7

Aprile
7 Aprile 2026

L’A­MO­RE? PRE­FE­RI­REI DI NO

0 CommentI
51 visualizzazioni
18 min

C’è spes­so un momen­to, nel­le rela­zio­ni mil­len­nial, in cui ci accor­gia­mo che non stia­mo più viven­do una sto­ria: la stia­mo gesten­do, pro­prio come un dri­ve con­di­vi­so con col­le­ghi wor­ka­ho­lic o una new­slet­ter a cui ci sia­mo subi­to iscrit­ti con entu­sia­smo e che poi, però, alla pro­va dei fat­ti – qua­li fat­ti? –, ci fa sem­pre sbuf­fa­re di noia. Quan­do l’amore diven­ta (un) uti­le e non si limi­ta a suc­ce­de­re  – che male­du­ca­zio­ne!, ecco che deve pur ser­vi­re a qual­co­sa: a gua­rir­ti, a miglio­rar­ti, a ren­der­ti final­men­te una per­so­na decen­te, una cit­ta­di­na con busta paga, una don­na che non fa per­de­re tem­po a nes­su­no. Anche una per­fet­ta fem­mi­ni­sta, una “sle­bi­ca” (Tor­re 2026, 95). E il desi­de­rio che fine fa? Ma soprat­tut­to: e se a tut­ta que­sta ansia per­for­man­te deci­des­si­mo di sot­trar­ci una vol­ta per tut­te?

Sag­gio a metà tra memoir e cri­ti­ca cine­ma­to­gra­fi­ca, L’amore no. Discor­si sul pes­si­mi­smo post-amo­ro­so (2026) di Sofia Tor­re somi­glia a una stan­za pie­na di spec­chi: ci entri per guar­da­re den­tro una rot­tu­ra e fini­sci per vede­re tut­to il tea­tro socia­le che ci costrin­ge a chia­ma­re matu­ri­tà ciò che spes­so è solo pau­ra, e ran­co­re ciò che a vol­te è sta­to desi­de­rio. Di tea­tro – e cine­ma – in effet­ti si par­la mol­to in que­sto libro per­ché l’autrice ci met­te davan­ti alla pos­si­bi­li­tà che l’amore, non solo quel­lo che vedia­mo sugli scher­mi ma anche quel­lo che vivia­mo gior­no dopo gior­no, sia solo una mes­sin­sce­na. 

E che, soprat­tut­to, una mes­sin­sce­na sia anche il suo fal­li­men­to: “le cop­pie liti­ga­no, alcu­ne addi­rit­tu­ra liti­ga­no in con­ti­nua­zio­ne, ma quan­te di queste asso­mi­glia­no a una com­pa­gnia tea­tra­le che met­te in sce­na sem­pre lo stes­so spet­ta­co­lo?” (Tor­re 2026, p. 126). Cosa succe­de, per esem­pio, quan­do, come in Sce­ne da un matri­mo­nio (Berg­man 1973), duran­te una cri­si improv­vi­sa cono­sci così tan­to il tuo part­ner da pre­ve­de­re le sue miglio­ri bat­tu­te (e vice­ver­sa)? O quan­do, al con­tra­rio, la tua com­pa­gna scor­da pro­prio quel­le che ti feri­sco­no di più? E se tu le reci­ti alla per­fe­zio­ne, ma poi non vie­ne nes­su­no a veder­ti? 

