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Giugno
22 Giugno 2026

ANA­TO­MIA DI UNA CIT­TÀ-PRI­GIO­NE

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“Nel 1988 il tas­so di cri­mi­na­li­tà degli Sta­ti Uni­ti aumen­ta del 400%. New York, un tem­po gran­de cit­tà, diven­ta il car­ce­re di mas­si­ma sicu­rez­za dell’intero pae­se. Un muro alto 15 metri vie­ne eret­to lun­go la linea di costa del New Jer­sey, attra­ver­so il fiu­me Har­lem e lun­go la linea di costa di Broo­klyn. Cir­con­da l’intera iso­la di Man­hat­tan. Tut­ti i pon­ti e le vie d’acqua sono mina­ti. Le for­ze di poli­zia degli Sta­ti Uni­ti, come un eser­ci­to, sono accam­pa­te attor­no all’isola. Non ci sono guar­die all’interno del­la pri­gio­ne, solo pri­gio­nie­ri e i mon­di che han­no crea­to. Le leg­gi sono sem­pli­ci: una vol­ta entra­to non esci” (Car­pen­ter 1997).

Con que­ste paro­le si apre il film del 1981 di John Car­pen­ter Esca­pe from New York, tra­dot­to in ita­lia­no con 1997 – Fuga da New York. Il 1997 è infat­ti l’anno in cui è ambien­ta­ta la sto­ria. Da qui pren­de­ran­no avvio le (dis)avventure di Sna­ke Plis­sken – in ita­lia­no Jena Plis­sken – che sarà chia­ma­to ad entra­re in quel car­ce­re a cie­lo aper­to e a por­ta­re fuo­ri il Pre­si­den­te degli Sta­ti Uni­ti, fini­to ostag­gio del Duca – colui che gover­na la popo­la­zio­ne car­ce­ra­ria – a cau­sa di un dirot­ta­men­to aereo ope­ra­to da un grup­po ter­ro­ri­sti­co. Un film disto­pi­co con cui il regi­sta accu­sa la poli­ti­ca mili­ta­ri­sta degli USA, pron­ta a sacri­fi­ca­re sull’altare del­la guer­ra un nume­ro inde­fi­ni­to di vite sen­za pro­va­re alcun tipo di rim­pian­to.

Tut­ta­via, già a par­ti­re dal­le poche fra­si che fun­go­no da inci­pit al lavo­ro di Car­pen­ter, è pos­si­bi­le sta­bi­li­re una stret­ta con­nes­sio­ne tra il film in que­stio­ne e il dirit­to peni­ten­zia­rio. O meglio, tra la poe­ti­ca del film e il pen­sie­ro di Michel Fou­cault, uno dei più impor­tan­ti pen­sa­to­ri del Nove­cen­to, che con Sor­ve­glia­re e Puni­re (1975) ha posto le basi di que­sta bran­ca del dirit­to. Ed è pro­prio con­fron­tan­do alcu­ni pas­sag­gi del­la pel­li­co­la con alcu­ni pas­si dell’opera fou­caul­tia­na che è pos­si­bi­le riscon­tra­re una pro­fon­da vici­nan­za tra il pen­sie­ro del filo­so­fo fran­ce­se, pro­fon­da­men­te cri­ti­co dell’istituzione car­ce­ra­ria e del­le con­trad­di­zio­ni che essa por­ta con sé, e la poe­ti­ca di Car­pen­ter. 

Met­te­re in rela­zio­ne un’opera di fin­zio­ne disto­pi­ca e la mate­ria peni­ten­zia­ria è un’operazione che potreb­be appa­ri­re smi­nuen­te nei con­fron­ti del­la com­ples­si­tà car­ce­ra­ria: come può entra­re in con­tat­to un film nato dal­la fan­ta­sia di un regi­sta con le vite di per­so­ne che quo­ti­dia­na­men­te vivo­no i dolo­ri del­la reclu­sio­ne? Come può la liber­tà crea­ti­va inter­fac­ciar­si con il luo­go del­la pri­va­zio­ne del­le liber­tà per eccel­len­za?
In real­tà que­sto pecu­lia­re modus ope­ran­di – quel­lo di ana­liz­za­re ope­re arti­sti­che attra­ver­so le len­ti del dirit­to – è tipi­co di una par­ti­co­la­re bran­ca del­la filo­so­fia del dirit­to di deri­va­zio­ne anglo­sas­so­ne, la Law and lite­ra­tu­re: secon­do que­sta cor­ren­te giu­sfi­lo­so­fi­ca, è solo ana­liz­zan­do le diver­se aree del dirit­to nel­la loro dimen­sio­ne più pura e teo­ri­ca che se ne pos­so­no osser­va­re i veri pro­ble­mi. Per far­lo, l’arte, spec­chio del­la socie­tà in cui il dirit­to ope­ra, è il mez­zo pri­vi­le­gia­to per arri­va­re all’essenza del­la mate­ria. Ecco che, per giun­ge­re al cuo­re del pro­ble­ma peni­ten­zia­rio, la pro­spet­ti­va del­la disto­pia fil­mi­ca assu­me il ruo­lo cru­cia­le di osser­va­to­re distac­ca­to e, per­ciò, pri­vi­le­gia­to.

