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Luglio
23 Luglio 2026

IL SUO­NO DEL DIS­SEN­SO

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Come rispon­de la musi­ca agli even­ti che model­la­no la sto­ria? E d’altronde, la musi­ca si limi­ta a rispon­de­re, o ha un ruo­lo atti­vo in que­sto model­la­men­to? Le can­zo­ni pos­so­no influen­za­re le opi­nio­ni del­le per­so­ne, spin­gen­do­le ad ade­ri­re o vice­ver­sa a distan­ziar­si dai discor­si dei loro rap­pre­sen­tan­ti poli­ti­ci?

Sen­za pre­ten­de­re di dare una rispo­sta esau­sti­va a que­ste doman­de, pro­po­nia­mo una rifles­sio­ne a par­ti­re dall’analisi di un con­te­sto cul­tu­ra­le spe­ci­fi­co, quel­lo del­la Rus­sia attua­le. Come vedre­mo, si trat­ta di un con­te­sto in cui la reto­ri­ca nazio­na­li­sta a soste­gno del­le poli­ti­che guer­ra­fon­da­ie è per­va­si­va, ma in cui d’altra par­te si regi­stra­no del­le spin­te oppo­ste, mos­se dall’impegno a con­tra­sta­re det­ta reto­ri­ca smon­tan­do­ne i pila­stri ideo­lo­gi­ci.

L’o­pe­ra­zio­ne mili­ta­re spe­cia­le ini­zia­ta il 24 feb­bra­io 2022 – già dall’assegnazione di que­sto nome alla guer­ra in Ucrai­na si evin­ce la tor­sio­ne lin­gui­sti­ca che la suf­fra­ga – è la con­ti­nua­zio­ne di “un’altra ope­ra­zio­ne spe­cia­le con­dot­ta sul­la memo­ria sto­ri­ca Rus­sa, che rimo­del­la aggres­si­va­men­te l’auto-percezione del­la nazio­ne e la sua com­pren­sio­ne del­la sto­ria” (Kapae­va 2023, 21). La pro­pa­gan­da puti­ni­sta ha sapien­te­men­te costrui­to una nar­ra­zio­ne in cui il pas­sa­to si avvin­ghia al pre­sen­te, model­lan­do l’attuale con­flit­to in una diret­ta pro­se­cu­zio­ne del­la Secon­da Guer­ra Mon­dia­le – o Gran­de Guer­ra Patriot­ti­ca, come è chia­ma­ta in rus­so. Non solo: la per­ce­zio­ne comu­ne che que­sta nar­ra­zio­ne ha tra­smes­so è che l’Unione Sovie­ti­ca non sia mai fini­ta, che abbia cam­bia­to valu­ta poli­ti­ca, ma non sostan­za ideo­lo­gi­ca. Que­sto appa­ren­te para­dos­so si spie­ga col fat­to che il fon­da­men­to ideo­lo­gi­co dell’URSS non era tan­to il comu­ni­smo, quan­to il nazio­na­li­smo, l’idea del­la Gran­de Patria da ono­ra­re e difen­de­re. In effet­ti, già nel 2014 Ser­gej Med­ve­dev ave­va osser­va­to che “l’intera iden­ti­tà Rus­sa moder­na è costrui­ta sull’ideologema del­la vit­to­ria sul Nazi­smo”. Con que­sto ideo­lo­ge­ma  si spie­ga il suc­ces­so del­la reto­ri­ca del­la dena­zi­fi­ca­zio­ne che legit­ti­ma e trai­na l’operazione mili­ta­re in Ucrai­na, e che si avva­le di slo­gan ner­bo­ru­ti e minac­cio­si, come il “pos­sia­mo ripe­ter­lo” che appa­re in for­ma di meme, scrit­ta sui muri e stic­ker sul­le auto­mo­bi­li, e che è talo­ra asso­cia­to all’imma­gi­ne di una per­so­na sti­liz­za­ta, con fal­ce e mar­tel­lo al posto del­la testa, inten­ta a stu­prar­ne un’altra con una testa-sva­sti­ca. Il mes­sag­gio sot­tin­te­so allo slo­gan è: pos­sia­mo anni­chi­li­re gli attua­li nemi­ci, come in pas­sa­to abbia­mo scon­fit­to i nazi­sti. La peren­to­rie­tà del man­tra – in nul­la ridot­ta, anzi sem­mai poten­zia­ta, dal­la sua allu­si­vi­tà – con­tri­bui­sce, in com­bi­na­zio­ne con l’iconografia del­lo stu­pro, a cemen­ta­re un ethos musco­lar­men­te bel­li­ci­sta e machi­sta.

