Fontana di Trevi, estate 1995.
Ho cinque anni, tre monetine strette nella mano e una convinzione incrollabile: la fontana esaudisce i desideri, massimo tre. Bisogna formularli bene. Li esprimo, tutti e tre con un fiato solo e la serietà assoluta che solo i bambini sanno avere davanti a certe cose. Tornare a Roma. Andare in Australia. Andare in Cina.
L’Australia me la spiego con i canguri di Bianca e Bernie (1990). Di Roma, ovviamente, sapevo già tutto. Della Cina non avrei saputo dire nulla più del nome. Non un’immagine, non una storia, non un riferimento preciso. Eppure era lì. Abbastanza forte da meritarsi una monetina.
Poi, di quel desiderio, mi sono dimenticata.
Per anni la Cina è rimasta sullo sfondo, più come concetto che come luogo reale. L’Asia è rientrata nella mia vita molto più tardi, in modo laterale, quasi involontario. Prima attraverso uno schermo – film, serie, immagini che costruiscono familiarità senza esperienza – poi, attraverso il viaggio.
Seoul è stata la prima città asiatica che ho attraversato davvero. Poi Hong Kong, Taipei. Ogni volta una sensazione diversa, sempre mediata da un certo sforzo: linguistico, culturale, logistico. Impegno che si accompagnava bene al fascino di ciò che non si conosce. La Cina, però, continuava a rimanere fuori campo, finché Suzhou River (2000) ha fatto quello che a volte fanno i film: ha spostato una decisione.
Natale 2025: trent’anni dopo.
La fontana esaudisce i desideri. Basta formularli bene.
Voglio tornare a Roma.
Voglio andare in Australia.
Voglio andare in Cina.
Ed ecco la Cina, quasi per caso: Shanghai non era un viaggio pianificato da tempo. Era una deviazione. Ci sarei rimasta una decina di giorni, per poi spostarmi in Giappone, tra Osaka e Kyoto, prevalentemente per convenienza.
Due paesi vicini, due sistemi culturali e politici radicalmente diversi. Tornare a Milano dopo averli attraversati entrambi ha reso impossibile non interrogarmi su ciò che avevo percepito, non in termini di meglio o peggio, ma di abitabilità della vita quotidiana.
A Shanghai la prima rivelazione è stata corporea, non intellettuale: il corpo si muoveva senza attrito. Camminare era naturale. Fermarsi era possibile. Tutto ciò che serviva – cibo, trasporti, piccoli servizi, persino i bagni pubblici – era semplicemente lì, distribuito nello spazio urbano in modo continuo, quasi ovvio. Non dovevo pianificare. Non dovevo prevedere alternative. Non dovevo anticipare problemi.
In urbanistica si parla sempre più spesso di proximity-based urbanism o di 15-minute city: contesti in cui i bisogni quotidiani possono essere soddisfatti entro un raggio pedonale ridotto, riducendo la dipendenza da spostamenti complessi e dalla pianificazione preventiva. Ma vivere questa configurazione è diverso dal leggerla. Significa, molto concretamente, non dover prendere una serie infinita di micro-decisioni per attraversare la giornata.
Questa riduzione delle scelte apparentemente irrilevanti ha un effetto cognitivo che la psicologia comportamentale studia da anni. Il concetto di decision fatigue descrive l’affaticamento mentale che deriva dall’essere costantemente chiamati a decidere, anche su aspetti minimi della vita quotidiana. Ogni scelta – cosa mangiare, se fare la spesa, se ordinare, se ordinare su quale app farlo; quale mezzo prendere per evitare scioperi, rallentamenti, imprevisti; quale applicazione usare, quale alternativa valutare; quale metodo di pagamento usare; come fare a prenotare una visita medica – consuma una quota limitata di energia cognitiva. E, in uno stato in cui le risorse mentali si esauriscono dopo una lunga sequenza di scelte e sforzi cognitivi, le successive decisioni diventano meno ponderate e più automatiche Non è tanto la complessità della singola decisione a pesare, quanto la loro accumulazione silenziosa nel corso della giornata. Quanto più questa riserva si assottiglia, tanto più diventiamo più irritati, meno lucidi, più inclini a semplificare o a rimandare. In questo senso, un ambiente che riduce le micro-decisioni non alleggerisce solo l’agenda: ridistribuisce il carico mentale. A Shanghai ho avuto la sensazione che questo carico fosse stato assorbito dal sistema. Non eliminato – nulla lo è davvero – ma drasticamente ridotto, tanto da rendermi conto della sua mancanza. Libera da, libera di: la semplicità non era una qualità individuale, né una virtù personale. Era una caratteristica strutturale dell’ambiente.