La fun­zio­ne del car­ce­re

L’elemento che subi­to bal­za all’occhio, nel momen­to in cui si ana­liz­za la moda­li­tà di reclu­sio­ne raf­fi­gu­ra­ta in Fuga da New York, è la tota­le assen­za di pro­spet­ti­va rie­du­ca­ti­va. L’elemento cor­re­zio­na­le, quel­la spin­ta che lo Sta­to dovreb­be ave­re ver­so il miglio­ra­men­to del com­por­ta­men­to dell’individuo peni­ten­te, vie­ne com­ple­ta­men­te azze­ra­to. Lo Sta­to ha rinun­cia­to in modo pie­no e asso­lu­to a una pos­si­bi­le riso­cia­liz­za­zio­ne del reo. Già que­sto è suf­fi­cien­te­men­te pre­oc­cu­pan­te, spe­cial­men­te se lo si con­fron­ta con l’odierno sen­ti­men­to popo­la­re, che, rispet­to a cer­ti cri­mi­na­li e a cer­ti cri­mi­ni, auspi­che­reb­be dav­ve­ro una solu­zio­ne simi­le. Si pen­si in tal sen­so alle pro­po­ste poli­ti­che che pro­pu­gna­no un pro­fon­do ina­spri­men­to del­le pene, fon­da­to sull’idea che il reo sia irre­cu­pe­ra­bi­le: per esem­pio, la sem­pre­ver­de pro­po­sta del­la Lega – la scel­ta dell’aggettivo è dovu­ta non tan­to al colo­re del par­ti­to, quan­to più al fat­to che que­sta pro­po­sta sia sta­ta rei­te­ra­ta, nono­stan­te l’evidente inco­sti­tu­zio­na­li­tà, per l’ennesima vol­ta a ini­zio 2026 – sul­la castra­zio­ne chi­mi­ca per i rea­ti di vio­len­za ses­sua­le. 

Ma il con­cet­to di una pri­gio­ne così pen­sa­ta risul­ta esse­re anco­ra più inte­res­san­te in pro­spet­ti­va peni­ten­zia­ria poi­ché espri­me al mas­si­mo quell’idea di divi­sio­ne tra Bene e Male che rap­pre­sen­ta il car­ce­re. All’interno del­la nostra socie­tà è solo nel­la sepa­ra­zio­ne spa­zia­le tra le alte mura di cin­ta del­la pri­gio­ne e l’esterno che si rin­vie­ne l’elemento che dav­ve­ro sepa­ra la popo­la­zio­ne civi­le da quel­la car­ce­ra­ria: esse non sono altro che una linea di con­fi­ne tra buo­ni e cat­ti­vi, tra colo­ro che godo­no anco­ra di tut­te le loro liber­tà fon­da­men­ta­li e colo­ro che, in vir­tù di qual­che cri­mi­ne com­mes­so, si tro­va­no a subi­re una limi­ta­zio­ne del­le stes­se. Ebbe­ne, il car­ce­re ser­ve pro­prio a sepa­ra­re i pri­mi dai secon­di, o meglio a ras­si­cu­ra­re i pri­mi del fat­to che i secon­di sono tut­ti ristret­ti e rele­ga­ti in un solo luo­go al di fuo­ri del qua­le non pos­so­no fare del male. Una divi­sio­ne un po’ sem­pli­ci­sti­ca e mani­chea, che però resti­tui­sce tran­quil­li­tà a una socie­tà che non vuo­le ren­der­si con­to del­le nume­ro­se sfu­ma­tu­re di gri­gio che esi­sto­no nel­lo spa­zio tra il bian­co più can­di­do e il nero più scu­ro. 

