Once We Were Kidz di Lulù Withheld è un diario fatto di immagini e parole che attraversano l’epoca di transizione tra analogico e digitale – concerti, amicizie, corpi, paesaggi in transito – con la consapevolezza di qualcuno che guarda il passato non per tornare ad abitarlo, ma per riconoscere, e ritrovare, se stesso. Un lavoro in cui la fotografia e la memoria dialogano, alla ricerca di frammenti che possano comporre il quadro della nostra identità. Da questo progetto ha preso forma un libro fotografico edito da Anticamente Presente Editore.
C’è un’intenzione precisa all’origine di Once We Were Kidz: digitalizzare, a decenni di distanza, le fotografie analogiche di un’adolescenza vissuta a cavallo tra i Novanta e i Duemila. Un gesto che Lulù Withheld – fotografa, regista e artista formatasi tra Italia, Spagna e Francia – descrive come un atto eroico, di coraggio, più che di nostalgia. Il risultato è un libro-diario fotografico edito da Anticamente Presente, un lavoro in cui stazioni ferroviarie, camerette, periferie urbane e corpi in transito si immergono in una colonna sonora implicita di un’epoca tra Fugazi, Low, Mazzy Star e Nirvana, con lo scopo di restituire, non tanto un ritratto generazionale, quanto un’intima mappa dell’identità.
La domanda che percorre tutto il progetto non è infatti come eravamo, ma chi siamo diventati. E per farlo Lulù Withheld torna, dolorosamente e romanticamente, ai ricordi che tutt’oggi l’accompagnano e la definiscono come persona. Lulù costruisce le sue immagini come frammenti di un flusso memoriale, che lei stessa definisce schegge, e proprio in questa mutabilità trova la risposta più profonda: quella di un sé che ha bisogno del passato non per abitarlo di nuovo, ma per riconoscersi nel presente. Ho incontrato Lulù Withheld per parlare di memoria e fotografia, di analogico e digitale, del ruolo di conservatore di ricordi che le immagini ricoprono.
Once We Were Kidz può essere visto quasi come una scatola di ricordi. Che effetto ti ha fatto, emotivamente, riaprirla e ritrovarti davanti a una parte così intensa della tua vita? E perché a un certo punto hai sentito il bisogno di condividere quel materiale con il mondo esterno?
Aprire quella Time Capsule mi ha terrorizzato, e spiazzato, e commosso. Once We Were Kidz è stato, per me, un atto di coraggio. Quello stesso coraggio che è richiesto per esserci, per avere la certezza della propria esistenza. “È una ricerca del sé condotta con coraggio ma che è essa stessa la ricerca di questo coraggio” (Gargani 1985)
Come ne sei uscita? Lavorare su queste immagini ti ha aiutato a metabolizzare quel periodo, o magari alcuni momenti più specifici della tua storia? In qualche modo è stato anche un processo terapeutico?
Come ne sono uscita…
“Quanto fa male ritornare al gelo dei sorrisi uccisi…” (Marlene Kuntz 1996)
Ti sei mai chiesta, da un punto di vista artistico ma anche personale, dove finisca il ricordo e dove inizi una sorta di ‘mito’ privato che costruiamo attorno al nostro passato?
I ricordi sono inattendibili per eccellenza. Ma sono anche tutto l’immaginario di cui siamo intrisi. Ho sempre avuto un po’ quest’ansia feroce di vivere, di vivere tutto, e di cercare di ricordare e fissare ogni cosa. “Se non le scrivo, le cose non arrivano al loro compimento, sono state solamente vissute” (Ernoux 2022). Ed è così che ho iniziato a fotografare, sai no, per non perdermi quei momenti che intervallavano i grandi eventi personali, le grandi scelte. I momenti nel mezzo. Quelli che non vengono definiti abitualmente come memorabili. Ho sempre amato quei tempi morti.
Ho avuto l’impressione, a un certo punto, che senza quei ricordi, tangibili come nelle fotografie, sarebbe stato come non avere vissuto affatto. Anche se so, in generale, che dimenticare è un aspetto intrinseco della capacità di ricordare.
Sai, forse più che mito privato mi sembra di avere tentato di costruire un tempio in statu nascendi dove poter rifugiarmi – ogni volta – per sapere di esserci, per sapere di esistere.