Tor­re lavo­ra esat­ta­men­te su quel pun­to: la rela­zio­ne come reci­ta, con copio­ne e pub­bli­co impli­ci­to  – ami­che, col­let­ti­vi, Insta­gram, ex, fami­glia e il perio­do dopo la rot­tu­ra come fina­le del­la serie, quel­lo che in ter­mi­ni tec­ni­ci si chia­me­reb­be for­se denoue­ment, lo scio­gli­men­to, l’epilogo. Insom­ma, quel momen­to in cui devi spie­ga­re cosa hai impa­ra­to da tut­to quel dolo­re per­ché altri­men­ti sem­bri solo una che si pian­ge addos­so sen­za capi­ta­liz­za­re ogni sin­go­la lacri­ma ver­sa­tacome si leg­ge nel bre­ve roman­zo, col­to e sba­raz­zi­no, di Agne­se Sca­pi­nel­lo, Scu­sa il disor­di­ne: “Un gior­no tut­to que­sto dolo­re ti sarà uti­le” (Sca­pi­nel­lo 2026, 79); o che, banal­men­te, non ha nes­su­nis­si­ma voglia di tor­na­re sul pal­co e que­sto non va bene, non va bene per nien­te. Non si può diser­ta­re e basta per­ché anche per quel­lo c’è, a quan­to pare, un modu­lo appo­si­to da com­pi­la­re in como­de rate – di sedu­te di psi­co­te­ra­pia o ansio­li­ti­ci. O entram­be. 

Spe­cie se sei una «sle­bi­ca».

Paro­la iro­ni­ca e feri­ta allo stes­so tem­po, usa­ta dal­la non­na dell’autrice per dire “lesbi­ca”, di que­sti tem­pi esse­re una sle­bi­ca non è affat­to sem­pli­ce. Non per tut­to quel discor­so sul desi­de­rio per un cor­po mol­to o trop­po simi­le al tuo: alla fin fine, non è un pro­ble­ma nem­me­no per la non­na, a cui basta un les­si­co appe­na stor­pia­to a ren­de­re fami­lia­re un’idea vaga e chi se ne fre­ga. Il pro­ble­ma non sor­ge, per Tor­re, quan­do ini­zia a desi­de­ra­re P., quel­la che poi sareb­be dive­nu­ta la sua com­pa­gna; ma, al con­tra­rio, quan­do smet­te di far­lo. 

La sto­ria d’amore che incor­ni­cia il sag­gio fun­zio­na come un buco nero nel­lo spa­zio: non è un vuo­to, ma una den­si­tà estre­ma che pie­ga tut­to ciò che le orbi­ta attor­no. Ogni con­cet­todesi­de­rio, eman­ci­pa­zio­ne, fal­li­men­to, ideo­lo­gia vie­ne attrat­to ver­so quel cen­tro e ne esce defor­ma­to: nul­la resta intat­to, nul­la si distrug­ge dav­ve­ro. Non è un esem­pio tra gli altri che una gio­va­ne bril­lan­te può tira­re fuo­ri dal cap­pel­lo, ma l’orizzonte mira­co­lo­so e spa­ven­to­so, in fin dei con­ti mai dav­ve­ro son­da­bi­le, attor­no a cui si muo­vo­no e ver­so cui ten­do­no tut­ti gli altri even­ti del libro: una soglia oltre la qua­le le paro­le cam­bia­no peso, e per­fi­no la luce fati­ca a tor­na­re indie­tro. E tut­ta­via non si trat­ta solo del­la fine di un amo­re o di distru­zio­ne: attor­no a quel nucleo si for­ma un cam­po di ener­gia, il pen­sie­ro si adden­sa, acce­le­ra, pren­de velo­ci­tà pro­prio men­tre rischia di esse­re risuc­chia­to. L’amore, in Tor­re, è que­sto: for­za cen­tri­pe­ta e gene­ra­tri­ce, cen­tro che divo­ra e insie­me strut­tu­ra invi­si­bi­le che tie­ne insie­me l’argomentazione. E l’ansia. 

