Un referendum su un atollo è una cosa piccola, una manciata di persone che discutono per alzata di mano. Una democrazia minuscola costretta a decidere per ciò che non può rappresentare. Eppure, in Un gioco senza fine (2025) di Richard Powers, quella scena diventa il punto in cui convergono forze enormi: la nascita di un impero virtuale, la creazione di città galleggianti, la delega delle nostre storie di vita alle Intelligenze Artificiali, e l’isola polinesiana chiamata a votare il proprio futuro mentre la marea del mondo cresce attorno.
Un secondo livello di lettura, invece, è contenuto nel titolo. Nella traduzione italiana si insiste sulla durata: “senza fine” è il gioco che non chiude mai i conti. L’originale invece, Playground, indica anche un luogo, un’arena, dove le regole cambiano a seconda di chi le scrive.
Nel libro il gioco è una grammatica, un principio che attraversa infanzia, oceano e tecnologia, una logica che decide chi ha diritto di muoversi, di cambiare, e chi, o cosa, di sopravvivere. Todd Keane e Rafi Young, due dei protagonisti di questa storia, si conoscono da ragazzi: uno diventerà il miliardario fondatore del social network che dà il titolo inglese al romanzo; l’altro, anch’esso studente prodigioso, poeta e letterato, percorrerà la strada opposta, andando a vivere da isolano con la sua famiglia, lontano dai centri economici e di potere.
Quando Todd e Rafi si sfidano coi giochi da tavola, soprattutto scacchi e Go, il duello li forma sentimentalmente: da una parte le regole tradotte in informazioni finite, in pronostici, la forma scalare del gioco – vincere, conquistare, chiudere la partita, ricominciare. Dall’altra un gioco che ha senso finché continua, nel mutare della relazione, finché le mosse generano altre mosse. L’infanzia nel romanzo è un luogo epistemico: Powers sembra voler far riferimento a una formazione precoce dell’etica relazionale, all’infanzia come tecnogenesi della sensibilità, anche ecologica, dove a partire da premesse simili – il riscatto, lo studio, la fratellanza, la fascinazione per l’altrove – relazioni e vicissitudini diverse, portano invece ad approcci e soluzioni non sintetizzabili.
Appassionato di informatica e testimone degli albori della programmazione moderna, “l’Età del READY>_” (Powers 2025, 297), Todd costruisce una piattaforma, Playground – una specie di ibrido tra Facebook, Second Life e MySpace – dove centinaia di milioni di utenti progettano identità virtuali e ricevono valutazioni che ne aumentano il prestigio sociale. Playground è un ‘esperimento di democrazia’ videoludico, vissuto da milioni di utenti, ma i cui unici vincitori sono i patrimoni delle nascenti aziende del tech e il loro capitale di influenza. Descrivendo quello che è anche il meccanismo dei social media oggi, Powers ci racconta di Playground come il dispositivo della gamificazione definitiva, che converte avatar in identità, legami in interazioni, conversazioni in metriche. Trasforma la prossimità in competizione, l’ambiguità in schieramento, l’opinione in ricerca di consenso, il tempo in una sequenza di aggiornamenti. Mentre promette libertà di espressione, rende l’espressione sempre più prevedibile, più manovrabile, più monetizzabile. Il gioco infinito, per Todd, si rivela in realtà solo un meccanismo elegante in grado di trattenere tutti dentro il campo, mascherando la permanenza come una scelta.
Rafi, dal canto suo, terminato il travagliato e faticosissimo lavoro di dottorato, abbandona gli Stati Uniti e segue la compagna, Ina Aroita, per stabilizzarsi a Makatea, un luogo di confine tra terra e mare, e, suo malgrado, soglia tra passato e futuro. Un posto che dista “seimilaquattrocento chilometri dal continente abitabile più vicino”. Un luogo dove vivere, una vita ritirata e tranquilla, non senza un vena di ingenuo esotismo.
Makatea è però soprattutto il luogo dove tutte le storie del romanzo confluiscono. Il quesito referendario per il quale l’isola di Makatea si trova a votare riguarda la costruzione di una città modulare in mare di fronte alle sue coste. Un cataclisma ecologico, ma anche l’opportunità di tornare a rinvigorire una vita che molti soffrono come stagnante e precaria. Una minaccia che si traveste da opportunità, o viceversa. Powers usa il pretesto di una grande trasformazione – i moduli galleggianti, il seasteading – per parlarci dei nostri processi decisionali, o di chi si sta sostituendo a essi.