Car­pen­ter e Fou­cault, infat­ti, ci fan­no inter­ro­ga­re sull’annosa que­stio­ne filo­so­fi­ca, socia­le ed eti­ca rap­pre­sen­ta­ta dall’istituzione car­ce­ra­ria: sia­mo sicu­ri che le per­so­ne dav­ve­ro mal­va­gie si tro­vi­no sem­pre dal­la par­te giu­sta del muro di cin­ta di una pri­gio­ne?

Fou­cault, che per pri­mo ha ana­liz­za­to il muta­men­to dei siste­mi puni­ti­vi nel pas­sag­gio dall’Ancien Régi­me alla socie­tà post Rivo­lu­zio­ne fran­ce­se, affer­ma che con il car­ce­re ini­zia la cosid­det­ta “era del­la sobrie­tà puni­ti­va” (Fou­cault 1975, 16): non più una pena cha agi­sce sul cor­po per por­ta­re dolo­re alla per­so­na, ben­sì un’istituzione che si occu­pa di restrin­ge­re il reo e, tra­mi­te un deter­mi­na­to per­cor­so, indur­lo a un cam­bia­men­to nel com­por­ta­men­to. Que­sta tra­sfor­ma­zio­ne del­la pena tro­va un cor­ri­spet­ti­vo a livel­lo imma­gi­ni­fi­co nel pas­sag­gio dal­la pub­bli­ci­tà dei sup­pli­zi alla segre­tez­za del­la pri­gio­ne: men­tre duran­te l’Ancien Régi­me era nor­ma­le assi­ste­re pub­bli­ca­men­te a pra­ti­che puni­ti­ve cor­po­ra­li – dall’impiccagione alla gogna – al con­tra­rio con il car­ce­re la pena diven­ta invi­si­bi­le, le mura impe­di­sco­no alla socie­tà di assi­ste­re alla ves­sa­zio­ne dei cor­pi e al dolo­re che ne deri­va: 

“La puni­zio­ne ces­sa, poco a poco, di esse­re uno spet­ta­co­lo […]. L’esecuzione pub­bli­ca vie­ne per­ce­pi­ta come un tor­bi­do foco­la­io, dove la vio­len­za si riac­cen­de. La puni­zio­ne ten­de­rà dun­que a dive­ni­re la par­te più nasco­sta del pro­ces­so pena­le. Le con­se­guen­ze sono nume­ro­se: essa lascia il cam­po del­la per­ce­zio­ne quo­ti­dia­na, per entra­re in quel­lo del­la coscien­za astrat­ta: la sua effi­ca­cia deve deri­va­re dal­la sua fata­li­tà, non dal­la sua inten­si­tà visi­bi­le”. (Fou­cault 1975, 11) 

Ecco che nel­la pel­li­co­la di Car­pen­ter si esal­ta al mas­si­mo que­sta idea: il car­ce­re diven­ta un gran­de con­te­ni­to­re in cui ammas­sa­re quan­ti più cri­mi­na­li pos­si­bi­le, sen­za pre­oc­cu­par­si del­le loro con­di­zio­ni o del­le loro pro­spet­ti­ve di vita. Le mura di cin­ta si pre­oc­cu­pa­no esclu­si­va­men­te di divi­de­re e l’esercito appo­sta­to sopra di esse si occu­pa sola­men­te di spa­ra­re a chiun­que ten­ti di eva­de­re: o meglio, a chiun­que del­la ‘socie­tà dei cat­ti­vi’ ten­ti di entra­re in quel­la dei ‘buo­ni’. Non a caso, una del­le sce­ne intro­dut­ti­ve del­la pel­li­co­la mostra pro­prio il ten­ta­ti­vo di fuga di alcu­ni dete­nu­ti sui qua­li la poli­zia spa­ra a vista: o den­tro o fuo­ri, o vivo o mor­to. Come ricor­da la voce nar­ran­te nel pro­lo­go del film: “una vol­ta den­tro, non esci”.

