15

Giugno
15 Giugno 2026

FOTO­GRA­FA­RE PER ESI­STE­RE. CON­VER­SA­ZIO­NE CON LULÙ WITH­HELD

0 CommentI
72 visualizzazioni
22 min

Once We Were Kidz di Lulù With­held è un dia­rio fat­to di imma­gi­ni e paro­le che attra­ver­sa­no l’epoca di tran­si­zio­ne tra ana­lo­gi­co e digi­ta­le – con­cer­ti, ami­ci­zie, cor­pi, pae­sag­gi in tran­si­to – con la con­sa­pe­vo­lez­za di qual­cu­no che guar­da il pas­sa­to non per tor­na­re ad abi­tar­lo, ma per rico­no­sce­re, e ritro­va­re, se stes­so. Un lavo­ro in cui la foto­gra­fia e la memo­ria dia­lo­ga­no, alla ricer­ca di fram­men­ti che pos­sa­no com­por­re il qua­dro del­la nostra iden­ti­tà. Da que­sto pro­get­to ha pre­so for­ma un libro foto­gra­fi­co edi­to da Anti­ca­men­te Pre­sen­te Edi­to­re.

C’è un’in­ten­zio­ne pre­ci­sa all’o­ri­gi­ne di Once We Were Kidz: digi­ta­liz­za­re, a decen­ni di distan­za, le foto­gra­fie ana­lo­gi­che di un’a­do­le­scen­za vis­su­ta a caval­lo tra i Novan­ta e i Due­mi­la. Un gesto che Lulù With­held – foto­gra­fa, regi­sta e arti­sta for­ma­ta­si tra Ita­lia, Spa­gna e Fran­cia – descri­ve come un atto eroi­co, di corag­gio, più che di nostal­gia. Il risul­ta­to è un libro-dia­rio foto­gra­fi­co edi­to da Anti­ca­men­te Pre­sen­te, un lavo­ro in cui sta­zio­ni fer­ro­via­rie, came­ret­te, peri­fe­rie urba­ne e cor­pi in tran­si­to si immer­go­no in una colon­na sono­ra impli­ci­ta di un’e­po­ca tra Fuga­zi, Low, Maz­zy Star e Nir­va­na, con lo sco­po di resti­tui­re, non tan­to un ritrat­to gene­ra­zio­na­le, quan­to un’in­ti­ma map­pa del­l’i­den­ti­tà.

La doman­da che per­cor­re tut­to il pro­get­to non è infat­ti come era­va­mo, ma chi sia­mo diven­ta­ti. E per far­lo Lulù With­held tor­na, dolo­ro­sa­men­te e roman­ti­ca­men­te, ai ricor­di che tut­t’og­gi l’ac­com­pa­gna­no e la defi­ni­sco­no come per­so­na. Lulù costrui­sce le sue imma­gi­ni come fram­men­ti di un flus­so memo­ria­le, che lei stes­sa defi­ni­sce scheg­ge, e pro­prio in que­sta muta­bi­li­tà tro­va la rispo­sta più pro­fon­da: quel­la di un sé che ha biso­gno del pas­sa­to non per abi­tar­lo di nuo­vo, ma per rico­no­scer­si nel pre­sen­te. Ho incon­tra­to Lulù With­held per par­la­re di memo­ria e foto­gra­fia, di ana­lo­gi­co e digi­ta­le, del ruo­lo di con­ser­va­to­re di ricor­di che le imma­gi­ni rico­pro­no. 

Once We Were Kidz può esse­re visto qua­si come una sca­to­la di ricor­di. Che effet­to ti ha fat­to, emo­ti­va­men­te, ria­prir­la e ritro­var­ti davan­ti a una par­te così inten­sa del­la tua vita? E per­ché a un cer­to pun­to hai sen­ti­to il biso­gno di con­di­vi­de­re quel mate­ria­le con il mon­do ester­no?

Apri­re quel­la Time Cap­su­le mi ha ter­ro­riz­za­to, e spiaz­za­to, e com­mos­so. Once We Were Kidz è sta­to, per me, un atto di corag­gio. Quel­lo stes­so corag­gio che è richie­sto per esser­ci, per ave­re la cer­tez­za del­la pro­pria esi­sten­za. “È una ricer­ca del sé con­dot­ta con corag­gio ma che è essa stes­sa la ricer­ca di que­sto corag­gio” (Gar­ga­ni 1985)

Come ne sei usci­ta? Lavo­ra­re su que­ste imma­gi­ni ti ha aiu­ta­to a meta­bo­liz­za­re quel perio­do, o maga­ri alcu­ni momen­ti più spe­ci­fi­ci del­la tua sto­ria? In qual­che modo è sta­to anche un pro­ces­so tera­peu­ti­co?

