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Agosto
20 Agosto 2026

PLAT­FORM GASLIGHTING

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Nel 2019 le per­so­ne che pub­bli­ca­va­no video di pole dan­ce su Insta­gram comin­cia­ro­no ad accor­ger­si che i loro post non com­pa­ri­va­no più sot­to gli hash­tag che usa­va­no. Lo sco­pri­ro­no qua­si per caso: cer­can­do que­gli stes­si hash­tag, al posto dei con­te­nu­ti tro­va­va­no un avvi­so secon­do cui era­no sta­ti nasco­sti per­ché vio­la­va­no le linee gui­da del­la comu­ni­tà. La pole dan­ce por­ta con sé un’e­re­di­tà for­te­men­te lega­ta al mon­do del sex work, e spes­so nei con­te­nu­ti sul tema appa­io­no don­ne mol­to bel­le e poco vesti­te, anche solo per moti­vi pra­ti­ci: la pel­le nuda crea una fri­zio­ne con­tro il palo che aiu­ta mol­to a rima­ne­re attac­ca­ti al palo.

Pro­ba­bil­men­te per que­sto da un momen­to all’altro i siste­mi auto­ma­ti­ci di mode­ra­zio­ne dei con­te­nu­ti del­la piat­ta­for­me deci­se­ro quin­di di comin­cia­re a iden­ti­fi­ca­re i post del­le pole dan­cer come con­te­nu­ti a sfon­do ses­sua­le, ridu­cen­do note­vol­men­te la loro visi­bi­li­tà – e, quin­di, le loro pos­si­bi­li­tà di noto­rie­tà, gua­da­gno ed espres­sio­ne crea­ti­va – sen­za infor­mar­le mini­ma­men­te. Caro­li­na Are, ricer­ca­tri­ce ita­lia­na a Lon­dra mol­to appas­sio­na­ta di pole dan­ce, deci­se di par­lar­ne pub­bli­ca­men­te, por­tan­do ripe­tu­ta­men­te il tema ai media main­stream, al pun­to che Insta­gram fu costret­to a scu­sar­si e a ripri­sti­na­re la visi­bi­li­tà dei post (Are 2020).

Da allo­ra, Are è una del­le ricer­ca­tri­ci più note ed emi­nen­ti al mon­do sul tema del­lo sha­do­w­ban. Con sha­do­w­ban si inten­de la pra­ti­ca con cui i social net­work ridu­co­no la visi­bi­li­tà di un pro­fi­lo o di un post, o lo esclu­do­no del tut­to dai feed prin­ci­pa­li come la pagi­na ‘Esplo­ra’ di Insta­gram o i ‘Per te’ di Tik­Tok, sen­za noti­fi­car­lo a chi pub­bli­ca. Adam Mos­se­ri, l’uomo a capo di Insta­gram den­tro Meta, ha det­to più vol­te che lo sha­do­w­ban è sostan­zial­men­te una leg­gen­da: la pra­ti­ca, però, è docu­men­ta­ta e nota. Chi la subi­sce non se la sta inven­tan­do.

Anche per que­sto, nel 2025 Are ha lavo­ra­to insie­me al ricer­ca­to­re Tom Divon e alla psi­co­lo­ga Pam Briggs a un paper che intro­du­ce il con­cet­to di plat­form gaslighting (Divon, Are, Briggs 2025). Il gaslighting è un ter­mi­ne nato per descri­ve­re una for­ma di abu­so nel­le rela­zio­ni, quel­la in cui una per­so­na nega in modo siste­ma­ti­co la per­ce­zio­ne del­la real­tà del­l’al­tra, fino a por­tar­la a dubi­ta­re del­la pro­pria memo­ria e del pro­prio giu­di­zio. Are e i suoi col­le­ghi lo appli­ca­no al rap­por­to tra le piat­ta­for­me e chi le usa. 

