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Agosto
4 Agosto 2026

ALO­NE TOGE­THER

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Il pas­sa­to si muo­ve. Con­ti­nua­men­te. Muta e si modi­fi­ca sot­to i nostri occhi ed è solo la neces­si­tà di fis­sar­lo che lo sta­bi­liz­za in una for­ma com­piu­ta. 

Que­sto per­ché l’unica via di acces­so che abbia­mo a una dimen­sio­ne altri­men­ti vir­tua­le come il pas­sa­to sono le sue trac­ce, che per­man­go­no nel pre­sen­te in for­ma di effet­ti. E la memo­ria, stru­men­to miste­rio­so e tutt’altro che dato, tutt’altro che fer­mo. È uno stru­men­to pro­dut­ti­vo che si ricom­po­ne con­ti­nua­men­te in nuo­ve for­me che defi­ni­sco­no un pas­sa­to in dive­ni­re.

Attra­ver­so trac­ce e memo­ria lo sto­ri­co ten­ta la rico­stru­zio­ne di un pas­sa­to eva­ne­scen­te, ma ciò che i manua­li resti­tui­sco­no non sarà mai l’evento mul­ti­for­me e sfac­cet­ta­to che ha avu­to luo­go.

Esi­ste un’opera rea­liz­za­ta dall’artista Allan Wax­ler, divi­sa in due par­ti col­le­ga­te fra loro, che ben rap­pre­sen­ta la dif­fi­col­tà di que­sto pro­ce­di­men­to: 

La pri­ma par­te, Cof­fee seeks its own level, del 1990, vede un grup­po di quat­tro per­so­ne bere caf­fè in taz­ze col­le­ga­te da tubi­ci­ni di pla­sti­ca che, se sol­le­va­te, fan­no sali­re il livel­lo di liqui­do nel­le altre taz­ze il che, ine­vi­ta­bil­men­te, gene­ra mac­chie di caf­fè sul­la tova­glia lascian­do così trac­ce di quell’evento.

La secon­da par­te, Cof­fee stai­ned Cof­fee Cup, del 1991, vede la rico­stru­zio­ne di taz­ze basan­do­si uni­ca­men­te sul­la for­ma del­le mac­chie di caf­fè lascia­te sul­la tova­glia: que­ste nuo­ve taz­ze, pur essen­do una fede­le rico­stru­zio­ne di ciò che quell’evento ci ha lascia­to, non han­no evi­den­te­men­te nul­la a che fare con l’evento avve­nu­to un anno pri­ma. Anche lì c’erano taz­ze, sì, ma il risul­ta­to del 1991 è distor­to, sta­ti­co. Le taz­ze sono trop­pe, defor­ma­te, non ci sono gli atto­ri né il movi­men­to. Come se quell’evento fos­se “ricor­da­to male”.

In real­tà l’approdo del 1991 – le mol­te­pli­ci taz­ze distor­te – era già con­te­nu­to, anche se invi­si­bi­le e incom­pren­si­bi­le, in quel­la coreo­gra­fia di grup­po del 1990. Non si può tor­na­re all’evento, ma è anche sul­la sua rico­stru­zio­ne “erra­ta” che basia­mo il pre­sen­te. Come se ogni even­to, ogni ope­ra, fos­se al con­tem­po “ciò che è” e insie­me una sor­ta di ine­sau­ri­bi­le “mes­sag­gio asi­gni­fi­ca­to­rio per il futu­ro”, un testa­men­to invo­lon­ta­rio, un asse­gno in bian­co che ver­rà incas­sa­to poi.

La Memo­ria è insie­me pre­zio­sa risor­sa e gran­de limi­te, è il fon­da­men­to stes­so del tem­po: sen­za memo­ria per noi il tem­po sem­pli­ce­men­te non scor­re­reb­be. È ciò che per­met­te di regi­stra­re psi­chi­ca­men­te la real­tà come un sus­se­guir­si di sin­go­li foto­gram­mi con­nes­si e dire­zio­nal­men­te ordi­na­ti.