Con un tempismo sorprendente rispetto ai recenti fatti di geopolitica internazionale, Powers ricorda indirettamente come, nella storia nordamericana, l’idea che un territorio possa essere trattato come oggetto di transazione torni periodicamente sotto forme diverse: annessioni, occupazioni, riscritture dei diritti di proprietà; ogni tanto persino l’idea che un luogo si possa comprare. Powers intercetta quell’immaginario e lo porta al piano della politica USA contemporanea, quella degli oligarchi e della plutocrazia, di chi compra il futuro sottraendolo al comune.
In effetti, nel romanzo la storia di Makatea corre parallela a quella della Silicon Valley, un’altra isola a modo suo, formatasi dall’azione geomorfica di filantropie aggressive, paranoie escapiste, volontà transumane, ego smisurati. La figura contemporanea dei tecno-feudatari nasce proprio da questa fantasia: uscire dalla politica senza uscire dal potere. Nel romanzo, l’idea viene articolata con un libertarismo tecnologico che, al suo nucleo, considera democrazia e libertà incompatibili, e che per risolvere la contraddizione mette la democrazia sotto scacco, raggirandola per via ingegneristica.
Il seasteading – letteralmente ‘insediarsi in mare’ – è il nome che una parte di questo immaginario ha dato, negli ultimi decenni, alla visione di micro-società galleggianti, con una propria cornice normativa, pensate per sottrarsi a leggi, tasse, vincoli nazionali. L’idea ha avuto anche una vita pubblica, con tentativi e annunci, fondazioni e finanziamenti. Tra questi anche Peter Thiel, co-fondatore di PayPal e Palantir, il quale ha sostenuto a più riprese l’idea come spazio di sperimentazione normativa e fiscale. Nel gennaio del 2017 vi fu un memorandum d’intesa (MOU), proprio tra la Polinesia francese e il Seasteading Institute – un’organizzazione californiana fondata da Patri Friedman e sostenuta inizialmente da Thiel. Il progetto prevedeva la creazione di una SeaZone, una zona economica speciale con un certo grado di autonomia politica e legale, dove far fronte all’innalzamento del livello dei mari. Un anno dopo la dichiarazione del governo locale, a seguito di forti proteste da parte della società civile e dell’opposizione politica, preoccupate per la sovranità e l’impatto ambientale, nullificava la validità di quell’accordo, facendo naufragare l’operazione.
La secessione tecno-libertaria è un progetto amministrativo, una separazione resa possibile da contratti, eccezioni e fabbricazioni giuridiche. L’utopia diventa una forma di proprietà, non un mondo migliore per tutti, ma un mondo separato per chi può permetterselo. Nel romanzo questa genealogia resta sullo sfondo, ma serve come controcampo: la città modulare non arriva solo come infrastruttura, arriva come promessa di sovranità a consumo, dove la libertà coincide con la possibilità di riscrivere le regole a partire dal capitale. Quella di Powers può leggersi come critica strutturale al potere, alla sua capacità di presentarsi come norma e, allo stesso tempo, di sottrarvisi. Il potere è anarchico, nel senso che pretende disciplina, ma cambia le regole a piacimento, fino a farne ciò che vuole.
L’oceano è già oggi uno spazio occupato, è attraversato da corridoi energetici e informativi, da quella rete materiale – cavi, fibra ottica, data center, rotte – che rendono possibile l’iperconnessione globale e quindi la stessa idea di un playground digitale. Nel romanzo il mare viene raccontato come alterità, e nello stesso tempo come supporto, come dorsale: non più ecosistema ma backend, un’infrastruttura nascosta che fa funzionare tutto.
Conviene quindi non fermarci al gioco umano, altrimenti perderemmo una parte fondamentale del campo, che è proprio l’oceano. Nel reef, nei coralli, nei microbi, nelle correnti, ‘giocare’ significa adattarsi, intrecciarsi, rispondere, proliferare. Esercitare una forma di agency che consiste nella pretesa della vita stessa, e che continua a generare forme diverse. Per questo l’oceano è il contrappunto delle vicende del romanzo, non in quanto ‘puro’, ma perché si impone esistenzialmente contro quel tentativo – il seasteading – di rendere l’acqua un terreno, cioè di trasformare un gioco senza confini in una proprietà. La tecnologia non entra come semplice antagonista esterno, ma come variante o alternativa capitalistica a un ecosistema naturale preesistente.
