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10 Aprile 2026

GIO­CA­RE AD ARMI PARI. UN GIO­CO SEN­ZA FINE DI RICHARD POWER

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Un refe­ren­dum su un atol­lo è una cosa pic­co­la, una man­cia­ta di per­so­ne che discu­to­no per alza­ta di mano. Una demo­cra­zia minu­sco­la costret­ta a deci­de­re per ciò che non può rap­pre­sen­ta­re. Eppu­re, in Un gio­co sen­za fine (2025) di Richard Powers, quel­la sce­na diven­ta il pun­to in cui con­ver­go­no for­ze enor­mi: la nasci­ta di un impe­ro vir­tua­le, la crea­zio­ne di cit­tà gal­leg­gian­ti, la dele­ga del­le nostre sto­rie di vita alle Intel­li­gen­ze Arti­fi­cia­li, e l’isola poli­ne­sia­na chia­ma­ta a vota­re il pro­prio futu­ro men­tre la marea del mon­do cre­sce attor­no. 

Un secon­do livel­lo di let­tu­ra, inve­ce, è con­te­nu­to nel tito­lo. Nel­la tra­du­zio­ne ita­lia­na si insi­ste sul­la dura­ta: “sen­za fine” è il gio­co che non chiu­de mai i con­ti. L’originale inve­ce, Play­ground, indi­ca anche un luo­go, un’arena, dove le rego­le cam­bia­no a secon­da di chi le scri­ve.

Nel libro il gio­co è una gram­ma­ti­ca, un prin­ci­pio che attra­ver­sa infan­zia, ocea­no e tec­no­lo­gia, una logi­ca che deci­de chi ha dirit­to di muo­ver­si, di cam­bia­re, e chi, o cosa, di soprav­vi­ve­re. Todd Kea­ne e Rafi Young, due dei pro­ta­go­ni­sti di que­sta sto­ria, si cono­sco­no da ragaz­zi: uno diven­te­rà il miliar­da­rio fon­da­to­re del social net­work  che dà il tito­lo ingle­se al roman­zo; l’altro, anch’esso stu­den­te pro­di­gio­so, poe­ta e let­te­ra­to, per­cor­re­rà la stra­da oppo­sta, andan­do a vive­re da iso­la­no con la sua fami­glia, lon­ta­no dai cen­tri eco­no­mi­ci e di pote­re. 

Quan­do Todd e Rafi si sfi­da­no coi gio­chi da tavo­la, soprat­tut­to scac­chi e Go, il duel­lo li for­ma sen­ti­men­tal­men­te: da una par­te le rego­le tra­dot­te in infor­ma­zio­ni fini­te, in pro­no­sti­ci, la for­ma sca­la­re del gio­co – vin­ce­re, con­qui­sta­re, chiu­de­re la par­ti­ta, rico­min­cia­re. Dall’altra un gio­co che ha sen­so fin­ché con­ti­nua, nel muta­re del­la rela­zio­ne, fin­ché le mos­se gene­ra­no altre mos­se. L’infanzia nel roman­zo è un luo­go epi­ste­mi­co: Powers sem­bra voler far rife­ri­men­to a una for­ma­zio­ne pre­co­ce dell’etica rela­zio­na­le, all’in­fan­zia come tec­no­ge­ne­si del­la sen­si­bi­li­tà, anche eco­lo­gi­ca, dove a par­ti­re da pre­mes­se simi­li  – il riscat­to, lo stu­dio, la fra­tel­lan­za, la fasci­na­zio­ne per l’altrove – rela­zio­ni e vicis­si­tu­di­ni diver­se, por­ta­no inve­ce ad approc­ci e solu­zio­ni non sin­te­tiz­za­bi­li.

Appas­sio­na­to di infor­ma­ti­ca e testi­mo­ne degli albo­ri del­la pro­gram­ma­zio­ne moder­na, “l’E­tà del READY>_” (Powers 2025, 297), Todd costrui­sce una piat­ta­for­ma, Play­ground – una spe­cie di ibri­do tra Face­book, Second Life e MySpa­ce – dove cen­ti­na­ia di milio­ni di uten­ti pro­get­ta­no iden­ti­tà vir­tua­li e rice­vo­no valu­ta­zio­ni che ne aumen­ta­no il pre­sti­gio socia­le. Play­ground è un ‘espe­ri­men­to di demo­cra­zia’ video­lu­di­co, vis­su­to da milio­ni di uten­ti, ma i cui uni­ci vin­ci­to­ri sono i patri­mo­ni del­le nascen­ti azien­de del tech e il loro capi­ta­le di influen­za. Descri­ven­do quel­lo che è anche il mec­ca­ni­smo dei social media oggi, Powers ci rac­con­ta di Play­ground come il dispo­si­ti­vo del­la gami­fi­ca­zio­ne defi­ni­ti­va, che con­ver­te ava­tar in iden­ti­tà, lega­mi in inte­ra­zio­ni, con­ver­sa­zio­ni in metri­che. Tra­sfor­ma la pros­si­mi­tà in com­pe­ti­zio­ne, l’ambiguità in schie­ra­men­to, l’opinione in ricer­ca di con­sen­so, il tem­po in una sequen­za di aggior­na­men­ti. Men­tre pro­met­te liber­tà di espres­sio­ne, ren­de l’espressione sem­pre più pre­ve­di­bi­le, più mano­vra­bi­le, più mone­tiz­za­bi­le. Il gio­co infi­ni­to, per Todd, si rive­la in real­tà solo un mec­ca­ni­smo ele­gan­te in gra­do di trat­te­ne­re tut­ti den­tro il cam­po, masche­ran­do la per­ma­nen­za come una scel­ta.