In Genea­lo­gia del­la mora­le, Nie­tzsche ([1887] 1984) chia­ma­va res­sen­ti­ment quel sen­so di irri­me­dia­bi­le offe­sa che deter­mi­na e giu­sti­fi­ca una spi­ra­le inin­ter­rot­ta di vio­len­za. L’attuale atmo­sfe­ra poli­ti­ca rus­sa sem­bra domi­na­ta da que­sto tipo di risen­ti­men­to, un’offesa sen­za riscat­to che, a distan­za di ottant’anni, con­ti­nua a rin­fo­co­la­re le bra­ci dell’ardore ven­di­ca­ti­vo con­tro il nemi­co ester­no. Il fat­to che quest’ultimo abbia cam­bia­to vol­to è un det­ta­glio acces­so­rio: più che la natu­ra, con­ta la figu­ra del nemi­co. Que­sto sen­ti­men­to, che tro­va la sua mas­si­ma espres­sio­ne nel Gior­no del­la Vit­to­ria sul nazi­smo, è la tap­pa più recen­te di un per­cor­so sto­ri­co mar­ca­to e rifles­so dai discor­si uffi­cia­li. Nei tur­bo­len­ti anni Novan­ta domi­na­ti dal diso­rien­ta­men­to, dal­le depri­va­zio­ni mate­ria­li post-dis­so­lu­zio­ne dell’URSS e dal disor­di­ne socia­le, que­sti discor­si atte­sta­va­no una con­di­zio­ne di afa­sia (Uša­kin 2009), ovve­ro di assen­za di rife­ri­men­ti sta­bi­li nel pre­sen­te, che por­ta­va ad attin­ge­re esclu­si­va­men­te alle for­me sim­bo­li­che del pas­sa­to. Con quest’assenza si spie­ga il per­si­sten­te impie­go, negli anni Novan­ta e Zero, di imma­gi­ni e lin­guag­gi radi­ca­ti nel­la cul­tu­ra sovie­ti­ca, con­flui­to in una pro­du­zio­ne pop – musi­ca­le, cine­ma­to­gra­fi­ca e let­te­ra­ria – lar­ga­men­te incen­tra­ta sul­la rie­vo­ca­zio­ne del perio­do appe­na tra­scor­so e del suo lin­guag­gio. Atten­zio­ne: afa­sia non equi­va­le a nostal­gia. L’afasico anco­rag­gio al vec­chio non è det­ta­to dal­la volon­tà di tor­na­re indie­tro, quan­to dall’incapacità di guar­da­re avan­ti. Per usa­re un’immagine cara a Karl Marx e a Mark Fisher (2014), pas­san­do per Der­ri­da (1994), lo spet­tro del comu­ni­smo – e del­la sua decli­na­zio­ne poli­ti­ca, il socia­li­smo rea­le – ha infe­sta­to il mon­do post-sovie­ti­co, con­ti­nuan­do a pla­smar­ne l’immaginario cul­tu­ra­le. In effet­ti, la malin­co­nia di ieri ha lastri­ca­to la stra­da alla fasto­si­tà di oggi: la reto­ri­ca del­la vit­to­ria sul nazi­fa­sci­smo (eret­ta, come abbia­mo det­to, a sim­bo­lo patriot­ti­co tout-court) si è inne­sta­ta sul­lo sfon­do afa­si­co, tra­sfor­man­do la sof­fe­ren­za pati­ta in gran­deur oltrag­gia­ta, ovve­ro nell’humus che nutre la reto­ri­ca del res­sen­ti­ment. Il pas­sag­gio è sta­to mor­bi­do ma deci­si­vo: nel 2015 lo scrit­to­re nazio­na­li­sta Alek­san­dr Pro­kha­nov, par­te­ci­pan­do al set­tan­te­si­mo anni­ver­sa­rio del Gior­no del­la Vit­to­ria, si ral­le­gra­va che il sen­so di scon­fit­ta e di impo­ten­za dei pri­mi anni Novan­ta fos­se sta­to final­men­te supe­ra­to. Non è dif­fi­ci­le indo­vi­na­re, nel discor­so nazio­na­li­sta emble­ma­tiz­za­to dal­la cele­bra­zio­ne del 9 mag­gio, una mano­vra che ribal­ta di segno que­sto sen­ti­re, con­ver­ten­do la scon­fit­ta in vit­to­ria, l’impotenza in for­za. Al net­to del­la sua depre­ca­bi­li­tà, la saga­cia di que­sta mano­vra è indi­scus­sa, con­si­de­ran­do il pro­di­gio­so equi­li­bri­smo ideo­lo­gi­co con cui la gran­dio­si­tà sovie­ti­ca è com­me­mo­ra­ta da uno Sta­to sor­ret­to su un’economia capi­ta­li­sta e su una legit­ti­ma­zio­ne qua­si dar­wi­ni­sta del­le aspre dise­gua­glian­ze socia­li.

Assie­me all’appropriazione sim­bo­li­ca del­la vit­to­ria con­tro il nazi­fa­sci­smo, la costru­zio­ne puti­ni­sta del con­sen­so si nutre dell’appropriazione di rife­ri­men­ti let­te­ra­ri estra­po­la­ti dal con­te­sto del­la loro com­po­si­zio­ne. Si coop­ta­no gran­di scrit­to­ri qua­li Puš­kin, Tol­stoj, Dostoe­v­skij, Brod­skij – che, come ricor­da Anna Narin­ska­ja, non pos­so­no ribel­lar­si in quan­to mor­ti – per rin­sal­da­re l’idea del­la Gran­de Rus­sia, il cui pro­get­to è mes­so a repen­ta­glio da chi non vi ade­ri­sce in toto. Un esem­pio pale­se di quest’appropriazione è la rimo­du­la­zio­ne dell’immagine del gran­de poe­ta otto­cen­te­sco Puš­kin: già tre anni pri­ma del­lo scop­pio del­la guer­ra in Ucrai­na, in occa­sio­ne dell’anniversario del­la sua nasci­ta, la testa­ta pro-Crem­li­no Izve­stia (Известия) ne dipin­se un ritrat­to distor­to in chia­ve patriot­ti­ca e mili­ta­ri­sta. Que­ste distor­sio­ni for­za­no l’interpretazione fazio­sa di una let­te­ra­tu­ra così immen­sa che ridur­la ad alto­par­lan­te del pote­re è un’amputazione di signi­fi­ca­to, una for­ma di cul­tu­ri­ci­dio.