Nel libro sembrano fondersi due elementi molto forti: l’adolescenza e i luoghi (stazioni ferroviarie, camerette, periferie, spazi occupati). Sono ambienti dove spesso la giovinezza prende forma lontano dal centro delle cose. Cosa significa per te fare ritorno a quei luoghi fisici e non?
I paesaggi dell’adolescenza sono luoghi di transito, metaforicamente periferie dell’essere. E queste periferie sono lontane, sì, dal centro del mondo, ma sono esse stesse un intero mondo. Tornarci, con la mente, è come rientrare in una vecchia casa, dove magari sei nato e cresciuto o dove hai abitato, dove sei stato felice, dove sei stato disperato. Ti senti un po’ a disagio, all’inizio, ma poi ne riconosci gli odori e le superfici e ritrovi le sensazioni di allora, e così improvvisamente una strana pace una strana quiete ti assale. È come sapere, in fondo, che quei luoghi sono e sono sempre stati dentro di te.
Sfogliando il libro si ha quasi la sensazione di ‘sentire’ il clima di quegli anni, la fine dei Novanta e l’inizio dei Duemila. Che atmosfera respiravi allora, nel tuo mondo personale ma anche nel contesto collettivo della tua generazione? Che ricordi vivi ti tornano alla mente?
È stato un momento culturalmente molto fervido, sembrava allora un momento di passaggio carico di promesse. Era la fine del millennio, un giro di boa importante:“c’era questa elettricità nell’aria e sentivi che tutto stava per cambiare” (American Beauty); “Il mondo sta cambiando, la musica sta cambiando, le droghe stanno cambiando, perfino gli uomini e le donne stanno cambiando” (Trainspotting 1996), l’oceano del futuro delle infinite possibilità ti si poteva spalancare davanti. L’arte, il cinema, la musica erano tutte giunte a un climax euforico e il digitale stava entrando dappertutto in maniera perturbante.
Se dovessi menzionare dei ‘ricordi’ ti direi che più di ogni altra cosa ricordo la sensazione di essere immortale, quella sensazione che solo da ragazzi si può provare. Quando smetti di sentirla e comprendi che quella sensazione è una chimera, capisci di essere diventato adulto.
Negli ultimi anni l’immaginario degli anni Novanta è tornato spesso alla ribalta – nella moda, nella musica, nell’estetica. Nel tuo lavoro però la nostalgia non sembra stilizzata o costruita: rimane qualcosa di molto intimo. Quando lavoravi su questo materiale ti interessava recuperare quel passato o piuttosto interrogarti su ciò che ne resta oggi, e su come quell’epoca abbia contribuito a renderci ciò che siamo?
Digitalizzare tutte le mie foto per la prima volta, una vita dopo, è stata un’operazione non solo nostalgica, in pieno revival anni Novanta, ma anche di scoperta e riappropriazione; una specie di coming-of-age in delay di vent’anni.
Questa operazione mi ha consentito di capire e di reintegrare, in qualche modo, la mia identità. Questo mio arsenale nostalgico è, di fatto, una sorta di diario visivo, che può mostrarmi chi ero ma anche, e soprattutto, chi sono. Una specie di processo di identificazione a ritroso, in cui posso identificarmi con un io che, ovviamente, non esiste più ma che, tuttavia in virtù del suo medium, mi permette di conservare, nel tempo, il senso di unità del mio proprio io. In un mutuo scambio tra passato e presente. Ecco, insomma, alla fine il lavoro, l’intimo lavorìo, del ricordo mi permette di elaborare la mia storia personale… Capire chi sono stata mi consente di sapere chi sono. Non siamo forse noi tutti la somma del tempo su di noi?
Nel libro le immagini non seguono una narrazione lineare: sembrano piuttosto frammenti, momenti isolati che in qualche modo continuano a richiamarsi tra loro. Perché per te era importante mantenere questa sensazione di memoria imperfetta, quasi disordinata?
Li abbiamo immaginati, come apparizioni fugaci, come sensazioni, come fragili note in Re minore, come parti di un unico flusso gestuale che è quello della memoria. Mi piaceva l’idea che, insomma, anche nel libro, pagina dopo pagina canzone dopo canzone, tutti questi ricordi fossero frammenti come nella memoria stessa. Il modo in cui essi si affacciano alla memoria, di volta in volta. Schegge, senza preavviso. Così out of the blue, in mezzo alla vita.
