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Aprile
30 Aprile 2026

UN’AN­TO­LO­GIA SEN­ZA COPER­TI­NA

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Gemin­ga vie­ne descrit­ta in tan­ti modi: un ogget­to oscu­ro, inso­li­to, abscon­di­to, com­po­sto di fram­men­ti let­te­ra­ri che spa­zia­no dal­la poe­sia cine­se agli scrit­ti mino­ri di Kaf­ka e Wil­de.

Gemin­ga è un pro­get­to del­la casa edi­tri­ce GOG pub­bli­ca­to nel 2025 che si pre­sen­ta in otto volu­mi ed ha assun­to la for­ma del­l’an­to­lo­gia. L’a­spet­to è inten­zio­nal­men­te vago: la coper­ti­na spec­chia­ta riflet­te il mon­do cir­co­stan­te sfu­man­do i con­fi­ni del­l’og­get­to. La scel­ta edi­to­ria­le è sta­ta di spe­ri­men­ta­re e allon­ta­nar­si dai cano­ni del­la stam­pa omet­ten­do la quar­ta di coper­ti­na, il codi­ce ISBN e per­si­no il tito­lo del­l’o­pe­ra, che si tro­va solo all’in­ter­no. Que­sti diver­si volu­mi di oltre un cen­ti­na­io di pagi­ne cia­scu­no sono, di fat­to, una rac­col­ta di testi – fram­men­ti, estrat­ti, rac­con­ti, poe­sie – che Enri­co Fer­ra­ti­ni, cura­to­re, ha attin­to dal­la sua col­le­zio­ne per­so­na­le di cono­scen­ze let­te­ra­rie.

Il pro­get­to si pone volu­ta­men­te in modo anti-com­mer­cia­le, nono­stan­te la casa edi­tri­ce alle spal­le:

duran­te il 2025 si pote­va leg­ge­re Gemin­ga solo sot­to­scri­ven­do un abbo­na­men­to annua­le appo­si­to e sen­za cono­sce­re in anti­ci­po il con­te­nu­to. Si potreb­be dire qua­si una sor­ta di gio­co d’az­zar­do, o for­se potrem­mo para­go­nar­lo alla moda di sbu­sta­re le car­te dei Poké­mon: anche Gemin­ga si pre­sen­ta inse­ri­ta den­tro un invo­lu­cro che ne sigil­la il con­te­nu­to. Con­te­nu­to che arri­va­va con la pro­mes­sa di far cono­sce­re al let­to­re lidi let­te­ra­ri nuo­vi, ine­splo­ra­ti; in que­sto, Gemin­ga è pri­ma di tut­to il ten­ta­ti­vo di tra­smet­te­re un’e­spe­rien­za. Esi­sto­no mol­ti modi di entra­re den­tro un testo: c’è chi pre­fe­ri­sce l’e­spe­rien­za diret­ta e soli­ta­ria, chi cer­ca un approc­cio ana­li­ti­co, chi ha biso­gno di con­te­sto sto­ri­co per orien­tar­si. Il cura­to­re ha qui scel­to una postu­ra diver­sa – quel­la del let­to­re che ha già fat­to il cam­mi­no e ten­de la mano a chi vie­ne dopo.

Con­di­zio­ne favo­re­vo­le alla nasci­ta di Gemin­ga è sen­z’al­tro il lavo­ro di Enri­co Fer­ra­ti­ni come redat­to­re di testi sco­la­sti­ci e la sua espe­rien­za nel com­por­re e com­men­ta­re anto­lo­gie. Oltre a lavo­ra­re come col­la­bo­ra­to­re di varie case edi­tri­ci, Enri­co è auto­re del testo di nar­ra­ti­va Il libro del­la vol­pe (2022) e si occu­pa in gene­ra­le di divul­ga­zio­ne cul­tu­ra­le, gra­zie anche agli stu­di in lin­gue e let­te­ra­tu­re orien­ta­li fat­ti alla School of Orien­tal and Afri­can Stu­dies di Lon­dra che han­no por­ta­to i suoi inte­res­si ver­so una dire­zio­ne poco fre­quen­ta­ta.