Pro­prio come nel film La vita di Ade­le (Kechi­che 2013), la sto­ria d’amore di cui par­la Tor­re potreb­be esse­re in effet­ti rias­sun­ta così: “Ade­le si inna­mo­ra di un’altra gio­va­ne don­na più gran­de ed esper­ta, inse­ri­ta in un giro cool di arti­sti e intel­let­tua­li in cui è dif­fi­ci­le ambien­tar­si e sen­tir­si accet­ta­ta”; l’artista più esper­ta diven­ta il Pig­ma­lio­ne di quel­la più gio­va­ne e “cer­ca di inse­gna­re a Ade­le a esse­re la per­so­na da cui desi­de­ra sen­tir­si attrat­ta” ma a poco a poco “Ade­le si rin­chiu­de nel­la pro­pria infe­li­ci­tà e nel sen­so di ina­de­gua­tez­za fino a fallire” (Tor­re 2026, 16). 

La doman­da che assil­la l’autrice è infat­ti bru­ta­le e sen­za ali­bi: ‘sono una pes­si­ma fem­mi­ni­sta se non amo più la mia com­pa­gna?’. È lì che l’amore smet­te for­se di libe­ra­re e comin­cia a giu­di­ca­re: quan­do il con­flit­to, la fine di una pas­sio­ne, per­fi­no il desi­de­rio di degra­dar­si – per gio­co – e cura­re l’altro/a (sen­za voler­lo), sem­bra­no tra­di­re non solo una rela­zio­ne o un’immagine di sé stes­si – “ero pia­gnu­co­lo­sa, infe­li­ce, pie­na di memo­rie sdol­ci­na­te, melo­dram­ma­ti­ca” (Tor­re 2026, 13) – ma un’intera sto­ria di pra­ti­che fem­mi­ni­ste e “decen­ni di […] let­tu­re spe­ran­zo­se a pro­po­si­to del­la sorel­lan­za” (Tor­re 2026, 80).

Il mio pes­si­mi­smo nei con­fron­ti dei lega­mi fem­mi­ni­li avreb­be facil­men­te potu­to esse­re tac­cia­to di miso­gi­nia inte­rio­riz­za­ta ‒ in fon­do, dif­fi­da­re del­le pos­si­bi­li­tà eman­ci­pa­to­rie intrin­se­che a un rap­por­to amo­ro­so tra don­ne non signi­fi­ca dubi­ta­re, alme­no in par­te, del­le don­ne stesse? (Tor­re 2026, 109)

Se, infat­ti, alle nostre rela­zio­ni chie­dia­mo solo di esse­re respon­sa­bi­li e pro­dur­re un qualche tipo di benes­se­re per­so­na­le pri­ma e col­let­ti­vo poi, rischia­mo di distrug­ge­re la dimen­sio­ne spon­ta­nea e con­trad­dit­to­ria del desi­de­rio, e di ridur­re le rela­zio­ni a pure per­for­man­ce eti­che o ideo­lo­gi­che.

Mi si vede di più se sono fem­mi­ni­sta, sle­bi­ca e infe­li­ce, oppu­re se sto in dispar­te e fac­cio da sola i con­ti con tut­ta que­sta con­trad­di­zio­ne?

E poi, quan­do le sto­rie d’amore così giuste fini­sco­no per sem­pre, recu­pe­ra­re i pez­zi di quell’ideologia o di noi stes­si diven­ta impos­si­bi­le: “Che cos’è l’amore, se non l’abbandono dell’illusione di poter con­trol­la­re tut­to?” (Tor­re 2026, 141). E che cos’è, allo­ra, la fine di un amo­re?

Imma­gi­nia­mo­ci poi di vive­re tut­to que­sto nel caos del­le nostre vite del caz­zo – lo so che è dif­fi­ci­le da fare, le nostre vite sono per­fet­te ma voi imma­gi­na­te­lo lo stes­so. Sca­pi­nel­lo par­la di que­sto mon­do paral­le­lo con un’originale ter­za per­so­na inter­na che si ibri­da, in zone mar­gi­na­li come l’inizio e la fine e ai limi­ti del­lo schi­zo­fre­ni­co pas­si­vo-aggres­si­vo, con una pri­ma per­so­na arrab­bia­ta e bian­ciar­dia­na che si sin­to­niz­za benis­si­mo con quel­la ansio­sa e ansio­ge­na del libro di Tor­re. 

