Per chi ricorda l’omicidio di Piersanti Mattarella come un semplice omicidio di mafia, leggerne nel 2026 potrebbe suonare anacronistico. Che cosa ci sarà mai da dire dopo quarantasei anni e, soprattutto, dopo che i mandanti sono stati condannati all’ergastolo? Mi piacerebbe poter rispondere «Nulla, non c’è più nulla da dire. Ne scrivo per puro interesse»: significherebbe che una parte fondamentale della storia d’Italia si è conclusa in maniera trasparente, necessariamente influenzando il nostro presente; significherebbe che tutti i responsabili sono stati puniti e che, quindi, la famiglia Mattarella ha potuto convivere più serenamente con il lutto. E invece no, perché il caso Mattarella continua a essere straordinariamente attuale, e questo per una lunga serie di motivi. Non tanto e non solo perché è stato recentemente strumentalizzato dal partito al governo ー in maggio il Ministro dell’Istruzione e del Merito Valditara ha sostenuto fosse stato ucciso dalle Brigate Rosse, argomento che ho peraltro trattato in breve nella newsletter di Ātman Journal ー ma anche e soprattutto perché gli esecutori materiali non sono mai stati individuati. Inoltre, visto che il suo omicidio si inserisce in un periodo storico le cui più sanguinose vicende sono da inscriversi in uno stesso paradigma e rimangono tutt’ora secretate ー in Italia come all’estero ー, di indagini, processi e nuove piste ne spuntano con una certa costanza, e, si immagina, continuerà così finché tutti gli altarini degli Anni di Piombo non saranno svelati.
Infatti, scrivere dell’omicidio Mattarella non significa trattare solo di mafia, ma anche e soprattutto dei rapporti che vicendevolmente intratteneva con vari gruppi e organizzazioni. Prime fra tutte le logge massoniche ー Bontate, boss di Cosa Nostra e della Loggia dei 300, e Licio Gelli, capo della loggia Propaganda 2, erano legati da comprovati interessi economici ー seguite dal Vaticano ー era proprio attraverso il Banco Ambrosiano che veniva riciclato il denaro del clan mafioso. Ma anche il Governo italiano e i suoi servizi segreti ー ricordiamo che Giulio Andreotti, estremamente vicino al sopracitato capo della P2, è stato riconosciuto colpevole di collusione mafiosa nel 2004, anno in cui il reato era però già caduto in prescrizione ー, gli Stati Uniti e la Nato. Scrivere dell’omicidio Mattarella significa, quindi, trattare anche di rapporti ed equilibri internazionali in piena Guerra fredda, di comunismo, anticomunismo e, pure, di utili, utilissimi idioti.
“Un italiano su tre vota comunista”
Siamo nel 1980 e l’Italia si trova in una posizione senz’altro peculiare: pur facendo parte della Nato e mantenendo i propri rapporti con gli Stati Uniti il più saldi possibile, è il paese con il più grande partito comunista a ovest del muro di Berlino ー “Un italiano su tre vota comunista”, così commenta Berlinguer i risultati delle politiche del ‘76 ー e stringe patti commerciali con paesi filosovietici, come, in particolare, la Libia.
Come ampiamente attestato, negli anni della cosiddetta Strategia della tensione l’obiettivo prefissato da alcune forze in gioco ー la P2, ad esempio, che pervadeva il mondo politico e mafioso italiano ed era legata a doppio filo agli interessi atlantisti ー era quello di impedire l’ingresso del PCI nel governo. In Sicilia questo obiettivo era tanto più importante visto l’interesse degli americani a stabilirvi alcune basi missilistiche, fondamentali per la propria supremazia sul Mediterraneo ー a cui, peraltro, sarà proprio il fronte comunista siciliano e il suo leader, Pio La Torre, assassinato nel 1982, a opporsi.