Gemin­ga è il suo pri­mo pro­get­to cura­to­ria­le auto­no­mo: si trat­ta di un pro­get­to per­so­na­le che buca la sfe­ra del pri­va­to attra­ver­so l’in­ten­zio­ne di col­ti­va­re e tra­man­da­re l’a­mo­re per la let­te­ra­tu­ra da una postu­ra incon­sue­ta. Come leg­ge­re­te nel­l’in­ter­vi­sta, Gemin­ga asso­mi­glia tan­to a una wun­der­kam­mer dove ven­go­no rac­chiu­si fram­men­ti rari pri­ma­ria­men­te in vir­tù del loro valo­re este­ti­co e del­l’e­do­ni­sti­co pia­ce­re intel­let­tua­le che essi sono capa­ci di susci­ta­re nel col­le­zio­na­to­re. Ma la sod­di­sfa­zio­ne più gran­de vie­ne dal’e­si­bi­re que­sti ritro­va­men­ti e dal­lo stu­po­re che essi sti­mo­le­ran­no nel for­tu­na­to pub­bli­co a cui ver­ran­no mostra­ti.

Una sera, nel­la pri­ma peri­fe­ria di Bolo­gna, ci sedem­mo su un diva­no ampio e bas­so cospar­so di cusci­ni e coper­te acca­ta­sta­te acco­glien­te come un’al­co­va otto­ma­na. Vi era­no anche due taz­ze di tè fuman­te pog­gia­te su di un bas­so tavo­li­no già rico­per­to di libri. Un gat­to nero ner­vo­sa­men­te entra­va e usci­va dal­la soglia guar­dan­do­ci un po’ spae­sa­to, poi­ché nes­su­no dei due era il suo vero pro­prie­ta­rio. Enri­co si alzò per riem­pi­re la cio­to­la di cibo: il favo­re pro­mes­so ad un’a­mi­ca. Poi tor­nò sul diva­no e mi por­se un rile­ga­to dal­la coper­ti­na argen­to sen­za nes­sun tito­lo appa­ren­te; ve ne era­no altri simi­li appog­gia­ti sul tavo­lo.

Una bal­la­ta medie­va­le, qual­che pagi­na di dia­rio di una dama giap­po­ne­se del Quat­tro­cen­to, un pez­zo di poe­ma epi­co per­sia­no. Sen­za ordi­ne appa­ren­te, si apri­va davan­ti a me un pat­ch­work di sto­rie; Gemin­ga, il tito­lo impres­so sul­la pri­ma pagi­na. Non era­no solo i testi a par­la­re: i com­men­ti di Enri­co pre­ce­de­va­no ogni bra­no, appas­sio­na­ti, capa­ci di apri­re uno spa­zio intor­no a ope­re che altri­men­ti sareb­be­ro rima­ste chiu­se. Non ci cono­scia­mo da una vita, ma abba­stan­za da sape­re che il modo miglio­re per par­lar­ci è attra­ver­so la discus­sio­ne, anco­ra meglio se un po’ acce­sa. Quel­lo che segue non fa ecce­zio­ne.

Enri­co, ho let­to alcu­ni nume­ri di Gemin­ga in modo disor­di­na­to, avan­ti e indie­tro. Que­sto modo un po’ sva­ga­to di leg­ger­li mi ha fat­to sor­ge­re alcu­ne doman­de. La pri­ma riguar­da la for­ma stes­sa dell’antologia. La rac­col­ta che hai crea­to si dichia­ra espli­ci­ta­men­te anti-cano­ni­ca. Eppu­re non riu­sci­vo a toglier­mi di dos­so l’idea che comun­que mi tro­va­vo davan­ti un’operazione mol­to simi­le a quel­la con cui si costrui­sce un cano­ne: con que­sta col­la­na anche tu sce­gli, iso­li, pun­ti arbi­tra­ria­men­te la tua luce su cer­ti testi per lasciar­ne altri nell’ombra. Mi sono chie­sta allo­ra se ogni ten­ta­ti­vo di met­te­re in discus­sio­ne un cano­ne non fini­sca ine­vi­ta­bil­men­te per rive­lar­si un con­tro­can­to che uti­liz­za gli stes­si stru­men­ti di ciò che con­te­sta. For­se è una doman­da inge­nua, ma pro­prio per que­sto vor­rei chia­ri­re que­sto pun­to pri­ma di anda­re avan­ti: in che cosa que­sta tua anto­lo­gia dovreb­be dif­fe­ren­ziar­si da qual­sia­si altra?  