Curio­so ricor­dar di tan­to in tan­to come in que­sta gio­va­ne vita io sia già sta­ta un sac­co di cose: bari­sta, ambien­ta­li­sta, sta­gi­sta; abi­tu­di­na­ria, ritar­da­ta­ria, nuo­va pro­mes­sa del­la ter­ra culi­na­ria; tas­si­sta, tastie­ri­sta, tele­cro­ni­sta… […] Apri­pi­sta, cam­pa­ni­li­sta, altrui­sta. […] pia­strel­li­sta. […] giu­ri­sta, com­mer­cia­li­sta, edi­to­ria­li­sta […]. Comu­ni­sta e con­for­mi­sta, rivo­lu­zio­na­ria e rea­zio­na­ria; com­bat­ten­te, resi­sten­te, per­si­sten­te zec­ca ros­sa in una regio­ne di pra­ti sem­pre­ver­di.
Impren­di­tri­ce, dise­gna­tri­ce, cospi­ratrice (Sca­pi­nel­lo 2026, 27).

Ma per­ché dar­si così tan­to da fare?

Don­ne, è arri­va­to il post-amo­re: non ve ne era­va­te accor­te? Basta rom­pe­re le pal­le con que­sta sto­ria del­la sog­get­ti­vi­tà, del rea­liz­zar­si, del­lo sta­re bene da sole; del rac­con­ta­re in cer­chio o a squar­cia­go­la che la per­so­na che cre­de­va­te l’amore del­la vostra vita è in real­tà una mani­po­la­tri­ce nar­ci­si­sta o – sen­za pato­lo­giz­zar­ci trop­po – una brut­ta per­so­na che non vi fa sta­re bene o vi fa pro­pria­men­te del male. È ora che anche le gio­va­ni tren­ten­ni, pro­prio come le loro madri e le non­ne e le bisnon­ne, accet­ti­no di non esse­re riu­sci­te a scap­pa­re tan­to lon­ta­no e di ritro­var­si così, all’improvvi­so, dopo l’ennesimo lavo­ro di sfruttamento&patriarcato, di fron­te al loro desti­no di cura: “le don­ne, si sa, ama­no gli altri, sia che sia­no nate per far­lo sia che toc­chi loro impa­rar­lo” (Tor­re 2026, 113). Chi sia­mo noi, pro­prio noi, le sfi­ga­te sle­bi­che imbra­na­te pre­ca­rie, per rifiu­tar­ci di asse­con­da­re que­sta richie­sta di mater­na­ge? Non pos­sia­mo rifiu­tar­ci di fare da madre alle per­so­ne che, con così tan­ta atten­zio­ne – e un bel po’ di sadi­smo – ci sia­mo scel­ti come com­pa­gne del­la nostra vita: “Assu­men­do la pos­si­bi­li­tà del­la pra­ti­ca mater­na, tut­te e tut­ti pos­so­no esse­re madri. Per­si­no io. Solo che io non vole­vo” (Tor­re 2026, 113). Eppu­re. Non signi­fi­ca pro­prio que­sto esse­re una pes­si­ma fem­mi­ni­sta? Non signi­fi­ca non accet­ta­re ciò che si è e ciò che si potreb­be diven­ta­re, una don­na, una madre, una cri­stia­na?

L’omosessualità, come se la si aspet­ta­va da me, era più simi­le a una for­ma di pra­ti­ca mater­na, un rap­por­to asim­me­tri­co lega­to a una con­ce­zio­ne mol­to pre­ci­sa del­la mia fem­mi­ni­li­tà come di una natu­ra­le incli­na­zio­ne ad esse­re sen­si­bi­le e sem­pre orien­ta­ta ver­so gli altri e nel­la fat­ti­spe­cie ver­so di lei. Ma io non lo ero. […] La mia dispe­ra­zio­ne era l’eco di un sen­so di fal­li­men­to pro­fon­do: non ero una buo­na com­pa­gna, né una buo­na lesbi­ca e non sarei mai sta­ta una buo­na madre (Tor­re 2026, 103).