Esi­ste la Memo­ria sin­go­la­re, un sin­go­lo fram­men­to che riguar­da la vita di un solo indi­vi­duo: è il sog­get­to di un cele­bre rac­con­to di Bor­ges Funes, o del­la memo­ria con­te­nu­to nel­la rac­col­ta Fin­zio­ni (Bor­ges 2003).

Qui ci tro­via­mo di fron­te Ire­neo Funes, un uomo dal­la memo­ria pro­di­gio­sa, capa­ce di ricor­da­re nel det­ta­glio ogni sin­go­lo even­to del­la pro­pria vita al pari di una memo­ria digi­ta­le – o anche meglio, per­ché anche una memo­ria digi­ta­le è sog­get­ta a cor­ru­zio­ne. Que­sta niti­dez­za gli impe­di­sce non solo di para­go­na­re due ogget­ti distin­ti simi­li, ma anche la stes­sa enti­tà in due momen­ti diver­si arri­van­do così a non con­ce­pi­re come “il cane del­le tre e quat­tor­di­ci abbia lo stes­so nome del cane del­le tre e un quar­to” (Bor­ges 2003, 105).

Per crea­re una Memo­ria col­let­ti­va che si arti­co­li su un pano­ra­ma con­di­vi­so, inve­ce, que­sta nor­ma­le sfo­ca­tu­ra del­la memo­ria uma­na è fon­da­men­ta­le. È neces­sa­rio con­fon­de­re ele­men­ti e tro­va­re pun­ti di con­tat­to, sen­tir risuo­na­re qual­co­sa di comu­ne nel­la dif­fe­ren­za. 

È pro­prio que­sto qual­co­sa di comu­ne che ha per­mes­so il for­mar­si e il con­so­li­dar­si del feno­me­no del­le Bac­krooms.

Pro­ba­bil­men­te ormai tut­ti san­no che, pri­ma di diven­ta­re il recen­te caso cine­ma­to­gra­fi­co pro­dot­to dal­la A24, diret­to da Kane Par­sons e usci­to nel­le sale a fine Mag­gio del 2026, le Bac­krooms sono sta­te un feno­me­no col­let­ti­vo (sem­pre meno) mar­gi­na­le di inter­net. Nel 2019, su 4chan, un uten­te ano­ni­mo cari­ca una foto­gra­fia che ritrae un vec­chio uffi­cio deser­to. La foto vie­ne subi­to cor­re­da­ta di una descri­zio­ne aggiun­ta da un altro uten­te:

If you’re not care­ful and you noclip out of rea­li­ty in the wrong areas, 

you’ll end up in the Bac­krooms

[Se non fai atten­zio­ne e no-clip­pi (rimuo­ve­re le bar­rie­re fisi­che, var­ca­re) 

fuo­ri dal­la real­tà nel pun­to sba­glia­to, fini­rai nel­le Bac­krooms]

Un po’ Ali­ce nel pae­se del­le Mera­vi­glie, un po’ La sto­ria infi­ni­ta, ognu­no ha avver­ti­to qual­co­sa di anti­co e fami­lia­re, insie­me irre­si­sti­bi­le e per­tur­ban­te, chia­mar­lo dal fon­do di quel­le stan­ze deser­te, come il can­to di una sire­na. Le Bac­krooms han­no con­ti­nua­to ad allar­gar­si, acqui­sen­do ambien­ti e miste­rio­se enti­tà che li abi­ta­no, gra­zie ai con­tri­bu­ti nar­ra­ti­vi di miglia­ia di altri uten­ti. Si è crea­ta così una sor­ta di mito­lo­gia col­let­ti­va poli­fo­ni­ca – o poli­gra­fi­ca dal momen­to che in que­sto caso il fol­klo­re non è tra­man­da­to oral­men­te, ma impres­so sugli scher­mi in for­ma di rac­con­ti scrit­ti – basa­ta su ambien­ti che evo­ca­no in tut­ti sen­sa­zio­ni simi­li. 

