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Maggio
18 Maggio 2026

LA CINA NON ESI­STE

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Inter­vi­sta a Simo­ne Pie­ran­ni sui nuo­vi lin­guag­gi per rac­con­tar­la

Se chie­di a un cine­se medio se si sen­te libe­ro, ti rispon­de di sì.

Non è una pro­vo­ca­zio­ne, né un para­dos­so costrui­to per met­te­re in cri­si lo sguar­do occi­den­ta­le. È una rispo­sta che met­te subi­to in dif­fi­col­tà chi pro­va a rac­con­ta­re la Cina da fuo­ri. Per­ché obbli­ga a fare i con­ti con una pos­si­bi­li­tà sco­mo­da: che le cate­go­rie con cui leg­gia­mo quel pae­se – liber­tà, con­trol­lo, indi­vi­duo, Sta­to – non fun­zio­ni­no così bene come pen­sia­mo. 

È da qui che comin­cia la sfi­da del rac­con­to.

Par­la­re di Cina oggi signi­fi­ca muo­ver­si den­tro una ten­sio­ne con­ti­nua tra sem­pli­fi­ca­zio­ne e tra­di­men­to. Da una par­te la neces­si­tà di ren­de­re com­pren­si­bi­le un con­te­sto lon­ta­no, dall’altra il rischio ine­vi­ta­bi­le di ridur­lo a qual­co­sa che non è. Il risul­ta­to è spes­so una nar­ra­zio­ne schiac­cia­ta tra estre­mi oppo­sti: come minac­cia auto­ri­ta­ria o come model­lo alter­na­ti­vo all’Occidente.

In mez­zo, spes­so, rima­ne poco spa­zio. È in que­sto spa­zio che si muo­ve il lavo­ro di Simo­ne Pie­ran­ni, gior­na­li­sta e tra i fon­da­to­ri di Chi­na Files, che da più di vent’anni rac­con­ta la Cina e l’Asia – pri­ma come cor­ri­spon­den­te e respon­sa­bi­le este­ri de il mani­fe­sto, oggi in Cho­ra Media dov’è respon­sa­bi­le dei pod­ca­st gior­na­li­sti­ci – spe­ri­men­tan­do for­me nar­ra­ti­ve diver­se per rac­con­ta­re con­te­sti com­ples­si, pro­van­do a sot­trar­li sia agli ste­reo­ti­pi sia alle sem­pli­fi­ca­zio­ni più imme­dia­te. Ma far­lo, dice, signi­fi­ca accet­ta­re un limi­te: quel­lo di non riu­sci­re mai a resti­tui­re dav­ve­ro ciò che si vede.

È una dif­fi­col­tà che non ha a che fare solo con la com­ples­si­tà del pae­se ma anche con il modo in cui sia­mo abi­tua­ti a guar­dar­lo.

Qual è oggi, per te, la dif­fi­col­tà più gran­de nel rac­con­ta­re la Cina?

«La dif­fi­col­tà più gran­de oggi è muo­ver­si den­tro la pola­riz­za­zio­ne. La Cina vie­ne rac­con­ta­ta o come una ter­ri­bi­le dit­ta­tu­ra o come una spe­cie di para­di­so socia­li­sta. E pro­va­re a sta­re nel mez­zo è com­pli­ca­to, per­ché qual­sia­si cosa dici rischia di esse­re let­ta come una pre­sa di posi­zio­ne».

Ma que­sta è una dif­fi­col­tà qua­si super­fi­cia­le: «Il pro­ble­ma vero è il lin­guag­gio», con­ti­nua. «Rac­con­tia­mo la Cina attra­ver­so cate­go­rie che ven­go­no dal­la nostra cul­tu­ra, dal­la nostra edu­ca­zio­ne. E que­ste cate­go­rie non sem­pre fun­zio­na­no in un con­te­sto diver­so. Si va sem­pre un po’ per appros­si­ma­zio­ne, pro­vi a chia­ri­re, ma allo stes­so tem­po sfu­mi l’immagine».

E se rac­con­ta­re diven­ta un eser­ci­zio di sot­tra­zio­ne – toglie­re, per quan­to pos­si­bi­le, la len­te occi­den­ta­le con cui ci sia­mo abi­tua­ti a leg­ge­re il mon­do – il pro­ble­ma non è solo come rac­con­tar­la, ma anche cosa stia­mo nomi­nan­do quan­do dicia­mo “Cina”.

Hai mai la sen­sa­zio­ne che sia già una sem­pli­fi­ca­zio­ne?

«Già dire “Cina” è una gene­ra­liz­za­zio­ne. Par­lia­mo di un miliar­do e quat­tro­cen­to milio­ni di per­so­ne, con dif­fe­ren­ze enor­mi – geo­gra­fi­che, socia­li, etni­che».