Rafi, dal can­to suo, ter­mi­na­to il tra­va­glia­to e fati­co­sis­si­mo lavo­ro di dot­to­ra­to, abban­do­na gli Sta­ti Uni­ti e segue la com­pa­gna, Ina Aroi­ta, per sta­bi­liz­zar­si a Maka­tea, un luo­go di con­fi­ne tra ter­ra e mare, e, suo mal­gra­do, soglia tra pas­sa­to e futu­ro. Un posto che dista “sei­mi­la­quat­tro­cen­to chi­lo­me­tri dal con­ti­nen­te abi­ta­bi­le più vici­no”. Un luo­go dove vive­re, una vita riti­ra­ta e tran­quil­la, non sen­za un vena di inge­nuo eso­ti­smo. 

Maka­tea è però soprat­tut­to il luo­go dove tut­te le sto­rie del roman­zo con­flui­sco­no. Il que­si­to refe­ren­da­rio per il qua­le l’isola di Maka­tea si tro­va a vota­re riguar­da la costru­zio­ne di una cit­tà modu­la­re in mare di fron­te alle sue coste. Un cata­cli­sma eco­lo­gi­co, ma anche l’opportunità di tor­na­re a rin­vi­go­ri­re una vita che mol­ti sof­fro­no come sta­gnan­te e pre­ca­ria. Una minac­cia che si tra­ve­ste da oppor­tu­ni­tà, o vice­ver­sa. Powers usa il pre­te­sto di una gran­de tra­sfor­ma­zio­ne – i modu­li gal­leg­gian­ti, il sea­stea­ding – per par­lar­ci dei nostri pro­ces­si deci­sio­na­li, o di chi si sta sosti­tuen­do a essi.

Con un tem­pi­smo sor­pren­den­te rispet­to ai recen­ti fat­ti di geo­po­li­ti­ca inter­na­zio­na­le, Powers ricor­da indi­ret­ta­men­te come, nel­la sto­ria nor­da­me­ri­ca­na, l’idea che un ter­ri­to­rio pos­sa esse­re trat­ta­to come ogget­to di tran­sa­zio­ne tor­ni perio­di­ca­men­te sot­to for­me diver­se: annes­sio­ni, occu­pa­zio­ni, riscrit­tu­re dei dirit­ti di pro­prie­tà; ogni tan­to per­si­no l’idea che un luo­go si pos­sa com­pra­re. Powers inter­cet­ta quell’immaginario e lo por­ta al pia­no del­la poli­ti­ca USA con­tem­po­ra­nea, quel­la degli oli­gar­chi e del­la plu­to­cra­zia, di chi com­pra il futu­ro sot­traen­do­lo al comu­ne.

In effet­ti, nel roman­zo la sto­ria di Maka­tea cor­re paral­le­la a quel­la del­la Sili­con Val­ley, un’altra iso­la a modo suo, for­ma­ta­si dall’azione geo­mor­fi­ca di filan­tro­pie aggres­si­ve, para­no­ie esca­pi­ste, volon­tà tran­su­ma­ne, ego smi­su­ra­ti. La figu­ra con­tem­po­ra­nea dei tec­no-feu­da­ta­ri nasce pro­prio da que­sta fan­ta­sia: usci­re dal­la poli­ti­ca sen­za usci­re dal pote­re. Nel roman­zo, l’idea vie­ne arti­co­la­ta con un liber­ta­ri­smo tec­no­lo­gi­co che, al suo nucleo, con­si­de­ra demo­cra­zia e liber­tà incom­pa­ti­bi­li, e che per risol­ve­re la con­trad­di­zio­ne met­te la demo­cra­zia sot­to scac­co, rag­gi­ran­do­la per via inge­gne­ri­sti­ca.

Il sea­stea­ding – let­te­ral­men­te ‘inse­diar­si in mare’ – è il nome che una par­te di que­sto imma­gi­na­rio ha dato, negli ulti­mi decen­ni, alla visio­ne di micro-socie­tà gal­leg­gian­ti,  con una pro­pria cor­ni­ce nor­ma­ti­va, pen­sa­te per sot­trar­si a leg­gi, tas­se, vin­co­li nazio­na­li. L’idea ha avu­to anche una vita pub­bli­ca, con ten­ta­ti­vi e annun­ci, fon­da­zio­ni e finan­zia­men­ti. Tra que­sti anche Peter Thiel, co-fon­da­to­re di Pay­Pal e Palan­tir, il qua­le ha soste­nu­to a più ripre­se l’idea come spa­zio di spe­ri­men­ta­zio­ne nor­ma­ti­va e fisca­le. Nel gen­na­io del 2017 vi fu un memo­ran­dum d’intesa (MOU), pro­prio tra la Poli­ne­sia fran­ce­se e il Sea­stea­ding Insti­tu­te – un’organizzazione cali­for­nia­na fon­da­ta da Patri Fried­man e soste­nu­ta ini­zial­men­te da Thiel. Il pro­get­to pre­ve­de­va la crea­zio­ne di una Sea­Zo­ne, una zona eco­no­mi­ca spe­cia­le con un cer­to gra­do di auto­no­mia poli­ti­ca e lega­le, dove far fron­te all’in­nal­za­men­to del livel­lo dei mari. Un anno dopo la dichia­ra­zio­ne del gover­no loca­le, a segui­to di for­ti pro­te­ste da par­te del­la socie­tà civi­le e dell’opposizione poli­ti­ca, pre­oc­cu­pa­te per la sovra­ni­tà e l’impatto ambien­ta­le, nul­li­fi­ca­va la vali­di­tà di quell’accordo, facen­do nau­fra­ga­re l’operazione.

