Intervista a Simone Pieranni sui nuovi linguaggi per raccontarla
Se chiedi a un cinese medio se si sente libero, ti risponde di sì.
Non è una provocazione, né un paradosso costruito per mettere in crisi lo sguardo occidentale. È una risposta che mette subito in difficoltà chi prova a raccontare la Cina da fuori. Perché obbliga a fare i conti con una possibilità scomoda: che le categorie con cui leggiamo quel paese – libertà, controllo, individuo, Stato – non funzionino così bene come pensiamo.
È da qui che comincia la sfida del racconto.
Parlare di Cina oggi significa muoversi dentro una tensione continua tra semplificazione e tradimento. Da una parte la necessità di rendere comprensibile un contesto lontano, dall’altra il rischio inevitabile di ridurlo a qualcosa che non è. Il risultato è spesso una narrazione schiacciata tra estremi opposti: come minaccia autoritaria o come modello alternativo all’Occidente.
In mezzo, spesso, rimane poco spazio. È in questo spazio che si muove il lavoro di Simone Pieranni, giornalista e tra i fondatori di China Files, che da più di vent’anni racconta la Cina e l’Asia – prima come corrispondente e responsabile esteri de il manifesto, oggi in Chora Media dov’è responsabile dei podcast giornalistici – sperimentando forme narrative diverse per raccontare contesti complessi, provando a sottrarli sia agli stereotipi sia alle semplificazioni più immediate. Ma farlo, dice, significa accettare un limite: quello di non riuscire mai a restituire davvero ciò che si vede.
È una difficoltà che non ha a che fare solo con la complessità del paese ma anche con il modo in cui siamo abituati a guardarlo.
Qual è oggi, per te, la difficoltà più grande nel raccontare la Cina?
«La difficoltà più grande oggi è muoversi dentro la polarizzazione. La Cina viene raccontata o come una terribile dittatura o come una specie di paradiso socialista. E provare a stare nel mezzo è complicato, perché qualsiasi cosa dici rischia di essere letta come una presa di posizione».
Ma questa è una difficoltà quasi superficiale: «Il problema vero è il linguaggio», continua. «Raccontiamo la Cina attraverso categorie che vengono dalla nostra cultura, dalla nostra educazione. E queste categorie non sempre funzionano in un contesto diverso. Si va sempre un po’ per approssimazione, provi a chiarire, ma allo stesso tempo sfumi l’immagine».
E se raccontare diventa un esercizio di sottrazione – togliere, per quanto possibile, la lente occidentale con cui ci siamo abituati a leggere il mondo – il problema non è solo come raccontarla, ma anche cosa stiamo nominando quando diciamo “Cina”.
Hai mai la sensazione che sia già una semplificazione?
«Già dire “Cina” è una generalizzazione. Parliamo di un miliardo e quattrocento milioni di persone, con differenze enormi – geografiche, sociali, etniche».
Una semplificazione inevitabile, in parte. Ma che porta con sé una conseguenza precisa: trasformare una realtà complessa in qualcosa di unitario, spesso indistinto.
«Quando diciamo “la Cina dice”, “la Cina fa”, in realtà stiamo già facendo una scelta: stiamo mettendo insieme cose diverse: il governo, la popolazione, contesti molto lontani tra loro. Per questo ho provato a raccontare più la società civile che il governo» dice, riferendosi anche al suo lavoro più recente: «A distinguere, invece che unificare, anche se, a volte, devi rinunciare a delle precisazioni per far passare un messaggio, fa parte del racconto».
Per raccontare la Cina bisogna, in qualche misura, tradirla. Non è solo una questione di categorie o di linguaggio. È qualcosa che ha a che fare con l’esperienza diretta: con lo scarto tra ciò che si vede e ciò che si riesce a dire. Pieranni lo descrive come una sensazione ricorrente, quasi quotidiana.
Ti è mai capitato di capire qualcosa mentre eri lì, e renderti conto che non saresti mai riuscito a raccontarlo davvero senza cambiarlo?