Alcune sequenze del libro sembrano fotogrammi di un film: momenti intimi, spazi quotidiani, corpi osservati mantenendo una certa distanza. Il cinema ha avuto un ruolo nel modo in cui costruisci le tue immagini o nel modo in cui pensi alla fotografia come racconto?
Il cinema è stato il grande amore della mia vita. Mia sorella maggiore mi ha permesso, da bambina, di restare con lei a guardare i film su Fuori Orario, il sabato notte. Alcuni davvero improbabili, molto Raro Video. Ho visto, grazie a lei, i film di Tarkovskij ancora prima di poterli comprendere. E così anche i film di Wenders. E molti, molti altri. In Stalker, sul finale, piango ancora oggi, perché mi ricordo di come mi sono sentita la prima volta, arrivata con i protagonisti alla Stanza dei Desideri. E mi commuovo ancora su quel piano sequenza sul PPP di Nastassja Kinski, di una bellezza impagabile, in Paris, Texas. Ricordo di avere visto My Own Private Idaho qualcosa come una ventina di volte. Ne sapevo a memoria tutte le battute. “Questa strada è la mia strada…”.
E poi c’è la musica. In Once We Were Kidz si percepisce quasi una colonna sonora implicita, che va dallo slowcore al post-rock. Quanto la musica ha influenzato il tuo immaginario in quegli anni? C’erano dischi o scene musicali che hanno accompagnato il modo in cui guardavi il mondo e, forse, anche il modo in cui lo fotografavi?
La musica è sempre stata qualcosa di imprescindibile. Una specie di metronomo del mio cuore, della mia giovinezza. In quegli anni, senza Spotify e ancor prima di Napster, i concerti erano un appuntamento fisso. Ricordo i martedì o i giovedì alla Flog su al Poggetto dove ho visto più volte i Marlene Kuntz. Poi c’erano i lunghi weekend al CPA, di viale Giannotti, o al LINK, quello vero, a Bologna, ormai raso al suolo. Ricordo un concerto densissimo, senza silenzi tra i suoni, dei Giardini di Mirò alla Casa del Popolo a Grassina. Ricordo i Fugazi nell’ottobre del ’99 a Firenze e i Pan(a)Sonic a Bologna in un ultimo dell’anno prima del 2000. I Blonde Redhead ad Arezzo Wave. I vari Dissonanze a Roma, una volta nella cornice del Tempietto di San Pietro in Montorio. Poi ricordo i Coil al Teatro delle Celebrazioni, con una performance surreale. Ricordo il primo concerto in Italia dei giovanissimi Green Day, concerto dove mi spaccai il naso con una gomitata pogando sotto al palco che avevo 16 anni tipo. E poi i Cure, i Radiohead, una reunion dei Sex Pistols nel luglio del ’96, con Iggy Pop in chiusura, e poi i Bad Religion, Millencolin, Fugazi, Shellac, Belle and Sebastian… E infine tutti quei CD masterizzati con dentro i Galaxie 500, i Low, gli Slowdive, Slint, MBV, Codeine, Cocteau Twins, Mazzy Star, the Jesus and Mary Chain, Black Heart Procession, NIN, e prima ancora le cassette con i Nirvana, le Hole, Sonic Youth, Sinead O’Connor, NIA punx, Metallica, e mille altre sonorità diverse.
Forse ho continuato a fotografare il mondo con in loop, in cuffia, la voce di Ian MacKaye su quella ballata iconica che è I’m so tired.
Attraverso queste fotografie si ha la sensazione di entrare in un momento della tua vita in cui tutto era molto intenso (le amicizie, le relazioni, persino i piccoli gesti quotidiani). Quando riguardi queste immagini oggi, senti ancora quell’intensità o prevale piuttosto una forma di distacco?
Di tutte conservo il momento esatto dello scatto. La storia nascosta dietro la fotografia. Quel piccolo segreto che resta confinato tra chi scatta e chi è scattato. Mi piace poterlo considerare un piccolo segreto. Sebbene queste foto raccontino senza mezzi termini ciò che esse sono, quei momenti di vita, né più né meno.
Tornando alla tua domanda, alcune foto non riesco più a guardarle e le tengo custodite in qualche scatola in alto sull’armadio. Le altre sono qui. La distanza temporale mi ha permesso di guardarle con nostalgica tenerezza. Comunque editando il libro ho provato a guardarle con occhi estranei, anche se a fatica, e se non ci fossi stato tu sarei ancora qui a togliere e ad aggiungere foto… “I ricordi sono sempre bagnati di lacrime” (Wong Kar Wai 2004).