La seces­sio­ne tec­no-liber­ta­ria è un pro­get­to ammi­ni­stra­ti­vo, una sepa­ra­zio­ne resa pos­si­bi­le da con­trat­ti, ecce­zio­ni e fab­bri­ca­zio­ni giu­ri­di­che. L’utopia diven­ta una for­ma di pro­prie­tà, non un mon­do miglio­re per tut­ti, ma un mon­do sepa­ra­to per chi può per­met­ter­se­lo. Nel roman­zo que­sta genea­lo­gia resta sul­lo sfon­do, ma ser­ve come con­tro­cam­po: la cit­tà modu­la­re non arri­va solo come infra­strut­tu­ra, arri­va come pro­mes­sa di sovra­ni­tà a con­su­mo, dove la liber­tà coin­ci­de con la pos­si­bi­li­tà di riscri­ve­re le rego­le a par­ti­re dal capi­ta­le. Quel­la di Powers può leg­ger­si come cri­ti­ca strut­tu­ra­le al pote­re, alla sua capa­ci­tà di pre­sen­tar­si come nor­ma e, allo stes­so tem­po, di sot­trar­vi­si. Il pote­re è anar­chi­co, nel sen­so che pre­ten­de disci­pli­na, ma cam­bia le rego­le a pia­ci­men­to, fino a far­ne ciò che vuo­le.

L’oceano è già oggi uno spa­zio occu­pa­to, è attra­ver­sa­to da cor­ri­doi ener­ge­ti­ci e infor­ma­ti­vi, da quel­la rete mate­ria­le – cavi, fibra otti­ca, data cen­ter, rot­te – che ren­do­no pos­si­bi­le l’iperconnessione glo­ba­le e quin­di la stes­sa idea di un play­ground digi­ta­le. Nel roman­zo il mare vie­ne rac­con­ta­to come alte­ri­tà, e nel­lo stes­so tem­po come sup­por­to, come dor­sa­le: non più eco­si­ste­ma ma bac­kend, un’infrastruttura nasco­sta che fa fun­zio­na­re tut­to.

Con­vie­ne quin­di non fer­mar­ci al gio­co uma­no, altri­men­ti per­de­rem­mo una par­te fon­da­men­ta­le del cam­po, che è pro­prio l’oceano. Nel reef, nei coral­li, nei micro­bi, nel­le cor­ren­ti, ‘gio­ca­re’ signi­fi­ca adat­tar­si, intrec­ciar­si, rispon­de­re, pro­li­fe­ra­re. Eser­ci­ta­re una for­ma di agen­cy che con­si­ste nel­la pre­te­sa del­la vita stes­sa, e che con­ti­nua a gene­ra­re for­me diver­se. Per que­sto l’oceano è il con­trap­pun­to del­le vicen­de del roman­zo, non in quan­to ‘puro’, ma per­ché si impo­ne esi­sten­zial­men­te con­tro quel ten­ta­ti­vo – il sea­stea­ding – di ren­de­re l’acqua un ter­re­no, cioè di tra­sfor­ma­re un gio­co sen­za con­fi­ni in una pro­prie­tà. La tec­no­lo­gia non entra come sem­pli­ce anta­go­ni­sta ester­no, ma come varian­te o alter­na­ti­va capi­ta­li­sti­ca a un eco­si­ste­ma natu­ra­le pre­e­si­sten­te.

Eve­ly­ne Beau­lieu, l’oceanografa ispi­ra­ta alla vita del­la dot­to­res­sa Syl­via Ear­le, è il pre­te­sto, la figu­ra che pro­vo­ca il roman­zo: la sua pre­sen­za vale tan­to da ‘testi­mo­nial’, attra­ver­so l’esperienza scien­ti­fi­ca, quan­to da figu­ra qua­si miti­ca nel con­te­sto nar­ra­ti­vo. È descrit­ta con iro­nia e inten­si­tà emo­ti­va. L’immagine del­la bam­bi­na dodi­cen­ne cari­ca­ta di pesi e get­ta­ta in una pisci­na dal padre spe­ran­do di far­le rag­giun­ge­re il fon­do, come pri­mo test dell’aqua­lung – uno sca­fan­dro per immer­sio­ni d’avanguardia – è una sce­na ini­zia­ti­ca poten­te. Da lì in avan­ti uno degli obiet­ti­vi del­la vita di Eve­ly­ne sarà quel­lo di pro­va­re a tra­sfor­ma­re lo stu­po­re in un argi­ne: non un’estetica dell’oceano, ma una pra­ti­ca di dis­sua­sio­ne con­tro il rifles­so del “pro­gres­so” come espan­sio­ne ace­fa­la e sen­za limi­ti. Una bel­lez­za in gra­do di atti­va­re in noi una rispo­sta eti­ca. 