Evelyne Beaulieu, l’oceanografa ispirata alla vita della dottoressa Sylvia Earle, è il pretesto, la figura che provoca il romanzo: la sua presenza vale tanto da ‘testimonial’, attraverso l’esperienza scientifica, quanto da figura quasi mitica nel contesto narrativo. È descritta con ironia e intensità emotiva. L’immagine della bambina dodicenne caricata di pesi e gettata in una piscina dal padre sperando di farle raggiungere il fondo, come primo test dell’aqualung – uno scafandro per immersioni d’avanguardia – è una scena iniziatica potente. Da lì in avanti uno degli obiettivi della vita di Evelyne sarà quello di provare a trasformare lo stupore in un argine: non un’estetica dell’oceano, ma una pratica di dissuasione contro il riflesso del “progresso” come espansione acefala e senza limiti. Una bellezza in grado di attivare in noi una risposta etica.
È la lettura del libro scritto dalla Beaulieu adulta, ricercatrice e divulgatrice, nonché pioniera della subacquea, che porterà Todd qualche decennio più tardi a interessarsi del mare e a rimanerne rapito, accompagnandolo con una sorta di felice angoscia per il resto della sua esistenza:
“L’oceano brulicava di vita primordiale – mostri rimasti indietro nei vicoli più antichi dell’evoluzione – a forma di anello, di tubo, senza forma, assurdi ibridi animali-vegetali senza alcun diritto di esistere, animali talmente improbabili che mi chiedevo se non li avesse inventati la mia amata autrice” (Powers 2025, 40).
Todd penserà sempre di avere come destino quello di essere seppellito in mare. Divenire, anch’egli, barriera corallina, come qualsiasi rifiuto o resto organico. Quando ti porta sott’acqua e ti mostra un pianeta dentro il pianeta, il libro trova alcune delle sue pagine descrittive più ispirate, un catalogo di sensi e intelligenze indecifrabili, creature sbalorditive, il bagno primordiale. Il mare diventa una lezione su ciò che dura, su ciò che ritorna, su ciò che si trasforma, su quanto poco ‘umano’ sia ciò che sostiene la vita:
“Ma là dove la luce non arriva, anche gli occhi più grandi del mondo non riuscivano a scorgere le vaste e frastagliate catene montuose, le imponenti cascate […] panorami che non sarebbero mai stati contemplati da nessun essere vivente” (Powers 2025, 466).
La meraviglia, in questo libro, è materiale conteso. Accanto agli abissi arrivano i rottami. Accanto al sublime, la spazzatura. Accanto alle promesse di futuro, l’eredità coloniale. Makatea è già caduta una volta. L’isola della Polinesia segnata dalle miniere francesi, dal degrado dell’estrazione dei fosfati, sfruttata fino agli anni Sessanta del secolo scorso, e poi abbandonata alle sue cicatrici:
“C’erano elettricità e fognature, negozi, sale da biliardo, un bistrò, campi da tennis, un campo da calcio e persino un cinema. C’erano anche minatori che soccombevano a malattie polmonari e bambini che morivano a causa dell’acqua contaminata” (Powers 2025, 48).
In ciò che resta dei suoi fondali, una bottiglia colonizzata da spugne e crostacei conduce a una domanda: se la vita comincia a usare un rifiuto, quel rifiuto smette di essere un rifiuto? O siamo noi a cercare assoluzione nella capacità dell’ecosistema di arrangiarsi? Il quesito non resta confinato sott’acqua. Per una parte di Makatea l’offerta del seasteading è una promessa di benessere materiale che porta con sé un danno certo, ma ‘governabile’, compensabile, forse persino riassorbibile; la convinzione, una sorta di innocenza interessata, che l’ecosistema continuerà a fare il suo corso nonostante gli sgarbi di questi miserabili umani. Nell’autoassoluzione spostiamo sul vivente non-umano il compito di riparare alle fragilità del pianeta.
La vita rinasce anche sui relitti, una manopola di acceleratore incrostata può diventare un piccolo palazzo di organismi, ma la resilienza non è redenzione, la meraviglia non consola.
Ogni volta che la bellezza del mare sembra offrirci un rifugio morale, il romanzo rimette davanti il conto da pagare: reef trasformati, fondali colonizzati, lagune riconfigurate. La bellezza degli oceani viene catturata da una narrativa economica e tecnologica che la usa come cornice.