“Il plat­form gaslighting è una stra­te­gia di comu­ni­ca­zio­ne adot­ta­ta dal­le piat­ta­for­me per limi­ta­re lo scru­ti­nio sul loro ope­ra­to e, di con­se­guen­za, la per­ce­zio­ne del­le loro respon­sa­bi­li­tà e la con­cen­tra­zio­ne di pote­re e gua­da­gno” spie­ga­no Are e i suoi col­le­ghi (Divon et al. 2025, 2). “Con­si­ste nel nega­re o mini­miz­za­re la veri­di­ci­tà e la gra­vi­tà del­le espe­rien­ze degli uten­ti” (Divon et al. 2025, 2). È un’esperienza che chi lavo­ra con i social – o anche solo chi ha mai nota­to una dimi­nu­zio­ne sospet­ta e inspie­ga­bi­le del­le pro­prie visua­liz­za­zio­ni su Insta­gram – cono­sce bene: l’im­pres­sio­ne che qual­co­sa stia suc­ce­den­do al pro­prio account, un con­te­nu­to che spa­ri­sce o un pub­bli­co che si assot­ti­glia da un gior­no all’al­tro, e la dif­fi­col­tà a otte­ne­re una spie­ga­zio­ne che coin­ci­da con quel­lo che si sta osser­van­do. 

Il con­cet­to è nato dal­l’in­con­tro tra due ricer­che sepa­ra­te. Are sta­va pre­sen­tan­do ad Amster­dam un lavo­ro sul­l’i­na­de­gua­tez­za dei siste­mi di appel­lo di Insta­gram e Tik­Tok per i crea­tor che si occu­pa­no di ses­sua­li­tà, edu­ca­zio­ne ses­sua­le e dirit­ti LGB­T­QIA+, quan­do Divon, che segui­va le espe­rien­ze dei crea­tor israe­lia­ni e pale­sti­ne­si, notò che i suoi inter­vi­sta­ti rac­con­ta­va­no la stes­sa cosa. Ne è usci­to un cor­pus di tren­ta­sei inter­vi­ste, rac­col­te in ori­gi­ne per pro­get­ti diver­si, insie­me a sei rispo­ste pub­bli­che date dal­le piat­ta­for­me a pro­te­ste e inchie­ste gior­na­li­sti­che. Il fon­da­men­to teo­ri­co è arri­va­to da Briggs, psi­co­lo­ga, che ha per­mes­so di stu­dia­re il gaslighting del­le azien­de con gli stru­men­ti usa­ti per quel­lo tra per­so­ne.

Una par­te del lavo­ro riguar­da quel­lo che gli auto­ri chia­ma­no gaslighting auto­ma­tiz­za­to, cioè le rispo­ste gene­ra­te dai siste­mi del­la piat­ta­for­ma. Un crea­tor ebreo inter­vi­sta­to nel paper rac­con­ta di aver segna­la­to imma­gi­ni di Hitler accom­pa­gna­te da invi­ti a ucci­de­re gli ebrei e di esser­si sen­ti­to rispon­de­re che i con­te­nu­ti “non vio­la­no le linee gui­da del­la comu­ni­tà” (Divon et al. 2025, 8). Alcu­ni crea­tor tran­sgen­der che chie­de­va­no di recu­pe­ra­re un account bloc­ca­to cari­ca­va­no il pro­prio docu­men­to d’i­den­ti­tà e si vede­va­no rispon­de­re che la per­so­na nel docu­men­to non cor­ri­spon­de­va al pro­fi­lo, per­ché nel frat­tem­po ave­va­no cam­bia­to nome e aspet­to. In que­sti casi è un auto­ma­ti­smo a con­trad­di­re l’e­vi­den­za, sen­za che nes­su­no si assu­ma la respon­sa­bi­li­tà del­la deci­sio­ne.

L’al­tra par­te riguar­da il gaslighting uma­no, quel­lo che pas­sa attra­ver­so per­so­ne rea­li, dove il con­tat­to diret­to spes­so non miglio­ra le cose. Un crea­tor inter­vi­sta­to per il paper ha descrit­to le rispo­ste rice­vu­te su Tik­Tok come “for­mat­ta­te in modo così robo­ti­co, così auto­ma­ti­co” (Divon et al. 2025, 11). “Dico­no ‘capia­mo che que­sto è impor­tan­te per te’, e poi non fan­no nien­te” (Divon et al. 2025, 11). Un’educatrice ses­sua­le ha inve­ce rac­con­ta­to di aver rice­vu­to da Insta­gram, il gior­no pri­ma che il suo account venis­se ripri­sti­na­to, una mail che le comu­ni­ca­va il con­tra­rio, cioè che l’ac­count non sareb­be sta­to recu­pe­ra­to. Are e i col­le­ghi chia­ma­no band-aid approach, l’ap­proc­cio del cerot­to, la pras­si di rimet­te­re onli­ne un con­te­nu­to e pre­sen­ta­re le scu­se sen­za met­te­re in discus­sio­ne in alcun modo il siste­ma che ave­va por­ta­to alla sua spa­ri­zio­ne. Una crea­tor che ave­va otte­nu­to una serie di incon­tri con un respon­sa­bi­le di Insta­gram lo rias­su­me così: “alla fine non ci han­no dato asso­lu­ta­men­te nul­la, era­no solo pro­mes­se vuo­te” (Divon et al. 2025, 11).