È la let­tu­ra del libro scrit­to dal­la Beau­lieu adul­ta, ricer­ca­tri­ce e divul­ga­tri­ce, non­ché pio­nie­ra del­la subac­quea, che por­te­rà Todd qual­che decen­nio più tar­di a inte­res­sar­si del mare e a rima­ner­ne rapi­to, accom­pa­gnan­do­lo con una sor­ta di feli­ce ango­scia per il resto del­la sua esi­sten­za:

“L’oceano bru­li­ca­va di vita pri­mor­dia­le – mostri rima­sti indie­tro nei vico­li più anti­chi dell’evoluzione – a for­ma di anel­lo, di tubo, sen­za for­ma, assur­di ibri­di ani­ma­li-vege­ta­li sen­za alcun dirit­to di esi­ste­re, ani­ma­li tal­men­te impro­ba­bi­li che mi chie­de­vo se non li aves­se inven­ta­ti la mia ama­ta autri­ce” (Powers 2025, 40).

Todd pen­se­rà sem­pre di ave­re come desti­no quel­lo di esse­re sep­pel­li­to in mare. Dive­ni­re, anch’egli, bar­rie­ra coral­li­na, come qual­sia­si rifiu­to o resto orga­ni­co. Quan­do ti por­ta sott’acqua e ti mostra un pia­ne­ta den­tro il pia­ne­ta, il libro tro­va alcu­ne del­le sue pagi­ne descrit­ti­ve più ispi­ra­te, un cata­lo­go di sen­si e intel­li­gen­ze inde­ci­fra­bi­li, crea­tu­re sba­lor­di­ti­ve, il bagno pri­mor­dia­le. Il mare diven­ta una lezio­ne su ciò che dura, su ciò che ritor­na, su ciò che si tra­sfor­ma, su quan­to poco ‘uma­no’ sia ciò che sostie­ne la vita:

“Ma là dove la luce non arri­va, anche gli occhi più gran­di del mon­do non riu­sci­va­no a scor­ge­re le vaste e fra­sta­glia­te cate­ne mon­tuo­se, le impo­nen­ti casca­te […] pano­ra­mi che non sareb­be­ro mai sta­ti con­tem­pla­ti da nes­sun esse­re viven­te” (Powers 2025, 466).

La mera­vi­glia, in que­sto libro, è mate­ria­le con­te­so. Accan­to agli abis­si arri­va­no i rot­ta­mi. Accan­to al subli­me, la spaz­za­tu­ra. Accan­to alle pro­mes­se di futu­ro, l’eredità colo­nia­le. Maka­tea è già cadu­ta una vol­ta. L’isola del­la Poli­ne­sia segna­ta dal­le minie­re fran­ce­si, dal degra­do dell’estrazione dei fosfa­ti, sfrut­ta­ta fino agli anni Ses­san­ta del seco­lo scor­so, e poi abban­do­na­ta alle sue cica­tri­ci: 

“C’erano elet­tri­ci­tà e fogna­tu­re, nego­zi, sale da biliar­do, un bistrò, cam­pi da ten­nis, un cam­po da cal­cio e per­si­no un cine­ma. C’erano anche mina­to­ri che soc­com­be­va­no a malat­tie pol­mo­na­ri e bam­bi­ni che mori­va­no a cau­sa dell’acqua con­ta­mi­na­ta” (Powers 2025, 48).

In ciò che resta dei suoi fon­da­li, una bot­ti­glia colo­niz­za­ta da spu­gne e cro­sta­cei con­du­ce a una doman­da: se la vita comin­cia a usa­re un rifiu­to, quel rifiu­to smet­te di esse­re un rifiu­to? O sia­mo noi a cer­ca­re asso­lu­zio­ne nel­la capa­ci­tà dell’ecosistema di arran­giar­si? Il que­si­to non resta con­fi­na­to sott’acqua. Per una par­te di Maka­tea l’offerta del sea­stea­ding è una pro­mes­sa di benes­se­re mate­ria­le che por­ta con sé un dan­no cer­to, ma ‘gover­na­bi­le’, com­pen­sa­bi­le, for­se per­si­no rias­sor­bi­bi­le; la con­vin­zio­ne, una sor­ta di inno­cen­za inte­res­sa­ta, che l’ecosistema con­ti­nue­rà a fare il suo cor­so nono­stan­te gli sgar­bi di que­sti mise­ra­bi­li uma­ni. Nell’autoassoluzione spo­stia­mo sul viven­te non-uma­no il com­pi­to di ripa­ra­re alle fra­gi­li­tà del pia­ne­ta.

La vita rina­sce anche sui relit­ti, una mano­po­la di acce­le­ra­to­re incro­sta­ta può diven­ta­re un pic­co­lo palaz­zo di orga­ni­smi, ma la resi­lien­za non è reden­zio­ne, la mera­vi­glia non con­so­la.

