygmunt Bauman, la fine dell’affetto trasforma la relazione in un “freddo bilancio” (Bauman 2004, 23–25). La relazione del contatto invece è la fiducia senza leggi per definizione: a volte ci fidiamo di qualcuno senza sapere esattamente né perché né cosa ci spinge a porgere le nostre vulnerabilità, a volte a confidarci, a volte a restare nudi con tutta la pelle esposta al mondo. Credo che la fiducia autentica possa nascere solo dal contatto, mentre la diffidenza possa crescere e insinuarsi solo con l’interposizione di una certa distanza. Così ogni forma di cura, che sia autentica, necessita della vicinanza, dello sfiorare l’altro corpo, del riconoscerlo come parte di sé, come fa un genitore con il proprio bambino. E non è una prerogativa umana: la cura attraverso il contatto è scritta nella vita stessa, nelle radici biologiche che ci accomunano agli altri esseri viventi. Avete mai visto la scena commovente di un’elefantessa che porge delicatamente la sua proboscide sul cucciolo appena nato? Lo fa perché qualcuno glielo ha spiegato oppure lo fa perché sa cosa si prova, perché possiede un’informazione irrazionale, atavica, potremmo dire inconscia?
Quella dell’elefantessa è una conoscenza che non si studia: si possiede perché si è. E in fondo è così che funziona ogni vera conoscenza: essa non è solo nozionistica, non passa solamente per l’accumulo di informazioni, ma per la capacità di sentire il contatto e di prenderne consapevolezza profonda. All’elefantessa non serve andare a scuola. Deve sussistere un rapporto tra almeno due individui, che percepiscono di essere ‘soggetti unici’ e che possiedono un loro specifico ‘io’, ma che al contempo scoprono che non possono esistere senza l’altro: un’unicità che si regge sull’alterità. A cosa serve una sola gamba del tavolo senza le altre? Credo, forse estremizzando, che si possa morire di solitudine. La vita, del resto, si organizza sempre in reciprocità, dagli esseri unicellulari come le amebe Dictyostelium che formano aggregati di mutuo aiuto per sopperire alla scarsità di nutrienti nell’ambiente, alle piante che condividono informazioni e sostanze con i funghi micorrizici, fino a noi esseri umani evoluti in piccole comunità organizzate. E non è un caso se ci siamo evoluti in gruppo. Questo potrebbe, in un certo senso, risultare contraddittorio nel pensiero comune, abituato a esaltare le soggettività e gli individualismi, nell’epoca del self-made man e delle responsabilità individuali. Se ci pensiamo un momento, nessuno di noi sarebbe sopravvissuto senza il contatto con i nostri genitori, senza le loro attenzioni e le loro cure, senza qualcun altro pronto a sostenerci. È un contatto che comincia molto prima della nascita: per nove mesi siamo letteralmente immersi nel corpo di un’altra persona, racchiusi dalla sua pelle, cullati e nutriti dal suo battito. E quando veniamo al mondo, quel filo non si interrompe affatto: il contatto pelle a pelle nei primi mesi di vita regola il respiro del neonato, ne stabilizza la temperatura, ne calma il cuore; negli anni che seguono, sono le braccia, il petto, le carezze a costruire, letteralmente, la nostra capacità di sentirci al sicuro nel mondo. Veniamo al mondo già in relazione, già pelle che cerca un’altra pelle.
La candela nella campana di vetro
Eppure a un certo punto, direte, il bambino capisce di essere un ‘io’, percepisce cioè la propria individualità. Fu Lacan a suggerire che il bambino, nonostante non abbia ancora il pieno controllo dei propri movimenti, tra i 6 e i 18 mesi inizia a riconoscersi come un individuo unitario guardandosi allo specchio (Lacan 1949, 88). Prima ancora, fu Freud a parlare di “narcisismo primario” durante il quale tutta l’energia è investita, per sopravvivere, nella soddisfazione dei propri desideri (Freud 1975, 435–475). Mi domando se sia sano e accettabile che questo narcisismo perduri oltre il periodo dell’infanzia, oltre cioè la fase strettamente necessaria alla sopravvivenza di un neonato. In altre parole, mi chiedo se investire tutta l’energia su se stessi, anche da adulti, non sia un ordine sbagliato, patologico e innaturale, anche solo immaginando una qualche utilità biologica della salvaguardia della nostra specie. Io credo che sia, oltre che innaturale dal punto di vista evoluzionistico, anche dannoso e forse un po’ stupido, poiché è nel rapporto con l’altro – con lo specchio delle relazioni – che possiamo riconoscerci e sopravvivere. Come Eco e Narciso, entrambi privati della relazione con l’altro, hanno dissolto i loro corpi nella morte. Proprio come per Eco, il corpo scompare quando non è visto dall’altro. Così Narciso muore perché ama un semplice riflesso. Non muore per eccesso d’amore, ma perché ama un’ombra: qualcosa che si può vedere ma mai toccare, un’immagine senza pelle, senza calore, incapace di rispondere.
