Nel 2019 le persone che pubblicavano video di pole dance su Instagram cominciarono ad accorgersi che i loro post non comparivano più sotto gli hashtag che usavano. Lo scoprirono quasi per caso: cercando quegli stessi hashtag, al posto dei contenuti trovavano un avviso secondo cui erano stati nascosti perché violavano le linee guida della comunità. La pole dance porta con sé un’eredità fortemente legata al mondo del sex work, e spesso nei contenuti sul tema appaiono donne molto belle e poco vestite, anche solo per motivi pratici: la pelle nuda crea una frizione contro il palo che aiuta molto a rimanere attaccati al palo.
Probabilmente per questo da un momento all’altro i sistemi automatici di moderazione dei contenuti della piattaforme decisero quindi di cominciare a identificare i post delle pole dancer come contenuti a sfondo sessuale, riducendo notevolmente la loro visibilità – e, quindi, le loro possibilità di notorietà, guadagno ed espressione creativa – senza informarle minimamente. Carolina Are, ricercatrice italiana a Londra molto appassionata di pole dance, decise di parlarne pubblicamente, portando ripetutamente il tema ai media mainstream, al punto che Instagram fu costretto a scusarsi e a ripristinare la visibilità dei post (Are 2020).
Da allora, Are è una delle ricercatrici più note ed eminenti al mondo sul tema dello shadowban. Con shadowban si intende la pratica con cui i social network riducono la visibilità di un profilo o di un post, o lo escludono del tutto dai feed principali come la pagina ‘Esplora’ di Instagram o i ‘Per te’ di TikTok, senza notificarlo a chi pubblica. Adam Mosseri, l’uomo a capo di Instagram dentro Meta, ha detto più volte che lo shadowban è sostanzialmente una leggenda: la pratica, però, è documentata e nota. Chi la subisce non se la sta inventando.
Anche per questo, nel 2025 Are ha lavorato insieme al ricercatore Tom Divon e alla psicologa Pam Briggs a un paper che introduce il concetto di platform gaslighting (Divon, Are, Briggs 2025). Il gaslighting è un termine nato per descrivere una forma di abuso nelle relazioni, quella in cui una persona nega in modo sistematico la percezione della realtà dell’altra, fino a portarla a dubitare della propria memoria e del proprio giudizio. Are e i suoi colleghi lo applicano al rapporto tra le piattaforme e chi le usa.
“Il platform gaslighting è una strategia di comunicazione adottata dalle piattaforme per limitare lo scrutinio sul loro operato e, di conseguenza, la percezione delle loro responsabilità e la concentrazione di potere e guadagno” spiegano Are e i suoi colleghi (Divon et al. 2025, 2). “Consiste nel negare o minimizzare la veridicità e la gravità delle esperienze degli utenti” (Divon et al. 2025, 2). È un’esperienza che chi lavora con i social – o anche solo chi ha mai notato una diminuzione sospetta e inspiegabile delle proprie visualizzazioni su Instagram – conosce bene: l’impressione che qualcosa stia succedendo al proprio account, un contenuto che sparisce o un pubblico che si assottiglia da un giorno all’altro, e la difficoltà a ottenere una spiegazione che coincida con quello che si sta osservando.
Il concetto è nato dall’incontro tra due ricerche separate. Are stava presentando ad Amsterdam un lavoro sull’inadeguatezza dei sistemi di appello di Instagram e TikTok per i creator che si occupano di sessualità, educazione sessuale e diritti LGBTQIA+, quando Divon, che seguiva le esperienze dei creator israeliani e palestinesi, notò che i suoi intervistati raccontavano la stessa cosa. Ne è uscito un corpus di trentasei interviste, raccolte in origine per progetti diversi, insieme a sei risposte pubbliche date dalle piattaforme a proteste e inchieste giornalistiche. Il fondamento teorico è arrivato da Briggs, psicologa, che ha permesso di studiare il gaslighting delle aziende con gli strumenti usati per quello tra persone.
Una parte del lavoro riguarda quello che gli autori chiamano gaslighting automatizzato, cioè le risposte generate dai sistemi della piattaforma. Un creator ebreo intervistato nel paper racconta di aver segnalato immagini di Hitler accompagnate da inviti a uccidere gli ebrei e di essersi sentito rispondere che i contenuti “non violano le linee guida della comunità” (Divon et al. 2025, 8). Alcuni creator transgender che chiedevano di recuperare un account bloccato caricavano il proprio documento d’identità e si vedevano rispondere che la persona nel documento non corrispondeva al profilo, perché nel frattempo avevano cambiato nome e aspetto. In questi casi è un automatismo a contraddire l’evidenza, senza che nessuno si assuma la responsabilità della decisione.