Ogni vol­ta che la bel­lez­za del mare sem­bra offrir­ci un rifu­gio mora­le, il roman­zo rimet­te davan­ti il con­to da paga­re: reef tra­sfor­ma­ti, fon­da­li colo­niz­za­ti, lagu­ne ricon­fi­gu­ra­te. La bel­lez­za degli ocea­ni vie­ne cat­tu­ra­ta da una nar­ra­ti­va eco­no­mi­ca e tec­no­lo­gi­ca che la usa come cor­ni­ce.

In Un gio­co sen­za fine, la bel­lez­za è solo un cam­po di bat­ta­glia. La comu­ni­tà di Maka­tea è costret­ta a sce­glie­re tra la scar­si­tà e una meta­mor­fo­si irre­ver­si­bi­le, una rot­tu­ra di quel pat­to eco­lo­gi­co così pecu­lia­re che ha tenu­to in vita le gen­ti degli atol­li da qual­che miglia­io di anni, in una del­le sto­rie di migra­zio­ne più affa­sci­nan­ti del nostro pia­ne­ta.

In Un gio­co sen­za fine i gran­di temi – ocea­no, capi­ta­le, tec­no­lo­gia, colo­nia­li­smo – non resta­no mai fuo­ri dai cor­pi. Entra­no nel­le rela­zio­ni, le lavo­ra­no dall’interno, ne cam­bia­no le rego­le. Maka­tea, non è un’utopia in sca­la ridot­ta, né una pre­de­sti­na­ta alla cata­stro­fe. Non è l’ultima inno­cen­za, né l’ultima sag­gez­za. Powers non fa dell’isola un alta­re né un tri­bu­na­le, la trat­ta come un orga­ni­smo poli­ti­co, con­trad­dit­to­rio, stan­co, attra­ver­sa­to da desi­de­ri incom­pa­ti­bi­li.

Davan­ti al refe­ren­dum che deci­de­rà il desti­no dell’isola la demo­cra­zia diven­ta una spe­cie di inven­ta­rio. C’è chi vota per il lavo­ro e per una vita meno pre­ca­ria; chi vota con­tro per­ché ha già visto cosa signi­fi­ca­no ‘svi­lup­po’ e ‘pro­gres­so’ quan­do ven­go­no dall’oceano aper­to dei capi­ta­li; chi teme che tut­to cam­bi, chi teme che nul­la cam­bi mai. Chi si aggrap­pa a un prin­ci­pio di digni­tà – meglio resta­re pove­ri pesca­to­ri che ope­rai ric­chi – e chi con­si­de­ra immo­ral­men­te roman­ti­ca quel­la stes­sa digni­tà. Chi vota per una nuo­va pro­spe­ri­tà, e chi per impe­di­re l’ingresso dei tran­sa­tlan­ti­ci nel­la baia. È il modo in cui la poli­ti­ca assor­be psi­co­lo­gia, super­sti­zio­ne, pau­ra.

Il roman­zo non è, quin­di, solo una sto­ria del rap­por­to tra eco­lo­gia e tec­no­lo­gia, ma una rifles­sio­ne sul­la dif­fi­col­tà di sce­glie­re sen­za tra­di­re. L’esito riguar­da gene­ra­zio­ni pas­sa­te e futu­re, riguar­da noi uma­ni tan­to quan­to le crea­tu­re che non par­la­no la lin­gua del dirit­to. Nel roman­zo qual­cu­no pro­va a vota­re ‘per con­to’ degli ani­ma­li del reef, gli squa­li, le man­te, i pesci far­fal­la. D’altronde, come la sto­ri­ca del­la scien­za Aman­da Rees fa nota­re in diver­si suoi lavo­ri – tra cui un volu­me cura­to dal­la stes­sa inti­to­la­to Ani­mal Agen­ts (2017) –, l’agentività non è una pro­prie­tà pri­va­ta del sin­go­lo indi­vi­duo, ma qual­co­sa che può emer­ge­re da una com­bi­na­zio­ne di rela­zio­ni: tra più cor­pi, più pra­ti­che, più ambien­ti. Un caval­lo e il suo cava­lie­re, per esem­pio, non som­ma­no due volon­tà: pro­du­co­no un ter­zo com­por­ta­men­to, fat­to di adde­stra­men­to, sen­si­bi­li­tà cor­po­rea, emo­ti­vi­tà e fidu­cia reci­pro­ca. Lo stes­so vale per un cane e il suo con­dut­to­re, o per la cate­na pasto­re-cane-greg­ge-pasco­li: ciò che ‘deci­de’ non è una men­te iso­la­ta, ma un intrec­cio di segna­li, vin­co­li, memo­rie, infra­strut­tu­re mate­ria­li. In que­sta pro­spet­ti­va, il reef non è un ogget­to muto o pas­si­vo, ma è già un insie­me di azio­ni distri­bui­te e di par­ti­co­la­ri com­pe­ten­ze – moda­li­tà del­lo ‘sta­re’ – che nel tem­po ren­do­no pos­si­bi­li, o che sono in gra­do di alte­ra­re, le nostre scel­te. Gli ani­ma­li nei seco­li, agen­do secon­do moti­va­zio­ni che sono inscrit­te nel­la loro esi­sten­za, han­no più vol­te modi­fi­ca­to la postu­ra cogni­ti­va e poli­ti­ca degli uma­ni.

