Periferia nord di Città del Capo. Una recinzione alta due metri delimita un complesso di case popolari: Albow Gardens.
Le palazzine color pastello, segnate da enormi lettere nere e costruite durante l’Apartheid come dormitorio per soldati dell’aeronautica, attirano per caso lo sguardo del fotografo Alessandro Iovino. Da quell’incontro fortuito prende forma una ricerca destinata a durare cinque anni.
L’omonimo progetto fotografico non è un reportage documentaristico. Si colloca piuttosto in uno spazio sospeso fra storytelling e album di famiglia, interamente realizzato in 35 mm. Come racconta Alessandro: “è un riflesso di un pezzo della mia vita assieme a un pezzo delle vite delle persone che ho fotografato”.
Albow Gardens rappresenta il momento in cui Alessandro ha finalmente trovato il proprio linguaggio creativo. Per lungo tempo l’autore aveva vissuto la fotografia come un mestiere scandito dalla produttività: trovare storie, pubblicarle e passare al lavoro successivo. Era il solo modello che conosceva, ereditato da un’infanzia in cui vedeva la madre, sola, lavorare senza sosta per crescere due figli. Quel modo di fotografare, però, lasciava spazio a un costante senso di vuoto. Abbandonando progressivamente un approccio meccanico e rigido, Alessandro ha iniziato a interrogarsi sul significato stesso del fotografare. Ha scoperto uno sguardo che non nasce più dall’ego, dalla necessità di pubblicare o dall’insicurezza, ma dal desiderio autentico di incontrare l’altro. La fotografia diventa così uno strumento per abitare le storie, osservare scene di vita e restituire quel bisogno profondo di essere, di esistere, che accomuna ogni essere umano.
Per tre anni Albow Gardens è diventato il suo mondo. Tutto ciò che si trovava oltre quella recinzione sembrava perdere importanza. Le famiglie, i bambini, le amicizie e la quotidianità condivisa hanno costruito uno spazio di appartenenza che solo molto tempo dopo Alessandro avrebbe riconosciuto come ciò che stava realmente cercando: un luogo di calore, fiducia e presenza. Come dice lui stesso, le persone che sono ritratte in questo progetto gli hanno aperto le porte delle loro case e delle loro vite fidandosi dei suoi desideri, quando nemmeno lui era in grado di comprenderli pienamente.
Albow Gardens è così l’espressione più autentica del linguaggio di Alessandro Iovino. È un lavoro fragile, vulnerabile, attraversato dall’incertezza. Non nasconde la paura dell’autore di sbagliare né quella delle persone fotografate di essere fraintese.
Al contrario, sceglie di abitare quella fragilità e di farne il luogo in cui può nascere una relazione sincera. La comunità di Albow Gardens appare così come un organismo vivo, capace di sostenere se stesso, di accogliere anche chi arriva da fuori e di costruire fiducia attraverso la condivisione del quotidiano. Per questo motivo, pur svolgendosi all’interno di un complesso di edilizia popolare sudafricano e pur portando con sé le tracce della storia dell’Apartheid, il progetto non intende spiegare il Sudafrica né analizzarne gli stereotipi sociali e politici. Racconta piuttosto la trasformazione interiore del suo autore, resa possibile dall’incontro con le persone che hanno scelto di lasciarlo entrare nelle loro vite.
Il grido che attraversa queste immagini non appartiene soltanto ad Alessandro o agli abitanti di Albow Gardens. È il desiderio profondamente umano di essere riconosciuti per ciò che si è, senza dover coincidere con l’immagine che gli altri proiettano su di noi.