L’altra parte riguarda il gaslighting umano, quello che passa attraverso persone reali, dove il contatto diretto spesso non migliora le cose. Un creator intervistato per il paper ha descritto le risposte ricevute su TikTok come “formattate in modo così robotico, così automatico” (Divon et al. 2025, 11). “Dicono ‘capiamo che questo è importante per te’, e poi non fanno niente” (Divon et al. 2025, 11). Un’educatrice sessuale ha invece raccontato di aver ricevuto da Instagram, il giorno prima che il suo account venisse ripristinato, una mail che le comunicava il contrario, cioè che l’account non sarebbe stato recuperato. Are e i colleghi chiamano band-aid approach, l’approccio del cerotto, la prassi di rimettere online un contenuto e presentare le scuse senza mettere in discussione in alcun modo il sistema che aveva portato alla sua sparizione. Una creator che aveva ottenuto una serie di incontri con un responsabile di Instagram lo riassume così: “alla fine non ci hanno dato assolutamente nulla, erano solo promesse vuote” (Divon et al. 2025, 11).
Lo stesso schema si ritrova nelle dichiarazioni pubbliche.
Quando i creator palestinesi hanno denunciato un crollo di visibilità dei loro post su Gaza, Meta ha attribuito il calo a un difetto tecnico che riguardava gli account di tutto il mondo, presentandolo come un episodio isolato invece che come un problema sistematico.
Di fronte alla rimozione di decine di account legati a nudità e sex work, un portavoce di Instagram ha parlato genericamente di un “errore”, senza specificare quale: in questa lettura, la vaghezza del linguaggio fa parte della strategia, perché lasciare indefinito l’errore impedisce di verificare se ci sia stato un bersaglio.
Resta la domanda più complessa: quanto di tutto questo è calcolato, e quanto è l’effetto di sistemi enormi che nessuno controlla davvero fino in fondo? Il paper si ferma alla percezione degli utenti, per una scelta precisa. “Ci tenevamo a dare centralità ai partecipanti, soprattutto in momenti in cui si sentivano inascoltati” spiega Are durante la mia intervista a lei. Nel suo giudizio personale, però, Are si spinge oltre. “Ci sono troppi esempi di questa strategia per non pensare che sia almeno un minimo calcolata”. Per fare un esempio puntuale, cita l’allineamento delle piattaforme con l’amministrazione Trump dopo che si erano mostrate progressiste sotto governi progressisti, una scelta che lega alla volontà di non essere regolamentate e di non dover spendere di più in sicurezza, e ricorda le risposte date ai giornalisti on background, senza che nessun portavoce ci metta il nome. “L’opacità è calcolata”, conclude. “Ormai ci conoscono, conoscono la nostra ricerca. Se avessero voluto cambiare, l’avrebbero fatto”.
Are e Briggs riconoscono però che sottrarsi a questo meccanismo, per moltissime persone, è veramente complicato, in primis perchè chi crea i contenuti spesso dipende economicamente, almeno in parte, dalle piattaforme: chi vive del proprio account non può permettersi di abbandonarlo, e questo lo rende vulnerabile anche quando sospetta di essere trattato ingiustamente (Are & Briggs 2023). Quando un contenuto o un intero profilo vengono rimossi, la sola via ufficiale per riaverli è l’appello, cioè la richiesta di revisione che si invia dall’app e che nella maggior parte dei casi viene gestita in modo automatico, senza che dall’altra parte risponda una persona. In un altro paper, peraltro, Are ha mostrato che il sistema di ricorso difettoso che c’è adesso ha creato un mercato parallelo di intermediari, quasi sempre in cattiva fede, che promettono di recuperare un profilo in cambio di somme pari anche a mille, duemila, anche tremila dollari. Persone che “sfruttano chi è disperato” senza alcuna garanzia di riuscirci davvero (Are & Briggs 2023).
In tutto questo, nel corso dell’intervista, Are descrive il modo in cui oggi la moderazione viene applicata sulle grandi piattaforme come un sistema di giustizia penale in miniatura, con un poliziotto, un giudice e una giuria algoritmici che decidono senza mai mostrare la faccia, e con una specie di casellario giudiziario che resta attaccato all’account: anche quando un ricorso viene accolto e la rimozione riconosciuta come un errore, la penalizzazione nella visibilità spesso rimane, e l’utente non viene mai del tutto scagionato.