In que­sta doman­da, Fran­ce­sca, per­ce­pi­sco un atteg­gia­men­to di cau­te­la, qua­si il sospet­to di un ingan­no, il timo­re di un peri­co­lo. Vor­rei allo­ra fare subi­to chia­rez­za su due pun­ti che per me sono impor­tan­ti: pri­mo, Gemin­ga non vuo­le in alcun modo por­si ‘in con­flit­to’ rispet­to a un cano­ne. Secon­do, meno che mai pre­ten­de di sug­ge­rir­ne un altro. Un cano­ne, per defi­ni­zio­ne, è qual­co­sa che pren­de for­ma nel cor­so di un lun­go perio­do di tem­po, e può esse­re crea­to solo da una col­let­ti­vi­tà. Gemin­ga inve­ce è un’operazione indi­vi­dua­le, e in quan­to tale vuo­le por­si come nient’altro che una col­le­zio­ne. Sono due con­cet­ti mol­to diver­si: una col­le­zio­ne, al con­tra­rio di un cano­ne, è qual­co­sa di pri­va­to, di per­so­na­le. E in quan­to tale, pre­sup­po­ne l’idea che pos­sa­no esser­ce­ne tan­te altre tut­te diver­se fra loro. È, insom­ma, qual­co­sa di simi­le a un’opera d’arte, com­po­sta da altre ope­re d’arte, ma che ten­de a un’organicità tut­ta sua. Da que­sto pun­to di vista, lo sco­po prin­ci­pa­le di Gemin­ga era sem­pli­ce­men­te quel­lo di dilet­ta­re i let­to­ri con pagi­ne di let­te­ra­tu­ra che io ho ama­to e ho desi­de­ra­to con­di­vi­de­re. Ora, que­ste pagi­ne era impor­tan­te che fos­se­ro fuo­ri dai sen­tie­ri più bat­tu­ti, per il sem­pli­ce fat­to che i testi già con­sa­cra­ti il pub­bli­co li cono­sce già, oppu­re, se non li cono­sce, sa dove andar­se­li a cer­ca­re. A me non inte­res­sa­va dare ai let­to­ri del­le ‘con­fer­me’ di quel­lo che già cono­sco­no e apprez­za­no. Vole­vo offri­re del­le sor­pre­se, dar loro la pos­si­bi­li­tà di sco­pri­re testi che fos­se­ro sì bel­li, ma anche sor­pren­den­ti.  

Scu­sa, hai det­to che lo sco­po di Gemin­ga era sol­tan­to quel­lo di dilet­ta­re i let­to­ri… Per­ché hai usa­to la for­ma pas­sa­ta? Non par­lar­mi di cosa Gemin­ga dove­va esse­re in ori­gi­ne, dim­mi cos’è ades­so. Mi sem­bra che tu la stia un po’ mini­miz­zan­do. Sei sicu­ro sia solo un pre­te­sto per far leg­ge­re ad altri del­le pagi­ne che ti sono pia­ciu­te? Det­to così, scu­sa, sareb­be un po’ debo­le come pro­get­to. Dai non ti trat­te­ne­re, so benis­si­mo che c’è dell’altro.  

Va bene, allo­ra. Quel­lo che ho det­to pri­ma rima­ne vero, e costi­tui­sce l’aspetto più, dicia­mo così, di super­fi­cie del­la col­la­na. Indub­bia­men­te è sta­ta la spin­ta ini­zia­le con cui mi sono but­ta­to in que­sto gio­co. Pre­sto però mi è dive­nu­to chia­ro che, per­ché que­sta col­le­zio­ne potes­se tro­va­re una sua uni­tà e ragio­ne d’essere, dove­vo tro­va­re un signi­fi­ca­to più pro­fon­do che in qual­che modo tenes­se insie­me i pez­zi che sta­vo rac­co­glien­do. La sem­pli­ce ope­ra­zio­ne di pub­bli­ca­re pagi­ne di let­te­ra­tu­ra bel­le e rare, per il solo fat­to di esse­re bel­le e rare, face­va emer­ge­re diver­si inter­ro­ga­ti­vi che dove­va­no esse­re affron­ta­ti di pet­to: sul per­ché cer­te ope­re, anche bel­lis­si­me, cada­no nell’oblio e altre no; sul modo in cui le ten­den­ze edi­to­ria­li e di gusto di un’epoca ope­ri­no un fil­tro sui testi del pas­sa­to; su come le idee con­tem­po­ra­nee in fat­to di let­te­ra­tu­ra – idee che, e que­sto è impor­tan­te, sono per for­za di cose model­la­te dal mer­ca­to – por­ti­no la gran par­te di essa a scom­pa­ri­re dal nostro oriz­zon­te di pen­sie­ro, e di con­se­guen­za dal­la futu­ra memo­ria col­let­ti­va. A un cer­to pun­to, nel ten­ta­ti­vo di por­ta­re avan­ti in fili­gra­na una rifles­sio­ne su que­ste que­stio­ni, dis­se­mi­nan­do­la qui e là nel­le mie pre­fa­zio­ni, ho capi­to il vero moti­vo che tene­va insie­me i testi che sta­vo sele­zio­nan­do. Se doves­si rias­su­mer­lo in una for­mu­la di poche paro­le direi così: ogni ope­ra pre­sen­ta­ta in Gemin­ga, in un modo o nell’altro, fa luce su quel­li che sono i limi­ti del nostro imma­gi­na­rio con­tem­po­ra­neo riguar­do alle pos­si­bi­li­tà del­la let­te­ra­tu­ra.  

