Ci sono luoghi in cui la storia si è data particolarmente da fare per creare equilibri che hanno deciso le sorti del mondo. I Balcani sono uno di questi: crocevia di imperi, lingue e religioni, sono stati testimoni e attori di episodi storici cruciali, fino ad arrivare ai giorni nostri.
Per diversi secoli i Balcani sono stati un’area di transito e crocevia di diverse civiltà. Gli Antichi Greci, l’Impero Romano e Bizantino, gli insediamenti degli Slavi, i loro stati medievali e i secoli di governo dell’Impero Ottomano hanno lasciato un forte impatto sulla cultura e sulle identità etniche della regione. Dalla distruzione degli imperi dopo la Prima guerra mondiale, anche nella regione balcanica hanno iniziato a sollevarsi le voci dei nazionalisti.
Ora anche i Balcani Occidentali si sono divisi in tanti stati, nati dopo la disastrosa rottura della ex Jugoslavia in seguito alle guerre che hanno imperversato nella regione dal 1991 al 2001, che ne ha ridefinito i confini come li conosciamo oggi. La formazione di stati moderni con le loro frontiere ha causato ulteriori migrazioni e spostamenti di popolazioni, sottolineando la difficoltà di rinchiudere all’interno di confini precisi delle popolazioni che per secoli si erano spostate e mischiate all’interno di grandi imperi .
Una città che è stata testimone storica di questi cambiamenti è sicuramente Sarajevo: metà ottomana metà asburgica e contornata da quartieri periferici nettamente socialisti, racchiude in sé gli strati più importanti degli imperi che si sono susseguiti. È proprio qui, il 28 giugno 1914, che sul ponte Drina il re asburgico Francesco Ferdinando è stato assassinato dall’anarchico serbo Gavrilo Princip, accendendo la miccia della Prima guerra mondiale. È qui che si è svolto uno degli eventi più sanguinosi delle Guerre jugoslave degli anni ‘90, con un assedio che ha bloccato la città e i suoi abitanti per anni, rendendo la città un campo di battaglia a cielo aperto combattuto tra cecchini, granate, eserciti rivali e i cittadini stessi, che non hanno mai smesso di difendere la loro città ad ogni costo.
Segnati dai movimenti e dai cambiamenti dei secoli scorsi, non è un caso che i Balcani si siano rivelati di nuovo uno snodo fondamentale per le rotte migratorie moderne.
Durante gli anni ‘90, a causa della guerra, dalla regione partivano grandi flussi di persone che cercavano di trovare rifugio in Europa occidentale. Con la fine della guerra, i riflettori sui Balcani occidentali si sono spenti, ma l’attenzione sulla regione è tornata alta tra il 2015 e il 2016, gli anni della crisi dei rifugiati, quando i Balcani sono diventati corridoio di transito per le persone in fuga dall’Africa, dall’Asia e dal Medio Oriente, dando così inizio alla storia della Rotta Balcanica.
I territori dell’ex Jugoslavia e dell’area balcanica occidentale sono sempre stati testimoni di flussi migratori, ma mai come in quegli anni. Tra il 2015 e il 2016 è stato stimato che circa 920.000 persone, soprattutto provenienti da Siria, Afghanistan e Iraq, hanno attraversato la Rotta Balcanica. Un così alto numero di persone ha portato alla luce non solo l’instabilità dei Balcani occidentali ma anche dell’Unione Europea, che non ha saputo gestire l’arrivo di quelle persone. Per ovviare al problema, l’UE ha iniziato un processo di esternalizzazione delle frontiere tramite accordi bilaterali tra l’Unione e paesi esterni all’Unione. I paesi terzi che aderiscono a questi accordi hanno il compito di pattugliare le loro frontiere e impedire alle persone migranti di raggiungere i confini europei. Un altro punto importante di tali accordi è la riammissione: i paesi si impegnano a riammettere nei loro territori le persone migranti intercettate in paesi dell’Unione (Papageorgiou, 2018; Godwin and Morka, 2020).
Uno dei casi più eclatanti è stato il patto del 2016 con la Turchia, che è diventata così la guardiana dell’ingresso della Rotta Balcanica, chiudendo ufficialmente le sue frontiere e riducendo il flusso migratorio, in cambio di 6 miliardi di euro erogati dall’Europa. La chiusura delle frontiere però non ha certo fermato queste persone, ha solo aggiunto più difficoltà al raggiungimento del loro obiettivo.