L’ecologia comin­cia nel momen­to in cui l’umano accet­ta la respon­sa­bi­li­tà del­le rela­zio­ni che strin­ge con ciò che è intor­no a lui. E se, come scri­ve Timo­thy Mor­ton in Human­kind: Soli­da­ri­ty with Non-Human peo­ple (2017), la bel­lez­za impli­ca una for­ma di infe­sta­zio­ne – il vive­re ‘con’ altre enti­tà che ci attra­ver­sa­no – allo­ra anche la scel­ta col­let­ti­va dell’isola non è mai pura auto­no­mia, è una coa­bi­ta­zio­ne for­za­ta con agen­ti e infra­strut­tu­re, arti­fi­cia­li e orga­ni­che, vive e non vive.

Maka­tea, così, riman­da al mon­do per come oggi le scel­te col­let­ti­ve ven­go­no com­pres­se, tra ricat­to del­la soprav­vi­ven­za e per­di­ta di un equi­li­brio eco­lo­gi­co, tra desi­de­rio di futu­ro e rischio di nostal­gia, tra pro­mes­se di benes­se­re e impre­se ete­ro­di­ret­te. Nel modo in cui il pro­ces­so demo­cra­ti­co fati­ca a chiu­de­re i con­ti con la sca­la del rea­le, entra in cri­si e lascia sco­per­to un vuo­to ope­ra­ti­vo. Powers qui inse­ri­sce un nuo­vo paral­le­li­smo: anche la cri­si ambien­ta­le è spes­so rac­con­ta­ta come per­di­ta di con­trol­lo, come inca­pa­ci­tà di sta­re al timo­ne di pro­ces­si che supe­ra­no l’umano. Una per­di­ta simi­le a quel­la di Todd Kean, quan­do sco­pre di esse­re affet­to dal­la demen­za a cor­pi di Lewy, una malat­tia neu­ro­de­ge­ne­ra­ti­va, che por­ta il sog­get­to a una pro­gres­si­va per­di­ta del­la memo­ria e ver­so una mor­te da «ani­ma­le stor­di­to». La demen­za met­te in sce­na una nuo­va, ulte­rio­re, per­di­ta del pote­re deci­sio­na­le e di auto­so­sten­ta­men­to. In que­sti vuo­ti che si apro­no – demo­cra­ti­ci, eco­lo­gi­ci, cogni­ti­vi – entra­no altri atto­ri – infra­strut­tu­re, mer­ca­ti, algo­rit­mi – che si eser­ci­ta­no a sce­glie­re al posto nostro e che pren­do­no in cari­co ciò che non riu­scia­mo più a reg­ge­re.

La dia­gno­si del­la demen­za di Todd segna un pun­to di non ritor­no. Il roman­zo non la usa come dispo­si­ti­vo per un rego­la­men­to di con­ti, e non è nep­pu­re solo un ingre­dien­te dram­ma­ti­co o sim­bo­lo del decli­no. La trat­ta come una modi­fi­ca del­le rego­le del sé. Quan­do memo­ria e atten­zio­ne comin­cia­no a sgre­to­lar­si, anche il rap­por­to con l’altro algo­rit­mi­co cam­bia natu­ra: ciò che pri­ma era scam­bio, ora diven­ta dipen­den­za. In un pas­sag­gio deci­si­vo, Todd affi­da a uno scher­mo nero la fun­zio­ne che un tem­po spet­ta­va alla pro­pria men­te: ricor­da­re, orga­niz­za­re, tene­re insie­me. Non è sol­tan­to un gesto indi­vi­dua­le, è un gesto sto­ri­co: la fra­gi­li­tà cogni­ti­va ren­de desi­de­ra­bi­le ciò che altro­ve chia­me­rem­mo sor­ve­glian­za, e tra­sfor­ma un dispo­si­ti­vo in badan­te, archi­vio, inter­pre­te.

Quel­le che nel libro leg­gia­mo come le pagi­ne del dia­rio di Todd e del­la sua vita, sono in real­tà un lun­go prompt, che ser­ve a chie­de­re a un’IA: 

«Hai ana­liz­za­to miliar­di di imma­gi­ni, assi­mi­la­to cen­to miliar­di di docu­men­ti e let­to tri­lio­ni di paro­le tra­scrit­te. Hai impa­ra­to il gio­co di esse­re uma­ni […] Ades­so dim­mi come dovreb­be ter­mi­na­re que­sta lun­ga par­ti­ta.» (Powers 2025, 540)

Un’abdicazione luci­da. Todd non chie­de sol­tan­to un con­si­glio, chie­de una regia. E nel­la richie­sta c’è il cuo­re poli­ti­co del dispo­si­ti­vo, per­ché san­ci­sce come la sto­ria deb­ba esse­re rico­strui­ta da chi dispo­ne di tut­ti i dati. C’è qui un’autocitazione con Gala­tea 2.2, del 1995, nel lavo­ro di Powers. Ma men­tre in Gala­tea il pro­ta­go­ni­sta vie­ne illu­so di ave­re a che fare con un’IA coscien­te, che si sco­pre fra­gi­le quan­do sof­fre del dolo­re del mon­do, qui il movi­men­to è distin­to. Todd non cre­de che l’IA sia uma­na tan­to quan­to noi, cre­de che sia miglio­re di noi nel­le scel­te, anche quel­le rela­zio­na­li. La sua memo­ria è sta­ta tra­sfor­ma­ta in trac­ce, pre­fe­ren­ze, reso­con­ti, e con la sua memo­ria è pas­sa­to di mano anche il rac­con­to. L’algoritmo cioè non si limi­ta a rispon­de­re, ma accom­pa­gna il rit­mo, orien­ta le pre­fe­ren­ze, ricon­fi­gu­ra lo spa­zio dell’io. Non sia­mo più noi a rac­con­ta­re la nostra sto­ria.