Ma, mentre a scongiurare un possibile governo comunista a livello nazionale c’era stato il fortuito omicidio di Aldo Moro, il quale, nel periodo appena precedente al suo rapimento stava lavorando proprio al compromesso storico ー che avrebbe permesso al PCI di salire al governo insieme alla Democrazia Cristiana ー in Sicilia questo rischio ancora sussisteva. Il Presidente della Regione era unanimemente considerato l’erede di Aldo Moro, e quest’uomo era, appunto, Piersanti Mattarella. Membro della corrente di sinistra della Democrazia Cristiana e Presidente della Regione siciliana, era un riformatore nel politico e nel sociale, intenzionato, proprio come Moro, all’apertura al PCI, ed era celebremente e stoicamente antimafioso (Gotor 2025). Che fosse una vera spina nel fianco di Cosa Nostra è evidente già da un colloquio tenutosi nell’estate del 1979 tra la fazione di Bontate e Inzerillo e Giulio Andreotti, richiesto dalla cosca mafiosa per convincere l’allora Presidente del Consiglio a intervenire sulla scomoda condotta di Mattarella. E sarà proprio il suo omicidio a segnare un profondo spartiacque nel rapporto tra Andreotti e Cosa nostra (Turone 2021, pag. 137–141).
La morte e la pista mafiosa
È la mattina del 6 gennaio, il giorno dell’Epifania del 1980. Piersanti Mattarella, insieme alla figlia e la suocera, sta aspettando in auto che il figlio e la moglie entrino in auto per andare a messa. Non c’è nessun altro con loro: cadendo la celebrazione di domenica, il Presidente della Regione siciliana aveva scelto di lasciare liberi gli uomini della scorta. Salendo in macchina, la moglie di Mattarella, Irma Chiazzese, nota un giovane: un metro e settanta circa, castano, di bella presenza, dalle guance rosse, indossa un k‑way celeste, ha un’andatura ballonzolante e uno strano sogghigno. È lui a scaricare, pochi secondi dopo, due calibro 38 sul marito. Il fratello della vittima, Sergio, chiamato dal nipote, accorre e viene immortalato mentre regge il corpo del fratello in uno degli scatti più famosi della fotografa Letizia Battaglia, passata di lì per caso.
Nel frattempo assassino e complice spariscono su una Fiat 127, ritrovata nelle ore successive a breve distanza: un fatto senz’altro peculiare che l’auto non solo non sia stata data alle fiamme, come da prassi mafiosa, ma che sia stata pure lasciata così vicino al luogo del delitto, come se i colpevoli non avessero paura di essere riconosciuti (Gotor 2025, cap.1). L’auto è targata PA546623, ma è immediatamente chiaro agli inquirenti che sia stata contraffatta: quella Fiat 127 era stata rubata la sera prima e la sua targa differiva di un solo numero ー un 53 al posto del 54. Da dove arrivava quel 54? Da un’altra auto rubata nella stessa zona la sera prima, una Fiat 124 targata PA540916. Dei residui della contraffazione ー PA, 53 e 0916 ー non viene trovata traccia. O almeno, non per il momento (Turone 2021, pag. 229–230).
Ad appena un’ora dall’omicidio, alla sede dell’Ansa di Palermo arriva una telefonata nella quale l’omicidio Mattarella viene rivendicato “in onore dei caduti di via Acca Larenzia”: che questa telefonata giungesse a soli venti minuti dalla morte del politico siciliano, avvenuta in ospedale, fa presumere che chi avesse chiamato sapesse in anticipo cosa sarebbe successo. Inoltre, a far supporre che l’omicidio sia di matrice politica ci sono le trattative sull’ingresso del PCI nel governo regionale siciliano che Mattarella stava conducendo proprio in quei giorni (Gotor 2025). Vista, però, la decimazione della classe politica ー e non solo ー siciliana da parte di Cosa nostra in questi anni, le indagini si orientano, comprensibilmente, in direzione della mafia.