Lo stes­so sche­ma si ritro­va nel­le dichia­ra­zio­ni pub­bli­che.

Quan­do i crea­tor pale­sti­ne­si han­no denun­cia­to un crol­lo di visi­bi­li­tà dei loro post su Gaza, Meta ha attri­bui­to il calo a un difet­to tec­ni­co che riguar­da­va gli account di tut­to il mon­do, pre­sen­tan­do­lo come un epi­so­dio iso­la­to inve­ce che come un pro­ble­ma siste­ma­ti­co.

Di fron­te alla rimo­zio­ne di deci­ne di account lega­ti a nudi­tà e sex work, un por­ta­vo­ce di Insta­gram ha par­la­to gene­ri­ca­men­te di un “erro­re”, sen­za spe­ci­fi­ca­re qua­le: in que­sta let­tu­ra, la vaghez­za del lin­guag­gio fa par­te del­la stra­te­gia, per­ché lascia­re inde­fi­ni­to l’er­ro­re impe­di­sce di veri­fi­ca­re se ci sia sta­to un ber­sa­glio.

Resta la doman­da più com­ples­sa: quan­to di tut­to que­sto è cal­co­la­to, e quan­to è l’effetto di siste­mi enor­mi che nes­su­no con­trol­la dav­ve­ro fino in fon­do? Il paper si fer­ma alla per­ce­zio­ne degli uten­ti, per una scel­ta pre­ci­sa. “Ci tene­va­mo a dare cen­tra­li­tà ai par­te­ci­pan­ti, soprat­tut­to in momen­ti in cui si sen­ti­va­no ina­scol­ta­ti” spie­ga Are duran­te la mia inter­vi­sta a lei. Nel suo giu­di­zio per­so­na­le, però, Are si spin­ge oltre. “Ci sono trop­pi esem­pi di que­sta stra­te­gia per non pen­sa­re che sia alme­no un mini­mo cal­co­la­ta”. Per fare un esem­pio pun­tua­le, cita l’allineamento del­le piat­ta­for­me con l’am­mi­ni­stra­zio­ne Trump dopo che si era­no mostra­te pro­gres­si­ste sot­to gover­ni pro­gres­si­sti, una scel­ta che lega alla volon­tà di non esse­re rego­la­men­ta­te e di non dover spen­de­re di più in sicu­rez­za, e ricor­da le rispo­ste date ai gior­na­li­sti on back­ground, sen­za che nes­sun por­ta­vo­ce ci met­ta il nome. “L’o­pa­ci­tà è cal­co­la­ta”, con­clu­de. “Ormai ci cono­sco­no, cono­sco­no la nostra ricer­ca. Se aves­se­ro volu­to cam­bia­re, l’a­vreb­be­ro fat­to”.