Tor­nan­do un atti­mo a quel­lo che hai det­to ini­zial­men­te, mi ha col­pi­to sen­tir­ti par­la­re di Gemin­ga come di una col­le­zio­ne pri­va­ta. Ricor­do infat­ti che men­tre la sfo­glia­vo, ave­vo pro­prio l’impressione di entra­re in una sor­ta di Wun­der­kam­mer let­te­ra­ria. Si ha come la sen­sa­zio­ne di entra­re in un salot­to, o for­se in un pic­co­lo giar­di­no bota­ni­co, dove ogni spe­ci­men vie­ne trat­ta­ta con cura.  

Mi ritro­vo total­men­te in que­sta cosa che hai det­to. Pen­sa che infat­ti la pri­ma ispi­ra­zio­ne che ho avu­to per crea­re una ‘col­le­zio­ne let­te­ra­ria’ simi­le è sta­ta una mostra cura­ta da Wes Ander­son che si chia­ma­va Il sar­co­fa­go di Spi­tz­maus e altri teso­ri (2019–2020), e rac­co­glie­va pro­prio curio­si­tà d’arte e natu­ra­li pro­ve­nien­ti dal­le Wun­der­kam­mer asbur­gi­che. C’erano cose diver­sis­si­me fra loro, che tut­ta­via risul­ta­va­no un insie­me coe­ren­te, per­ché c’era sem­pre lo sguar­do del regi­sta a tener­le insie­me. È sta­ta una mostra che mi ha segna­to mol­to, e con que­sta col­la­na ho volu­to in un cer­to sen­so fare qual­co­sa di simi­le con la let­te­ra­tu­ra.  

Eppu­re, una col­le­zio­ne come la tua vuo­le usci­re dal­lo spa­zio pri­va­to per entra­re in un discor­so pub­bli­co. Non ci vedi una con­trad­di­zio­ne in que­sto?  

No, non ci vedo una con­trad­di­zio­ne. Per col­le­zio­ne io inten­de­vo un insie­me di ogget­ti riu­ni­ti in uno spa­zio da un indi­vi­duo, secon­do gusti e cri­te­ri che sono sol­tan­to suoi. Ma una col­le­zio­ne pri­va­ta può ave­re valo­re solo nel momen­to in cui vie­ne esi­bi­ta fuo­ri dal­lo spa­zio pri­va­to, cioè nel momen­to in cui va ad arric­chi­re la plu­ra­li­tà di sguar­di di cui è (o dovreb­be) esse­re fat­to il mon­do.  

Quin­di sei dispo­sto ad ammet­te­re che in Gemin­ga il ruo­lo del cura­to­re – cioè tu – è impor­tan­te tan­to quan­to i testi stes­si? 

Sì, esat­to.  

Anche io ho avu­to que­sta sen­sa­zio­ne, ed è un altro pun­to su cui mi sono inter­ro­ga­ta mol­to. Spes­so mi sem­bra­va che il tuo lavo­ro non si limi­tas­se a ripor­ta­re alla luce testi mar­gi­na­li, ma che fos­se chia­ma­to a ren­der­li leg­gi­bi­li, qua­si tra­du­ci­bi­li per noi. Qual­che vol­ta anche a costo di for­zar­ne un po’ l’interpretazione. E que­sto mi ha fat­to sor­ge­re del­le doman­de su quan­to ciò sia leci­to. Non frain­ten­der­mi, il risul­ta­to mi è pia­ciu­to: ma non pote­vo fare a meno di chie­der­mi dove stia il con­fi­ne fra accom­pa­gna­re un testo e orien­tar­ne la rice­zio­ne.  