È evidente, infatti, che le persone non si fermano davanti alle frontiere, né davanti alle minacce o alla morte. Se così fosse l’Unione Europea e i suoi stati, con i loro innumerevoli sforzi avrebbero già dovuto fermare le persone in transito. Così non è stato, dato che le persone continuano ad arrivare, via terra e via mare. L’obiettivo rimane lo stesso, cambiano solo i modi per raggiungerlo. È così che il viaggio si complica, diventa più pericoloso e più costoso e alimenta una rete di illegalità che cresce florida e indisturbata intorno alle frontiere dell’Europa.
Con la chiusura delle frontiere, anche le violenze da parte della polizia e delle guardie di frontiera aumentano, soprattutto intorno a quelli che sono i confini di Schengen. Sono diverse le associazioni che offrono solidarietà alle persone in movimento sulla Rotta Balcanica e che si impegnano a riportare le violazioni dei diritti umani in corso. Tra le tante è importante citare Border Violence Monitoring Network, una rete orizzontale e indipendente che unisce varie organizzazioni non governative, associazioni e collettivi. Il loro obiettivo è quello di monitorare le violazioni dei diritti umani fuori e dentro i paesi dell’Unione Europea, battendosi per fermare la violenza contro le persone in movimento.
Il network nasce nel 2017 e negli anni ha affinato una metodologia comune a tutte le realtà che ne fanno parte per raccogliere testimonianze che siano dettagliate e specifiche, organizzato in un database sempre aggiornato, in modo da raccogliere il maggior numero di materiale possibile per poter denunciare i maggiori responsabili delle violenze alle frontiere.
Un caso lampante di queste violenze e della militarizzazione delle frontiere si trova proprio al confine tra Bosnia ed Erzegovina e Croazia, paese che dal 2023 si trova a far parte dello spazio Schengen, diventando sempre più fondamentale nel contesto migratorio. Un articolo di quell’anno riporta la notizia con il titolo “La Croazia è Europea a tutti gli effetti e senza confini”. Una scelta di parole piuttosto infelice, dato che è proprio su quel confine che tante persone rimangono bloccate a causa delle violenze inumane perpetrate dalla polizia croata, con il sostegno di Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, e con la tacita connivenza dell’Unione Europea. Ed è sui suoi confini che si vede il vero volto di questo gigante economico che è l’Unione Europea, che ha più interesse a difendere la libertà di movimento dei beni piuttosto che delle persone. È qui che le persone in movimento perdono la speranza, perché avevano sempre sognato un’Europa dei diritti e si ritrovano in condizioni quasi peggiori di quelle da cui erano partiti.
Nell’impossibilità di continuare il loro viaggio, le persone rimangono bloccate in Bosnia ed Erzegovina per settimane, mesi o addirittura anni. Per ospitare queste persone sono stati creati dei centri di accoglienza temporanei Temporary Reception Centers (TRC) finanziati in gran parte dall’Unione Europea e gestiti dall’International Organization for Migrations (IOM) e da SFA, il servizio di affari esteri della Bosnia ed Erzegovina, con la collaborazione di altri enti internazionali come la Croce Rossa.
Questi centri sono stati costruiti in modo da fornire beni di prima necessità come cibo, riparo, acqua, servizi igienici e protezione. Dal 2024, la Bosnia ed Erzegovina ha iniziato un processo di nazionalizzazione dei centri di accoglienza, assumendo sempre di più il controllo e la gestione di questi centri, con la preoccupazione generale che il paese non sia in grado di gestire questo compito individualmente. Già negli anni precedenti infatti i campi bosniaci erano stati classificati come altamente problematici, con servizi igienici inadeguati, cibo scadente, il tutto aggravato da freddo intenso e pericoli all’interno del campo che la sicurezza non è riuscita a scongiurare.
Uno dei campi di transito diventato tristemente famoso sul territorio bosniaco è il campo di Lipa, ancora attivo nel 2025 dopo diversi anni di funzione durante i quali ha attraversato vari cambiamenti.
Quando metti piede dentro al campo di Lipa hai subito la sensazione di essere entrato in un non luogo, uno di quegli spazi in cui non si seguono le stesse regole che riguardano il resto degli esseri umani. Non di quelli privilegiati, almeno.