Il tec­no­ca­pi­ta­li­smo, nel roman­zo, non ha biso­gno di masche­rar­si. Attra­ver­so ‘Pro­fun­da’ – il siste­ma ope­ra­ti­vo IA invia­to per assi­ste­re la popo­la­zio­ne di Maka­tea nel pro­ces­so deci­sio­na­le – Powers met­te in sce­na una tra­spa­ren­za cini­ca: il dan­no è pre­vi­sto, con­ta­bi­liz­za­to, ammes­so come costo ope­ra­ti­vo e con una disin­vol­tu­ra che ha il sapo­re di una pro­fe­zia ine­lu­di­bi­le. Un’onestà che non inter­rom­pe il pro­get­to colo­nia­le, lo ren­de più cre­di­bi­le. Pro­fun­da non è un ora­co­lo mali­gno e non ha biso­gno di esser­lo. Indos­sa la neu­tra­li­tà come una divi­sa: rac­co­glie, sele­zio­na, rias­su­me, met­te in fila.

Quan­do arri­va final­men­te il gior­no del refe­ren­dum, il voto su Maka­tea si effet­tua con pie­tre nere e bian­che, come le pedi­ne del Go, il gio­co tan­to ama­to da Rafi e Todd fino a quan­do le loro vite sono rima­ste intrec­cia­te. Negli scac­chi, la nar­ra­zio­ne è ver­ti­ca­le, è una tra­ge­dia baroc­ca: tut­to ruo­ta attor­no alla soprav­vi­ven­za di un sin­go­lo indi­vi­duo, il Re. Una vol­ta cadu­to lui, l’universo del gio­co col­las­sa. La vit­to­ria coin­ci­de con la cat­tu­ra. Nel Go, inve­ce, all’inizio, ogni pie­tra è iden­ti­ca e ha lo stes­so valo­re. La sua impor­tan­za non deri­va dal ‘ran­go’, ma dal­la sua posi­zio­ne e dal­le sue rela­zio­ni con le altre. Men­tre negli scac­chi il tabel­lo­ne si svuo­ta in un movi­men­to entro­pi­co, nel Go il tabel­lo­ne si riem­pie, si depo­si­ta. È un atto crea­ti­vo: si pas­sa dal vuo­to asso­lu­to a un’architettura com­ples­sa di ter­ri­to­ri ed equi­li­bri. L’arte di cir­con­da­re sen­za neces­sa­ria­men­te distrug­ge­re.

In que­sto con­ti­nuo riman­do tra fin­zio­ne e real­tà, Powers ricor­da quan­do nel 2016 l’algoritmo di Alpha­Go impa­rò a domi­na­re il gio­co del Go e bat­té il cam­pio­ne Lee Sedol. La poten­za di cal­co­lo otti­miz­za, pre­ve­de, stu­pi­sce, tra­sfor­man­do la scon­fit­ta in un lut­to cul­tu­ra­le per l’umanità. Il roman­zo, inve­ce, nar­ran­do le vicen­de di Maka­tea, insi­ste sul con­tra­rio: la par­ti­ta deci­si­va è quel­la che non si lascia ridur­re a cal­co­lo.

Per Powers, ogni par­ti­ta poli­ti­ca, eco­lo­gi­ca, tec­no­lo­gi­ca, fini­sce per rical­ca­re una par­ti­ta inti­ma, con gli stes­si vin­co­li, gli stes­si cedi­men­ti, la stes­sa asim­me­tria tra ciò che si vor­reb­be sce­glie­re e ciò che si rie­sce a sce­glie­re. Il roman­zo fun­zio­na là dove pren­de un con­flit­to che sem­bra trop­po gran­de – l’oceano come ipe­rog­get­to, il capi­ta­lo­ce­ne come for­za geo­po­li­ti­ca, la tec­no­lo­gia come nuo­vo sog­get­to deci­sio­na­le – e lo fa pas­sa­re attra­ver­so deci­sio­ni che han­no la misu­ra del­la vita quo­ti­dia­na. Ogni gesto riman­da a un’altra sca­la, e ogni sca­la ribal­ta il sen­so del gesto.