Appa­io­no come la mani­fe­sta­zio­ne in dive­ni­re di un cer­to tipo di memo­ria con­di­vi­sa, col­le­ga­ta a un incon­scio col­let­ti­vo sen­si­bi­le ad atmo­sfe­re comu­ni.

La con­for­ma­zio­ne ori­gi­na­ria del­le Bac­krooms non ha una con­fi­gu­ra­zio­ne fis­sa, ma è simi­le a una rete labi­rin­ti­ca che si espan­de rizo­ma­ti­ca­men­te, la cui stes­sa geo­me­tria spa­zia­le oriz­zon­ta­le muta e si rifor­mu­la costan­te­men­te, un luo­go pro­dut­to­re di pre­sen­ze – fisi­che, sono­re, olfat­ti­ve…– spes­so solo per­ce­pi­te più che pre­ci­sa­men­te iden­ti­fi­ca­te.

Anche se la leg­gen­da del­le Bac­krooms non è l’unica mito­lo­gia col­let­ti­va nata su inter­net ad aver “noclip­pa­to”, ossia var­ca­to, la soglia del­lo scher­mo del com­pu­ter per arri­va­re – ovvia­men­te muta­ta e ride­fi­ni­ta – nel­la real­tà del­le sale cine­ma­to­gra­fi­che, è la pri­ma ad aver otte­nu­to un suc­ces­so pla­ne­ta­rio di cui, for­se, sia­mo solo all’inizio.

Anche qui, come per l’opera di Wax­ler, tro­via­mo il tema di una memo­ria che “più ricor­da e più ricor­da male”, più stra­ti­fi­ca e più ciò che vie­ne ricor­da­to all’interno del­le Bac­krooms si fa distor­to, fra­zio­na­to, ripe­ti­ti­vo, defor­me.

Men­tre per le Bac­krooms que­sta è la pri­ma tra­spo­si­zio­ne cine­ma­to­gra­fi­ca; a distan­za di un mese e mez­zo quel­le stes­se sale han­no visto l’ultimo degli innu­me­re­vo­li ria­dat­ta­men­ti di uno dei più rima­neg­gia­ti, fecon­di e impor­tan­ti pila­stri dell’immaginario col­let­ti­vo occi­den­ta­le: l’Odissea. 

Non entre­rò nel meri­to di que­sto ulti­mo The Odys­sey diret­to da Chri­sto­pher Nolan se non per dire che, come per “Bac­krooms”, si è trat­ta­to di un pre­ve­di­bi­le suc­ces­so. 

Ma use­rò la com­po­si­zio­ne del poe­ma ome­ri­co per pro­se­gui­re sul­la linea già trac­cia­ta di una memo­ria col­let­ti­va.

Nono­stan­te si trat­ti di due gesta­zio­ni tec­ni­ca­men­te, cul­tu­ral­men­te e com­po­si­ti­va­men­te dif­fe­ren­ti, la gene­si del­le Bac­krooms e quel­la dei poe­mi ome­ri­ci sem­bra­no acco­mu­na­te da una strut­tu­ra cora­le lega­ta a una mito­lo­gia con­di­vi­sa: una cor­ren­te mol­to accre­di­ta­ta inter­na alla cosid­det­ta “que­stio­ne ome­ri­ca”, la teo­ria oral-for­mu­lai­ca di Par­ry (1971) e Lord (1960), con­si­de­ra i poe­mi ome­ri­ci non come il frut­to del­la mano uni­ca di un poe­ta di nome Ome­ro, ma come una com­po­si­zio­ne len­ta e fram­men­ta­ta, l’espressione di più voci auto­ria­li che, usan­do sto­rie simi­li, le avreb­be­ro rima­neg­gia­te tra­man­dan­do­le oral­men­te di aedo in aedo aiu­ta­ti da for­mu­le ed epi­te­ti con­di­vi­si e facil­men­te memo­riz­za­bi­li. Il tut­to fino alla reda­zio­ne scrit­ta dei testi che ne avreb­be model­la­to e con­ge­la­to strut­tu­ra e for­ma poe­ti­ca, ma non par­to­ri­to il con­te­nu­to.