Una socie­tà nel­la socie­tà

Per quan­to riguar­da la popo­la­zio­ne dete­nu­ta che vive all’interno del gran­de peni­ten­zia­rio a cie­lo aper­to, ci sono una serie di ele­men­ti che ci per­met­to­no di par­la­re di una nuo­va e fun­zio­nan­te socie­tà nel­la socie­tà. Il pri­mo è for­se quel­lo più tra­scu­ra­bi­le eppu­re più roman­ti­co per chi ama l’arte e le attri­bui­sce un valo­re socia­le impor­tan­te: uno dei pri­mi luo­ghi che Jena Plis­sken visi­ta una vol­ta entra­to nel nuo­vo gran­de peni­ten­zia­rio-cit­tà è un tea­tro in cui un grup­po di car­ce­ra­ti ha alle­sti­to un pic­co­lo spet­ta­co­lo con suo­ni, costu­mi e un pez­zo musi­ca­le che par­la di New York. La can­zo­ne, tut­ta­via, rac­con­ta la nuo­va New York, quel­la abi­ta­ta dai dete­nu­ti, e pren­de in giro quei famo­si bra­ni – come la cele­bre New York, New York di Frank Sina­tra – che dipin­go­no la Gran­de Mela come cit­tà dei sogni – diven­ta­ta piut­to­sto, come si vedrà col pro­sie­guo del film, metro­po­li degli incu­bi.
Que­sto è un pas­sag­gio da non sot­to­va­lu­ta­re, poi­ché l’Arte è, sto­ri­ca­men­te, il pun­to di arri­vo del pas­sag­gio di una popo­la­zio­ne sul­la Ter­ra. Dal­le pit­tu­re rupe­stri agli affre­schi rina­sci­men­ta­li, pas­san­do per le pira­mi­di egi­zie, l’Arte da sem­pre rap­pre­sen­ta il sin­to­mo di una socie­tà che si è svi­lup­pa­ta a tal pun­to da voler comu­ni­ca­re i pro­pri valo­ri e le pro­prie con­qui­ste alle gene­ra­zio­ni che ver­ran­no. Se, dun­que, pur a livel­lo embrio­na­le, è riu­sci­ta a pren­de­re for­ma un’esperienza arti­sti­ca come quel­la tea­tra­le – che addi­rit­tu­ra è capa­ce di ragio­na­re sul­la con­tem­po­ra­nei­tà di chi la met­te in sce­na – allo­ra pos­sia­mo dav­ve­ro pen­sa­re all’arte dei reclu­si come alla mani­fe­sta­zio­ne ulti­ma di una vera e pro­pria socie­tà che ha pre­so for­ma in tut­te le sue sfac­cet­ta­tu­re.

Il secon­do ele­men­to che testi­mo­nia l’esistenza di una socie­tà nel­la socie­tà è la par­ti­zio­ne in fazio­ni in cui la popo­la­zio­ne car­ce­ra­ria si è col tem­po natu­ral­men­te sud­di­vi­sa. Tale divi­sio­ne è tal­men­te pro­fon­da e radi­ca­ta che que­sta nuo­va cit­tà-car­ce­re alter­na, in vir­tù del­la tipo­lo­gia di cri­mi­na­li che le abi­ta, una serie di zone più tran­quil­le – Cab­bie il tas­si­sta lo sot­to­li­nea men­tre accom­pa­gna Jena da Men­te, il brac­cio destro del Duca  – ad altre più rischio­se come la miti­ca Broad­way: l’affascinante stra­da dei tea­tri new­yor­ke­si si è tra­sfor­ma­ta in un via­le del­la mor­te con tan­to di teste impa­la­te a mo’ di moni­to. È pro­prio que­sta divi­sio­ne tra quar­tie­ri più o meno mal­fa­ma­ti che dimo­stra come la popo­la­zio­ne car­ce­ra­ria si sia com­ple­ta­men­te rior­ga­niz­za­ta in una vera e pro­pria socie­tà, con tan­to di distin­zio­ne in fasce socia­li e dan­do­si una pro­pria for­ma di gover­no: una monar­chia con a capo il Duca.