In rea­zio­ne a que­sto cli­ma cul­tu­ra­le si strut­tu­ra quel­lo che Surin (2024) defi­ni­sce il de-res­sen­ti­ment del­la poe­ti­ca anti­pu­ti­ni­sta, ovve­ro un ribal­ta­men­to del res­sen­ti­ment a fini demi­sti­fi­ca­to­ri. Il de-res­sen­ti­ment si espli­ca rove­scian­do i rife­ri­men­ti del­la pro­pa­gan­da, spes­so median­te la loro iper­bo­liz­za­zio­ne: così, il Gior­no del­la Vit­to­ria diven­ta un Gior­no del­la Scon­fit­ta; si invi­ta a lasciar ripo­sa­re i com­bat­ten­ti cadu­ti – sen­za con ciò dimen­ti­car­li – anzi­ché con­ti­nua­re a far­ne un sim­bo­lo di glo­ria patriot­ti­ca; nel­la cor­ni­ce discor­si­va del­la guer­ra con­ti­nua, alla nar­ra­zio­ne del­la vit­to­ria per­ma­nen­te si sosti­tui­sce quel­la del dolo­re per­ma­nen­te.

In que­sta cor­ni­ce, che spa­zio occu­pa la musi­ca? Impos­si­bi­le defi­nir­lo, spe­cial­men­te nel­la mio­pia a cui con­dan­na la sin­cro­nia di feno­me­no e osser­va­zio­ne. Di cer­to, però, è uno spa­zio cen­tra­le, coa­bi­ta­to dal­la poe­sia, che del­la musi­ca è paren­te stret­tis­si­ma.

È impor­tan­te ricor­da­re che in epo­ca sovie­ti­ca la musi­ca si con­fi­gu­rò non solo come un cam­po pri­vi­le­gia­to del­lo scon­tro tra pro­pa­gan­da e dis­si­den­za, ma anche come for­za in gra­do di influen­za­re e orien­ta­re poli­ti­ca­men­te il pub­bli­co. Il rock e la can­zo­ne d’au­to­re in URSS par­te­ci­pa­ro­no alla for­ma­zio­ne di ambien­ti con­tro­cul­tu­ra­li alter­na­ti­vi rispet­to alle strut­tu­re uffi­cia­li del regi­me, avva­lo­ran­do la tesi di Atta­li (1978) secon­do cui la musi­ca può con­tri­bui­re a pro­dur­re e ride­fi­ni­re i rap­por­ti socia­li e poli­ti­ci. La cul­tu­ra del samiz­dat (самиздат, auto­pub­bli­ca­zio­ne) ha pro­dot­to sin dall’epoca sta­li­ni­sta pra­ti­che con­tro­cul­tu­ra­li di dif­fu­sio­ne musi­ca­le: il magni­tiz­dat (магнитиздат) e il roent­ge­niz­dat (рентгениздат), ovve­ro la ripro­du­zio­ne e cir­co­la­zio­ne ille­ga­le di dischi e cas­set­te proi­bi­ti, spes­so tra­mi­te inci­sio­ne su lastre radio­gra­fi­che tra­fu­ga­te dagli ospe­da­li e meta­mor­fiz­za­te in pla­stin­ki na kost­jach (пластинки на костях), ovve­ro dischi sul­le ossa. Non­ché la loro decli­na­zio­ne per­for­ma­ti­va, il feno­me­no dei kvar­tir­ni­kiвартирники), dei con­cer­ti clan­de­sti­ni, spes­so ad alto tas­so alco­li­co, orga­niz­za­ti negli appar­ta­men­ti comu­ni e a cui si acce­de­va tra­mi­te pas­sa­pa­ro­la.

Se da un lato il livel­lo di pres­sio­ne poli­ti­ca oggi è tale che la musi­ca è gene­ral­men­te depo­li­ti­ciz­za­ta, si regi­stra­no tut­ta­via alcu­ne espe­rien­ze signi­fi­ca­ti­ve sul fron­te del­la musi­ca anti-Crem­li­no, men­tre le voci musi­ca­li filo-sta­ta­li sono rela­ti­va­men­te poche e in gene­re meno apprez­za­te. In un’intervista del 2023, l’autorevole scrit­to­re e cri­ti­co musi­ca­le Arte­my Troic­kij (resi­den­te in Esto­nia da agen­te stra­nie­ro) ha defi­ni­to il rock uffi­cia­le, insie­me al cosid­det­to Z‑pop (dove Z è la let­te­ra che iden­ti­fi­ca l’operazione mili­ta­re in Ucrai­na), “di secon­da clas­se” e ha rife­ri­to di un pano­ra­ma musi­ca­le scis­so in due com­par­ti­men­ti sta­gni: la pes­si­ma musi­ca pro­dot­ta in Rus­sia – tut­ta filo-sta­ta­le, sal­vo alcu­ne apprez­za­bi­li ecce­zio­ni nei cir­co­li più under­ground, al ripa­ro dal­lo scan­ner isti­tu­zio­na­le – e la viva­ce musi­ca pro­dot­ta fuo­ri dal­la Rus­sia.