Are e Briggs rico­no­sco­no però che sot­trar­si a que­sto mec­ca­ni­smo, per mol­tis­si­me per­so­ne, è vera­men­te com­pli­ca­to, in pri­mis per­chè chi crea i con­te­nu­ti spes­so dipen­de eco­no­mi­ca­men­te, alme­no in par­te, dal­le piat­ta­for­me: chi vive del pro­prio account non può per­met­ter­si di abban­do­nar­lo, e que­sto lo ren­de vul­ne­ra­bi­le anche quan­do sospet­ta di esse­re trat­ta­to ingiu­sta­men­te (Are & Briggs 2023). Quan­do un con­te­nu­to o un inte­ro pro­fi­lo ven­go­no rimos­si, la sola via uffi­cia­le per ria­ver­li è l’appello, cioè la richie­sta di revi­sio­ne che si invia dal­l’app e che nel­la mag­gior par­te dei casi vie­ne gesti­ta in modo auto­ma­ti­co, sen­za che dal­l’al­tra par­te rispon­da una per­so­na. In un altro paper, peral­tro, Are ha mostra­to che il siste­ma di ricor­so difet­to­so che c’è ades­so ha crea­to un mer­ca­to paral­le­lo di inter­me­dia­ri, qua­si sem­pre in cat­ti­va fede, che pro­met­to­no di recu­pe­ra­re un pro­fi­lo in cam­bio di som­me pari anche a mil­le, due­mi­la, anche tre­mi­la dol­la­ri. Per­so­ne che “sfrut­ta­no chi è dispe­ra­to” sen­za alcu­na garan­zia di riu­scir­ci dav­ve­ro (Are & Briggs 2023). 

In tut­to que­sto, nel cor­so dell’intervista, Are descri­ve il modo in cui oggi la mode­ra­zio­ne vie­ne appli­ca­ta sul­le gran­di piat­ta­for­me come un siste­ma di giu­sti­zia pena­le in minia­tu­ra, con un poli­ziot­to, un giu­di­ce e una giu­ria algo­rit­mi­ci che deci­do­no sen­za mai mostra­re la fac­cia, e con una spe­cie di casel­la­rio giu­di­zia­rio che resta attac­ca­to all’ac­count: anche quan­do un ricor­so vie­ne accol­to e la rimo­zio­ne rico­no­sciu­ta come un erro­re, la pena­liz­za­zio­ne nel­la visi­bi­li­tà spes­so rima­ne, e l’u­ten­te non vie­ne mai del tut­to sca­gio­na­to.

Uno stru­men­to per inter­ve­ni­re su que­sti mec­ca­ni­smi, alme­no in Euro­pa, esi­ste già. È il Digi­tal Ser­vi­ces Act, il rego­la­men­to che dal 2024 vin­co­la le gran­di piat­ta­for­me e pro­va ad aggre­di­re pro­prio l’opacità che la ricer­ca di Are descri­ve. Il testo impo­ne che ogni vol­ta che un con­te­nu­to vie­ne rimos­so, reso meno visi­bi­le o demo­ne­tiz­za­to, o che un account vie­ne sospe­so, la piat­ta­for­ma for­ni­sca alla per­so­na col­pi­ta una moti­va­zio­ne chia­ra e spe­ci­fi­ca, che dica cosa è sta­to deci­so, per­ché, se la deci­sio­ne è arri­va­ta da un siste­ma auto­ma­ti­co e come si può pre­sen­ta­re ricor­so. 

Que­ste moti­va­zio­ni con­flui­sco­no in una ban­ca dati pub­bli­ca con­sul­ta­bi­le da chiun­que. Il rego­la­men­to obbli­ga inol­tre le piat­ta­for­me a offri­re un siste­ma di recla­mo inter­no gra­tui­to e una via di riso­lu­zio­ne extra­giu­di­zia­le, e a garan­ti­re ai ricer­ca­to­ri l’ac­ces­so ai dati pub­bli­ci, cioè esat­ta­men­te il tipo di acces­so su cui si reg­ge il lavo­ro di chi stu­dia la mode­ra­zio­ne dal­l’e­ster­no. Chi non rispet­ta que­ste rego­le rischia mul­te fino al 6% del fat­tu­ra­to annuo mon­dia­le. 

Sul­la car­ta il DSA rispon­de a diver­si dei pro­ble­mi rac­con­ta­ti fin qui, ma la sua appli­ca­zio­ne è appe­na comin­cia­ta. Nell’ottobre 2025 la Com­mis­sio­ne euro­pea ha con­te­sta­to in via pre­li­mi­na­re a Meta e Tik­Tok di aver vio­la­to gli obbli­ghi di tra­spa­ren­za e di tute­la degli uten­ti: a Meta, in par­ti­co­la­re, di non offri­re stru­men­ti effi­ca­ci per segna­la­re i con­te­nu­ti ille­ga­li e per fare ricor­so con­tro le deci­sio­ni di mode­ra­zio­ne, e di usa­re inter­fac­ce ingan­ne­vo­li che sco­rag­gia­no le segna­la­zio­ni; a tut­te e due, di osta­co­la­re l’ac­ces­so dei ricer­ca­to­ri ai dati. Sono con­te­sta­zio­ni pre­li­mi­na­ri, che le azien­de pos­so­no anco­ra respin­ge­re, come stan­no facen­do. A dicem­bre 2025 la Com­mis­sio­ne ha mul­ta­to X per 120 milio­ni di euro per pro­ble­mi ana­lo­ghi di tra­spa­ren­za e di desi­gn ingan­ne­vo­le. 