«Continuamente, ogni volta che sono in Cina. Sai già che dovrai cambiarla un po’ ma io cerco di non farlo troppo. Anche a costo di lasciare fuori qualcosa». È un equilibrio instabile, tra fedeltà e comprensibilità.
Se qualcosa si perde sempre, allora la domanda diventa un’altra: che cosa vuol dire, per te, raccontare “bene” la Cina o l’Asia più in generale?
«Intanto bisogna accettare che l’oggettività non esiste. Nel momento in cui scegli un fatto, una fonte, stai già facendo una scelta. Per me vuol dire provare a spiegare quello che succede senza imporre per forza un’opinione. Lasciare a chi legge o ascolta la possibilità di farsi un’idea. Cerco sempre di fare in modo che quello che racconto lo possa capire anche chi non sa nulla della Cina. Ma senza che chi ne sa di più lo trovi superficiale».
Ci sono cose che funzionano meglio di altre quando racconti la Cina?
«Tutto quello che riguarda la sorveglianza, il controllo sociale, la tecnologia. Da noi c’è questa ansia sulla tecnologia, quindi se parli di quello, sicuro catturi».
Ma è proprio qui che il racconto rischia di diventare qualcosa d’altro: non più uno strumento per capire, ma una superficie su cui proiettare paure e aspettative: «Poi però bisogna anche provare a spiegare davvero come funzionano queste cose. E ricordarsi che forme di controllo esistono anche da noi».
È in questo scarto che si inserisce quello che viene definito tecno-orientalismo: una lettura della Cina filtrata attraverso categorie occidentali, che tende a enfatizzare alcuni aspetti – spesso i più inquietanti – rendendoli allo stesso tempo familiari e distanti.
È quello che succede quando la Cina viene raccontata quasi esclusivamente attraverso immagini di telecamere, riconoscimento facciale, pagamenti digitali onnipresenti o città iper-tecnologiche. Elementi reali, ma trasformati in simboli totali, come se da soli bastassero a spiegare un paese.
Oppure quando ogni innovazione tecnologica viene letta automaticamente come strumento di controllo, senza interrogarsi su come venga effettivamente usata o percepita da chi vive lì – inclusi i modelli di intelligenza artificiale generativa.
In questi casi, più che descrivere la Cina, il racconto finisce per amplificare ansie già presenti nelle società occidentali, proiettandole su un altrove che appare insieme vicino ma irrimediabilmente altro.
Come si fa, allora, a raccontarla senza ricadere sempre negli stessi codici? Senza il rischio di rimanere intrappolati dentro schemi a cui siamo abituati?
«A me piace molto usare forme diverse, ad esempio raccontare la politica attraverso il crime».
Come emerge anche in altre interviste e nei materiali che accompagnano il podcast Un pezzo di cuore, Pieranni parte da un’intuizione precisa: alcune storie politiche, soprattutto in contesti complessi come quello cinese, diventano comprensibili solo quando smettono di essere trattate come “politica” in senso astratto.
Il caso di Bo Xilai è emblematico. Nel 2012 è uno dei leader più promettenti del Partito comunista, destinato ai vertici del potere. Poi tutto precipita: un omicidio – quello dell’imprenditore britannico Neil Heywood – coinvolge la moglie, Gu Kailai, e innesca una catena di eventi che porterà alla sua caduta, tra epurazioni interne, scandali e sospetti di lotte di potere.
Nel racconto tradizionale, questa è una crisi politica. Nel formato scelto da Pieranni, diventa una storia.
In altri interventi, lui stesso spiega di aver cercato a lungo una forma adatta per raccontarla – libro, saggio, romanzo – fino a capire che il punto non era il contenuto ma il linguaggio: applicare il crime alla geopolitica, usare, cioè, gli strumenti del noir per restituire tensioni, ambizioni, relazioni di potere che altrimenti resterebbero astratte.
