La rosa che mi porse era rossa e ormai totalmente spampanata, mille petali aperti con al centro il vuoto. Il bengalese sul lungomare di Messina ne teneva in una mano una dozzina di vari colori; nella mano destra trasportava invece una piccola valigia trasparente che conteneva dei gioielli di bigiotteria. Indossava un giubbotto nero in similpelle. Insisteva con il suo sorriso a denti spianati perché regalassi il fiore a Matilda. Eravamo appena scesi dal traghetto. Matilda aveva sempre gli attacchi di panico a sentir parlare d’aereo, anche se erano passati vari anni dal terremoto nel suo paese. Così prendevamo sempre il treno, poi il traghetto e poi di nuovo il treno per venire a Catania. Il traghetto di stavolta si chiamava Morfeo. Sempre meglio che Caronte. Il bengalese non demordeva, sebbene con molta educazione, così alla fine presi due euro dal portafogli e li poggiai sul palmo della sua mano.
«Come ti chiami?»
«Siddik»
«E da quanto tempo sei in Italia?»
«Un… quattro mesi …e… tu?»
Risposi con il mio nome, lui mi sorrise di nuovo e ci augurò una buona serata. Matilda era sempre scettica quando si parlava di bengalesi che vendono rose. Era inutile che le spiegassi che erano messi peggio di noi, che noi vedevamo solo il dolore dell’Europa, ma che fuori c’era un dolore più grande, e che siamo tutti parte di un processo economico più grande, o cose simili. Mi diceva che ero retorico e finivamo per litigare. Quella volta, però, ascoltandomi dire che i bengalesi erano probabilmente fuggiti dal loro Paese in quanto omosessuali, Matilda cambiò espressione in viso, si fece più mite e le sue sopracciglia nere e spettinate sembrarono trasmettere un sentimento simile all’empatia. Io non persi un’occasione tanto ghiotta e le ribattei subito che allora faceva distinzione tra diritti civili e povertà, e le dissi sorridendo che ormai era diventata una liberal. Lei come al solito se la prese molto e mi rispose che io sapevo solo alternare analisi economiche e dolore universale.
Eravamo immersi in simili discussioni quando eravamo ormai arrivati al binario e salimmo sul vecchio treno regionale che in sole due ore e trenta minuti ci avrebbe portato a Viale Africa, da cui poi avremmo preso il taxi per arrivare da Lucio.
Era trascorso un anno e mezzo dall’ultima volta che eravamo stati in Sicilia. Dal finestrino guardavamo distratti le spiagge nere, il mare spumoso e tutto ciò che ci si aspetta da una cartolina di Taormina. Matilda dormiva con la testa appoggiata sulla mia spalla e io facevo le parole crociate. Mi ero fermato alla definizione “Il velo del tempo (6 lettere)”, quando un signore seduto di fronte a noi in cuccetta mi interruppe per chiedermi da dove venivamo. Voleva attaccare bottone. Era sui settant’anni, pochi capelli grigi, rasatura impeccabile, camicia inamidata e il triste odore delle persone vecchie che non se ne va via con un po’ di colonia. Con accento siracusano mi spiegava che tornava da casa di sua figlia, che ormai era sposata con un ragazzo di Alì Terme – «fa l’esteta» – mi disse – «toglie i peli alle femmine.» Eppure pensai che mi sarei aspettato una cultura maggiore da quell’uomo, che diceva di essere un insegnante di musica in pensione. Aveva vissuto al nord, a Bologna, poi era tornato a Siracusa perché aveva vinto il concorso alle scuole medie. Mi chiese dopo poco dove fossero i miei figli. Vedendomi così sulla cinquantina con una donna accanto era per lui la domanda più naturale. Per fortuna Matilda dormiva e non sentì. Io risposi che ormai al giorno d’oggi siamo in sovrappopolazione e quindi è una scelta più responsabile non avere bambini, così poi ci si può godere anche di più la vita, e aggiunsi per giunta – e mi odiai per questo – che sarebbe stato anche difficile conciliare il lavoro da chirurgo di lei e il mio da professore di anatomia comparata con… Non terminai la frase che già il vecchio corrucciava le sopracciglia e confuso si chiudeva un momento in un silenzio ostentato, teatrale. Notando il mio silenzio imbarazzato, riprese lui la parola e mi chiese dove ci fermavamo; così dopo due-tre risposte di circostanza, ancora tramortito dalla mia risposta, si girò, prese dalla tasca la sua copia arrotolata di un giornale locale e cominciò a far finta di leggere. Non mi parlò più per tutto il viaggio.