Per Are que­sti stru­men­ti sono un pun­to di par­ten­za, ma non basta­no fin­ché la tra­spa­ren­za impo­sta alle piat­ta­for­me non arri­va anche alle loro deci­sio­ni e ai pro­ces­si con cui ven­go­no gover­na­te, oltre che ai dati. Il limi­te, osser­va, è poli­ti­co più che tec­ni­co: i gover­ni voglio­no attrar­re gli inve­sti­men­ti del­le gran­di azien­de tec­no­lo­gi­che, e gover­nar­le sul serio signi­fi­che­reb­be trat­tar­le come avver­sa­ri inve­ce che come part­ner. «Sap­pia­mo che non sono part­ner atten­di­bi­li per il bene del­la nostra socie­tà» dice. «È ora di trat­tar­le come tali».

Foto­gra­fia di Isa­bel­la Casi­ra­ghi

Biblio­gra­fia

Are, Caro­li­na. 2021. The Sha­do­w­ban Cycle: an autoe­th­no­gra­phy of pole dan­cing, nudi­ty and cen­sor­ship on Insta­gram, Femi­ni­st Media Stu­dies, 22 (8), 2002–2019.

Are Caro­li­na & Briggs Pam. 2023. The Emo­tio­nal and Finan­cial Impact of De-Plat­for­ming on Crea­tors at the Mar­gins, Social Media + Socie­ty, 9 (1).

Cook, Jes­se­lyn. Feb­bra­io 25, 2020. Instagram’s CEO says Sha­dow Ban­ning ‘Is Not a Thing’. That’s not true, Huf­fing­ton Post. Dispo­ni­bi­le a: https://www.huffpost.com/entry/instagram-shadow-banning-is-real_n_5e555175c5b63b9c9ce434b0 

Com­mis­sio­ne Euro­pea. Comu­ni­ca­to Stam­pa, 24 Otto­bre 2025. La Com­mis­sio­ne con­sta­ta in via pre­li­mi­na­re che Tik­Tok e Meta vio­la­no i loro obbli­ghi di tra­spa­ren­za ai sen­si del­la leg­ge sui ser­vi­zi digi­ta­li. Dispo­ni­bi­le a:
https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/ip_25_2503 Divon Tom, Are Caro­li­na, Briggs Pam. 2025. Plat­form gaslighting: A user-cen­tric insight into social media cor­po­ra­te com­mu­ni­ca­tions of con­tent mode­ra­tion, Plat­form & Socie­ty, 2, 1–17.

Regu­la­tion (EU) 2022/2065 of the Euro­pean Par­lia­ment and of the Coun­cil of 19 Octo­ber 2022 on a Sin­gle Mar­ket For Digi­tal Ser­vi­ces and amen­ding Direc­ti­ve 2000/31/EC (Digi­tal Ser­vi­ces Act), dispo­ni­bi­le a: https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2022/2065/oj/eng 

Rai News, 6 dicem­bre 2025. La UE san­zio­na X con una mul­ta da 120 milio­ni di dol­la­ri. Tra le vio­la­zio­ni c’è la “spun­ta blu”. Dispo­ni­bi­le a:
https://www.rainews.it/articoli/2025/12/la-ue-sanziona-x-con-una-multa-da-120-milioni-di-dollari-tra-le-violazioni-ce-la-spunta-blu-d0dd70bc-1562–4b9b-b34b-5259a31a30f3.html 

Sehl, Katie. Luglio 13, 2021. Insta­gram head Adam Mos­se­ri says “sha­do­w­ban­ning” doesn’t exi­st, Hoo­tsui­te. Dispo­ni­bi­le a: https://blog.hootsuite.com/social-media-updates/instagram/instagram-says-shadowbanning-does-not-exist/ 

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