In effet­ti, tut­ti gli arti­sti di una cer­ta rile­van­za nel pano­ra­ma nazio­na­le sono dovu­ti emi­gra­re per poter con­ti­nua­re a com­por­re e dif­fon­de­re musi­ca non alli­nea­ta alla reto­ri­ca di Sta­to. Un’eccezione è rap­pre­sen­ta­ta dal lea­der del­la sto­ri­ca band rock DDT, Jurij Ševčuk, il qua­le, pur essen­do sta­to accu­sa­to di get­ta­re discre­di­to sull’esercito rus­so per l’aver con­te­sta­to la reto­ri­ca patriot­ti­ca duran­te un con­cer­to a Ufa, arri­van­do a dire che “la patria non è il culo del pre­si­den­te da lec­ca­re e bacia­re”, non ha subi­to gra­vi riper­cus­sio­ni per­so­na­li: evi­den­te­men­te l’amore del pub­bli­co lo ha dota­to di una rela­ti­va intoc­ca­bi­li­tà – che ricor­da per cer­ti aspet­ti quel­la di alcu­ni arti­sti sovie­ti­ci, silen­zia­ti e tut­ta­via trop­po popo­la­ri per esse­re espul­si, qua­li Vla­di­mir Vysoc­kij, Bulat Oku­dža­va e Alek­san­dr Galič, la cui musi­ca non uffi­cia­le cir­co­la­va, sin dall’inizio del­la loro atti­vi­tà sot­to il regi­me sta­li­ni­sta, tra­mi­te il già cita­to magni­tiz­dat. Il suc­ces­so di Ševčuk, lun­gi dall’essere mina­to, sem­bra esse­re sta­to sem­mai accre­sciu­to dal­la sua espo­si­zio­ne pub­bli­ca, per­ce­pi­ta come segno di one­stà intel­let­tua­le anche dal pub­bli­co che non ne con­di­vi­de la mar­ca ideo­lo­gi­ca. Anche gli ascol­ta­to­ri che sup­por­ta­no la poli­ti­ca sta­ta­le, infat­ti, rico­no­sco­no negli arti­sti anti-Crem­li­no un’autenticità che inve­ce non vedo­no negli Z‑artisti: for­se il mino­re suc­ces­so di que­sti ulti­mi si può spie­ga­re pro­prio con il loro esse­re sospet­ta­ti di stru­men­ta­liz­za­re l’ideologia patriot­ti­ca per inte­res­se per­so­na­le.

In que­sto pano­ra­ma, la stra­te­gia gover­na­ti­va in ambi­to musi­ca­le sem­bra esse­re orien­ta­ta prin­ci­pal­men­te alla repres­sio­ne del dis­sen­so – tan­to più minac­cio­so quan­to più è popo­la­re chi lo pro­fes­sa. Que­sta stra­te­gia è emble­ma­tiz­za­ta dal discor­so del 16 Mar­zo 2022 in cui Putin ha esor­ta­to aper­ta­men­te a distin­gue­re tra veri patrio­ti e tra­di­to­ri, e a spu­ta­re via que­sti ulti­mi come un inset­to fini­to acci­den­tal­men­te in boc­ca – una puri­fi­ca­zio­ne del­la socie­tà che il pre­si­den­te ha defi­ni­to natu­ra­le e neces­sa­ria.

D’altronde, all’epurazione del­le voci dis­si­den­ti si accom­pa­gna il sup­por­to uffi­cia­le agli arti­sti alli­nea­ti. In que­sto dop­pio movi­men­to si può rin­trac­cia­re un paral­le­li­smo con le poli­ti­che cul­tu­ra­li Brež­ne­via­ne. Infat­ti, negli anni Ses­san­ta il regi­me pro­pul­se un’omogeneizzazione del tes­su­to musi­ca­le tra­mi­te la conia­zio­ne dell’etichetta for­ma­le di VIA (Ensem­ble Voca­li-Stru­men­ta­li) per iden­ti­fi­ca­re i grup­pi auto­riz­za­ti a pub­bli­ca­re ed esi­bir­si – grup­pi la cui inof­fen­si­vi­tà testua­le e sti­li­sti­ca si tra­du­ce­va in ine­so­ra­bi­le bana­li­tà. Così oggi i cen­so­ri e i pro­dut­to­ri musi­ca­li rus­si “sono atti­va­men­te coin­vol­ti nel col­ti­va­re una sce­na musi­ca­le che rie­cheg­gia la pro­pa­gan­da di sta­to, appog­gian­do sen­ti­men­ti pro-sta­to e pro-guer­ra” (Gan­ska­ya 2024), e tut­ta­via  fal­len­do nel repe­ri­re voci abba­stan­za ori­gi­na­li da cat­tu­ra­re il cuo­re del­le mas­se di ascol­ta­to­ri.