Come ne sono usci­ta… 

“Quan­to fa male ritor­na­re al gelo dei sor­ri­si ucci­si…” (Mar­le­ne Kun­tz 1996)

Ti sei mai chie­sta, da un pun­to di vista arti­sti­co ma anche per­so­na­le, dove fini­sca il ricor­do e dove ini­zi una sor­ta di ‘mito’ pri­va­to che costruia­mo attor­no al nostro pas­sa­to?

I ricor­di sono inat­ten­di­bi­li per eccel­len­za. Ma sono anche tut­to l’immaginario di cui sia­mo intri­si. Ho sem­pre avu­to un po’ quest’ansia fero­ce di vive­re, di vive­re tut­to, e di cer­ca­re di ricor­da­re e fis­sa­re ogni cosa. “Se non le scri­vo, le cose non arri­va­no al loro com­pi­men­to, sono sta­te sola­men­te vis­su­te” (Ernoux 2022). Ed è così che ho ini­zia­to a foto­gra­fa­re, sai no, per non per­der­mi quei momen­ti che inter­val­la­va­no i gran­di even­ti per­so­na­li, le gran­di scel­te. I momen­ti nel mez­zo. Quel­li che non ven­go­no defi­ni­ti abi­tual­men­te come memo­ra­bi­li. Ho sem­pre ama­to quei tem­pi mor­ti. 

Ho avu­to l’impressione, a un cer­to pun­to, che sen­za quei ricor­di, tan­gi­bi­li come nel­le foto­gra­fie, sareb­be sta­to come non ave­re vis­su­to affat­to. Anche se so, in gene­ra­le, che dimen­ti­ca­re è un aspet­to intrin­se­co del­la capa­ci­tà di ricor­da­re.  

Sai, for­se più che mito pri­va­to mi sem­bra di ave­re ten­ta­to di costrui­re un tem­pio in sta­tu nascen­di dove poter rifu­giar­mi – ogni vol­ta – per sape­re di esser­ci, per sape­re di esi­ste­re. 

Nel libro sem­bra­no fon­der­si due ele­men­ti mol­to for­ti: lado­le­scen­za e i luo­ghi (sta­zio­ni fer­ro­via­rie, came­ret­te, peri­fe­rie, spa­zi occu­pa­ti). Sono ambien­ti dove spes­so la gio­vi­nez­za pren­de for­ma lon­ta­no dal cen­tro del­le cose. Cosa signi­fi­ca per te fare ritor­no a quei luo­ghi fisi­ci e non?

I pae­sag­gi dell’adolescenza sono luo­ghi di tran­si­to, meta­fo­ri­ca­men­te peri­fe­rie dell’essere. E que­ste peri­fe­rie sono lon­ta­ne, sì, dal cen­tro del mon­do, ma sono esse stes­se un inte­ro mon­do. Tor­nar­ci, con la men­te, è come rien­tra­re in una vec­chia casa, dove maga­ri sei nato e cre­sciu­to o dove hai abi­ta­to, dove sei sta­to feli­ce, dove sei sta­to dispe­ra­to. Ti sen­ti un po’ a disa­gio, all’inizio, ma poi ne rico­no­sci gli odo­ri e le super­fi­ci e ritro­vi le sen­sa­zio­ni di allo­ra, e così improv­vi­sa­men­te una stra­na pace una stra­na quie­te ti assa­le. È come sape­re, in fon­do, che quei luo­ghi sono e sono sem­pre sta­ti den­tro di te. 

Sfo­glian­do il libro si ha qua­si la sen­sa­zio­ne di ‘sen­ti­re’ il cli­ma di que­gli anni, la fine dei Novan­ta e l’inizio dei Due­mi­la. Che atmo­sfe­ra respi­ra­vi allo­ra, nel tuo mon­do per­so­na­le ma anche nel con­te­sto col­let­ti­vo del­la tua gene­ra­zio­ne? Che ricor­di vivi ti tor­na­no alla men­te?