In Un gioco senza fine, la bellezza è solo un campo di battaglia. La comunità di Makatea è costretta a scegliere tra la scarsità e una metamorfosi irreversibile, una rottura di quel patto ecologico così peculiare che ha tenuto in vita le genti degli atolli da qualche migliaio di anni, in una delle storie di migrazione più affascinanti del nostro pianeta.
In Un gioco senza fine i grandi temi – oceano, capitale, tecnologia, colonialismo – non restano mai fuori dai corpi. Entrano nelle relazioni, le lavorano dall’interno, ne cambiano le regole. Makatea, non è un’utopia in scala ridotta, né una predestinata alla catastrofe. Non è l’ultima innocenza, né l’ultima saggezza. Powers non fa dell’isola un altare né un tribunale, la tratta come un organismo politico, contraddittorio, stanco, attraversato da desideri incompatibili.
Davanti al referendum che deciderà il destino dell’isola la democrazia diventa una specie di inventario. C’è chi vota per il lavoro e per una vita meno precaria; chi vota contro perché ha già visto cosa significano ‘sviluppo’ e ‘progresso’ quando vengono dall’oceano aperto dei capitali; chi teme che tutto cambi, chi teme che nulla cambi mai. Chi si aggrappa a un principio di dignità – meglio restare poveri pescatori che operai ricchi – e chi considera immoralmente romantica quella stessa dignità. Chi vota per una nuova prosperità, e chi per impedire l’ingresso dei transatlantici nella baia. È il modo in cui la politica assorbe psicologia, superstizione, paura.
Il romanzo non è, quindi, solo una storia del rapporto tra ecologia e tecnologia, ma una riflessione sulla difficoltà di scegliere senza tradire. L’esito riguarda generazioni passate e future, riguarda noi umani tanto quanto le creature che non parlano la lingua del diritto. Nel romanzo qualcuno prova a votare ‘per conto’ degli animali del reef, gli squali, le mante, i pesci farfalla. D’altronde, come la storica della scienza Amanda Rees fa notare in diversi suoi lavori – tra cui un volume curato dalla stessa intitolato Animal Agents (2017) –, l’agentività non è una proprietà privata del singolo individuo, ma qualcosa che può emergere da una combinazione di relazioni: tra più corpi, più pratiche, più ambienti. Un cavallo e il suo cavaliere, per esempio, non sommano due volontà: producono un terzo comportamento, fatto di addestramento, sensibilità corporea, emotività e fiducia reciproca. Lo stesso vale per un cane e il suo conduttore, o per la catena pastore-cane-gregge-pascoli: ciò che ‘decide’ non è una mente isolata, ma un intreccio di segnali, vincoli, memorie, infrastrutture materiali. In questa prospettiva, il reef non è un oggetto muto o passivo, ma è già un insieme di azioni distribuite e di particolari competenze – modalità dello ‘stare’ – che nel tempo rendono possibili, o che sono in grado di alterare, le nostre scelte. Gli animali nei secoli, agendo secondo motivazioni che sono inscritte nella loro esistenza, hanno più volte modificato la postura cognitiva e politica degli umani.
L’ecologia comincia nel momento in cui l’umano accetta la responsabilità delle relazioni che stringe con ciò che è intorno a lui. E se, come scrive Timothy Morton in Humankind: Solidarity with Non-Human people (2017), la bellezza implica una forma di infestazione – il vivere ‘con’ altre entità che ci attraversano – allora anche la scelta collettiva dell’isola non è mai pura autonomia, è una coabitazione forzata con agenti e infrastrutture, artificiali e organiche, vive e non vive.
Makatea, così, rimanda al mondo per come oggi le scelte collettive vengono compresse, tra ricatto della sopravvivenza e perdita di un equilibrio ecologico, tra desiderio di futuro e rischio di nostalgia, tra promesse di benessere e imprese eterodirette. Nel modo in cui il processo democratico fatica a chiudere i conti con la scala del reale, entra in crisi e lascia scoperto un vuoto operativo. Powers qui inserisce un nuovo parallelismo: anche la crisi ambientale è spesso raccontata come perdita di controllo, come incapacità di stare al timone di processi che superano l’umano. Una perdita simile a quella di Todd Kean, quando scopre di essere affetto dalla demenza a corpi di Lewy, una malattia neurodegenerativa, che porta il soggetto a una progressiva perdita della memoria e verso una morte da «animale stordito». La demenza mette in scena una nuova, ulteriore, perdita del potere decisionale e di autosostentamento. In questi vuoti che si aprono – democratici, ecologici, cognitivi – entrano altri attori – infrastrutture, mercati, algoritmi – che si esercitano a scegliere al posto nostro e che prendono in carico ciò che non riusciamo più a reggere.