“Il delin­quen­te […] si distri­bui­sce in clas­si qua­si natu­ra­li, cia­scu­na dota­ta di carat­te­ri defi­ni­ti e cui com­pe­te un trat­ta­men­to spe­ci­fi­co […]. I con­dan­na­ti sono […] un altro popo­lo nel­lo stes­so popo­lo”. (Fou­cault 1975, 277) 

In que­sto estrat­to di Sor­ve­glia­re e Puni­re Fou­cault descri­ve la ten­den­za natu­ra­le dei dete­nu­ti a divi­der­si in grup­pi – lui uti­liz­za addi­rit­tu­ra il ter­mi­ne clas­si – con pro­prie carat­te­ri­sti­che, rego­le e ritua­li. Il filo­so­fo fran­ce­se enfa­tiz­za il con­cet­to di socie­tà nel­la socie­tà per­ché è con­vin­to che la pri­gio­ne abbia un effet­to dele­te­rio sui reclu­si, andan­do a pro­dur­re nuo­vi e peg­gio­ri cri­mi­na­li anzi­ché cor­reg­ge­re e rein­se­ri­re quel­li già pre­sen­ti. La popo­la­zio­ne dete­nu­ta non vie­ne rie­du­ca­ta quan­to più istrui­ta a delin­que­re: in pri­gio­ne si impa­ra­no nuo­vi modi per vio­la­re la leg­ge e si acqui­si­sce il valo­re dell’omertà.

Il ter­mi­ne usa­to sui manua­li di dirit­to peni­ten­zia­rio per descri­ve­re il feno­me­no è “con­ta­gio cri­mi­na­le”: il dete­nu­to entra in car­ce­re per un pic­co­lo rea­to con una pena bre­ve (1–3 anni di deten­zio­ne) e ne esce con con­tat­ti e appog­gi cri­mi­na­li che lo por­te­ran­no a tor­na­re in car­ce­re per rea­ti ben più gra­vi con pene ben mag­gio­ri. Un dato allar­man­te pro­ve­nien­te dall’ulti­mo rap­por­to Anti­go­ne sul­le car­ce­ri in Ita­lia: dei 63.500 dete­nu­ti in Ita­lia al 31 dicem­bre 2025, solo il 40,8% era dete­nu­to per la pri­ma vol­ta. E di quel restan­te qua­si 60%, il 45,9% era già in car­ce­re tra 1 e le 4 vol­te pri­ma dell’attuale car­ce­ra­zio­ne.
Da qui la ten­den­za del­la legi­sla­zio­ne peni­ten­zia­ria degli ulti­mi anni a voler favo­ri­re l’accesso a pene sosti­tu­ti­ve e misu­re alter­na­ti­ve alla deten­zio­ne quan­do si trat­ta di con­dan­ne bre­vi: il dete­nu­to deve poter acce­de­re all’Ufficio Ese­cu­zio­ne Pena­le Ester­na (UEPE) appe­na arri­va­ta la sen­ten­za, sen­za dover pas­sa­re dal car­ce­re o comun­que rima­nen­do­vi il meno pos­si­bi­le. Nono­stan­te gli sfor­zi del legi­sla­to­re, i dati foto­gra­fa­no un’altra real­tà: sem­pre il rap­por­to Anti­go­ne 2026 ripor­ta come nell’ultimo anno sia dimi­nui­to di più del 5% il nume­ro del­le pre­se in cari­co dell’UEPE per affi­da­men­to in pro­va al ser­vi­zio socia­le e deten­zio­ne domi­ci­lia­re.

“La pri­gio­ne ren­de pos­si­bi­le, meglio, favo­ri­sce, l’organizzazione di un milieu di delin­quen­ti, soli­da­li gli uni con gli altri, gerar­chiz­za­ti, pron­ti per tut­te le futu­re com­pli­ci­tà” (Fou­cault 1975, 293). 

Ribal­ta­re il Panop­ti­con di Ben­tham

La cat­tu­ra del Pre­si­den­te degli Sta­ti Uni­ti da par­te del Duca e del­la popo­la­zio­ne car­ce­ra­ria risul­ta di impor­tan­za cru­cia­le anche per un altro moti­vo, par­ti­co­lar­men­te inte­res­san­te nel pro­ces­so di ana­li­si giu­sfi­lo­so­fi­ca del­la pel­li­co­la di Car­pen­ter: per­met­te un’inversione del prin­ci­pio del pote­re visi­bi­le e inve­ri­fi­ca­bi­le che sta alla base del fun­zio­na­men­to del Panop­ti­con di Ben­tham.