Secondo l’antropologo Michael Agier, le strutture dei campi perpetuano dei meccanismi di esclusione di tutti quei soggetti non voluti da una certa parte di mondo. Il campo diventa così un mezzo per “gestire gli indesiderati”, perché “non esiste assistenza senza controllo” (Agier 2011, 4). Il caso di Lipa non è un’eccezione. Posizionato a 30 chilometri da Bihać, una cittadina bosniaca a ridosso del confine croato, il campo di Lipa deve svolgere lo sporco lavoro di ospitare tutte quelle persone che hanno cercato di attraversare il confine per raggiungere l’Unione Europea, ma non ce l’hanno fatta. Lipa viene posizionato strategicamente in una località montana lontana dal centro cittadino, così che le persone migranti che transitano da quest’area possano rimanere isolate, nascoste agli occhi degli abitanti e dei turisti estivi.
Il campo ha conosciuto diverse fasi da quando è stato aperto per la prima volta nel 2020. All’inizio della sua storia Lipa era un campo tendato di emergenza, che si è trovato da subito a dover ospitare più di mille persone, diventando sovraffollato a un solo mese dalla sua apertura. Il campo era stato pensato come soluzione estiva temporanea, ma con il sopraggiungere dell’inverno le persone erano ancora lì e non smettevano di arrivare.
Era il pieno boom della Rotta Balcanica e le persone si affollavano ai confini dell’UE con l’unico obiettivo di superare quel confine. È qui che le persone migranti hanno iniziato a chiamare questa rotta il Game, come se fosse un videogioco. Ogni tentativo di superare il confine è un’incognita. Se sei fortunato passi e continui il tuo gioco. Se ti prendono torni indietro e ritenti, finché non ce la fai. Per qualcuno è game over, senza possibilità di ripartire. Anche se non è mortale come la rotta del Mediterraneo, troppe persone hanno perso la vita nei Balcani per cercare di raggiungere il fallace sogno europeo. Negli anni più recenti, uno dei casi più drammatici è stato nella notte tra il 21 e il 22 agosto 2024, quando un’imbarcazione si è rovesciata nella Drina, fiume che segna il confine tra la Serbia e la Bosnia, in cui sono morte 12 persone, tra cui un neonato di 9 mesi. Nel novembre 2025, altre tre persone sono affogate nel fiume Kolpa e nel fiume Drina, che si aggiungono ad altre 20 persone annegate in questi fiumi a settembre dello stesso anno. Anche il cimitero di Bihać ospita varie tombe di persone migranti, alcune rimaste senza identificazione, perché è anche questo che fanno i confini: spogliano le persone di ogni dignità, lasciandole morire senza nome.
Il 23 dicembre 2020, dopo mesi passati senza che le condizioni di vita migliorassero, il campo di Lipa va a fuoco. Non si è trovata una spiegazione per questo incendio: c’è chi ha accusato gli abitanti del campo di aver appiccato il fuoco per protesta, chi dice addirittura che sia stato IOM a dargli fuoco perché non riuscivano più a gestirlo. Sta di fatto che non sono stati trovati responsabili, ma almeno 1.300 persone si sono ritrovate senza alcun riparo, in alta montagna e in pieno inverno.
È così che inizia la seconda fase del campo, che viene trasformato, con i fondi dell’Unione Europea, in un campo provvisorio con tende comuni e container. Nel novembre 2021, il nuovo campo viene inaugurato sotto il nome di Temporary Reception Center (TRC).
Questa riapertura viene denunciata dalla rete RiVolti ai Balcani in un report chiamato “Lipa, il campo dove fallisce l’Europa”, definendolo un luogo dove “la dignità umana viene calpestata”.
In quel periodo la Bosnia contava cinque campi di questo tipo, con Borići, Miral, Blazuj e Ušivak. Ad oggi sono rimasti attivi solo Lipa nel cantone Una Sana, e Blazuj e Ušivak nel cantone di Sarajevo. I flussi migratori nella regione sono calati drasticamente negli ultimi anni e non ci sono più i fondi e le risorse di prima per poter gestire queste strutture.
I campi di transito bosniaci sono a libero ingresso, vuol dire che le persone migranti possono registrarsi e lasciare il campo quando vogliono. Il campo di Lipa è diventato principalmente il luogo in cui le persone si installano prima o dopo aver tentato il game, quando vengono respinti. Si tratta di una posizione svantaggiata rispetto alla città, ed è anche lontana dal confine, ma all’interno del campo si è sviluppata una forte rete di passaparola e di smuggler, trafficanti che vengono pagati per raggiungere l’altra parte del confine, la Croazia.