È sta­to un momen­to cul­tu­ral­men­te mol­to fer­vi­do, sem­bra­va allo­ra un momen­to di pas­sag­gio cari­co di pro­mes­se. Era la fine del mil­len­nio, un giro di boa importante:“c’era que­sta elet­tri­ci­tà nell’aria e sen­ti­vi che tut­to sta­va per cam­bia­re” (Ame­ri­can Beau­ty); “Il mon­do sta cam­bian­do, la musi­ca sta cam­bian­do, le dro­ghe stan­no cam­bian­do, per­fi­no gli uomi­ni e le don­ne stan­no cam­bian­do” (Train­spot­ting 1996), l’oceano del futu­ro del­le infi­ni­te pos­si­bi­li­tà ti si pote­va spa­lan­ca­re davan­ti. L’arte, il cine­ma, la musi­ca era­no tut­te giun­te a un cli­max eufo­ri­co e il digi­ta­le sta­va entran­do dap­per­tut­to in manie­ra per­tur­ban­te.

Se doves­si men­zio­na­re dei ‘ricor­di’ ti direi che più di ogni altra cosa ricor­do la sen­sa­zio­ne di esse­re immor­ta­le, quel­la sen­sa­zio­ne che solo da ragaz­zi si può pro­va­re. Quan­do smet­ti di sen­tir­la e com­pren­di che quel­la sen­sa­zio­ne è una chi­me­ra, capi­sci di esse­re diven­ta­to adul­to. 

Negli ulti­mi anni l’immaginario degli anni Novan­ta è tor­na­to spes­so alla ribal­ta – nel­la moda, nel­la musi­ca, nell’estetica. Nel tuo lavo­ro però la nostal­gia non sem­bra sti­liz­za­ta o costrui­ta: rima­ne qual­co­sa di mol­to inti­mo. Quan­do lavo­ra­vi su que­sto mate­ria­le ti inte­res­sa­va recu­pe­ra­re quel pas­sa­to o piut­to­sto inter­ro­gar­ti su ciò che ne resta oggi, e su come quell’epoca abbia con­tri­bui­to a ren­der­ci ciò che sia­mo? 

Digi­ta­liz­za­re tut­te le mie foto per la pri­ma vol­ta, una vita dopo, è sta­ta un’operazione non solo nostal­gi­ca, in pie­no revi­val anni Novan­ta, ma anche di sco­per­ta e riap­pro­pria­zio­ne; una spe­cie di coming-of-age in delay di vent’anni. 

Que­sta ope­ra­zio­ne mi ha con­sen­ti­to di capi­re e di rein­te­gra­re, in qual­che modo, la mia iden­ti­tà. Que­sto mio arse­na­le nostal­gi­co è, di fat­to, una sor­ta di dia­rio visi­vo, che può mostrar­mi chi ero ma anche, e soprat­tut­to, chi sono. Una spe­cie di pro­ces­so di iden­ti­fi­ca­zio­ne a ritro­so, in cui pos­so iden­ti­fi­car­mi con un io che, ovvia­men­te, non esi­ste più ma che, tut­ta­via in vir­tù del suo medium, mi per­met­te di con­ser­va­re, nel tem­po, il sen­so di uni­tà del mio pro­prio io. In un mutuo scam­bio tra pas­sa­to e pre­sen­te. Ecco, insom­ma, alla fine il lavo­ro, l’intimo lavo­rìo, del ricor­do mi per­met­te di ela­bo­ra­re la mia sto­ria per­so­na­le… Capi­re chi sono sta­ta mi con­sen­te di sape­re chi sono. Non sia­mo for­se noi tut­ti la som­ma del tem­po su di noi?

Nel libro le imma­gi­ni non seguo­no una nar­ra­zio­ne linea­re: sem­bra­no piut­to­sto fram­men­ti, momen­ti iso­la­ti che in qual­che modo con­ti­nua­no a richia­mar­si tra loro. Per­ché per te era impor­tan­te man­te­ne­re que­sta sen­sa­zio­ne di memo­ria imper­fet­ta, qua­si disor­di­na­ta?

Li abbia­mo imma­gi­na­ti, come appa­ri­zio­ni fuga­ci, come sen­sa­zio­ni, come fra­gi­li note in Re mino­re, come par­ti di un uni­co flus­so gestua­le che è quel­lo del­la memo­ria. Mi pia­ce­va l’idea che, insom­ma, anche nel libro, pagi­na dopo pagi­na can­zo­ne dopo can­zo­ne, tut­ti que­sti ricor­di fos­se­ro fram­men­ti come nel­la memo­ria stes­sa. Il modo in cui essi si affac­cia­no alla memo­ria, di vol­ta in vol­ta. Scheg­ge, sen­za pre­av­vi­so. Così out of the blue, in mez­zo alla vita.