Si cercano in lungo e in largo i possibili esecutori materiali del delitto: si chiede ai collaboratori di giustizia, si propone a Irma Chiazzese vari soggetti tra i quali identificare il ragazzo che aveva visto uccidere il marito, ma nulla. Non si trova nessuno che corrisponda all’identikit dell’assassino, o almeno, non tra i soggetti conosciuti all’interno delle cosche mafiose o gravitanti intorno a esse. Infatti, nel 1984, durante un riconoscimento fotografico la moglie di Mattarella definirà il membro dei Nuclei armati rivoluzionari (Nar) Valerio Fioravanti “quello che più corrisponde all’assassino che ho descritto nell’immediatezza dei fatti” (Gotor 2025). Convinzione che si farà sempre più decisa negli anni e che non sarà opinione della sola vedova Mattarella, ma anche di altri testimoni oculari ー e, in effetti, il membro dei Nar è in tutto e per tutto la fotografia del killer. Passano due anni prima che Valerio Fioravanti, insieme a Gilberto Cavallini, venga indicato come l’esecutore materiale dell’omicidio Mattarella: ad accusarlo è il collaboratore di giustizia proveniente dai Nar Cristiano Fioravanti, suo fratello.
La pista nera
Ma che cosa ci avrebbe guadagnato un gruppo eversivo neofascista a uccidere il Presidente della Regione siciliana? La risposta sta in due nomi: Francesco Mangiameli e Pierluigi Concutelli (Turone 2021, 236–237). Il primo era tra i dirigenti di Terza Posizione (Tp) ー altro gruppo dello spontaneismo armato di estrema destra ー il secondo un killer neofascista vicino agli ambienti della massoneria, che stava scontando l’ergastolo all’Ucciardone di Palermo per aver assassinato nel 1976 Vittorio Occorsio, un magistrato in procinto di mettere sotto inchiesta il sopracitato Licio Gelli ー e, quindi, considerato dalla giovane generazione di terroristi un eroe da liberare. È proprio questo progetto di liberazione ad avvicinare il palermitano Mangiameli e il romano Fioravanti ー per quanto, è bene sottolineare, non sia la prima volta che Nar e Tp lavorano insieme, anzi, tendono a condividere modalità e, soprattutto, covi. Citando l’interrogatorio a Cristiano Fioravanti (Turone 2021, 238):
“In particolare aveva promesso [Mangiameli] che, grazie a determinati appoggi che si era procurato, sarebbe riuscito a propiziare l’evasione di Concutelli, previo trasferimento di costui in un ospedale o in un carcere meno sorvegliato di quello ove si trovava. Quanto a questi appoggi e aiuti sarebbero venuti al Mangiameli e al nostro gruppo, come mi disse mio fratello, in cambio di un favore fatto a imprecisati ambienti che avevano interesse nell’uccisione del presidente della Regione siciliana. All’uopo era stata fatta una riunione a Palermo in casa del Mangiameli, in periodo che non so di quanto antecedente all’omicidio Mattarella, e nel corso di essa erano intervenuti, oltre al Mangiameli, mio fratello Valerio, la moglie del Mangiameli e una persona della Regione (non so se funzionario o politico). Quest’ultimo avrebbe dato la “dritta”, cioè le necessarie indicazioni per poter programmare l’omicidio.”
Quindi, secondo Cristiano, qualche personaggio interno alla Regione avrebbe assoldato i membri di un gruppo terroristico neofascista per eliminare lo scomodo Mattarella, proponendo in cambio un aiuto per la sensazionale, storica evasione dell’eroe Concutelli. Sull’identità di questo funzionario si spenderà Alberto Volo: secondo il collaboratore di giustizia interno a Tp sarebbe stato Gaspare Cannizzo, massone e direttore di una rivista di estrema destra. Inoltre, Volo indicherà in Licio Gelli il mandante dell’omicidio, ma non verrà ritenuto attendibile dai magistrati (Gotor 2025). La credibilità di Cristiano Fioravanti, invece, si basa sulla testimonianza che dà sull’omidicio dello stesso Mangiameli (Turone 2021, 239):
“Della partecipazione di mio fratello all’omicidio Mattarella appresi da lui stesso dopo l’omicidio del Mangiameli [9 settembre 1980] e precisamente il giorno successivo, di mattina. Io infatti avevo partecipato a quell’omicidio senza conoscerne, né previamente chiederne, i motivi. Successivamente, specie perché mio fratello insisteva che era necessario uccidere anche la moglie e la figlia del Mangiameli, chiesi spiegazioni sul perché di tali delitti. […] Sono sicuro che Valerio mi abbia detto la verità nel confidarmi le sue responsabilità nell’omicidio dell’uomo politico siciliano. Egli doveva convincermi dell’utilità, dopo l’uccisione del Mangiameli, anche dell’uccisione della moglie e della figlia di quest’ultimo.”