Bio­gra­fie, ritor­ni, lut­ti, malat­tie, amo­ri non cor­ri­spo­sti, men­zo­gne, frain­ten­di­men­ti: l’accumulo è il moto­re del­la pro­sa power­sia­na. Powers, in que­sto caso, sem­bra affi­dar­si all’idea che, aggiun­gen­do stra­ti, la veri­tà emer­ga per satu­ra­zio­ne. È un meto­do che pro­du­ce ampiez­za e a trat­ti una cifra qua­si docu­men­ta­ria, ter­mi­nan­do per ave­re un costo nar­ra­ti­vo. Il sea­stea­ding, il sogno del­la zona fran­ca tec­no-capi­ta­li­sta, nel libro è pre­sen­te come un mirag­gio che arre­tra men­tre la nar­ra­zio­ne avan­za. Supe­ra­ta la metà del roman­zo, il let­to­re con­di­vi­de un poco del­lo spae­sa­men­to dei suoi per­so­nag­gi. Alcu­ni nuclei tema­ti­ci appa­io­no dilui­ti o debol­men­te assor­ti­ti, chie­do­no al let­to­re di attra­ver­sa­re una mate­ria emo­ti­va e infor­ma­ti­va mol­to ampia, per arri­va­re a una deci­sio­ne che, pro­prio per­ché coin­vol­ge vite e tem­pi fram­men­ta­te, o non pie­na­men­te rap­pre­sen­ta­bi­li, non sem­bra poter­si chiu­de­re in modo com­piu­to. I capi­to­li dedi­ca­ti a Eve­ly­ne, ad esem­pio, alla sua para­bo­la fami­lia­re, in qua­li­tà di madre, esplo­ra­tri­ce, scrit­tri­ce, al suo appro­do su Maka­tea ormai novan­ten­ne, non espri­mo­no appie­no la for­za sim­bo­li­ca di cui sem­bra­va dover esse­re inve­sti­ta.

Que­sta scel­ta di tra­ma, d’altronde, sem­bra anche l’unica via per­cor­ri­bi­le all’interno del libro: se la bio­sfe­ra non appar­tie­ne più a noi ma al tec­no­ca­pi­ta­li­smo, chi potrà anco­ra appren­der­ne gli inse­gna­men­ti eco­lo­gi­ci? Chi avrà acces­so a quel­la peda­go­gia del­la coe­si­sten­za con il resto del­la vita non-uma­na? I pro­ta­go­ni­sti di Un Gio­co Sen­za Fine lot­ta­no per la sem­pli­ce soprav­vi­ven­za, fan­no a spal­la­te nel­la Sto­ria per resta­re alme­no, anco­ra, nel­la mischia, nel cam­po di gio­co. Posti davan­ti alla scel­ta tra il futu­ro e chi lo detie­ne, non c’è una solu­zio­ne che pos­sa lascia­re dav­ve­ro sod­di­sfat­ta una del­le par­ti. Al con­tra­rio, la doman­da che resta è la pos­si­bi­li­tà stes­sa di un fina­le da con­tem­pla­re sen­za inter­fe­ren­ze ester­ne. Nell’ultima pagi­na, il nar­ra­to­re, l’IA onni­scien­te che ci osser­va dai satel­li­ti, dal­le bar­che, dai com­pu­ter, cer­ca di inter­pre­ta­re gli sguar­di e gli umo­ri degli uma­ni di Maka­tea in atte­sa di un nuo­vo refe­ren­dum, e scri­ve:

“Che cosa ti sem­bra? Chia­ma­lo per quel­lo che è. Ogni dan­za è un gio­co, e ogni gio­co la sua stes­sa miglior spie­ga­zio­ne. Tut­ti gli esse­ri viven­ti, anche noi arri­va­ti da poco… Che cosa fan­no mai tut­te le crea­tu­re – io com­pre­so – in ogni istan­te se non gio­ca­re nel mon­do, gio­ca­re davan­ti al loro arte­fi­ce e al suo divi­no armeg­gia­re?” (Powers 2025, 552)

Foto­gra­fia di Oli­vér Lan­tos

Biblio­gra­fia

Brous­sard, Mere­dith. 2018, 12 giu­gno, “The mind in the machi­ne”, Aeon. https://aeon.co/essays/imagine-if-we-didnt-fear-the-machines-of-our-own-making

Capar­ros, Mar­tin. 2017, 31 luglio. “Le cit­tà gal­leg­gian­ti sono la nuo­va uto­pia dei miliar­da­ri”, Inter­na­zio­na­le. https://www.internazionale.it/opinione/martin-caparros/2017/07/31/citta-galleggianti-seasteading 

Mor­ton, Timo­thy. 2017. Human­kind: Soli­da­ri­ty with Non-Human Peo­ple, Ver­so Books, Lon­don.

Powers, Richard. 1995. Gala­tea 2.2, Far­rar, Straus and Giroux, New York.

Powers, Richard. 2025. Un gio­co sen­za fine, La nave di Teseo, Mila­no.

Rees, Aman­da (a cura di). 2017. Ani­mal Agen­ts: The Non-Human in the Anth­ro­po­ce­ne, Cam­brid­ge Uni­ver­si­ty Press, Cam­brid­ge.

Sand­ler Clar­ke, Joe. 2021, 24 giu­gno, “Isle of the bil­lio­nai­res: the blue fron­tier of sea­stea­ding”, The Guar­dian. https://www.theguardian.com/news/2021/jun/24/islands-miliardaires-blue-frontier-seasteading-bitcoin-property-rights

The Sea­stea­ding Insti­tu­te. 2024. https://www.seasteading.org/. Sito web uffi­cia­le dell’organizzazione no-pro­fit fon­da­ta da Patri Fried­man e Peter Thiel per la pro­mo­zio­ne di comu­ni­tà sovra­ne gal­leg­gian­ti.

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