La diagnosi della demenza di Todd segna un punto di non ritorno. Il romanzo non la usa come dispositivo per un regolamento di conti, e non è neppure solo un ingrediente drammatico o simbolo del declino. La tratta come una modifica delle regole del sé. Quando memoria e attenzione cominciano a sgretolarsi, anche il rapporto con l’altro algoritmico cambia natura: ciò che prima era scambio, ora diventa dipendenza. In un passaggio decisivo, Todd affida a uno schermo nero la funzione che un tempo spettava alla propria mente: ricordare, organizzare, tenere insieme. Non è soltanto un gesto individuale, è un gesto storico: la fragilità cognitiva rende desiderabile ciò che altrove chiameremmo sorveglianza, e trasforma un dispositivo in badante, archivio, interprete.
Quelle che nel libro leggiamo come le pagine del diario di Todd e della sua vita, sono in realtà un lungo prompt, che serve a chiedere a un’IA:
«Hai analizzato miliardi di immagini, assimilato cento miliardi di documenti e letto trilioni di parole trascritte. Hai imparato il gioco di essere umani […] Adesso dimmi come dovrebbe terminare questa lunga partita.» (Powers 2025, 540)
Un’abdicazione lucida. Todd non chiede soltanto un consiglio, chiede una regia. E nella richiesta c’è il cuore politico del dispositivo, perché sancisce come la storia debba essere ricostruita da chi dispone di tutti i dati. C’è qui un’autocitazione con Galatea 2.2, del 1995, nel lavoro di Powers. Ma mentre in Galatea il protagonista viene illuso di avere a che fare con un’IA cosciente, che si scopre fragile quando soffre del dolore del mondo, qui il movimento è distinto. Todd non crede che l’IA sia umana tanto quanto noi, crede che sia migliore di noi nelle scelte, anche quelle relazionali. La sua memoria è stata trasformata in tracce, preferenze, resoconti, e con la sua memoria è passato di mano anche il racconto. L’algoritmo cioè non si limita a rispondere, ma accompagna il ritmo, orienta le preferenze, riconfigura lo spazio dell’io. Non siamo più noi a raccontare la nostra storia.
Il tecnocapitalismo, nel romanzo, non ha bisogno di mascherarsi. Attraverso ‘Profunda’ – il sistema operativo IA inviato per assistere la popolazione di Makatea nel processo decisionale – Powers mette in scena una trasparenza cinica: il danno è previsto, contabilizzato, ammesso come costo operativo e con una disinvoltura che ha il sapore di una profezia ineludibile. Un’onestà che non interrompe il progetto coloniale, lo rende più credibile. Profunda non è un oracolo maligno e non ha bisogno di esserlo. Indossa la neutralità come una divisa: raccoglie, seleziona, riassume, mette in fila.
Quando arriva finalmente il giorno del referendum, il voto su Makatea si effettua con pietre nere e bianche, come le pedine del Go, il gioco tanto amato da Rafi e Todd fino a quando le loro vite sono rimaste intrecciate. Negli scacchi, la narrazione è verticale, è una tragedia barocca: tutto ruota attorno alla sopravvivenza di un singolo individuo, il Re. Una volta caduto lui, l’universo del gioco collassa. La vittoria coincide con la cattura. Nel Go, invece, all’inizio, ogni pietra è identica e ha lo stesso valore. La sua importanza non deriva dal ‘rango’, ma dalla sua posizione e dalle sue relazioni con le altre. Mentre negli scacchi il tabellone si svuota in un movimento entropico, nel Go il tabellone si riempie, si deposita. È un atto creativo: si passa dal vuoto assoluto a un’architettura complessa di territori ed equilibri. L’arte di circondare senza necessariamente distruggere.
In questo continuo rimando tra finzione e realtà, Powers ricorda quando nel 2016 l’algoritmo di AlphaGo imparò a dominare il gioco del Go e batté il campione Lee Sedol. La potenza di calcolo ottimizza, prevede, stupisce, trasformando la sconfitta in un lutto culturale per l’umanità. Il romanzo, invece, narrando le vicende di Makatea, insiste sul contrario: la partita decisiva è quella che non si lascia ridurre a calcolo.