Sembrerebbe che Francesco Mangiameli sia stato ucciso proprio perché sapeva dell’omicidio Mattarella, ma sul movente del suo assassinio sono state fatte altre ipotesi. Secondo una prima pista le informazioni sensibili in suo possesso avrebbero riguardato la strage di Bologna ー per cui, va ricordato, sono stati condannati nel 1995 Valerio Fioravanti e la compagna, Francesca Mambro, seguiti nel 2025 da Gilberto Cavallini (Turone 2021, 239). Oppure, come altri collaboratori di giustizia sosterranno, perché la vittima fosse venuta a conoscenza dei rapporti di Fioravanti con gli ambienti piduisti, e che l’omicidio Mattarella ー come pure quello del giornalista Carmine Pecorelli ー fossero in realtà figli della stessa trama di potere occulto (Gotor 2025).
Fin qua, comunque, gli elementi d’accusa a carico di Fioravanti e Cavallini sono le dichiarazioni di Cristiano Fioravanti, la loro attestata presenza a Palermo nei giorni dell’omicidio Mattarella e l’identificazione di Valerio Fioravanti da parte di Irma Chiazzese. A questi si aggiunge la testimonianza di un altro collaboratore di giustizia, Stefano Soderini: anch’esso membro dei Nar, dichiara non solo che Fioravanti era soprannominato “Orso” per la sua andatura ballonzolante anche in azione, ma anche che, finché il gruppo non si era procurato un macchinario per fabbricare targhe contraffatte, il metodo di Fioravanti consisteva nell’incollare insieme targhe di auto diverse (Turone 2021, 241–242).
Questo particolare accenderà l’interesse di Falcone, il quale, essendo stato ormai emarginato dagli uffici inquirenti palermitani, chiederà al fidato Loris D’ambrosio, grande esperto di eversione di destra, di occuparsi del caso. Nella Relazione D’Ambrosio, desecretata solo nel 2018, oltre a identificare l’assassinio come “omicidio di politica mafiosa” ー indicandone, quindi, la duplice matrice ー il magistrato suggerisce agli inquirenti di Palermo di svolgere accertamenti su dei reperti rinvenuti nel 1982 durante una perquisizione al covo di Nar e Tp di Torino. Tra i reperti ritrovati, infatti, sono presenti “due pezzi di targa, uno contenente la sigla PA, l’altro contenente la sigla PA e il numero 533091”. Esattamente, proprio quei pezzi di targa, i ー presumibili ー residui della contraffazione. Eppure, nessun accertamento è stato fatto: quando la Relazione D’Ambrosio viene inviata, nel settembre 1989, il pool antimafia è già stato smantellato.
Prove scomparse
Ma che ne è oggi di questi pezzi di targa? Sono rimasti a Torino per qualche mese, poi trasmessi a Roma, acquisiti nel 1989 dal giudice istruttore di Palermo e depositati nel capoluogo siciliano. Da qui, misteriosamente, scompaiono, per ben ventinove anni. Già, così misteriosamente com’erano spariti, altrettanto misteriosamente sono riapparsi, nel 2018. Non sono, però, pezzi di targa: il primo è un pezzo ー PA ー l’altra è invece una targa integra, originale ー PA563091 ー che coincide con una targa rubata da una Renault a Palermo nel 1982 (Turone 2021, 251, 447–448). È di certo una bella coincidenza che questa nuova targa, integra, omonima di quella derivante dai residui della contraffazione del caso Mattarella, e descritta sin dal primo verbale della perquisizione come pezzo di targa ー e non targa e basta ー sia scomparsa da Palermo nell’aprile 1982 e ritrovata, sei mesi dopo, a milleseicento chilometri di distanza, a Torino, proprio in un covo di Nar e Tp. La sventurata Renault, poi, si è vista nuovamente rubare la targa e ha poi cambiato proprietario proprio nei giorni in cui i reperti del covo venivano spostati da Torino a Roma. In aggiunta, va sottolineato che il coordinamento dell’inventariazione dei materiali del covo di Torino venne affidato all’ufficiale dei carabinieri Mori, poi direttore del SISDE, accusato e poi assolto in tre diversi processi per favoreggiamento ー nei casi di Salvatore Riina, Bernardo Provenzano e di una trattativa tra lo Stato e Cosa nostra ー che si trova, attualmente, nuovamente indagato: per strage, associazione mafiosa e associazione con finalità di terrorismo internazionale ed eversione dell’ordine democratico (Gotor 2025, cap. 3). Chiaramente, va da sé, è da considerarsi innocente fino alla chiusura del processo. Certo è che le coincidenze, sul caso delle targhe, sono parecchie.