Un ten­ta­ti­vo mem­bru­to, ancor­ché affan­no­so, di sop­pe­ri­re alla caren­za di inni patriot­ti­ci nel­la musi­ca con­tem­po­ra­nea è sta­to la crea­zio­ne nel 2023, da par­te del pro­du­cer Oleg Gaz­ma­nov, del con­cor­so Rod­ni­ki (Родники) – sor­gen­ti, paro­la dal­la cui radi­ce rod (род) deri­va anche rodi­na (родина), patria – , sul cui sito figu­ra­no i tito­li Gospod’ segod­nya dumaet po-rus­ski! (Господь сегодня думает по-русски! Il Signo­re oggi pen­sa in rus­so!), Krim s Ros­siei v ser­d­ce nav­seg­da” (Крым с Россией в сердце навсегда La Cri­mea con la Rus­sia per sem­pre nel cuo­re), NATO, ne nado (NATO, не надо NATO, non ser­vi). Nono­stan­te il dub­bio valo­re arti­sti­co di que­ste can­zo­ni, l’iniziativa si è espan­sa, por­tan­do per­si­no alla crea­zio­ne di una ver­sio­ne junior del con­cor­so, Rodniki.Deti (Родники.Дети).

Tra le voci pop in sin­to­nia con il discor­so sta­ta­le, spic­ca quel­la di Sha­man, all’anagrafe Jaro­slav Dro­nov. La sua impor­tan­za nel pano­ra­ma musi­ca­le uffi­cia­le è illu­stra­ta dal fat­to che lo sho­w­man Ale­xan­dr Gud­kov è sta­to pro­ces­sa­to per inci­ta­men­to all’odio e umi­lia­zio­ne del­la digni­tà uma­na – un cri­mi­ne puni­bi­le con la deten­zio­ne fino a cin­que anni – per la sua paro­dia del video­clip del­la can­zo­ne di Sha­man Ja rus­skij (Я русский). Que­sto bra­no tra­su­da un nazio­na­li­smo fon­da­to sull’orgoglio dell’appartenenza ter­ri­to­ria­le e sul­la reto­ri­ca per­se­cu­to­ria, come atte­sta­no i ver­si: “Sono rus­so / Ho il san­gue di mio padre/ Sono rus­so e for­tu­na­to / Sono rus­so, a dispet­to di tut­to il mon­do” (Я русский, моя кровь от отца / Я русский, и мне повезло / Я русский всему миру назло!). Sia il testo che la musi­ca pre­sta­no facil­men­te il fian­co alla cari­ca­tu­ra, con la loro piat­tez­za ano­di­na non sana­ta dal maquil­la­ge sce­no­gra­fi­co del video. Ed è pro­prio la pover­tà di con­te­nu­ti, più che la loro colo­ra­zio­ne ideo­lo­gi­ca, che la paro­dia di Gud­kov, inti­to­la­ta Ja uzkij (Sono stret­to — Я узкий), pren­de in giro. Que­sta paro­dia è così soft che l’asprezza del­la con­dan­na abbat­tu­ta­si sul suo auto­re si spie­ga, più che con la pre­sun­ta offen­si­vi­tà del video, con un nume­ro di visua­liz­za­zio­ni – 6 milio­ni e mez­zo – tale da far teme­re lo scher­no col­let­ti­vo del gio­va­ne can­tan­te pop assur­to ad aral­do del­la reto­ri­ca di Sta­to.

Si noti, per inci­so, che del­lo stes­so video di Sha­man esi­ste anche una paro­dia di Ded Archi­med, all’anagrafe Dmi­trij Niko­lae­vič Pur­kin, dai toni deci­sa­men­te più infer­vo­ra­ti e poli­ti­ci: l’assenza di riper­cus­sio­ni lega­li in que­sto caso si spie­ga con il fat­to che l’artista risie­de­va già all’estero al momen­to del­la pub­bli­ca­zio­ne del video.

Sul­lo stes­so fron­te di Sha­man è alli­nea­to il rap­per Rič, la cui can­zo­ne del 2022 Grjaz­na­ja Rabo­ta (грязная работа) incen­sa i sol­da­ti al fron­te per il loro “lavo­ro spor­co” (que­sta la tra­du­zio­ne del tito­lo) in dife­sa di una popo­la­zio­ne civi­le ane­ste­tiz­za­ta nel com­fort. Nel video del­la can­zo­ne scor­ro­no le imma­gi­ni di gio­va­ni sol­da­ti che spa­ra­no, cor­ro­no e gui­da­no vei­co­li mili­ta­ri, tra esplo­sio­ni e mace­rie. Va det­to che dal testo tra­pe­la una con­ce­zio­ne ambi­va­len­te del­la guer­ra, di cui da un lato si enfa­tiz­za la neces­si­tà, ma dall’altro si deplo­ra la cru­del­tà, come evi­den­zia­to dai ver­si: “Sal­va il popo­lo orto­dos­so dai pro­iet­ti­li nemi­ci di que­sta guer­ra cru­de­le” (Спаси народ православный от вражеских пуль жестокой войны) e “Fa’ che la pace arri­vi pre­sto” (пускай же мир скорей придет). Que­sta appa­ren­te ambi­va­len­za, lun­gi dal sol­le­va­re dub­bi sul­la giu­sti­zia del­la guer­ra, ser­ve in real­tà a rin­for­zar­ne la legit­ti­ma­zio­ne, in base all’assunto per cui biso­gna pur che qual­cu­no fac­cia il lavo­ro spor­co. Per quan­to dura e dolo­ro­sa, la guer­ra è neces­sa­ria: l’alternativa è soc­com­be­re al nemi­co, esser­ne fago­ci­ta­ti. Illu­stra­ti­vo del nodo discor­si­vo con cui Rič lega la neces­si­tà del­la guer­ra alla dife­sa del­la patria è un altro suo sin­go­lo, usci­to nel 2023 e inti­to­la­to Moja Rodi­na (Моя Родина, la mia Patria), in cui il trat­teg­gio di vio­len­te imma­gi­ni di guer­ra si mesco­la alla riven­di­ca­zio­ne patriot­ti­ca di rife­ri­men­ti mate­ria­li (come la vod­ka) e cul­tu­ra­li (i gran­di roman­zi).