Il Panop­ti­con è un idea­le di archi­tet­tu­ra car­ce­ra­ria teo­riz­za­ta dal filo­so­fo del Set­te­cen­to Jere­my Ben­tham: al cen­tro di que­sto car­ce­re idea­le abbia­mo una tor­re di con­trol­lo da cui i guar­dia­ni pos­so­no sem­pre vede­re i car­ce­ra­ti, men­tre attor­no ad essa sono dispo­ste tut­te le cel­le dei reclu­si che, al con­tra­rio, non pos­so­no comu­ni­ca­re tra loro ma soprat­tut­to non pos­so­no vede­re all’interno del­la tor­re di con­trol­lo. In tal modo, il dete­nu­to sarà costret­to a com­por­tar­si sem­pre in modo ret­to, poi­ché si tro­va in una situa­zio­ne di incer­tez­za costan­te, non sapen­do mai quan­do e se la guar­dia lo sta osser­van­do – e dun­que, nel dub­bio, doven­do com­por­tar­si come se fos­se costan­te­men­te sot­to osser­va­zio­ne:

“Per­ciò Ben­tham pose il prin­ci­pio che il pote­re dove­va esse­re visi­bi­le e inve­ri­fi­ca­bi­le. Visi­bi­le: di con­ti­nuo il dete­nu­to avrà davan­ti agli occhi l’alta sago­ma del­la tor­re cen­tra­le dove è spia­to. Inve­ri­fi­ca­bi­le: il dete­nu­to non deve mai sape­re se è guar­da­to, nel momen­to attua­le; ma deve esse­re sicu­ro che può esser­lo con­ti­nua­men­te” (Fou­cault, 1975, 219).

Se que­ste sono le pre­mes­se, la par­ti­co­la­re costru­zio­ne del car­ce­re new­yor­ke­se in Fuga da New York fa sì che, con il dirot­ta­men­to aereo dell’Air For­ce One e la pre­sa in ostag­gio del pre­si­den­te degli USA, si rea­liz­zi un’inversione dei ruo­li e soprat­tut­to un’inversione del pote­re di vede­re-esse­re visti. 

“Il Panop­ti­con è una mac­chi­na per dis­so­cia­re la cop­pia vede­re-esse­re visti: nell’anello peri­fe­ri­co si è total­men­te visti, sen­za mai vede­re; nel­la tor­re cen­tra­le si vede tut­to, sen­za mai esse­re visti” (Fou­cault, 1975, 220).

Le paro­le di Fou­cault che descri­vo­no il fun­zio­na­men­to del model­lo idea­le ben­tha­mia­no diven­ta­no, allo­ra, il prin­ci­pio sul qua­le si basa la mis­sio­ne di recu­pe­ro di Jena Plis­sken pen­sa­ta dal gover­no ame­ri­ca­no. Ades­so, infat­ti, è l’isola-carcere che è diven­ta­ta la tor­re di con­trol­lo attor­no alla qua­le si tro­va­no le cel­le dei reclu­si, rap­pre­sen­ta­te in que­sto caso dal­la socie­tà civi­le. Emble­ma­ti­ca in tal sen­so la sce­na in cui Hauk, diret­to­re del­la pri­gio­ne, appe­na dopo lo schian­to dell’aereo, entra nell’isola-carcere per recu­pe­ra­re il pre­si­den­te e vie­ne accol­to da uno degli uomi­ni fida­ti del Duca. Que­sti, oltre a reca­pi­ta­re un dito del­la mano del Pre­si­den­te, minac­cia di ucci­de­re il pre­zio­so ostag­gio se l’esercito ame­ri­ca­no ten­tas­se anco­ra di entra­re nel­la cit­tà-pri­gio­ne; è pro­prio da que­sto stal­lo che nasce l’idea di coop­ta­re Jena per un sal­va­tag­gio silen­zio­so che bypas­si la sor­ve­glian­za del Duca e dei suoi uomi­ni.