E questa non è l’unica storia di prove sparite del caso Mattarella: nel novembre 2025 è stato arrestato Filippo Peritore, ex prefetto ed ex dirigente della Polizia di Stato, accusato di depistaggio per la sparizione di un guanto di pelle trovato, all’epoca, all’interno della Fiat 127. Una prova che avrebbe potuto contenere tracce biologiche dell’omicida, ma che, dopo essere stata affidata a un agente della Polizia scientifica, invece che essere trasmessa agli uffici competenti per le analisi, è, come nel caso delle targhe, sparita nel nulla.
La fine delle indagini: il processo
Ma tornando ai colpevoli: chi è stato processato, chi condannato e chi assolto?
Nel maggio 1999 la Corte di Cassazione ha attribuito il delitto ai soli corleonesi, in veste di mandanti, mentre ha rigettato, nonostante i numerosi elementi raccolti contro Fioravanti e Cavallini, l’ipotesi della pista nera e ha, quindi, assolto i due camerati. Sostanzialmente si è ritenuto che le dichiarazioni di Cristiano Fioravanti fossero mendaci, tese unicamente a colpire il fratello, senza però trovare una spiegazione plausibile alle ragioni che lo avrebbero indotto ad accusarlo. Tanto più che Cristiano continuò negli anni a testimoniare in maniera coerente, nonostante la famiglia l’avesse estromesso e disconosciuto, fatto che in più occasioni dimostrò, con tutta evidenza, di provocargli una grande sofferenza. Inoltre, mentre le dichiarazioni dei pentiti di mafia sono state ritenute attendibili nonostante fossero testimonianze indirette, quelle provenienti dai pentiti Nar no, proprio perché testimonianze indirette. La sorte peggiore è, però, certo toccata a Irma Chiazzese, la vedova Mattarella: nonostante la coerenza delle sue testimonianze, è stata anch’essa ritenuta testimone inattendibile, in quanto “inconsapevoli suggestioni personali potevano essersi sovrapposte ai ricordi relativi a momenti di cosí intenso dolore” (Gotor 2025).
Una sentenza che, recentemente ripercorsa nell’ultimo processo a Gilberto Cavallini per la strage di Bologna, ha lasciato perplessi i magistrati, ma che non può essere contestata: quello del ne bis in idem ー il diritto a non essere processati due volte per lo stesso reato ー è un principio costituzionale che va considerato fondamentale e irrinunciabile. Certo, Cavallini e Fioravanti in carcere ci sono andati, ma per altri reati: il primo nel 2025 si è aggiudicato il suo nono ergastolo, mentre il secondo è stato condannato complessivamente a 8 ergastoli, 134 anni e 8 mesi di reclusione; nell’aprile 2009 è, però, tornato libero, e al momento scrive per l’Unità ー sì, per lo storico quotidiano comunista, per il giornale del PCI fondato da Antonio Gramsci, passato nel novembre 2022 all’editore de Il Riformista, che ne ha licenziato tutte le penne storiche.
L’ironia, alle volte.