La sua tragedia è precisamente questa – non l’assenza di amore, ma l’assenza di contatto, di un altro corpo reale che possa riceverlo e restituirlo. Ed è forse questa la sua eredità più inquietante: anche noi oggi esistiamo spesso solo se siamo riflessi, non dallo specchio vivo dell’altro, non dal contatto pelle a pelle, ma da uno schermo che ci rimanda soltanto la nostra immagine. Il narcisismo conduce perciò all’impossibilità di relazione e quindi è causa di morte. La pelle estingue la sua utilità di confine poroso e diventa involucro senza vita, poiché la nostra vita è strettamente influenzata dalle relazioni che la sostengono e la curano: un corpo che non entra in contatto con altri corpi, che non si lascia attraversare, si spegne – non solo metaforicamente. Come una candela senza ossigeno, in una campana di vetro, prima o poi si spegnerà. Ci sono infatti decine di ricerche che dimostrano, come quella di Julianne Holt-Lunstad del 2024, come la connessione sociale e il contatto fisico siano i predittori più affidabili della longevità in salute, superando persino fattori come la dieta o l’esercizio fisico. Il narcisismo è, in una qualche forma, una patologia sociale che lentamente ci sta annientando.
Fare l’amore con se stessi
Se pensiamo che il narcisismo sia una sorta di stranezza isolata, di una qualche forma di patologia clinica di qualche sparuto caso tra i nostri conoscenti, credo che ci stiamo sbagliando di grosso. Quello di cui parlo, infatti, non è più il narcisismo come diagnosi individuale – la patologia del singolo descritta dai manuali – ma il narcisismo come forma culturale, come modo di stare al mondo che il capitalismo contemporaneo non solo tollera ma incoraggia e premia, perché funzionale alla sua logica di funzionamento e auto-replicazione. E se così non fosse, il capitalismo non avrebbe trovato il suo specchio perfetto in questa economia dei like, dove esistiamo solo se siamo riflessi, non dallo specchio dell’altro, non dal contatto pelle-pelle, ma da uno schermo isolante che ci rimanda soltanto la nostra immagine. Siamo diventati ciò che ostentiamo, non più ciò che sentiamo, non più ciò che riusciamo a far percepire all’altro. È questo forse il serbatoio eccellente per una società dei consumi, la nostra, dove il desiderio è ripiegato in solo appagamento di sé attraverso oggetti da acquistare e mostrare, di esperienze dal valore meramente dimostrativo, di spiritualità dal sapore performativo? In tutto questo vige l’assoluta legge dell’abolizione dell’altro, la sua espulsione, il suo disconoscimento come parte di me.
La pelle non è più organo del desiderio, del contatto, non è più strumento di porosità e di scambio, ma diventa confine rigido, competitivo, corteccia dura senza vita, utile solo a riempire il contenitore di se stessi. Pensiamo a quanto ci irrigidiamo quando qualcuno ci sfiora per sbaglio sui mezzi pubblici, a quanto abbiamo imparato a tenere il corpo a debita distanza dagli altri, come se il contatto fosse sempre un’invasione piuttosto che un’apertura verso il mondo. Le ricerche più recenti registrano un calo significativo del contatto fisico e della sessualità tra gli adulti nelle società occidentali, e parallelamente aumentano gli stati di solitudine e di isolamento. Forse non è un caso che viviamo in società che hanno fatto della competizione il loro linguaggio fondamentale, dove anche i corpi imparano a difendersi prima ancora di ogni possibilità di contatto o apertura.
Anatomia della distanza
Da un recente e lunghissimo studio condotto da Kate Pickett, Aini Gauhar e Richard Wilkinson si evince chiaramente che nelle società fortemente diseguali e individualiste “è una cultura della competizione piuttosto che della collaborazione, che aumenta i sentimenti di insicurezza”. Se voglio quindi soddisfare solo me stesso e fuggire dalla relazione autentica con l’altro, trasformando le relazioni in semplici atti da consumare – come accade nei rapporti professionali o economici – non potrò mai appagare il senso di sicurezza che solo un ‘noi’ può offrirmi. Se il prossimo cessa di essere un alleato e diventa un concorrente o uno strumento di profitto, sostituendo le reti di supporto che offre una comunità con la freddezza del mercato, non possiamo aspettarci di poter vivere in una condizione – neppure minima – di sicurezza psicologica o sociale. Se la società ci spinge a isolarci – perché è questo il meccanismo del suo funzionamento – perché basa la relazione solo sui rapporti economici, marchiando come inutili e improduttivi quelli affettivi, entriamo inevitabilmente in un circolo vizioso di ulteriore distanza e maggiore insicurezza.