Que­sto è un pun­to impor­tan­te. Che doves­se esser­ci il fil­tro di uno ‘sguar­do’, che faces­se in qual­che modo da media­to­re fra i testi e il let­to­re, era in effet­ti essen­zia­le, nel­la mia visio­ne, per alme­no due moti­vi. Pri­mo per­ché vole­vo che la let­tu­ra del­la col­la­na fos­se il più pos­si­bi­le simi­le a una con­ver­sa­zio­ne infor­ma­le fra me e i let­to­ri. In que­sto ho cer­ca­to di segui­re con one­stà un fat­to che mi pare mol­to natu­ra­le: non c’è modo miglio­re per avvi­ci­nar­si a un’opera d’arte che sen­tir­ne par­la­re in un bel modo da qual­cu­no che l’ha ama­ta. Io, per esem­pio, ho sco­per­to il pia­ce­re del­la let­te­ra­tu­ra attra­ver­so i sag­gi di Bor­ges, di Cal­vi­no, di Vir­gi­nia Woolf, per fare solo alcu­ni nomi: cia­scu­no di que­sti scrit­to­ri ha influen­za­to i miei gusti e il mio sguar­do sul­la let­te­ra­tu­ra, ma ha anche avu­to un ruo­lo fon­da­men­ta­le nel for­mar­me­ne uno mio. In Gemin­ga, nel mio pic­co­lo, vole­vo offri­re ai let­to­ri un pia­ce­re simi­le a quel­lo che io pro­va­vo quan­do leg­ge­vo quel­le pagi­ne di cri­ti­ca let­te­ra­ria. Il secon­do moti­vo è che, dal momen­to che i testi rac­col­ti sono per lo più sco­no­sciu­ti e dimen­ti­ca­ti, e dun­que sprov­vi­sti di quell’‘aura’ che con­fe­ri­sce la cele­bri­tà, mi sem­bra­va tan­to più neces­sa­rio accom­pa­gnar­li con una rifles­sio­ne sul­le ragio­ni che ne costi­tui­sco­no la bel­lez­za.  

Tut­to chia­ro, però stai aggi­ran­do il noc­cio­lo del­la mia doman­da. Quel­lo che vole­vo sape­re è se è leci­to, quan­do si fa cri­ti­ca let­te­ra­ria, met­ter­si così tan­to ‘davan­ti’ ai testi, indu­cen­do i let­to­ri a guar­dar­li con i pro­pri occhi e limi­tan­do così la loro liber­tà inter­pre­ta­ti­va.  

Ho capi­to. Pen­so che que­sto dub­bio vada a toc­ca­re del­le que­stio­ni con­cet­tua­li pro­fon­de sugli sco­pi del­la cri­ti­ca arti­sti­ca. Non pen­so ci sia una rispo­sta asso­lu­ta, ma pos­so far­ti capi­re come la pen­so io al riguar­do citan­do­ti due afo­ri­smi di Wil­de. Il pri­mo è trat­to da una sua recen­sio­ne a un libro di Wal­ter Pater (1891), di cui par­la in manie­ra entu­sia­sta, per poi con­clu­de­re: “È pos­si­bi­le che io esa­ge­ri nel mio giu­di­zio. Spe­ro cer­ta­men­te di sì: poi­ché dove non c’è esa­ge­ra­zio­ne non c’è amo­re, e dove non c’è amo­re non c’è com­pren­sio­ne”. Que­sto signi­fi­ca che solo una cri­ti­ca appas­sio­na­ta, par­zia­le, per­so­na­le, può coglie­re qual­co­sa di un’opera d’arte. Il secon­do afo­ri­sma si tro­va nel Cri­ti­co come arti­sta (1891), e dice: “Non c’è arte dove non c’è sti­le, non c’è sti­le dove non c’è uni­tà, e l’unità appar­tie­ne sol­tan­to all’individuo”. Nel pre­sen­ta­re i testi di Gemin­ga, io mi ero posto come uni­co cri­te­rio quel­lo di esse­re il più pos­si­bi­le fede­le a me stes­so, a vol­te anche esi­ben­do sfac­cia­ta­men­te i miei limi­ti e le mie pecu­lia­ri­tà come let­to­re. Solo così avrei potu­to inse­ri­re testi com­ple­ta­men­te diver­si, anche appar­te­nen­ti a epo­che e cul­tu­re diver­sis­si­me, man­te­nen­do un for­te sen­so di uni­tà. Ad ogni modo, non pen­so sia pos­si­bi­le par­la­re di un testo in manie­ra ogget­ti­va. E, se non è pos­si­bi­le, tan­to vale abbrac­cia­re la sog­get­ti­vi­tà. Può sem­bra­re pre­sun­tuo­so come approc­cio, ma a mio modo di vede­re è pro­prio il con­tra­rio: è un atto di mode­stia, è l’ammissione di non poter fare altro che rac­con­ta­re le pro­prie impres­sio­ni per­so­na­li sull’opera che si pre­sen­ta. Poi, a par­ti­re dal­la sug­ge­stio­ne del­le mie impres­sio­ni, un let­to­re potrà, per affi­ni­tà o per anti­te­si, sco­pri­re le pro­prie.  