Quando arrivammo a casa di Lucio era ancora pomeriggio e io mi sentì stranamente scosso da un senso di sorpresa mista a una rabbia leggera. Era impressionante la quantità d’edera che poteva crescere su un muro di pietra lavica in un anno e mezzo. Più di metà della facciata era ormai verde. Suonai, al campanello ossidato, e notai che ossidato era anche il cancello. Cazzo, Lucio, un po’ di manutenzione! Dopotutto questa è anche casa mia! Nell’uomo che ci aprì era difficile riconoscere mio fratello, se non fosse per la smorfia a mo’ di tic che gli faceva arricciare il naso ogni venti secondi e che gli dava ancora un’aria da prepotente. Lucio ci aprì con gli occhi stanchi e rossi, la barba incolta e una canottiera rigata macchiata di olio secco. Aveva sicuramente meno capelli dell’ultima volta che lo avevo visto. Ci fece entrare e così notai il cortile in cemento, in uno stato di abbandono simile al cancello, alla facciata e alla canottiera: erbacce secche uscivano dalle grate in cui l’acqua piovana avrebbe dovuto scorrere, i fiori che tanto piacevano a mamma non erano che lanugine gialla. I vasi erano solo fossili di un’era passata. Non c’era traccia di begonie, ibischi, tulipani. Spontanei tra la polvere dei calcinacci erano spuntati alcuni papaveri, rossi e totalmente aperti, prossimi ad appassire. Non c’era alcuna eco di bambini che giocano a pallone. Unico sopravvissuto ai rivolgimenti umani, un albero di limoni, non potato, in una piccola aiuola sollevata.
«Che minchia hai portato una rosa? Che ti sembra di venire al cimitero?»
Avrei voluto dirgli di sì, ma mi trattenni per non riaprire una conversazione interrotta per così tanto tempo con una battuta di questo tipo.
Sorvolo adesso sull’interno della casa, diventata come si può intuire un deposito di scatole e scatolette, tutto un agglomerato informe di vita scorsa senza ricambio, tale che è difficile indovinare cosa ci sia sotto tutti quegli strati. Matilda si mise spontaneamente a togliere i piatti incrostati dalla tavolata del soggiorno e continuò anche se io le feci cenno di smettere, mentre io e mio fratello ci sedemmo sulle poltrone flosce del salotto. Lucio prese un sigaro e lo accese con un accendigas lungo, tirò una grande boccata e sorrise:
«Questo la mamma non ce lo avrebbe mai permesso».
Il suo in realtà era un sorriso triste. Matilda comprese quasi subito che era inutile voler svuotare la spiaggia con un secchiello e rinunciò all’idea che le si leggeva nitida in mente di lavare per terra con un mocio in modo da ritrovare il profumo di casa che conosceva. Si sedette vicino a noi e fu lei a chiedere a Lucio come stava. Lucio rimase allora in silenzio per dei secondi che ci parvero secoli, poi sospirò e allargò le braccia.
«Andiamo a prendere una boccata d’aria, vestiti dai… Da quanto tempo non vedo il mare! Voglio andare a San Giovanni li Cuti.»
Matilda mi guardò contrariata. Come l’idiota che so di essere avevo evidentemente interrotto sul nascere uno sfogo importante. Ma io e mio fratello eravamo fatti così. Lui comunque reagì bene. Si alzò e tornò dall’altra stanza con la sua camicetta verde a quadri, a maniche corte, quella con cui sempre lo rivedo in sogno nelle notti inquiete e calde che a Milano sono ormai sempre meno rare.
Mentre era in bagno, io guardai un po’ in giro per il salotto, poi alle pareti dalla patina grigia e il mio sguardo si soffermò su un piccolo portafoto, che conoscevo bene. Dietro il vetro di pelucchi, in bianco e nero, una bambina che avrà avuto sei-sette anni, con due codine lisce e un vestito rosso a quadri scozzesi. Sta mangiando una granita ed è molto concentrata, è seduta su un’enorme pietra lavica, simile ai faraglioni di Aci Trezza. La bambina e la roccia occupano il terzo centrale della foto. Un terzo, in basso, è occupato dal mare, calmo e blu, mentre il terzo in alto dal cielo, sereno. Le rocce sono due e sembrano incontrarsi ma non si toccano. Lucio tornando dal bagno mi raggiunse:
«Mi sono sempre chiesto dove l’hanno scattata. Il nonno non ce l’ha mai detto.»