Un altro rap­per filo-Crem­li­no è MACAN, che in Leg­ko li byt’ molo­dym (È faci­le esse­re gio­va­ne?) can­ta: “Glo­ria alla Rus­sia, lì dove sei nato sarai uti­le” (Слава России, где родишься — там и пригодишься). Il tito­lo del bra­no è una cita­zio­ne dell’omonimo film-docu­men­ta­rio di Juris Pod­nieks del 1986 sul­le dif­fi­col­tà socia­li e psi­co­lo­gi­che del­la gio­ven­tù tar­do-sovie­ti­ca, a sua vol­ta cita­to dal­la band Cen­tr nel sin­go­lo omo­ni­mo del 2010. Il riman­do del­la cita­zio­ne è sin­to­ma­ti­co del già illu­stra­to anco­rag­gio a rife­ri­men­ti sovie­ti­ci epu­ra­ti di sostan­za poli­ti­ca, ridot­ti a guscio su cui pro­iet­ta­re l’iconografia nazio­na­li­sta.

Quel­lo che spic­ca subi­to osser­van­do il fron­te musi­ca­le oppo­sto – quel­lo che con­tra­sta e deco­strui­sce la reto­ri­ca puti­ni­sta – è la pre­sen­za di fit­ti e nume­ro­si rap­por­ti di col­la­bo­ra­zio­ne fra gli arti­sti. Un esem­pio è il soda­li­zio tra il musi­ci­sta hip-hop/­rock Noi­ze MC, all’anagrafe Ivan Ale­xeev, e la can­tan­te Mone­toč­ka, all’anagrafe Eli­za­ve­ta Andree­v­na Gyr­dy­mo­va, entram­bi agen­ti stra­nie­ri emi­gra­ti a Vil­nius nel 2022. Nel loro sin­go­lo a due voci Lju­di s avto­ma­ta­mi (Per­so­ne con i mitra), i due denun­cia­no le nar­ra­zio­ni cap­zio­se con cui i vin­ci­to­ri dei con­flit­ti pla­sma­no la per­ce­zio­ne del­la real­tà e riscri­vo­no la sto­ria, can­cel­lan­do le ver­sio­ni in con­tra­sto con la loro nar­ra­zio­ne: “Le per­so­ne con i mitra non sono lì per caso / Qual­cu­no ha dato loro quel­le armi / Per pro­teg­ger­mi dagli attac­chi / Per pre­ve­ni­re il ter­ro­ri­smo e la cri­mi­na­li­tà / Le per­so­ne con i mitra ci sal­ve­ran­no / Dal­le per­so­ne con i mitra, se neces­sa­rio / Ucci­de­ran­no tut­ti i cat­ti­vi con i mitra / Ne faran­no un cola­bro­do / E se alla fine i cat­ti­vi doves­se­ro vin­ce­re / Signi­fi­che­rà sem­pli­ce­men­te che non era­no loro i cat­ti­vi / Ce lo spie­ghe­ran­no chia­ra­men­te i buo­ni / Pri­ma di por­tar­ci via la sovra­ni­tà” (Людям с автоматами их кто-то дал / Чтобы защищать меня от атак / Чтобы предотвращать террор и криминал Люди с автоматами нас спасут / От людей с автоматами, если что / «Плохих» людей с автоматами всех убьют / Из них «хорошие» сделают решето / А если всё-таки «плохие» вдруг победят / Значит просто «плохими» были не те / Это нам «хорошие» доходчиво объяснят / Перед тем, как забрать суверенитет). Come si può nota­re, nel sar­ca­smo di que­ste stro­fe emer­ge una rise­man­tiz­za­zio­ne carat­te­ri­sti­ca del­la poe­ti­ca del de-res­sen­ti­ment: si attin­ge al lin­guag­gio del pote­re e lo si distor­ce per met­ter­lo in evi­den­za, rive­la­re l’arbitrarietà dei suoi pre­sup­po­sti e demi­sti­fi­car­lo. In bre­ve, si risa­le alle tap­pe del­la costru­zio­ne reto­ri­ca del­la pro­pa­gan­da bel­li­ci­sta per smon­tar­le una a una.