Già negli anni Trenta, Wilhelm Reich aveva intuito che la repressione delle emozioni, del piacere e della sessualità non è mai un fatto privato o accidentale, ma un dispositivo politico per eccellenza. In La funzione dell’orgasmo (1942) descrive come la società, attraverso un’educazione che inibisce l’abbandono e il contatto, produca individui dalla muscolatura cronicamente contratta – quella che chiamava “corazza caratteriale” – il cui corpo diventa una difesa permanente contro sé stesso e contro gli altri. Ed è proprio da quella repressione, mi pare, che nasca la distanza che oggi viviamo tra i corpi: una pelle che non sa più sfiorare né lasciarsi sfiorare non è il risultato di una scelta personale, ma il sedimento di un lungo addestramento. Un corpo represso è infatti un corpo che ha imparato a tenere gli altri corpi a debita distanza, e che ha perduto la memoria di cosa significhi lasciarsi andare, fidarsi, aprirsi all’altro. L’individualismo competitivo che ci viene venduto come libertà non è dunque un’inclinazione naturale dell’essere umano, ma il sintomo somatico, corporeo, di una soggettività addestrata fin dall’infanzia a contenersi, a controllarsi, a chiudersi: un progetto politico iscritto nei muscoli e nella pelle prima ancora che nella mente.
Non è forse tutto questo il preludio, anche, di ogni fascismo? Non è forse l’insicurezza che, nel profondo, ci fa essere “disposti a rinunciare alla libertà e non solo a quella psicologica in cambio della promessa di essere affrancati dalle proprie paure, ansie e bisogni” (Giasanti 2007, 1)? Il legame tra capitale e fascismo è così stretto che uno è condizione necessaria dell’altro e viceversa, poiché entrambi si nutrono delle solitudini degli individui e dei loro comportamenti.
Riaprendoci al contatto della pelle porosa, che assorbe ed emana al contempo, si può ricostruire la relazione perduta nella società delle macchine. La pelle, con i suoi centotrenta recettori per centimetro quadrato, è l’organo di senso per eccellenza, porta di accesso alle sensazioni e alle emozioni – da ex-movere, in latino, cioè “muoversi in direzione di” – che spingono il corpo verso l’altro corpo, l’essere umano verso l’essere umano e l’ambiente. Siamo programmati per questo, per stare assieme, per toccarci e abbracciarci, per prenderci la mano e “scambiarci la pelle”, come cantava Lucio Dalla. Sono certo che, mai come oggi, il mondo abbia bisogno di carezze. E forse, oggi, il gesto più rivoluzionario che ci resta è esattamente questo: porgere una mano, posare il palmo sulla spalla di qualcuno, lasciarsi attraversare dal calore di un altro corpo. È poco, però è tutto: è ricordarsi, contro tutto un sistema che lavora per il contrario, che non siamo nati per essere soli. Riaprirsi alla pelle, allora, non è un’esortazione sentimentale: è un atto di disobbedienza. È rifiutarsi di essere le isole che ci hanno insegnato a essere, è disertare la solitudine programmata che ci viene venduta come libertà, è restituire al corpo la possibilità di sentire un altro corpo. In un mondo che ci vuole rigidi, competitivi, chiusi, ogni carezza è una piccola resistenza, ogni abbraccio una crepa nell’armatura.
Fotografia di Ana Hell e Nathalie Dreier
Bibliografia
Bauman Z. 2003. Amore Liquido, Laterza, Roma.
Freud S. [1913] 1975. Introduzione al Narcisismo in Opere, vol. VII, Bollati Boringhieri, Torino.
Giasanti A. 2007. Psicologia di massa del fascismo: uno sguardo sociologico, intervento all’incontro “L’ombra del potere su Wilhelm Reich”, Università di Milano Bicocca, 26/27 Ottobre 2007.
Lacan J. 1949. Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell’Io, Einaudi, Torino.
Pickett K., Gauhar A., Wilkinson R. 2024. The Spirit Level at 15. The Enduring Impact of Inequality, The Equality Trust, London. Disponibile a:
https://media.equality-trust.out.re/uploads/2024/07/The-Spirit-Level-at-15–2024-FINAL.pdf
Uvnäs-Moberg K. 1998. Oxytocin may mediate the benefits of positive social interaction and emotions, Psychoneuroendocrinology, 23 (8), 819–835.
Reich W. La funzione dell’orgasmo, 1973, Sugar, Milano