Insom­ma, anche fuo­ri dall’eterosessualità così stan­ca e stan­can­te, l’amore non smet­te auto­ma­ti­ca­men­te di esse­re nor­ma­ti­vo: non basta esse­re don­ne e fem­mi­ni­ste per par­lar­si tra ami­che o voler­si bene tra don­ne; e nem­me­no per amar­si in una cop­pia. A vol­te, anzi, rac­con­ta Tor­re, può diven­ta­re una pro­va mora­le anco­ra più esi­gen­te, spe­cie se accom­pa­gna­ta da una con­di­zio­ne di pre­ca­ria­to gene­ra­zio­na­le: fai la cosa giu­sta, stai con la per­so­na giu­sta; leg­gi il libro giu­sto, accet­ta il giu­sto lavo­ro per­ché non te ne capi­te­ran­no altri; e stu­dia, e lavo­ra, e con­se­gna, e non ritar­da­re… Ecco un bra­no da L’amore no, il più espli­ci­to in que­sto sen­so, che fa il paio con tut­to il ran­co­re e l’entusiasmo – ossi­mo­ro oppu­re chis­sà – di Scu­sa il disor­di­ne

La vita va avan­ti e per­de­re tem­po sul­le pene d’amore è un lus­so che non mi pos­so per­met­te­re. Mio padre è sta­to tan­ti mesi in ospe­da­le, devo con­se­gna­re la tesi di dot­to­ra­to, ter­mi­na­re un sag­gio, tro­va­re un lavo­ro per il pros­si­mo anno pri­ma che fini­sca que­sto, sono in ritar­do con le bol­let­te dell’acqua e del­la luce e il mio vici­no di casa mi ha chie­sto di annaf­fia­re il suo ficus. Sper­pe­ro le ener­gie che dovrei inve­sti­re in una pro­get­tua­li­tà frut­tuo­sa – rileg­ge­re con più cal­ma le pagi­ne che com­pi­lo, immer­ger­mi nel pia­ce­re che ho sem­pre trat­to dal­lo stu­dia­re e dal fare ricer­ca, por­ta­re qual­che piat­to pron­to a mio padre e cer­ca­re di esse­re posi­ti­va e sere­na ‒ ho il viso più ton­do, gli occhi sca­va­ti e ho rico­min­cia­to a fumare. (Tor­re 2026, 34)

Nel frat­tem­po, c’è que­sto io che va e vie­ne, che si nascon­de nei trau­mi, nel­la rou­ti­ne, nel­le bol­let­te da paga­re o nel­le per­so­ne sco­no­sciu­te che incon­tria­mo nei tre­ni sem­pre in ritar­do. Il cuo­re del roman­zo di Sca­pi­nel­lo – il lavo­ro come per­for­man­ce, il disor­di­ne come anti­do­to – va dun­que a brac­cet­to con quel­lo del sag­gio di Tor­re: l’amore come per­for­man­ce, la pau­sa – il ‘no’ – il lamen­to come solu­zio­ne. 

Scu­sa il disordi­ne, tan­to quan­to L’amore no, rac­con­ta­no la nostra vita così con­trad­dit­to­ria attra­ver­so il fal­li­men­to di una vita impan­ta­na­ta; di una favo­la d’amore “sle­bi­ca”. E lo fan­no entram­bi facen­do una cosa raris­si­ma: met­ten­do ogni cosa in sce­na allo sta­to di boz­za, sen­za ripu­lir­la dal­le sue asprez­ze per­ché, come sot­to­li­nea la stes­sa Tor­re, “Il disa­mo­re è uno spet­ta­co­lo più inte­res­san­te di qua­lun­que film” (Tor­re 2026, 123). 