Il risultato è uno spostamento radicale: non si entra nella Cina come sistema, ma in una storia situata, fatta di personaggi, svolte, conflitti. Così, la geopolitica, che di solito si presenta come analisi, torna a essere racconto. E il racconto, invece di semplificare, diventa uno strumento per avvicinarsi alla complessità.
È lì che il crime smette di essere un genere e diventa un dispositivo: non per rendere la Cina più accessibile, ma per renderla, paradossalmente, più difficile da ridurre.
«Funziona perché ti permette di entrare dentro una vicenda anche molto complessa attraverso un’altra lente». Simone Pieranni si sposta: invece di affrontare la Cina frontalmente – come sistema, blocco, entità – entra da un lato, attraverso una storia specifica, situata, rendendo il racconto più preciso.
Ma i racconti non esistono nel vuoto: si costruiscono nel tempo e, soprattutto, con le relazioni, con chi legge, ascolta, segue.
Quanto il tuo modo di raccontare è influenzato da chi ti segue?
«Negli anni si è creata una comunità. E questo cambia le cose. So che c’è un pubblico che segue quello che faccio, che ha già degli strumenti e questo mi permette di non dover spiegare tutto ogni volta. Quando faccio un podcast, penso anche a quello che ho già raccontato, posso permettermi di andare un po’ più in profondità su alcune cose, o di dare per scontati certi passaggi. Ma l’approccio non cambia a seconda del contesto o del pubblico», aggiunge: «Cerco sempre di mantenere la stessa impostazione: essere il più possibile chiaro, ma anche rigoroso».
A un certo punto, allora, la domanda smette di riguardare solo la Cina. O forse, non ha mai riguardato davvero solo lei: «C’è una frase di Simon Leys – sinologo e scrittore belga-australiano, noto per le sue critiche lucide al maoismo e per i saggi sulla cultura cinese – che mi ha sempre colpito», dice Pieranni: «Scriveva che quando si parla della Cina, in realtà si parla sempre anche di se stessi».
È un’idea che torna, in forme diverse, anche fuori dal giornalismo. Nella teoria postcoloniale, negli studi sull’orientalismo, ma anche nei fenomeni più recenti che attraversano i social: narrazioni estetizzate, frammenti di vita quotidiana trasformati in racconto, trend come il chinamaxxing – slang online per indicare l’idealizzazione-imitazione estrema di estetica e cultura cinese –, in cui la Cina diventa sfondo, atmosfera, linguaggio emotivo. Non è necessariamente un problema. Ma è un segnale.
«Mi sembrano fenomeni interessanti. Raccontano qualcosa del nostro tempo. Però li vedo ancora molto segnati da una forma di orientalismo». Anche quando sembra più vicina, più accessibile, più raccontata, la Cina continua a funzionare come uno schermo. Una superficie su cui proiettare immaginari, paure, desideri.
E, forse, è proprio questo il punto da cui ripartire.
Non chiedersi soltanto se un racconto sia giusto o sbagliato, fedele o distorto. Ma interrogarsi su cosa rende quel racconto possibile, su quali categorie lo sostengono, su cosa lascia fuori. Su cosa dice – inevitabilmente – di chi lo produce.
Perché se è vero che la Cina, come oggetto di racconto, sfugge sempre a una definizione definitiva, allora ogni tentativo di raccontarla è anche un modo per misurare i limiti del proprio sguardo. In questo senso, La Cina non esiste nello sguardo occidentale come oggetto neutro. Esiste come costruzione – riflette le nostre ansie sulla tecnologia, i nostri fantasmi sull’autoritarismo, i nostri desideri di alternative al presente che parlano più di chi guarda che di ciò che viene guardato. I nostri sono atti di semplificazione, certo, ma anche di posizionamento. Parlarne significa scegliere, spesso inconsapevolmente, da quale parte dello specchio si sta. Il contributo di chi, come Pieranni, prova a raccontarla non è restituirla “così com’è” – impresa impossibile – ma provare a farci uscire da noi stessi mentre proviamo a capire qualcun altro.
Fotografia di Wiktoria Wojciechowska