È proprio qui, alle porte d’Europa, che si concentra la violenza. La polizia croata, infatti, è stata per anni ed è tuttora al centro di diversi report per la violazione dei diritti umani. È tristemente conosciuta per avere uno dei corpi di polizia e militari più violenti della rotta balcanica, primato che si contende con la Bulgaria. Non è un caso che entrambi questi confini siano di paesi dentro allo spazio dell’Unione. La Fortezza Europa non permette che gli indesiderati entrino nei suoi confini, e pur di tenerli fuori si rifà alla violenza e alla violazione di quei diritti fondamentali di cui si fa promotrice.
Parlando con diverse persone in movimento passate dal campo di Lipa tra il 2024 e il 2025, tutti concordavano su una cosa: la polizia croata e quella bulgara erano le peggiori che avessero mai incontrato.
All’interno dello spazio in cui lavoravo offrivamo bevande calde, uno spazio asciutto e pulito in cui stare, giochi da tavolo e il tanto amato biliardino, che si trasformava spesso in un campo da gioco agguerrito. In questo spazio si tornava a respirare, seppur per poco. La mia parte preferita del lavoro era parlare, anche se era quella più pesante a volte. Cercavo di instaurare un rapporto che andasse oltre il racconto della Rotta Balcanica, della lunga migrazione che le persone che incontravo stavano affrontando. Parlavamo delle nostre famiglie, dei nostri sogni per il futuro, della musica che ci piaceva e dei cibi che amavamo cucinare. Abbiamo ballato, abbiamo riso, ci siamo presi in giro, abbiamo fatto finta di essere amici che fanno le chiacchiere e si raccontano delle loro vite. Quante foto mi hanno mostrato, di madri, padri, figli e mogli, tutti troppo lontani, a volte persi per sempre. Poi le foto di paesi abbandonati, di case che a volte non esistono più, insieme alle foto e ai video del viaggio, gruppi di persone che insieme attraversano confini, la foresta bulgara e quella croata, per arrivare fino a qua e parlare con me in questo posto che è un non luogo, che vorremmo non esistesse ma che ci ha fatti incontrare.
Un ragazzo siriano un giorno mi ha detto mentre parlavamo: “ Era da sei mesi che non parlavo con qualcuno senza la costante paura di essere picchiato”. Altri mi mostravano le loro ferite, mi raccontavano della polizia e delle violenze subite. A volte le persone arrivavano a dirmi:” Sì ci hanno picchiati, ma è normale no? Noi cerchiamo di entrare nel loro paese illegalmente e loro ci picchiano e ci rimandano indietro, funziona così”. Quando i tuoi diritti vengono negati ogni giorno, quando la violenza diventa pane quotidiano, tutto questo diventa la normalità.
Un altro uomo siriano che ho incontrato amava i cavalli e la lettura, era un poeta. Quando l’ho visto arrivare per la prima volta faceva fatica a camminare, era pieno di bende ed era arrabbiato, voleva raccontare la sua storia. Lui e il suo gruppo erano stati fermati dalla polizia, picchiati certo, ma con una violenza inaudita. Gli avevano spento le sigarette sulle piante dei piedi, per questo faticava a camminare. Aveva la schiena con i segni dei manganelli. La polizia aveva preso tutto quello che avevano e gli aveva dato fuoco. Aveva minacciato anche un suo amico di metterlo sul rogo, gli hanno detto “dovreste bruciare come gli ebrei”. Questa è la polizia croata, questa è la polizia che difende i confini d’Europa.
I ricordi di questa Rotta si portano sulla pelle: cicatrici, arti rotti, braccia, schiene, nasi spezzati, piedi distrutti. Tutto questo si rimarginerà, ma sono le cicatrici impresse nella mente le più difficili ad andarsene: l’umiliazione, gli insulti, sigarette spente sul corpo, essere rinchiusi per giorni in centrali di polizia senza acqua né cibo, la deprivazione del sonno, essere costretti a spogliarsi e a immergersi in fiumi gelati di notte senza saper nuotare, temere di morire o di veder morire i tuoi compagni di viaggio. La polizia di confine si accanisce anche contro gli oggetti personali: i telefoni vengono distrutti, i soldi rubati, i vestiti stracciati. A volte vengono create delle pile di oggetti a cui la polizia dà fuoco: passaporti, libri, documenti, tutto perduto. Queste esperienze lasciano un segno, e spesso le persone che rimangono bloccate a Lipa per troppo tempo riportano sintomi di depressione e autolesionismo, alcuni arrivano a contemplare il suicidio. Esplodono anche momenti di violenza tra le persone del campo, che possono sfociare nella morte. Nella primavera del 2025, un uomo è stato ucciso a coltellate dal suo compagno di container perché era entrato con le scarpe sporche dopo che lui aveva pulito il pavimento. L’omicida era un uomo che aveva avuto già episodi di problemi psichiatrici in passato, e che non era stato curato. Trovarsi ad attraversare i confini europei vuol dire anche questo, morire per uno scherzo del destino, morire perché qualcuno ha deciso che la tua vita non vale niente, è come il fango su quelle scarpe.