Alcu­ne sequen­ze del libro sem­bra­no foto­gram­mi di un film: momen­ti inti­mi, spa­zi quo­ti­dia­ni, cor­pi osser­va­ti man­te­nen­do una cer­ta distan­za. Il cine­ma ha avu­to un ruo­lo nel modo in cui costrui­sci le tue imma­gi­ni o nel modo in cui pen­si alla foto­gra­fia come rac­con­to?

Il cine­ma è sta­to il gran­de amo­re del­la mia vita. Mia sorel­la mag­gio­re mi ha per­mes­so, da bam­bi­na, di resta­re con lei a guar­da­re i film su Fuo­ri Ora­rio, il saba­to not­te. Alcu­ni dav­ve­ro impro­ba­bi­li, mol­to Raro Video. Ho visto, gra­zie a lei, i film di Tar­ko­v­skij anco­ra pri­ma di poter­li com­pren­de­re. E così anche i film di Wen­ders. E mol­ti, mol­ti altri. In Stal­ker, sul fina­le, pian­go anco­ra oggi, per­ché mi ricor­do di come mi sono sen­ti­ta la pri­ma vol­ta, arri­va­ta con i pro­ta­go­ni­sti alla Stan­za dei Desi­de­ri. E mi com­muo­vo anco­ra su quel pia­no sequen­za sul PPP di Nastas­sja Kin­ski, di una bel­lez­za impa­ga­bi­le, in Paris, Texas. Ricor­do di ave­re visto My Own Pri­va­te Ida­ho qual­co­sa come una ven­ti­na di vol­te. Ne sape­vo a memo­ria tut­te le bat­tu­te. “Que­sta stra­da è la mia stra­da…”.  

E poi c’è la musi­ca. In Once We Were Kidz si per­ce­pi­sce qua­si una colon­na sono­ra impli­ci­ta, che va dal­lo slo­w­co­re al post-rock. Quan­to la musi­ca ha influen­za­to il tuo imma­gi­na­rio in que­gli anni? C’erano dischi o sce­ne musi­ca­li che han­no accom­pa­gna­to il modo in cui guar­da­vi il mon­do e, for­se, anche il modo in cui lo foto­gra­fa­vi?

La musi­ca è sem­pre sta­ta qual­co­sa di impre­scin­di­bi­le. Una spe­cie di metro­no­mo del mio cuo­re, del­la mia gio­vi­nez­za. In que­gli anni, sen­za Spo­ti­fy e ancor pri­ma di Nap­ster, i con­cer­ti era­no un appun­ta­men­to fis­so. Ricor­do i mar­te­dì o i gio­ve­dì alla Flog su al Pog­get­to dove ho visto più vol­te i Mar­le­ne Kun­tz. Poi c’erano i lun­ghi wee­kend al CPA, di via­le Gian­not­ti, o al LINK, quel­lo vero, a Bolo­gna, ormai raso al suo­lo. Ricor­do un con­cer­to den­sis­si­mo, sen­za silen­zi tra i suo­ni, dei Giar­di­ni di Mirò alla Casa del Popo­lo a Gras­si­na. Ricor­do i Fuga­zi nell’ottobre del ’99 a Firen­ze e i Pan(a)Sonic a Bolo­gna in un ulti­mo dell’anno pri­ma del 2000. I Blon­de Red­head ad Arez­zo Wave. I vari Dis­so­nan­ze a Roma, una vol­ta nel­la cor­ni­ce del Tem­piet­to di San Pie­tro in Mon­to­rio. Poi ricor­do i Coil al Tea­tro del­le Cele­bra­zio­ni, con una per­for­man­ce sur­rea­le. Ricor­do il pri­mo con­cer­to in Ita­lia dei gio­va­nis­si­mi Green Day, con­cer­to dove mi spac­cai il naso con una gomi­ta­ta pogan­do sot­to al pal­co che ave­vo 16 anni tipo. E poi i Cure, i Radio­head, una reu­nion dei Sex Pistols nel luglio del ’96, con Iggy Pop in chiu­su­ra, e poi i Bad Reli­gion, Mil­len­co­lin, Fuga­zi, Shel­lac, Bel­le and Seba­stian… E infi­ne tut­ti quei CD maste­riz­za­ti con den­tro i Gala­xie 500, i Low, gli Slo­w­di­ve, Slint, MBV, Codei­ne, Coc­teau Twins, Maz­zy Star, the Jesus and Mary Chain, Black Heart Pro­ces­sion, NIN, e pri­ma anco­ra le cas­set­te con i Nir­va­na, le Hole, Sonic Youth, Sinead O’Connor, NIA punx, Metal­li­ca, e mil­le altre sono­ri­tà diver­se. 