Anche io la pen­so così. Solo che il dub­bio mi era venu­to, e vole­vo sape­re cos’avevi da dire in meri­to. E poi lo sai, mi diver­to a pro­vo­car­ti. A tal pro­po­si­to, vor­rei por­ti ora un’altra que­stio­ne che mi ha lascia­to per­ples­sa, e che riguar­da la fama. Da un lato ho avver­ti­to una sor­ta di dif­fi­den­za ver­so la noto­rie­tà, come se fos­se qual­co­sa che in qual­che modo fini­sce per ‘spor­ca­re’ l’opera. Nel­la tua visio­ne a vol­te sem­bra qua­si che, per il sem­pli­ce fat­to di esse­re nasco­sto e dimen­ti­ca­to, un testo pre­ser­vi meglio la sua bel­lez­za. Al con­tem­po però mi è sem­bra­to impli­ci­to che lascia­re una ‘per­la’ nell’ombra equi­val­ga a uno spre­co. Non rie­sco a capi­re qua­le di que­sti due desti­ni ti sem­bri meno vio­len­to per un’opera: esse­re espo­sta e for­se frain­te­sa, oppu­re resta­re intat­ta e invi­si­bi­le.  

Que­sta doman­da è dia­bo­li­ca, e mi costrin­ge ad ammet­te­re che c’è un po’ in effet­ti, den­tro di me, que­sta con­trad­di­zio­ne. Però sen­ti cosa ti dico: più che dif­fi­den­za ver­so la noto­rie­tà, par­le­rei di dif­fi­den­za ver­so la cie­ca fidu­cia, e soprat­tut­to l’autorevolezza che ispi­ra la noto­rie­tà. Natu­ral­men­te, quan­do ci si ini­zia ad acco­sta­re alla let­te­ra­tu­ra, è giu­stis­si­mo, anzi è fon­da­men­ta­le fidar­si di ciò che la tra­di­zio­ne ci ha inse­gna­to a con­si­de­ra­re ‘gran­de’: sap­pia­mo che il nome di Sha­ke­spea­re è cele­bre, che è con­si­de­ra­to da seco­li un auto­re straor­di­na­rio, e solo per que­sto vale la pena pro­va­re a leg­ger­lo; e se non pia­ce subi­to, vale la pena dar­gli una secon­da, una ter­za, una quar­ta pos­si­bi­li­tà. Que­sto atteg­gia­men­to è sacro­san­to, e guai se venis­se meno. Però dopo un po’ che si appro­fon­di­sce la let­te­ra­tu­ra ci si ren­de con­to che non basta. Riflet­ten­do sul­le ragio­ni per cui cer­te ope­re diven­ta­no famo­se a sca­pi­to di altre, mi sono accor­to che spes­so ciò non è dovu­to tan­to alle loro qua­li­tà intrin­se­che, ma ad altri fat­to­ri: pri­mo fra tut­ti, al fat­to di esser­si pre­sta­te facil­men­te a crea­re una deter­mi­na­ta nar­ra­zio­ne. Ti fac­cio un esem­pio. Al net­to del­le sue qua­li­tà let­te­ra­rie, La coscien­za di Zeno è tan­to famo­so per­ché è il pri­mo roman­zo ita­lia­no dove com­pa­re il tema del­la psi­coa­na­li­si. Quan­do si rac­con­ta la let­te­ra­tu­ra dell’inizio del Nove­cen­to, risul­ta como­do par­la­re di “scrit­tu­ra dell’io”, “mono­lo­go inte­rio­re”, “cri­si dell’individuo”, e met­ter­le in rela­zio­ne con le sco­per­te del­la nascen­te psi­coa­na­li­si freu­dia­na. Ne vie­ne fuo­ri una nar­ra­zio­ne linea­re, coe­ren­te ed effi­ca­ce del­la let­te­ra­tu­ra di ini­zio Nove­cen­to. Ecco quin­di che il roman­zo di Sve­vo, inse­ren­do­si per­fet­ta­men­te in que­sta nar­ra­zio­ne, diven­ta quel clas­si­co che tut­ti cono­sco­no, che ci fan­no stu­dia­re a scuo­la, che gli edi­to­ri ripub­bli­ca­no rego­lar­men­te. Men­tre, per dire, i pri­mi rac­con­ti fan­ta­sti­ci di Papi­ni, che dal pun­to di vista let­te­ra­rio sono dei capo­la­vo­ri non meno di Zeno, non sem­bra­no esem­pli­fi­ca­re le spin­te nar­ra­ti­ve di ini­zio Nove­cen­to – alme­no per come ci fa como­do pen­sar­le: appa­io­no esclu­si da que­sta nar­ra­zio­ne, e per que­sto, anche se di per sé avreb­be­ro tut­te le car­te per pia­ce­re al pub­bli­co, ven­go­no esclu­si dal cano­ne dei clas­si­ci più cono­sciu­ti. Ecco, Gemin­ga si occu­pa soprat­tut­to di testi come que­sti, che appa­io­no un po’ fuo­ri dal­le nar­ra­zio­ni pre­va­len­ti, e che per que­sto sono sta­ti eclis­sa­ti.  