Una sem­pli­fi­ca­zio­ne ine­vi­ta­bi­le, in par­te. Ma che por­ta con sé una con­se­guen­za pre­ci­sa: tra­sfor­ma­re una real­tà com­ples­sa in qual­co­sa di uni­ta­rio, spes­so indi­stin­to.

«Quan­do dicia­mo “la Cina dice”, “la Cina fa”, in real­tà stia­mo già facen­do una scel­ta: stia­mo met­ten­do insie­me cose diver­se: il gover­no, la popo­la­zio­ne, con­te­sti mol­to lon­ta­ni tra loro. Per que­sto ho pro­va­to a rac­con­ta­re più la socie­tà civi­le che il gover­no» dice, rife­ren­do­si anche al suo lavo­ro più recen­te: «A distin­gue­re, inve­ce che uni­fi­ca­re, anche se, a vol­te, devi rinun­cia­re a del­le pre­ci­sa­zio­ni per far pas­sa­re un mes­sag­gio, fa par­te del rac­con­to».

Per rac­con­ta­re la Cina biso­gna, in qual­che misu­ra, tra­dir­la. Non è solo una que­stio­ne di cate­go­rie o di lin­guag­gio. È qual­co­sa che ha a che fare con l’esperienza diret­ta: con lo scar­to tra ciò che si vede e ciò che si rie­sce a dire. Pie­ran­ni lo descri­ve come una sen­sa­zio­ne ricor­ren­te, qua­si quo­ti­dia­na.

Ti è mai capi­ta­to di capi­re qual­co­sa men­tre eri lì, e ren­der­ti con­to che non sare­sti mai riu­sci­to a rac­con­tar­lo dav­ve­ro sen­za cam­biar­lo?

«Con­ti­nua­men­te, ogni vol­ta che sono in Cina. Sai già che dovrai cam­biar­la un po’ ma io cer­co di non far­lo trop­po. Anche a costo di lascia­re fuo­ri qual­co­sa». È un equi­li­brio insta­bi­le, tra fedel­tà e com­pren­si­bi­li­tà. 

Se qual­co­sa si per­de sem­pre, allo­ra la doman­da diven­ta un’altra: che cosa vuol dire, per te, rac­con­ta­re “bene” la Cina o l’Asia più in gene­ra­le?

«Intan­to biso­gna accet­ta­re che l’oggettività non esi­ste. Nel momen­to in cui sce­gli un fat­to, una fon­te, stai già facen­do una scel­ta. Per me vuol dire pro­va­re a spie­ga­re quel­lo che suc­ce­de sen­za impor­re per for­za un’opinione. Lascia­re a chi leg­ge o ascol­ta la pos­si­bi­li­tà di far­si un’idea. Cer­co sem­pre di fare in modo che quel­lo che rac­con­to lo pos­sa capi­re anche chi non sa nul­la del­la Cina. Ma sen­za che chi ne sa di più lo tro­vi super­fi­cia­le».

Ci sono cose che fun­zio­na­no meglio di altre quan­do rac­con­ti la Cina?

«Tut­to quel­lo che riguar­da la sor­ve­glian­za, il con­trol­lo socia­le, la tec­no­lo­gia. Da noi c’è que­sta ansia sul­la tec­no­lo­gia, quin­di se par­li di quel­lo, sicu­ro cat­tu­ri».

Ma è pro­prio qui che il rac­con­to rischia di diven­ta­re qual­co­sa d’altro: non più uno stru­men­to per capi­re, ma una super­fi­cie su cui pro­iet­ta­re pau­re e aspet­ta­ti­ve: «Poi però biso­gna anche pro­va­re a spie­ga­re dav­ve­ro come fun­zio­na­no que­ste cose. E ricor­dar­si che for­me di con­trol­lo esi­sto­no anche da noi».

È in que­sto scar­to che si inse­ri­sce quel­lo che vie­ne defi­ni­to tec­no-orien­ta­li­smo: una let­tu­ra del­la Cina fil­tra­ta attra­ver­so cate­go­rie occi­den­ta­li, che ten­de a enfa­tiz­za­re alcu­ni aspet­ti – spes­so i più inquie­tan­ti – ren­den­do­li allo stes­so tem­po fami­lia­ri e distan­ti.

È quel­lo che suc­ce­de quan­do la Cina vie­ne rac­con­ta­ta qua­si esclu­si­va­men­te attra­ver­so imma­gi­ni di tele­ca­me­re, rico­no­sci­men­to fac­cia­le, paga­men­ti digi­ta­li onni­pre­sen­ti o cit­tà iper-tec­no­lo­gi­che. Ele­men­ti rea­li, ma tra­sfor­ma­ti in sim­bo­li tota­li, come se da soli bastas­se­ro a spie­ga­re un pae­se.