Uno strumento per intervenire su questi meccanismi, almeno in Europa, esiste già. È il Digital Services Act, il regolamento che dal 2024 vincola le grandi piattaforme e prova ad aggredire proprio l’opacità che la ricerca di Are descrive. Il testo impone che ogni volta che un contenuto viene rimosso, reso meno visibile o demonetizzato, o che un account viene sospeso, la piattaforma fornisca alla persona colpita una motivazione chiara e specifica, che dica cosa è stato deciso, perché, se la decisione è arrivata da un sistema automatico e come si può presentare ricorso.
Queste motivazioni confluiscono in una banca dati pubblica consultabile da chiunque. Il regolamento obbliga inoltre le piattaforme a offrire un sistema di reclamo interno gratuito e una via di risoluzione extragiudiziale, e a garantire ai ricercatori l’accesso ai dati pubblici, cioè esattamente il tipo di accesso su cui si regge il lavoro di chi studia la moderazione dall’esterno. Chi non rispetta queste regole rischia multe fino al 6% del fatturato annuo mondiale.
Sulla carta il DSA risponde a diversi dei problemi raccontati fin qui, ma la sua applicazione è appena cominciata. Nell’ottobre 2025 la Commissione europea ha contestato in via preliminare a Meta e TikTok di aver violato gli obblighi di trasparenza e di tutela degli utenti: a Meta, in particolare, di non offrire strumenti efficaci per segnalare i contenuti illegali e per fare ricorso contro le decisioni di moderazione, e di usare interfacce ingannevoli che scoraggiano le segnalazioni; a tutte e due, di ostacolare l’accesso dei ricercatori ai dati. Sono contestazioni preliminari, che le aziende possono ancora respingere, come stanno facendo. A dicembre 2025 la Commissione ha multato X per 120 milioni di euro per problemi analoghi di trasparenza e di design ingannevole.
Per Are questi strumenti sono un punto di partenza, ma non bastano finché la trasparenza imposta alle piattaforme non arriva anche alle loro decisioni e ai processi con cui vengono governate, oltre che ai dati. Il limite, osserva, è politico più che tecnico: i governi vogliono attrarre gli investimenti delle grandi aziende tecnologiche, e governarle sul serio significherebbe trattarle come avversari invece che come partner. «Sappiamo che non sono partner attendibili per il bene della nostra società» dice. «È ora di trattarle come tali».
Fotografia di Isabella Casiraghi
Bibliografia
Are, Carolina. 2021. The Shadowban Cycle: an autoethnography of pole dancing, nudity and censorship on Instagram, Feminist Media Studies, 22 (8), 2002–2019.
Are Carolina & Briggs Pam. 2023. The Emotional and Financial Impact of De-Platforming on Creators at the Margins, Social Media + Society, 9 (1).
Cook, Jesselyn. Febbraio 25, 2020. Instagram’s CEO says Shadow Banning ‘Is Not a Thing’. That’s not true, Huffington Post. Disponibile a: https://www.huffpost.com/entry/instagram-shadow-banning-is-real_n_5e555175c5b63b9c9ce434b0
Commissione Europea. Comunicato Stampa, 24 Ottobre 2025. La Commissione constata in via preliminare che TikTok e Meta violano i loro obblighi di trasparenza ai sensi della legge sui servizi digitali. Disponibile a:
https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/ip_25_2503 Divon Tom, Are Carolina, Briggs Pam. 2025. Platform gaslighting: A user-centric insight into social media corporate communications of content moderation, Platform & Society, 2, 1–17.
Regulation (EU) 2022/2065 of the European Parliament and of the Council of 19 October 2022 on a Single Market For Digital Services and amending Directive 2000/31/EC (Digital Services Act), disponibile a: https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2022/2065/oj/eng
Rai News, 6 dicembre 2025. La UE sanziona X con una multa da 120 milioni di dollari. Tra le violazioni c’è la “spunta blu”. Disponibile a:
https://www.rainews.it/articoli/2025/12/la-ue-sanziona-x-con-una-multa-da-120-milioni-di-dollari-tra-le-violazioni-ce-la-spunta-blu-d0dd70bc-1562–4b9b-b34b-5259a31a30f3.html
Sehl, Katie. Luglio 13, 2021. Instagram head Adam Mosseri says “shadowbanning” doesn’t exist, Hootsuite. Disponibile a: https://blog.hootsuite.com/social-media-updates/instagram/instagram-says-shadowbanning-does-not-exist/