Dun­que, non pen­si che la rari­tà di per sé aggiun­ga valo­re a un’opera? 

No, di per sé no, natu­ral­men­te. Però è vero che quan­do un’opera d’arte è sco­no­sciu­ta si ha modo di ave­re un rap­por­to più per­so­na­le e auten­ti­co con essa, non fil­tra­ta da un’educazione che ci ha impo­sto a prio­ri, in un qual­che modo, di apprez­zar­la. Men­tre le ope­re trop­po famo­se, è dif­fi­ci­le guar­dar­le per quel­lo che sono vera­men­te, per­ché è qua­si impos­si­bi­le scin­der­le da tut­to ciò che è sta­to costrui­to loro intor­no; sono alte­ra­te dal­lo sguar­do di inte­re gene­ra­zio­ni, che le han­no tra­sfor­ma­te in sim­bo­li, in fetic­ci. Insom­ma, crea­re un per­cor­so di testi semi-dimen­ti­ca­ti era per me un modo per invi­ta­re i let­to­ri a ‘rin­fre­sca­re lo sguar­do’ sul­la let­te­ra­tu­ra.  

Un’altra cosa che apprez­zo di que­sti tuoi libri è che non hai mai un atteg­gia­men­to di rispet­to aprio­ri­sti­co ver­so i testi che pre­sen­ti, ma, a vol­te in manie­ra qua­si spiaz­zan­te, ammet­ti la dif­fi­col­tà o la delu­sio­ne che ne com­por­ta la let­tu­ra. In que­sto modo ci si sen­te para­dos­sal­men­te a pro­prio agio, per­ché si è libe­ri da quel sen­so del ‘dove­re’ che si pro­va di soli­to di fron­te a un testo impor­tan­te – il dove­re di com­pren­der­lo, di far­se­lo pia­ce­re… Mi tor­na in men­te un pas­sag­gio che hai scrit­to riguar­do alla poe­sia medie­va­le, e che mi ha fat­to riflet­te­re. Lo ripor­to inte­gral­men­te: 

“La let­te­ra­tu­ra medioe­va­le è più che altro un idea­le inte­rio­re, un abba­glio con­fu­so del nostro spi­ri­to, irrag­giun­gi­bi­le, mera­vi­glio­sa quan­do la si pen­sa in ter­mi­ni astrat­ti, ma poi costan­te­men­te offe­sa dal con­fron­to con la real­tà. Se que­sto sogno per­du­ra però è per­ché si tro­va­no qui e là, fra innu­me­re­vo­li tomi che si sono sfo­glia­ti, fram­men­ti di poe­sia così bel­la che, da soli, irra­dia­no con la loro luce inte­ri seco­li di sto­ria” (Fer­ra­ti­ni 2025, 78). 