Oppu­re quan­do ogni inno­va­zio­ne tec­no­lo­gi­ca vie­ne let­ta auto­ma­ti­ca­men­te come stru­men­to di con­trol­lo, sen­za inter­ro­gar­si su come ven­ga effet­ti­va­men­te usa­ta o per­ce­pi­ta da chi vive lì – inclu­si i model­li di intel­li­gen­za arti­fi­cia­le gene­ra­ti­va.

In que­sti casi, più che descri­ve­re la Cina, il rac­con­to fini­sce per ampli­fi­ca­re ansie già pre­sen­ti nel­le socie­tà occi­den­ta­li, pro­iet­tan­do­le su un altro­ve che appa­re insie­me vici­no ma irri­me­dia­bil­men­te altro.

Come si fa, allo­ra, a rac­con­tar­la sen­za rica­de­re sem­pre negli stes­si codi­ci? Sen­za il rischio di rima­ne­re intrap­po­la­ti den­tro sche­mi a cui sia­mo abi­tua­ti?

«A me pia­ce mol­to usa­re for­me diver­se, ad esem­pio rac­con­ta­re la poli­ti­ca attra­ver­so il cri­me».

Come emer­ge anche in altre inter­vi­ste e nei mate­ria­li che accom­pa­gna­no il pod­ca­st Un pez­zo di cuo­re, Pie­ran­ni par­te da un’intuizione pre­ci­sa: alcu­ne sto­rie poli­ti­che, soprat­tut­to in con­te­sti com­ples­si come quel­lo cine­se, diven­ta­no com­pren­si­bi­li solo quan­do smet­to­no di esse­re trat­ta­te come “poli­ti­ca” in sen­so astrat­to.

Il caso di Bo Xilai è emble­ma­ti­co. Nel 2012 è uno dei lea­der più pro­met­ten­ti del Par­ti­to comu­ni­sta, desti­na­to ai ver­ti­ci del pote­re. Poi tut­to pre­ci­pi­ta: un omi­ci­dio – quel­lo dell’imprenditore bri­tan­ni­co Neil Hey­wood – coin­vol­ge la moglie, Gu Kai­lai, e inne­sca una cate­na di even­ti che por­te­rà alla sua cadu­ta, tra epu­ra­zio­ni inter­ne, scan­da­li e sospet­ti di lot­te di pote­re.

Nel rac­con­to tra­di­zio­na­le, que­sta è una cri­si poli­ti­ca. Nel for­ma­to scel­to da Pie­ran­ni, diven­ta una sto­ria.

In altri inter­ven­ti, lui stes­so spie­ga di aver cer­ca­to a lun­go una for­ma adat­ta per rac­con­tar­la – libro, sag­gio, roman­zo – fino a capi­re che il pun­to non era il con­te­nu­to ma il lin­guag­gio: appli­ca­re il cri­me alla geo­po­li­ti­ca, usa­re, cioè, gli stru­men­ti del noir per resti­tui­re ten­sio­ni, ambi­zio­ni, rela­zio­ni di pote­re che altri­men­ti reste­reb­be­ro astrat­te.

Il risul­ta­to è uno spo­sta­men­to radi­ca­le: non si entra nel­la Cina come siste­ma, ma in una sto­ria situa­ta, fat­ta di per­so­nag­gi, svol­te, con­flit­ti. Così, la geo­po­li­ti­ca, che di soli­to si pre­sen­ta come ana­li­si, tor­na a esse­re rac­con­to. E il rac­con­to, inve­ce di sem­pli­fi­ca­re, diven­ta uno stru­men­to per avvi­ci­nar­si alla com­ples­si­tà.

È lì che il cri­me smet­te di esse­re un gene­re e diven­ta un dispo­si­ti­vo: non per ren­de­re la Cina più acces­si­bi­le, ma per ren­der­la, para­dos­sal­men­te, più dif­fi­ci­le da ridur­re.

«Fun­zio­na per­ché ti per­met­te di entra­re den­tro una vicen­da anche mol­to com­ples­sa attra­ver­so un’altra len­te». Simo­ne Pie­ran­ni si spo­sta: inve­ce di affron­ta­re la Cina fron­tal­men­te – come siste­ma, bloc­co, enti­tà – entra da un lato, attra­ver­so una sto­ria spe­ci­fi­ca, situa­ta, ren­den­do il rac­con­to più pre­ci­so.

Ma i rac­con­ti non esi­sto­no nel vuo­to: si costrui­sco­no nel tem­po e, soprat­tut­to, con le rela­zio­ni, con chi leg­ge, ascol­ta, segue.