Un’analoga stra­te­gia di deco­stru­zio­ne si rile­va nei testi di un altro noto rap­per, Oxx­xy­mi­ron. La sua Oida – can­zo­ne usci­ta nel 2022 e con cui il gio­va­ne arti­sta si è gua­da­gna­to 26 milio­ni di visua­liz­za­zio­ni, ma anche il mar­chio di agen­te stra­nie­ro e la con­se­guen­te neces­si­tà di espa­tria­re – reci­ta: “E busi­ness as usual / Il dress code è casual / L’abbronzatura è del sud / Depi­la­zio­ne nel­la zona biki­ni / Puli­zia nel­la zona occu­pa­ta” (И busi­ness as usual / дресс-код — кэжуал / Загар — южный / эпиляция в зоне бикини / Чистка в зоне оккупации).

Un’ulteriore dimo­stra­zio­ne del­le fit­te col­la­bo­ra­zio­ni all’interno di que­sta sce­na musi­ca­le è l’esibizione a un con­cer­to di Oxx­xy­mi­ron nel Mar­zo 2024 di Boris Gre­be­nši­kov, lea­der del­la sto­ri­ca band Akva­rium, la cui car­rie­ra è sta­ta attra­ver­sa­ta dal filo con­dut­to­re del dis­sen­so –  pri­ma anti­so­vie­ti­co poi anti­pu­ti­ni­sta. L’album con­tro la guer­ra pub­bli­ca­to dagli Akva­rium  nel 2022 tra­su­da dolo­re per l’attuale qua­dro poli­ti­co e per le riper­cus­sio­ni del­la pro­pa­gan­da sul sen­ti­re del popo­lo. In Vorož­ba (Ворожба, Stre­go­ne­ria), un bra­no appar­so subi­to dopo l’inizio dell’invasione, Gre­be­nši­kov si ram­ma­ri­ca per l’i­na­ri­di­men­to del popo­lo rus­so: “nel cuo­re sono spun­ta­te del­le bare, c’era la nostra ani­ma, oh com’era bel­la” (В сердце выросли гробы, Ох, хороша была наша душа).

La risi­gni­fi­ca­zio­ne dei rife­ri­men­ti lin­gui­sti­ci del pote­re a sco­po deco­strut­ti­vo tro­va pro­ba­bil­men­te il suo acme nei testi del­le Pus­sy Riot. Con la pio­nie­ri­sti­ca espres­si­vi­tà del loro atti­vi­smo punk – un mix di sono­ri­tà grez­ze, testi taglien­ti e per­for­man­ce pro­vo­ca­to­rie – le com­po­nen­ti del­la band addi­ta­no gli scran­ni gover­na­ti­vi e ricor­ro­no a uno stra­te­gi­co  rove­scia­men­to seman­ti­co per rove­scia­re l’impianto ideo­lo­gi­co del pote­re stes­so. Nel­la can­zo­ne Mama, ne smo­tri tele­vi­zor (Мама, не смотри телевизор, Mam­ma, non guar­da­re la TV), usci­ta nel Dicem­bre 2022, Putin è defi­ni­to “gom­ma per can­cel­la­re al pote­re” (ластик у власти) non­ché accu­sa­to di nazi­smo (“la Z signi­fi­ca sva­sti­ca”, “Z” — значит свастика); le auto­ri­tà sono tac­cia­te di cor­ru­zio­ne, ipo­cri­sia e nar­co­si legit­ti­ma­ta dal pote­re “Il cul­to del­la vit­to­ria come base fon­dan­te, la cocai­na dei par­la­men­ta­ri mesco­la­ta alle cene­ri dei vete­ra­ni” (культ победы как основа основ, Кокаин депутатский с прахом дедов серости), e l’occidente di col­lu­sio­ne: “l’occidente gli for­ni­sce armi da die­ci anni” (запад 10 лет поставляет ему оружие).

Un’altra serie di stra­te­gie deco­strut­ti­ve è mes­sa in cam­po dagli Short­pa­ris: sia nei video che nel­le per­for­man­ce, la band met­te in sce­na una voca­li­tà ambi­gua, una cor­po­rei­tà pro­vo­can­te – che non ha man­ca­to di atti­ra­re accu­se di masco­li­ni­tà oltrag­gia­ta – e un regi­stro tra il para­dos­sa­le e il deri­so­rio vol­to a ber­sa­glia­re l’ir­re­gi­men­ta­zio­ne poli­ti­ca e cul­tu­ra­le. Pren­den­do di mira, tra le altre cose, la nor­ma­ti­vi­tà dei ruo­li di gene­re, il grup­po mostra e con­tri­bui­sce a defi­ni­re un con­ti­nuum nel­le riven­di­ca­zio­ni liber­ta­rie. Infat­ti, così come si rin­trac­cia un ter­re­no comu­ne alla cul­tu­ra com­pe­ti­ti­va-mili­ta­ri­sta e a quel­la patriar­ca­le, così la mes­sa in cri­si di que­sti orien­ta­men­ti coniu­ga anti­mi­li­ta­ri­smo e anti­ses­si­smo.