Que­sta è la per­fet­ta esem­pli­fi­ca­zio­ne del pote­re visi­bi­le e inve­ri­fi­ca­bi­le: l’esercito ame­ri­ca­no con­ti­nue­rà a guar­da­re da fuo­ri la pri­gio­ne a cie­lo aper­to, sen­za però vede­re nien­te di quel­lo che sta acca­den­do all’interno dei gran­di palaz­zi abban­do­na­ti e diroc­ca­ti del­la vec­chia Man­hat­tan. La sta­si dei sol­da­ti sca­tu­ri­sce pro­prio dall’inversione del pote­re di vede­re-esse­re visti: vor­reb­be­ro agi­re, ma non san­no se gli uomi­ni del Duca stan­no guar­dan­do; ciò di cui sono sicu­ri, tut­ta­via, è che potreb­be­ro esse­re visti nel momen­to dell’azione. Nel dub­bio, dun­que, non pos­so­no muo­ver­si.
Un ribal­ta­men­to del pote­re che non è, dun­que, sola­men­te spa­zia­le – l’isola-carcere in cui tut­ti pri­ma guar­da­va­no ades­so è la tor­re di con­trol­lo posta al cen­tro e da cui si osser­va l’esterno –, ma anche con­te­nu­ti­sti­co: si è venu­to a for­ma­re un Panop­ti­con inver­so, in cui a con­trol­la­re le guar­die sono ades­so i dete­nu­ti, in cui i con­trol­la­ti sono con­trol­lo­ri e vice­ver­sa. Alan Moo­re, alcu­ni anni dopo, nel suo Wat­ch­men, avreb­be ripro­po­sto la que­stio­ne con una doman­da che ha fat­to sto­ria: Who wat­ches the wat­ch­men? 

 “Per que­sto è nel­lo stes­so tem­po trop­po e trop­po poco che il pri­gio­nie­ro sia inces­san­te­men­te osser­va­to da un sor­ve­glian­te: trop­po poco, per­ché l’essenziale è che egli sap­pia di esse­re osser­va­to; trop­po, per­ché egli non ha biso­gno di esser­lo effet­ti­va­men­te” (Fou­cault, 1975, 219).

Con­clu­sio­ni 

L’indagine dei con­cet­ti giu­ri­di­ci rap­pre­sen­ta­ti all’interno di pel­li­co­le disto­pi­che per­met­te di ana­liz­zar­li nel­la loro dimen­sio­ne più pura, secon­do la scuo­la del­la Law and Lite­ra­tu­re, dun­que con­ce­pi­re un car­ce­re disto­pi­co in cui la pro­spet­ti­va rie­du­ca­ti­va è azze­ra­ta per­met­te di riflet­te­re sul­la fun­zio­ne rie­du­ca­ti­va nel­la socie­tà odier­na. Non è un caso che – pro­prio a cau­sa dei sopra­ci­ta­ti sem­pre più scar­si risul­ta­ti in ter­mi­ni di riso­cia­liz­za­zio­ne dei dete­nu­ti – par­te del­la dot­tri­na giu­ri­di­ca si stia muo­ven­do ver­so una cri­ti­ca del ter­zo com­ma dell’articolo 27 del­la Costi­tu­zio­ne: 

“Le pene non pos­so­no con­si­ste­re in trat­ta­men­ti con­tra­ri al sen­so di uma­ni­tà e devo­no ten­de­re alla rie­du­ca­zio­ne del con­dan­na­to”.

Per esem­pio, il pro­fes­sor Pado­va­ni nel suo sag­gio dall’eloquente tito­lo L’utopia puni­ti­va: il pro­ble­ma del­le alter­na­ti­ve alla deten­zio­ne nel­la sua dimen­sio­ne sto­ri­ca (1981), defi­ni­sce il car­ce­re come un’istituzione tota­le, mar­gi­na­le e sim­bo­li­ca: tota­le, per­ché è con­ce­pi­to in fun­zio­ne di con­ser­va­re sé stes­so e non chi lo abi­ta, e dun­que per far­lo pone rego­le che per­va­do­no la vita dei dete­nu­ti in ogni loro momen­to; mar­gi­na­le, per­ché la con­di­zio­ne dei dete­nu­ti deve rap­pre­sen­ta­re ciò che di peg­gio una socie­tà può offri­re in un con­te­sto dato; sim­bo­li­ca, in quan­to deve rap­pre­sen­ta­re pla­sti­ca­men­te la divi­sio­ne del bene e del male, la sicu­rez­za dei buo­ni e il casti­go dei mal­va­gi. In vir­tù di ciò, l’idea che il car­ce­re pos­sa ave­re una fun­zio­ne rie­du­ca­ti­va è, come sug­ge­ri­sce il tito­lo, asso­lu­ta­men­te uto­pi­ca.
Pro­ce­den­do allo stes­so modo in que­sto esa­me astrat­to del­le pro­ble­ma­ti­che del dirit­to peni­ten­zia­rio, nel momen­to in cui si imma­gi­na una socie­tà car­ce­ra­ria com­ple­ta­men­te auto­suf­fi­cien­te si pone l’accento sul­le con­di­zio­ni di vita di chi abi­ta le pri­gio­ni. All’interno di strut­tu­re sem­pre più sovraf­fol­la­te in cui il con­trol­lo diven­ta sem­pre più blan­do – nel 2026 secon­do Anti­go­ne la per­cen­tua­le media di sovraf­fol­la­men­to del­le car­ce­ri ita­lia­ne è del 139,1% –, i dete­nu­ti impa­ra­no a ripro­por­re quei mec­ca­ni­smi cri­mi­na­li da cui dovreb­be­ro esse­re allon­ta­na­ti in vir­tù del­la reclu­sio­ne e del­la sua fun­zio­ne rie­du­ca­ti­va.
Lo stes­so modus ope­ran­di vale per quan­to con­cer­ne il tema dell’esercizio del pote­re ese­cu­ti­vo all’interno degli isti­tu­ti peni­ten­zia­ri: non ser­ve cer­to cita­re il caso Ste­fa­no Cuc­chi per dire che in Ita­lia abbia­mo un enor­me pro­ble­ma di vio­len­za nei con­fron­ti dei dete­nu­ti da par­te del­le guar­die car­ce­ra­rie. Ecco che ribal­ta­re la pro­spet­ti­va di pote­re all’interno di un’opera disto­pi­ca ser­ve a riflet­te­re pro­prio su come il dirit­to pos­sa inter­ve­ni­re per por­re rime­dio al pro­ble­ma.