For­se ho con­ti­nua­to a foto­gra­fa­re il mon­do con in loop, in cuf­fia, la voce di Ian Mac­Kaye su quel­la bal­la­ta ico­ni­ca che è I’m so tired

Attra­ver­so que­ste foto­gra­fie si ha la sen­sa­zio­ne di entra­re in un momen­to del­la tua vita in cui tut­to era mol­to inten­so (le ami­ci­zie, le rela­zio­ni, per­si­no i pic­co­li gesti quo­ti­dia­ni). Quan­do riguar­di que­ste imma­gi­ni oggi, sen­ti anco­ra quell’intensità o pre­va­le piut­to­sto una for­ma di distac­co?

Di tut­te con­ser­vo il momen­to esat­to del­lo scat­to. La sto­ria nasco­sta die­tro la foto­gra­fia. Quel pic­co­lo segre­to che resta con­fi­na­to tra chi scat­ta e chi è scat­ta­to. Mi pia­ce poter­lo con­si­de­ra­re un pic­co­lo segre­to. Seb­be­ne que­ste foto rac­con­ti­no sen­za mez­zi ter­mi­ni ciò che esse sono, quei momen­ti di vita, né più né meno. 

Tor­nan­do alla tua doman­da, alcu­ne foto non rie­sco più a guar­dar­le e le ten­go custo­di­te in qual­che sca­to­la in alto sull’armadio. Le altre sono qui. La distan­za tem­po­ra­le mi ha per­mes­so di guar­dar­le con nostal­gi­ca tene­rez­za. Comun­que edi­tan­do il libro ho pro­va­to a guar­dar­le con occhi estra­nei, anche se a fati­ca, e se non ci fos­si sta­to tu sarei anco­ra qui a toglie­re e ad aggiun­ge­re foto…  “I ricor­di sono sem­pre bagna­ti di lacri­me” (Wong Kar Wai 2004).

Mol­te imma­gi­ni sem­bra­no custo­di­re momen­ti di estre­ma fra­gi­li­tà, pro­mes­se che in quel momen­to pro­ba­bil­men­te sem­bra­va­no eter­ne. Ti capi­ta mai di chie­der­ti che fine abbia­no fat­to alcu­ne di quel­le per­so­ne, o come sareb­be­ro anda­te le cose se aves­si pre­so un lato del bivio piut­to­sto che l’altro?

Le per­so­ne ama­te non si dimen­ti­ca­no. Ma non si dimen­ti­ca­no nean­che quel­le che ‘abbia­mo ucci­so’, quel­le per­se, quel­le che ci han­no ama­to a loro vol­ta. Sareb­be cari­no tor­na­re a rin­gra­zia­re le per­so­ne che abbia­mo incon­tra­to, tut­te quan­te. A ognu­na di esse io devo qual­co­sa. Pen­sa­ci, cre­do sia così per tut­ti. Cre­do che nes­su­na per­so­na che attra­ver­si la nostra vita pos­sa esse­re dimen­ti­ca­ta, mai. Ognu­no lascia del­le trac­ce di sé negli altri. Nel bene e nel male, o al di là del bene e del male. Cer­te vol­te sì me lo chie­do, come sarei sta­ta se non aves­si pre­so quel tre­no o se aves­si per­so quel tre­no. Sarei sta­ta più libe­ra, più sel­va­ti­ca, meno fra­gi­le? Sarei sta­ta una bra­va per­so­na o una pes­si­ma per­so­na? Sarei sta­ta in gra­do di ama­re? O il con­tra­rio? È che alla fine sia­mo tut­to, lo sai no? Sia­mo ogni cosa, gli even­ti che ci sci­vo­la­no addos­so e quel­li che pren­dia­mo di pet­to, i luo­ghi che respi­ria­mo, le vite che ci attra­ver­sa­no e che, a nostra vol­ta, attra­ver­sia­mo e poi il tem­po che ci sfio­ra e poi ci dise­gna e… que­ste vene que­ste lacri­me que­sti silen­zi. Il gio­co del se por­ta a riflet­te­re su quel rizo­ma con­ti­nuo del­le scel­te, sen­za sape­re di sce­glie­re qua­le vita pos­se­de­re o non pos­se­de­re in ogni momen­to. 