La sug­ge­stio­ne dei rac­con­ti ambien­ta­ti nel­le Bac­krooms è sem­pre la stes­sa: ci si ritro­va – per disat­ten­zio­ne o per desi­de­rio di esplo­ra­zio­ne – disper­si in un luo­go ‘fuo­ri dal­la real­tà cono­sciu­ta’ dal­le fat­tez­ze fami­lia­ri e tut­ta­via scon­fi­na­te e inquie­tan­ti, costrui­to come un’infinita diste­sa pae­sag­gi­sti­ca este­ti­ca­men­te ripe­ti­ti­va e labi­rin­ti­ca di cui non si intra­ve­do­no i limi­ti. Potreb­be esse­re deser­to o nascon­de­re crea­tu­re osta­co­lan­ti e aggres­si­ve. Entram­be le ipo­te­si costi­tui­sco­no una minac­cia per l’unico obiet­ti­vo da rag­giun­ge­re: tor­na­re, vivi, nel­la real­tà cono­sciu­ta, tor­na­re a casa.

Gli “spa­zi limi­na­li” del­le Bac­krooms ricor­da­no ciò che Marc Augé ha defi­ni­to “non­luo­ghi” a cui, però, si aggiun­ge una pati­na emo­ti­va nostal­gi­ca e si eli­mi­na la pre­sen­za uma­na con il risul­ta­to di gene­ra­re l’inquietante, per­tur­ban­te sen­sa­zio­ne di esse­re “fuo­ri posto” (Augé 1992).

Quel­lo di “non­luo­go” è un con­cet­to diret­ta­men­te col­le­ga­to alla memo­ria col­let­ti­va, per­ché, nono­stan­te se ne pos­sa fare una lista – hotel, auto­grill, par­cheg­gi, cine­ma, par­co gio­chi, aero­por­ti… – ciò che li ren­de tali è il (non)rapporto che si instau­ra con essi.

Sono luo­ghi di pas­sag­gio con i qua­li si ha un rap­por­to for­ma­le, non pri­va­to, neu­tro, aset­ti­co, spes­so si trat­ta di spa­zi con­di­vi­si. Luo­ghi che si attra­ver­sa­no per arri­va­re a desti­na­zio­ne, ‘a casa’. Ciò per­met­te quel­la mag­gio­re ‘sfo­ca­tu­ra del­la memo­ria’ che ne con­fon­de i trat­ti gene­ran­do in noi quel­la sen­sa­zio­ne comu­ne di fami­lia­ri­tà mista a stra­nia­men­to di fron­te all’immagine di un cen­tro com­mer­cia­le che non abbia­mo mai visto pri­ma. 

Un non­luo­go resta sem­pre in par­te igno­to, neu­tra­le, e nell’ignoto non esi­sto­no model­li cono­sciu­ti in cui inca­sel­la­re la pro­pria iden­ti­tà, l’esperienza è più sle­ga­ta, è pos­si­bi­le “spe­ri­men­ta­re nuo­vi per­cor­si tra­sfor­ma­ti­vi” (Bac­krooms, 2026) e usci­re dal loop iden­ti­ta­rio com­po­sto dai pro­pri “per­cor­si di minor resi­sten­za” (Bac­krooms, 2026).

Per­den­do par­zial­men­te i con­fi­ni sta­bi­li del­la pro­pria iden­ti­tà ci si rico­no­sce come con­ti­nuo dive­ni­re.