Ora io mi chie­do, esi­ste let­te­ra­tu­ra che non sia tale abba­glio? Mi spie­go: spes­so sono mol­to più affa­sci­na­ta dal­la descri­zio­ne che vie­ne fat­ta di un’opera che non dall’opera stes­sa. Roman­zi, dipin­ti, scul­tu­re, ogni espres­sio­ne arti­sti­ca spes­so risul­ta più bel­la e coin­vol­gen­te quan­do mi arri­va attra­ver­so la pas­sio­ne di un’altra per­so­na che ha sapu­to esse­re rapi­ta da quell’incantesimo che su di me non sem­pre eser­ci­ta il suo pote­re. Sostan­zial­men­te, potrem­mo qua­si dire che la cul­tu­ra vive di que­gli abba­gli che ci tra­smet­tia­mo l’un l’altro.  

Quest’ultima fra­se è bel­lis­si­ma, vor­rei aver­la det­to io. Sì, l’emozione arti­sti­ca è fat­ta di momen­ti, di atti­mi irri­pe­ti­bi­li che cia­scu­no di noi può sen­ti­re in una data cir­co­stan­za: maga­ri per­ché si tro­va in uno sta­to di ricet­ti­vi­tà par­ti­co­la­re che gli con­sen­te di esse­re per­fet­ta­men­te in sin­to­nia con una cer­ta stro­fa, un para­gra­fo di un libro, un pas­sag­gio musi­ca­le. Non è mai la qua­li­tà intrin­se­ca di un’opera a gene­ra­re l’emozione. È un momen­to di vita che si accen­de attra­ver­so un par­ti­co­la­re con­tat­to fra noi e l’opera. Ma sono, per tut­ti noi, momen­ti rari. La mag­gior par­te del­le vol­te, a rive­lar­ci la bel­lez­za dell’opera è la testi­mo­nian­za di un’altra per­so­na che in qual­che modo fa da tra­mi­te fra ciò che lei ha pro­va­to per pri­ma, e ciò che pro­ve­re­mo noi. Ogni vol­ta che par­lia­mo di arte, e del­le impres­sio­ni che abbia­mo avu­to di fron­te a un dipin­to o a una poe­sia, cer­chia­mo di comu­ni­ca­re ciò che non può esse­re defi­ni­to né descrit­to, come quan­do par­lia­mo di tut­te le espe­rien­ze fon­da­men­ta­li e sog­get­ti­ve del­la vita.  

 Dun­que, voglia­mo ammet­te­re che la bel­lez­za non è sem­pre auto-espli­ca­ti­va? 

Direi che la bel­lez­za non è mai auto-espli­ca­ti­va, per­ché per coglier­la dob­bia­mo sem­pre fare una par­te del lavo­ro, col­ma­re un vuo­to che sta fra noi e l’opera con la nostra per­so­na­li­tà. L’arte, appun­to, avvie­ne come un incon­tro, e que­sto incon­tro avvie­ne sem­pre a metà stra­da. 

In con­clu­sio­ne, pos­sia­mo dire che, sal­vo rari atti­mi in cui riu­scia­mo a sta­bi­li­re un con­tat­to puro fra noi e un’opera d’arte, l’emozione este­ti­ca pas­sa sem­pre in qual­che misu­ra attra­ver­so una media­zio­ne? 

Sì, direi che per oggi pos­sia­mo affer­ma­re que­sto. Poi maga­ri doma­ni pen­se­re­mo qualcos’altro. Ci sono casi, gene­ral­men­te rari, in cui un’opera ci par­la imme­dia­ta­men­te, come un ful­mi­ne a ciel sere­no, e noi pos­sia­mo trar­ne i signi­fi­ca­ti più pro­fon­di attin­gen­do sol­tan­to alle risor­se del nostro sen­ti­re; e altri casi, la mag­gior par­te, in cui l’incontro si sta­bi­li­sce per gra­di, con len­tez­za, e qua­si sem­pre attra­ver­so una media­zio­ne: poi­ché, come per tut­te le altre for­me di sape­re, anche il sape­re arti­sti­co avvie­ne attra­ver­so un pas­sag­gio con­ti­nuo di espe­rien­ze e vis­su­ti che ci scam­bia­mo gli uni con gli altri. Gemin­ga natu­ral­men­te abbrac­cia que­sto tipo di media­zio­ne, ma nel far­lo cer­ca di segui­re la via più natu­ra­le, che è quel­la del­la con­ver­sa­zio­ne appas­sio­na­ta fra ami­ci, come que­sta che abbia­mo appe­na fat­to.  

Foto­gra­fia di Andrea Camio­lo

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