Il caso Mattarella oggi
Il caso Mattarella, da quel momento in poi, non è stato riaperto fino al 2018. Nel gennaio 2025 sono stati iscritti nel registro degli indagati il boss Antonino Madonia e Giuseppe Lucchese ー entrambi in carcere sotto regime di 41-bis, rispettivamente, dal 1989 e 1990 ー con l’accusa di essere gli esecutori materiali dell’assassinio di Mattarella: il primo avrebbe sparato, il secondo sarebbe stato alla guida della 127.
Infine, l’ultima notizia riguardante il caso Mattarella è del luglio di quest’anno: nonostante le nuove tecnologie a cui è stato sottoposto, il residuo di un’impronta trovata sull’auto dei killer non si è rivelato sufficiente per svelare l’identità dell’indiziato.
Che l’omicidio di Piersanti Mattarella rimanga una questione aperta nonostante siano passati quarantasei anni non deve stupirci. Il suo assassinio si inserisce in quel periodo di violenza, collusioni e depistaggi noto come Anni di Piombo, di cui certamente condivide dinamiche e motivazioni, e le cui trame rimangono, allo stesso modo, in gran parte taciute. Il decennio attraversato dalla Strategia della tensione, infatti, è stato il frutto delle ingerenze nell’ordine democratico italiano da parte della mafia, del Vaticano, della Nato, di chi, sostanzialmente, auspicava svolte autoritarie nel paese. Si parla di gruppi come la loggia P2 ー la cui lista, ricordiamo, annovera Silvio Berlusconi, e, ufficiosamente, anche Giulio Andreotti ー e di organizzazioni paramilitari come Gladio ー frutto di un’intesa tra CIA e servizi segreti italiani, il cui scopo era evitare l’avanzata del comunismo in Europa. Una complessità di intenti, relazioni e insabbiamenti tale da essere riassumibile solo dalle parole, lucidissime, pronunciate da Giovanni Falcone nel 1986:
“Le istruttorie tuttora in corso in diverse sedi giudiziarie stanno portando alla luce realtà estremamente inquietanti e particolarmente complesse, fatte di ibridi connubi fra criminalità organizzata, centri di poteri extraistituzionali e settori devianti dello Stato, che hanno la responsabilità di avere tentato di condizionare il libero svolgimento della democrazia e di avere ispirato crimini efferati”
A conti fatti, con le sue politiche antimafiose e con la sua apertura al PCI, Piersanti Mattarella era un grosso ostacolo agli interessi di questi ibridi connubi, ed è stato, per questo, eliminato. Sulla sua morte, quindi, si staglia l’ombra di una rete di potere occulto tanto ampia da travalicare i nostri confini e avere, di fatto, governato il paese durante buona parte della Prima Repubblica. Una rete che sarebbe ingenuo credere non possa continuare, seppur con nuovi volti e nuove modalità, a governarlo tuttora.
Che questa sia la realtà delle cose e non una teoria complottista potrebbe suonare inconcepibile, o quantomeno poco credibile, a chi non ha mai avuto la possibilità di interessarsi a questo capitolo della storia italiana. Ed è questa, a quarantasei anni di distanza, la parte che pare più atroce: attraverso ingerenze, insabbiamenti, depistaggi e segretazioni ci hanno privati di una parte fondamentale della nostra memoria comune, di chissà quale diverso presente, di chissà quale futuro. Ve lo immaginate? Nel 1976 un italiano su tre votava comunista!
Fotografia di Valeria Arendar & Eleana Konstantellos André
Bibliografia
Gotor, M. 2025. L’omicidio di Piersanti Mattarella. L’Italia nel mirino: Palermo, Ustica, Bologna, Giulio Einaudi Editore, Torino
Turone, G. 2021. Italia occulta, Chiarelettere, Milano
Sitografia
https://www.archivioantimafia.org/sentenze2/andreotti/andreotti_primo_grado.pdf
https://collezionedonatapizzi.com/portfolio/letizia-battaglia/
https://www.docspopuli.it/fonti/Omicidi/Mattarella_P/relazione-omicidio-mattarella-06–01-1980.pdf
https://www.ilpost.it/2025/10/25/arresto-omicidio-piersanti-mattarella-indagini-45-anni-dopo/
https://www.sistemapenale.it/it/documenti/strage-bologna-corte-assise-ergastolo-cavallini-422-cp