Uscendo ci sorprese il tramonto sul cortile, che si illuminò per un istante come di fronte al brillare di una bomba. La chioma del verde albero divenne chiarissima e proiettò la sua ombra maculata sul muro, che si trasformò in un mosaico. La luce proiettò anche le nostre ombre lunghissime sulla casa, tre forme che diventano sempre meno definite man mano che si alzano fino a fondersi in un’unica tremante sagoma. Fu un frammento unico senza coordinate, ma ebbi come l’impressione di sentirlo ripetersi, quasi che la stessa realtà, come il muro, si fosse incrinata.
Camminando per il lungomare di Catania, anziché a San Giovanni li Cuti, arrivammo nel punto in cui Ognina si ricongiunge con la circonvallazione. Ora avevano costruito una pista ciclabile blu a doppio senso, che però, inspiegabilmente, finiva dopo una curva, cosicché il ciclista senza essere stato avvisato da alcun segnale si ritrovava contromano in mezzo a una strada in cui si va a cento chilometri all’ora. Lucio, Matilda e io ridemmo di questo, con il nostro humour nero, dicendo che c’era forse un piano dell’amministrazione di destra per far fuori gli ambientalisti fisicamente. Era notte e molta gente camminava per quelle strade. I bar erano aperti e le luci battevano sulle onde come percussioni.
«Lucio, perché non vieni a Milano anche tu?»
«Alla mia età, farmi sfruttare per farmi sfruttare preferisco vedere il mare. La casa è di proprietà, se non mi buttate fuori, e se tengo duro qualche anno coi soldi lasciati da mamma arrivo a prendere la pensione minima. Sono stanco di lavorare e di muovermi. Per tutta la vita ho fatto cose inutili e mi sono arrangiato pur di non andarmene… ».
«Ma a Milano ci siamo noi» – disse Matilda, sorridendo con la tenerezza di cui è capace solo una donna educata per decenni a quell’emozione.
«Matilda, io ho vissuto cinquantasei anni con mia madre; voglio morire nella mia casa». Si guardarono e Lucio riuscì a cambiare discorso, parlando degli affitti, della trasformazione della città e della boria dei catanesi, così grande che supera persino i loro stenti. Si sedette, parlando, su una panchina, sotto un pino, col suo giubbotto similpelle, e così di riflesso ci sedemmo anche noi. Io li osservavo, mio fratello e mia moglie, chiacchierare come amici; cominciai poi a isolarmi e a vagare con lo sguardo e col pensiero. Vidi l’Etna in lontananza sbucare dai brutti palazzi della speculazione edilizia anni Sessanta, poi i pini mediterranei, il mare e le rocce laviche. Mi venne da pensare che in fondo vista da fuori la nostra era come un’isola del pacifico. Il vulcano, la colonizzazione capitalistica che deturpa il paesaggio inquieto e meraviglioso della distruzione; i turisti biondi che passeggiano mangiando gelati in mezzo a noi che siamo più simili agli abitanti del Sud del mondo che a degli svedesi. Aguzzai la vista e misi gli occhiali, fu allora che vidi passare tra la folla a due sensi una bambina, con due piccole codine dietro le orecchie. La vidi lasciare la mano di sua madre e correre con una granita in mano verso gli scogli. In un’area stranamente vuota, la vidi sedersi tra due rocce di pietra lavica che sembravano incontrarsi. Da lontano notò che la guardavo, dunque mi sorrise. Aveva i miei occhi e una smorfia sul naso tale da farla sembrare prepotente. Fu un attimo. Il vestito rosso a quadri scozzesi si macchiò di gelsi. La mamma venne a prenderla. Io distolsi lo sguardo e guardai verso Lucio e Matilda chiedendo conferma, ma loro non erano attenti. Quasi non si sorpresero, mezz’ora dopo, quando raccontai ansimante ciò che era successo; eravamo di nuovo immersi nell’illusione di un tempo lineare. Si ammucchiavano già sulla patina i corpi nelle loro forme distinte. Un bengalese passò vicino a noi interrompendomi. La rosa che mi porse era rossa e ormai totalmente spampanata, mille veli aperti con al centro il vuoto.
Fotografia di Vassilis Triantis