Dun­que, se è vero che “il gra­do di civil­tà di un Pae­se si misu­ra osser­van­do le con­di­zio­ni del­le sue car­ce­ri” – cele­bre fra­se sto­ri­ca­men­te attri­bui­ta a Vol­tai­re o Dostoe­v­skij anche se non c’è alcun docu­men­to che ne atte­sti la pro­ve­nien­za –, è evi­den­te che con que­sto film Car­pen­ter stia ammo­nen­do i pro­pri spet­ta­to­ri: quel­la land of free­dom che gli ame­ri­ca­ni sono soli­ti sban­die­ra­re nel­le tele­vi­sio­ni e sui gior­na­li di tut­to il mon­do, in real­tà è una ter­ra in cui le liber­tà sono garan­ti­te solo ad una cer­ta par­te del­la popo­la­zio­ne. Il gover­no ame­ri­ca­no è dipin­to come total­men­te insen­si­bi­le nei con­fron­ti dei dete­nu­ti, dati per spac­cia­ti nel momen­to in cui met­to­no pie­de in pri­gio­ne. Allo stes­so tem­po, il mede­si­mo moni­to è rivol­to da Fou­cault ai suoi let­to­ri: l’evoluzione del­la socie­tà non ha pri­va­to le pri­gio­ni del­la loro afflit­ti­vi­tà, che, evi­den­te­men­te, è intrin­se­ca alle stes­se; secon­do il filo­so­fo fran­ce­se, sono sem­pre sta­te – e sem­pre saran­no – un luo­go di reclu­sio­ne e sof­fe­ren­za, con buo­na pace di ogni idea­le rie­du­ca­ti­vo desti­na­to a rima­ne­re, appun­to, un’astratta intui­zio­ne.

Car­pen­ter e Fou­cault, pur distan­ti nel tem­po e nel­lo spa­zio, sono acco­mu­na­ti da un pre­ci­so obiet­ti­vo: sma­sche­ra­re le ipo­cri­sie del­la socie­tà e, soprat­tut­to, del­le sue isti­tu­zio­ni. 

Foto­gra­fia di Flo­rian Gatz­wei­ler

Biblio­gra­fia

Anti­go­ne 2026. Tutto chiu­so. XXII Rap­por­to di Anti­go­ne sul­le con­di­zio­ni di deten­zio­ne: https://www.rapportoantigone.it/ventiduesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/.  

Che­lo A., Cor­te­si M.F., Filip­pi L., Span­gher G. 2025. Manua­le di dirit­to peni­ten­zia­rio, Lefeb­vre Giuf­fré, Mila­no.

Fou­cault, M. [1975] 2014. Sor­ve­glia­re e Puni­re, tr. it. Tar­chet­ti A., Einau­di, Tori­no.

Pado­va­ni, T. 1981. L’utopia puni­ti­va: il pro­ble­ma del­le alter­na­ti­ve alla deten­zio­ne nel­la sua dimen­sio­ne sto­ri­ca, Giuf­fré, Mila­no.

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