Quan­do il copio­ne non basta più – anzi, quan­do un copio­ne non c’è anco­ra –, a quel pun­to cosa si fa? Si improv­vi­sa, si scen­de dal pal­co o si resta lì in silen­zio fin­ché qual­cu­no non smet­te di giu­di­car­ci una per­di­ta di tem­po? For­se, per una gene­ra­zio­ne che ha impa­ra­to a tra­sfor­ma­re tut­to in per­for­man­ce – anche la gua­ri­gio­ne – quel momen­to di deco­stru­zio­ne, del lamen­to e del sé – come ricor­da Sca­pi­nel­lo: “Sono pur sem­pre una don­na bian­ca, istrui­ta, ete­ro­ses­sua­le, pri­vi­le­gia­ta” (Sca­pi­nel­lo 2026, 109) –, è l’unico gesto dav­ve­ro non uti­le, cioè neces­sa­rio. “Lamen­tar­si è la ver­sio­ne one­sta del memoir (Tor­re 2026, 31), chio­sa Tor­re; “Tut­to è così poli­ti­co che alla fine non lo è nul­la, tran­ne for­se il lamen­tar­si” (Tor­re 2026, 49): far par­te insom­ma del disor­di­ne del­le nostre vite e del­le nostre came­re da let­to. Sem­pre che ci con­ce­dia­mo que­sto lus­so così pre­ge­vo­le che è il tem­po di dor­mi­re:

Chi dice che l’atto di lamen­tar­si non pos­sa esse­re con­si­de­ra­to una for­ma di auto­co­scien­za? Che deci­de­re di spe­gne­re tut­to e dor­mi­re non pos­sa esse­re con­si­de­ra­ta un’inti­ma, per­so­na­le, addi­rit­tu­ra arti­sti­ca, for­ma di auto­co­scien­za? (Tor­re 2026, 43)

Con­tro que­sto spe­ci­fi­co tipo di post-amo­re, allo­ra, post-lavo­ro e post-tut­to, e con­tro le stra­te­gie cini­che e ras­si­cu­ran­ti, indi­vi­dua­li­sti­che, del fem­mi­ni­smo libe­ral, Tor­re rispon­de un po’ come la pro­ta­go­ni­sta del roman­zo di Mosh­fe­gh, Il mio anno di ripo­so e oblio (2019), o, con una bat­tu­ta recu­pe­ra­ta da tutt’altro reper­to­rio: “I’d pre­fer not to”:

A una don­na infe­li­ce che rifiu­ta di sta­re meglio non ser­ve nes­su­na auto­co­scien­za buo­na e col­let­ti­viz­za­bi­le, ma solo uno spa­zio in cui espri­me­re il suo scon­fi­na­to sen­so del nul­la. Anche il fem­mi­ni­smo non è un nucleo immo­bi­le e anche le pes­si­me fem­mi­ni­ste meri­ta­no il loro spa­zio espres­si­vo, e anche i pes­si­mi spa­zi espres­si­vi han­no una digni­tà esi­sten­zia­le (Tor­re 2026, 43).

For­se a vol­te non è così sba­glia­to far­si da par­te.

Foto­gra­fia di Sara Nico­me­di

Biblio­gra­fia

Mosh­fe­gh, O. 2019. Il mio anno di ripo­so e oblio, tr. it. Guer­zo­ni G., Fel­tri­nel­li, Mila­no.

Sca­pi­nel­lo, A. 2026. Scu­sa il disordi­ne, 8tto edi­zio­ni, Mila­no. 

Tor­re, S. 2026. L’amore no. Discor­si sul pes­si­mi­smo post-amo­ro­so, Mini­mum Fax, Roma.

Con­di­vi­di:
I commenti sono chiusi
0
    0
    Carrello
    Il tuo carrello è vuotoRitorna allo shop