Nell’inverno del 2025, altre persone sono morte nel campo di Lipa a causa di mancate cure mediche. Da quando la Bosnia ha deciso di passare a una nazionalizzazione della gestione dei campi, a Lipa manca soprattutto personale medico. Prima se ne occupava l’associazione Danish Refugee Council (DRC), con un servizio di medici e interpreti presenti h24. Oggi, i turni dei medici sono in calo, le persone che hanno bisogno di cure spesso non trovano risposta e questo porta a gravi conseguenze.
Il 23 novembre 2025, Mukter Hussain, un uomo di 41 anni del Bangladesh, muore a Lipa dopo due giorni passati nel campo. La sua storia viene denunciata da Collective Aid, Medical Solidarity International e No Name Kitchen, tre organizzazioni impegnate da anni nella solidarietà lungo la Rotta Balcanica.
Mukter era arrivato a Lipa dopo un push back illegale dalla Croazia, ossia dopo essere stato respinto oltre il confine senza aver avuto accesso ad ogni tipo di procedura d’asilo o di protezione. L’uomo ha riportato di essere stato picchiato, specialmente sulle costole. È arrivato a Lipa accusando un grande dolore e vomitando. I medici del campo gli hanno dato solo degli antidolorifici, e nei giorni successivi si sono rifiutati di chiamare un’ambulanza, anche se l’uomo dichiarava di stare male e non riuscire a respirare. È così che Mukter Hussein è morto, una vita che poteva essere salvata se solo avesse ricevuto le giuste cure, se solo avesse avuto la possibilità di raggiungere l’Europa tramite un canale sicuro.
Un altro caso di cure mancate riguarda tre uomini sudanesi, che hanno cercato di attraversare il confine di notte con la speranza di non essere visti dalla polizia. Sulle montagne croate a dicembre le temperature scendono sotto lo zero, e i tre si sono trovati presto con mani e piedi congelati. Vengono trovati dalla polizia bosniaca nella neve, e vengono riportati al campo di Lipa. Per quattro giorni vengono portati in ospedale a Bihać per ricevere cure, e poi a Lipa per passare la notte. Solo il quarto giorno i medici di Bihać si rendono conto che le loro cure non funzionano e così i tre vengono portati d’urgenza a Sarajevo, dove l’ospedale non può riceverli perché è pieno. Vengono così trasferiti a Tuzla, a 300 km di distanza da Bihać. A questo punto è passato troppo tempo, i medici dichiarano che gli arti sono in uno stato avanzato di cancrena e non c’è altro da fare se non l’amputazione. Il caso completo è stato raccontato da Francesca Bellini su Altreconomia.
Queste sono solo alcune storie che sono venute alla luce, tante altre non hanno avuto modo di essere raccontate.
Rispetto ai primi anni della Rotta Balcanica, tra il 2024 e il 2025 il numero di persone che cerca di attraversare il confine da Bihać è calato drasticamente, ma questo non vuol dire che le persone smetteranno di tentare di raggiungere l’Europa da altri paesi e da altre zone del confine. Le rotte migratorie cambiano e mutano nel tempo, anche in base alle violenze perpetrate sui confini. Aumentare i controlli non fermerà le persone dal cercare di attraversare, ma le spingerà ancora di più nelle mani dell’illegalità e della violenza. I confini europei sono stati fatti per rendere impossibile l’attraversamento in modo sicuro e legale, ed è dovere morale e giuridico dell’Unione Europea, visti i trattati sui diritti umani di cui è firmataria, e dei paesi che ne fanno parte, lavorare per un futuro in cui la libertà di movimento sia libertà per tutti, un futuro in cui i diritti saranno di tutti. E se pensiamo che questo non ci riguarda, sbagliamo di grosso. I diritti non vanno dati per scontati, vanno protetti, e in tempi bui come questi, in cui il diritto internazionale e i diritti umani vengono calpestati come se non valessero niente, sta a noi cittadini e alla società civile alzare la voce, acquisire consapevolezza, e batterci anche per chi questi privilegi non ce li ha. Solo così potremo costruire una società più giusta e più umana, per tutti.
Fotografie di Francesco Arrigoni
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