Molte immagini sembrano custodire momenti di estrema fragilità, promesse che in quel momento probabilmente sembravano eterne. Ti capita mai di chiederti che fine abbiano fatto alcune di quelle persone, o come sarebbero andate le cose se avessi preso un lato del bivio piuttosto che l’altro?
Le persone amate non si dimenticano. Ma non si dimenticano neanche quelle che ‘abbiamo ucciso’, quelle perse, quelle che ci hanno amato a loro volta. Sarebbe carino tornare a ringraziare le persone che abbiamo incontrato, tutte quante. A ognuna di esse io devo qualcosa. Pensaci, credo sia così per tutti. Credo che nessuna persona che attraversi la nostra vita possa essere dimenticata, mai. Ognuno lascia delle tracce di sé negli altri. Nel bene e nel male, o al di là del bene e del male. Certe volte sì me lo chiedo, come sarei stata se non avessi preso quel treno o se avessi perso quel treno. Sarei stata più libera, più selvatica, meno fragile? Sarei stata una brava persona o una pessima persona? Sarei stata in grado di amare? O il contrario? È che alla fine siamo tutto, lo sai no? Siamo ogni cosa, gli eventi che ci scivolano addosso e quelli che prendiamo di petto, i luoghi che respiriamo, le vite che ci attraversano e che, a nostra volta, attraversiamo e poi il tempo che ci sfiora e poi ci disegna e… queste vene queste lacrime questi silenzi. Il gioco del se porta a riflettere su quel rizoma continuo delle scelte, senza sapere di scegliere quale vita possedere o non possedere in ogni momento.
Ogni fottutissimo momento. Girare a sinistra, a destra, andare dritto, tornare indietro, no indietro non si può.
Indietro non si può.
Il materiale che compone Once We Were Kidz arriva da un momento di passaggio: gli ultimi anni davvero analogici e l’inizio dell’era digitale. Pensi che quella condizione tecnologica abbia influenzato il modo in cui la tua generazione ha vissuto e oggi ricorda quegli anni?
Era un altro modo di sentire, immagino, e di vivere. Meno filtrato, più ruvido. La gente spariva e non era ghostare, tanto per dirne una. Spariva e basta, perché la vita era anche così. Come il nastro delle cassette che volava via dai finestrini delle auto. Non so perché mi viene in mente sempre questa immagine, del nastro che vola, e This is England alla radio.
Oggi fotografiamo continuamente, quasi senza pensarci. In quegli anni invece scattare una fotografia era un gesto più raro, forse più intenzionale. Pensi che proprio per questo le immagini trasmettano un peso emotivo diverso?
Nell’eterno flusso bulimico di immagini di oggi è come se venisse a mancare quel “è stato” di cui parlava Barthes (2003). Sono davvero troppe, sono ogni istante, sono tutte le vite e lo sono tutte insieme senza soluzione di continuità. E nel guardarle si smette di credere a quel ça a été. Diventano un insieme indistinto di immagini, che perde concretezza.
In quegli anni c’era sempre nelle famiglie, o nei gruppi di amici, quella persona con la macchina fotografica. Era la depositaria della memoria di quel momento. Che era strano se ci pensi, era come essere un’archivista del tempo presente. Come se la fotografia stessa potesse compiere questo artificio meraviglioso, che io chiamo malinconia del presente.
“Chissà che la memoria non consista solo nel guardare le cose fino in fondo” (Yūko Tsushima).
Fotografie di Lulù Withheld
Bibliografia
Barthes Roland. 2003. La camera chiara. Nota sulla fotografia. Einaudi, Torino.
Boyle Danny. 1996. Trainspotting. Channel Four Films/Figment Films/The Noel Gay Motion Picture Company.
Ernoux Annie. 2022. Il ragazzo. L’Orma, Roma.
Gargani Antonio (a cura di). 1985. La crisi del soggetto. Esplorazione del sé nella cultura austriaca contemporanea. Ponte alle Grazie, Firenze.
Marlene Kuntz. 1996. Come stavamo ieri.
Mendes Sam. 2000. American Beauty. Jinks/Cohen Company and Dreamworks Pictures (USA).
Wong Kar W.ai. 2004. 2046. Jet Tone Prouction/Fortissimo Film Sales
Yūko Tsushima, frase attribuita