Nel video del­la loro can­zo­ne del 2021 Jablon­nij Sad (Яблонный сад, Giar­di­no di mele),  pubbli­ca­to nel Mar­zo 2022, il front­man Niko­laj Kom­ja­gin – tra­gi­ca­men­te scom­par­so il 20 feb­bra­io 2026 – can­ta con un coro del­la Secon­da Guer­ra Mon­dia­le i seguen­ti ver­si: “Dor­me il gran­de Pae­se / La sera sem­bra eter­na / Sopra la cat­te­dra­le del Crem­li­no / Si alza il ven­to” (Спит большая страна / Вечным кажется вечер / Над собором Кремля / Поднимается ветер). Il con­tra­sto tra i cori­sti e il soli­sta, tra i cor­pi attem­pa­ti dei pri­mi e quel­lo gio­va­ne del secon­do, tra le loro voci gra­vi e la sua acu­ta, pro­du­co­no uno stri­do­re che con­fon­de i rife­ri­men­ti, scom­pa­gi­na i pun­ti fis­si ed evi­den­zia l’arbitrarietà del­la nor­ma patriar­ca­le-patriot­ti­ca.

Sem­pre degli Short­pa­ris è la musi­ca per l’adattamento con­tem­po­ra­neo del­lo spet­ta­co­lo Bere­gi­te vaši lica (Берегите ваши лица, Man­te­ne­te le vostre fac­ce), mes­so in sce­na al cen­tro Gogol’ nel Giu­gno 2022. Quest’adattamento è vici­no, per con­te­nu­ti e per sor­te, all’originale mes­so in sce­na al cele­bre Tea­tro alla Tagan­ka nel 1970. Il testo del­la piè­ce, ispi­ra­to ai ver­si del poe­ta Voz­ne­sen­skij, è incen­tra­to sul­la liber­tà espres­si­va. Per la ver­sio­ne del­lo spet­ta­co­lo del 1970, che ven­ne subi­to cen­su­ra­ta, il già cita­to Vla­di­mir Vysoc­kij – che, oltre a esse­re can­tau­to­re, era atto­re di spic­co del­la Tagan­ka – scris­se la splen­di­da Ocho­ta na Vol­kov (Охота на волков, Cac­cia ai lupi): un inno di amo­re incon­di­zio­na­to per la liber­tà, in cui il lupo che sfug­ge al cac­cia­to­re è meta­fo­ra del­la resi­sten­za intel­let­tua­le. Nel­la ver­sio­ne con­tem­po­ra­nea del­la piè­ce, che ha subi­to il mede­si­mo desti­no di cen­su­ra del suo model­lo, Kom­ja­gin si è pro­dot­to in una memo­ra­bi­le ese­cu­zio­ne di Ocho­ta na Vol­kov, in cui il suo fal­set­to modu­la­tis­si­mo into­na un lamen­to al tem­po stes­so ele­gia­co e furio­so sul­la base stru­men­ta­le di un pia­no­for­te cal­pe­sta­to più che suo­na­to. La voce caver­no­sa che con­trad­di­stin­gue­va l’esecuzione ori­gi­na­le del bra­no, quel tim­bro bari­to­na­le graf­fia­to dall’alcol che era cifra sti­li­sti­ca di Vysoc­kij, diven­ta un voca­liz­za­re flau­ta­to al con­fi­ne tra maschi­le e fem­mi­ni­le. Il fat­to che, nono­stan­te il diver­so sti­le, l’intensità emo­ti­va non sia in nul­la sacri­fi­ca­ta, mostra l’efficacia del­le stra­te­gie con­tro­cul­tu­ra­li di tra­sfor­ma­zio­ne, appro­pria­zio­ne e risi­gni­fi­ca­zio­ne – in que­sto caso, di rimo­du­la­zio­ne for­ma­le del­la fon­te ori­gi­na­le, pur nel man­te­ni­men­to del vin­co­lo di affi­lia­zio­ne arti­sti­ca ed eti­ca.

Gli esem­pi esa­mi­na­ti ci mostra­no che, se da un lato la musi­ca pro-Crem­li­no è sin­to­niz­za­ta sul­la reto­ri­ca del res­sen­ti­ment con­tro un nemi­co trans­tem­po­ra­le che è neces­sa­rio sot­to­met­te­re per non cader­ne vit­ti­ma, dall’altro lato la musi­ca anti-Crem­li­no deco­strui­sce que­sta reto­ri­ca avva­len­do­si di pra­ti­che rife­ri­bi­li alla poe­ti­ca del de-res­sen­ti­ment, qua­li l’iperbolizzazione e il rove­scia­men­to di segno del­la sim­bo­lo­gia bel­li­ci­sta. In que­sta musi­ca, gli ordi­gni mili­ta­ri defla­gra­no in scop­pi distrut­ti­vi e insen­sa­ti; la memo­ria dei vete­ra­ni del­la Gran­de Guer­ra Patriot­ti­ca è dis­sa­cra­ta, le loro cene­ri mischia­te alla cocai­na snif­fa­ta dai poten­ti; i ragaz­zi che fan­no il lavo­ro spor­co per il popo­lo non sono più fie­ri mar­ti­ri del­la patria, ma car­ne da macel­lo per le bie­che mire di lea­der sen­za scru­po­li. Il Gran­de Pae­se, con la sua vod­ka e la sua gran­de let­te­ra­tu­ra, si rive­la istu­pi­di­to e fra­gi­le, addor­men­ta­to nel­la not­te eter­na che incom­be sul Crem­li­no.

Foto­gra­fia di Maria Babi­ko­va

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