È com­ples­so retro-appli­ca­re il con­cet­to moder­no di non­luo­go o spa­zio limi­na­le a una civil­tà come quel­la in cui si radi­ca l’Odissea, la distin­zio­ne fra pub­bli­co e pri­va­to era mol­to diver­sa, in più l’eroe epi­co ome­ri­co è psi­co­lo­gi­ca­men­te diver­so dall’eroe – o spes­so anti-eroe – tra­gi­co con­tem­po­ra­neo. 

Que­sti pun­ti meri­te­reb­be­ro un appro­fon­di­men­to che ecce­de­reb­be di mol­to i limi­ti spa­zia­li che ho a dispo­si­zio­ne, quin­di mi limi­te­rò a dire che il mare è un luo­go di pas­sag­gio e tra­sfor­ma­zio­ne, ma ha anche una for­te valen­za antro­po­lo­gi­ca, tal­men­te radi­ca­ta e par­ti­co­la­re da costi­tui­re qua­si un caso a sé.

Eppu­re in mare Ulis­se può anda­re ‘fuo­ri rot­ta’, var­ca­re soglie, e per­der­si in un labi­rin­to di onde scon­fi­na­to e ripe­ti­ti­vo tan­to appa­ren­te­men­te silen­zio­so e fami­lia­re quan­to fecon­do di pre­sen­ze.

Nono­stan­te l’obiettivo pre­scrit­ti­vo e dichia­ra­to sia quel­lo di ‘tor­na­re a casa’, è pro­prio nei luo­ghi di tran­si­zio­ne e tra­sfor­ma­zio­ne che si arti­co­la il rac­con­to e avvie­ne la sto­ria, non a casa, dove, chi tor­na, non resta a lun­go.

Se chi acce­de alle Bac­krooms var­ca una soglia e cade fuo­ri dal­la real­tà cono­sciu­ta, Dan­te, nel XXVI can­to dell’Inferno, ci rac­con­ta di Ulis­se e del­la sua soglia – le Colon­ne d’Ercole – che segna­va, per il mon­do anti­co occi­den­ta­le, il limi­te estre­mo del mon­do cono­sciu­to.

C’è evi­den­te­men­te qual­co­sa in que­ste stan­ze vuo­te, in que­sto mare silen­zio­so, che sus­sur­ra all’inconscio col­let­ti­vo. Un pas­sa­to irrag­giun­gi­bi­le, nato come già per­du­to. Visto per un atti­mo ed eva­po­ra­to all’istante. Per que­sto ora appa­ren­te­men­te deser­to, ma con pre­sen­ze alie­ne che han­no pre­so il nostro posto o, for­se, ci pre­ce­de­va­no e sono rima­ste. In qual­che modo, però, con­ti­nua a rie­cheg­gia­re e a per­si­ste­re nel pre­sen­te non come una cosa per­du­ta ma come una cosa eter­na­men­te rin­ve­nu­ta.

Foto­gra­fia di Rai­san Hameed

Biblio­gra­fia

Augé, Marc. 1993. Non­luo­ghi. Intro­du­zio­ne a una antro­po­lo­gia del­la sur­mo­der­ni­tà, Mila­no, Elèu­the­ra.

Bor­ges, Jor­ge Luis. 2003. Fin­zio­ni, trad. di Anto­nio Melis, Mila­no, Adel­phi.

Codi­no, Fau­sto. 1965. Into­du­zio­ne a Ome­ro, Tori­no, Pic­co­la Biblio­te­ca Einau­di.

Lord, Albert B. 1960. The Sin­ger of Tales, Har­vard, Har­vard Uni­ver­si­ty Press.

Tan­ni, Valen­ti­na. 2023. Exit Rea­li­ty, Roma, NERO. 

Par­ry, Mil­man. 1971. The Making of Home­ric Ver­se: The Col­lec­ted Papers of Mil­man Par­ry, Oxford, Oxford Uni­ver­si­ty Press.

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