Quan­to il tuo modo di rac­con­ta­re è influen­za­to da chi ti segue?

«Negli anni si è crea­ta una comu­ni­tà. E que­sto cam­bia le cose. So che c’è un pub­bli­co che segue quel­lo che fac­cio, che ha già degli stru­men­ti e que­sto mi per­met­te di non dover spie­ga­re tut­to ogni vol­ta. Quan­do fac­cio un pod­ca­st, pen­so anche a quel­lo che ho già rac­con­ta­to, pos­so per­met­ter­mi di anda­re un po’ più in pro­fon­di­tà su alcu­ne cose, o di dare per scon­ta­ti cer­ti pas­sag­gi. Ma l’approccio non cam­bia a secon­da del con­te­sto o del pub­bli­co», aggiun­ge: «Cer­co sem­pre di man­te­ne­re la stes­sa impo­sta­zio­ne: esse­re il più pos­si­bi­le chia­ro, ma anche rigo­ro­so».

A un cer­to pun­to, allo­ra, la doman­da smet­te di riguar­da­re solo la Cina. O for­se, non ha mai riguar­da­to dav­ve­ro solo lei: «C’è una fra­se di Simon Leys – sino­lo­go e scrit­to­re bel­ga-austra­lia­no, noto per le sue cri­ti­che luci­de al maoi­smo e per i sag­gi sul­la cul­tu­ra cine­se – che mi ha sem­pre col­pi­to», dice Pie­ran­ni: «Scri­ve­va che quan­do si par­la del­la Cina, in real­tà si par­la sem­pre anche di se stes­si».

È un’idea che tor­na, in for­me diver­se, anche fuo­ri dal gior­na­li­smo. Nel­la teo­ria post­co­lo­nia­le, negli stu­di sull’orientalismo, ma anche nei feno­me­ni più recen­ti che attra­ver­sa­no i social: nar­ra­zio­ni este­tiz­za­te, fram­men­ti di vita quo­ti­dia­na tra­sfor­ma­ti in rac­con­to, trend come il chi­na­ma­x­xing – slang onli­ne per indi­ca­re l’idealizzazione-imitazione estre­ma di este­ti­ca e cul­tu­ra cine­se –, in cui la Cina diven­ta sfon­do, atmo­sfe­ra, lin­guag­gio emo­ti­vo. Non è neces­sa­ria­men­te un pro­ble­ma. Ma è un segna­le.

«Mi sem­bra­no feno­me­ni inte­res­san­ti. Rac­con­ta­no qual­co­sa del nostro tem­po. Però li vedo anco­ra mol­to segna­ti da una for­ma di orien­ta­li­smo». Anche quan­do sem­bra più vici­na, più acces­si­bi­le, più rac­con­ta­ta, la Cina con­ti­nua a fun­zio­na­re come uno scher­mo. Una super­fi­cie su cui pro­iet­ta­re imma­gi­na­ri, pau­re, desi­de­ri.

E, for­se, è pro­prio que­sto il pun­to da cui ripar­ti­re.

Non chie­der­si sol­tan­to se un rac­con­to sia giu­sto o sba­glia­to, fede­le o distor­to. Ma inter­ro­gar­si su cosa ren­de quel rac­con­to pos­si­bi­le, su qua­li cate­go­rie lo sosten­go­no, su cosa lascia fuo­ri. Su cosa dice – ine­vi­ta­bil­men­te – di chi lo pro­du­ce.

Per­ché se è vero che la Cina, come ogget­to di rac­con­to, sfug­ge sem­pre a una defi­ni­zio­ne defi­ni­ti­va, allo­ra ogni ten­ta­ti­vo di rac­con­tar­la è anche un modo per misu­ra­re i limi­ti del pro­prio sguar­do. In que­sto sen­so,  La Cina non esi­ste nel­lo sguar­do occi­den­ta­le come ogget­to neu­tro. Esi­ste come costru­zio­ne – riflet­te le nostre ansie sul­la tec­no­lo­gia, i nostri fan­ta­smi sull’autoritarismo, i nostri desi­de­ri di alter­na­ti­ve al pre­sen­te che par­la­no più di chi guar­da che di ciò che vie­ne guar­da­to. I nostri sono atti di sem­pli­fi­ca­zio­ne, cer­to, ma anche di posi­zio­na­men­to. Par­lar­ne signi­fi­ca sce­glie­re, spes­so incon­sa­pe­vol­men­te, da qua­le par­te del­lo spec­chio si sta. Il con­tri­bu­to di chi, come Pie­ran­ni, pro­va a rac­con­tar­la non è resti­tuir­la “così com’è” – impre­sa impos­si­bi­le – ma pro­va­re a far­ci usci­re da noi stes­si men­tre pro­via­mo a capi­re qual­cun altro. 

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