Per Powers, ogni partita politica, ecologica, tecnologica, finisce per ricalcare una partita intima, con gli stessi vincoli, gli stessi cedimenti, la stessa asimmetria tra ciò che si vorrebbe scegliere e ciò che si riesce a scegliere. Il romanzo funziona là dove prende un conflitto che sembra troppo grande – l’oceano come iperoggetto, il capitalocene come forza geopolitica, la tecnologia come nuovo soggetto decisionale – e lo fa passare attraverso decisioni che hanno la misura della vita quotidiana. Ogni gesto rimanda a un’altra scala, e ogni scala ribalta il senso del gesto.
Biografie, ritorni, lutti, malattie, amori non corrisposti, menzogne, fraintendimenti: l’accumulo è il motore della prosa powersiana. Powers, in questo caso, sembra affidarsi all’idea che, aggiungendo strati, la verità emerga per saturazione. È un metodo che produce ampiezza e a tratti una cifra quasi documentaria, terminando per avere un costo narrativo. Il seasteading, il sogno della zona franca tecno-capitalista, nel libro è presente come un miraggio che arretra mentre la narrazione avanza. Superata la metà del romanzo, il lettore condivide un poco dello spaesamento dei suoi personaggi. Alcuni nuclei tematici appaiono diluiti o debolmente assortiti, chiedono al lettore di attraversare una materia emotiva e informativa molto ampia, per arrivare a una decisione che, proprio perché coinvolge vite e tempi frammentate, o non pienamente rappresentabili, non sembra potersi chiudere in modo compiuto. I capitoli dedicati a Evelyne, ad esempio, alla sua parabola familiare, in qualità di madre, esploratrice, scrittrice, al suo approdo su Makatea ormai novantenne, non esprimono appieno la forza simbolica di cui sembrava dover essere investita.
Questa scelta di trama, d’altronde, sembra anche l’unica via percorribile all’interno del libro: se la biosfera non appartiene più a noi ma al tecnocapitalismo, chi potrà ancora apprenderne gli insegnamenti ecologici? Chi avrà accesso a quella pedagogia della coesistenza con il resto della vita non-umana? I protagonisti di Un Gioco Senza Fine lottano per la semplice sopravvivenza, fanno a spallate nella Storia per restare almeno, ancora, nella mischia, nel campo di gioco. Posti davanti alla scelta tra il futuro e chi lo detiene, non c’è una soluzione che possa lasciare davvero soddisfatta una delle parti. Al contrario, la domanda che resta è la possibilità stessa di un finale da contemplare senza interferenze esterne. Nell’ultima pagina, il narratore, l’IA onnisciente che ci osserva dai satelliti, dalle barche, dai computer, cerca di interpretare gli sguardi e gli umori degli umani di Makatea in attesa di un nuovo referendum, e scrive:
“Che cosa ti sembra? Chiamalo per quello che è. Ogni danza è un gioco, e ogni gioco la sua stessa miglior spiegazione. Tutti gli esseri viventi, anche noi arrivati da poco… Che cosa fanno mai tutte le creature – io compreso – in ogni istante se non giocare nel mondo, giocare davanti al loro artefice e al suo divino armeggiare?” (Powers 2025, 552)
Fotografia di Olivér Lantos
Bibliografia
Broussard, Meredith. 2018, 12 giugno, “The mind in the machine”, Aeon. https://aeon.co/essays/imagine-if-we-didnt-fear-the-machines-of-our-own-making
Caparros, Martin. 2017, 31 luglio. “Le città galleggianti sono la nuova utopia dei miliardari”, Internazionale. https://www.internazionale.it/opinione/martin-caparros/2017/07/31/citta-galleggianti-seasteading
Morton, Timothy. 2017. Humankind: Solidarity with Non-Human People, Verso Books, London.
Powers, Richard. 1995. Galatea 2.2, Farrar, Straus and Giroux, New York.
Powers, Richard. 2025. Un gioco senza fine, La nave di Teseo, Milano.
Rees, Amanda (a cura di). 2017. Animal Agents: The Non-Human in the Anthropocene, Cambridge University Press, Cambridge.
Sandler Clarke, Joe. 2021, 24 giugno, “Isle of the billionaires: the blue frontier of seasteading”, The Guardian. https://www.theguardian.com/news/2021/jun/24/islands-miliardaires-blue-frontier-seasteading-bitcoin-property-rights
The Seasteading Institute. 2024. https://www.seasteading.org/. Sito web ufficiale dell’organizzazione no-profit fondata da Patri Friedman e Peter Thiel per la promozione di comunità sovrane galleggianti.