Ogni fot­tu­tis­si­mo momen­to. Gira­re a sini­stra, a destra, anda­re drit­to, tor­na­re indie­tro, no indie­tro non si può. 

Indie­tro non si può.

Il mate­ria­le che com­po­ne Once We Were Kidz arri­va da un momen­to di pas­sag­gio: gli ulti­mi anni dav­ve­ro ana­lo­gi­ci e l’inizio dell’era digi­ta­le. Pen­si che quel­la con­di­zio­ne tec­no­lo­gi­ca abbia influen­za­to il modo in cui la tua gene­ra­zio­ne ha vis­su­to e oggi ricor­da que­gli anni? 

Era un altro modo di sen­ti­re, imma­gi­no, e di vive­re. Meno fil­tra­to, più ruvi­do. La gen­te spa­ri­va e non era gho­sta­re, tan­to per dir­ne una. Spa­ri­va e basta, per­ché la vita era anche così. Come il nastro del­le cas­set­te che vola­va via dai fine­stri­ni del­le auto. Non so per­ché mi vie­ne in men­te sem­pre que­sta imma­gi­ne, del nastro che vola, e This is England alla radio. 

Oggi foto­gra­fia­mo con­ti­nua­men­te, qua­si sen­za pen­sar­ci. In que­gli anni inve­ce scat­ta­re una foto­gra­fia era un gesto più raro, for­se più inten­zio­na­le. Pen­si che pro­prio per que­sto le imma­gi­ni tra­smet­ta­no un peso emo­ti­vo diver­so?

Nell’eterno flus­so buli­mi­co di imma­gi­ni di oggi è come se venis­se a man­ca­re quel “è sta­to” di cui par­la­va Bar­thes (2003). Sono dav­ve­ro trop­pe, sono ogni istan­te, sono tut­te le vite e lo sono tut­te insie­me sen­za solu­zio­ne di con­ti­nui­tà. E nel guar­dar­le si smet­te di cre­de­re a quel ça a été. Diven­ta­no un insie­me indi­stin­to di imma­gi­ni, che per­de con­cre­tez­za. 

In que­gli anni c’era sem­pre nel­le fami­glie, o nei grup­pi di ami­ci, quel­la per­so­na con la mac­chi­na foto­gra­fi­ca. Era la depo­si­ta­ria del­la memo­ria di quel momen­to. Che era stra­no se ci pen­si, era come esse­re un’archivista del tem­po pre­sen­te. Come se la foto­gra­fia stes­sa potes­se com­pie­re que­sto arti­fi­cio mera­vi­glio­so, che io chia­mo malin­co­nia del pre­sen­te

“Chis­sà che la memo­ria non con­si­sta solo nel guar­da­re le cose fino in fon­do” (Yūko Tsu­shi­ma).

Foto­gra­fie di Lulù With­held

Biblio­gra­fia

Bar­thes Roland. 2003. La came­ra chia­ra. Nota sul­la foto­gra­fia. Einau­di, Tori­no.

Boy­le Dan­ny. 1996. Train­spot­ting. Chan­nel Four Films/Figment Films/The Noel Gay Motion Pic­tu­re Com­pa­ny.

Ernoux Annie. 2022. Il ragaz­zo. L’Orma, Roma.

Gar­ga­ni Anto­nio (a cura di). 1985. La cri­si del sog­get­to. Esplo­ra­zio­ne del sé nel­la cul­tu­ra austria­ca con­tem­po­ra­nea. Pon­te alle Gra­zie, Firen­ze.

Mar­le­ne Kun­tz. 1996. Come sta­va­mo ieri.

Men­des Sam. 2000. Ame­ri­can Beau­ty. Jinks/Cohen Com­pa­ny and Dream­works Pic­tu­res (USA).

Wong Kar W.ai. 2004. 2046. Jet Tone Prouction/Fortissimo Film Sales

Yūko Tsu­shi­ma, fra­se attri­bui­ta

Con­di­vi­di:
I commenti sono chiusi
0
    0
    Carrello
    Il tuo carrello è vuotoRitorna allo shop