Questa impressione è diventata ancora più evidente attraverso l’infrastruttura digitale. Alipay non è solo un’app di pagamento. È una soglia. Un sistema nervoso. Trasporti, documenti, prenotazioni, servizi: tutto passa da lì. Appena atterrata a Pudong, stanca, disorientata e linguisticamente isolata, una sola parola ha sbloccato l’intero spazio urbano: “Alipay?”. Il QR code attivato ai tornelli della metro mi ha accompagnata per giorni, rendendo superflua qualsiasi altra forma di mediazione.
Secondo McKinsey, le super-app cinesi rappresentano una delle principali innovazioni strutturali del sistema dei pagamenti globali, proprio per la loro capacità di integrare finanza, consumo e mobilità in un unico flusso continuo. Dal punto di vista dell’utente, il risultato è una fluidità praticamente totale. Dal punto di vista sistemico, è una concentrazione di funzioni e dati che trasforma l’applicazione in infrastruttura.
È in questo punto che ho iniziato a percepire una tensione più profonda. Quando un sistema funziona così bene da scomparire dalla percezione, smette di essere vissuto come scelta e diventa ambiente.
La sociologa Susan Leigh Star descrive le infrastrutture come “invisibili quando funzionano”, presenti proprio nella misura in cui non richiedono attenzione consapevole. In Cina, l’infrastruttura digitale non si limita a facilitare la vita quotidiana: la struttura.
Questa logica si estende anche alla pianificazione del viaggio stesso. Piattaforme come Trip.com non si limitano a offrire opzioni, ma suggeriscono percorsi, filtrano alternative, anticipano bisogni. Studi sul potere algoritmico mostrano come l’esternalizzazione delle scelte riduca il carico cognitivo percepito, ma al tempo stesso limiti l’esposizione all’imprevisto, trattato sempre più come inefficienza. Il viaggio – tutto il resto – diventa fluido, continuo, raramente interrotto da attriti. Ma anche più prevedibile.
Solo qualche giorno dopo, in Giappone, questa differenza si è manifestata con forza.
Le stazioni erano impeccabili, le indicazioni precise, i treni puntualissimi. Eppure il sistema chiedeva attenzione costante. Interpretare mappe complesse, capire linee che si intrecciano, seguire norme sociali implicite. Senza una ICOCA – la carta di trasporto locale, estremamente efficiente ma non immediatamente accessibile al visitatore – ogni spostamento diventava una piccola negoziazione.
L’efficienza giapponese funziona, ma presuppone competenza. È un ordine che richiede partecipazione cognitiva continua. In Cina, invece, ho avuto la sensazione opposta: il sistema non chiedeva di essere compreso fino in fondo. Assorbiva.
Tornata a Milano, la differenza è diventata quasi dolorosa. Scioperi, fasce di garanzia non rispettate, fermate soppresse, informazioni frammentate, applicazioni diverse che non comunicano tra loro. Una sequenza di micro-frizioni che, prese singolarmente, sembrano insignificanti, ma che, insieme, producono stanchezza. Non una stanchezza politica, ma una stanchezza quotidiana, diffusa, difficile da nominare.
Ed è proprio qui che nasce la prima domanda a cui ripenso mentre mi rigiro tra le lenzuola incapace di addormentarmi: quanto della nostra idea di libertà è legata alla possibilità di scegliere, e quanto invece alla possibilità di non dover scegliere continuamente?
Questa stanchezza quotidiana, però, non è solo una questione di organizzazione o di flusso. Ha anche una dimensione materiale molto concreta: il costo di esistere.
In Cina, una delle cose che mi ha colpita di più è stata la normalità con cui servizi considerati essenziali – mangiare fuori, spostarsi, usufruire di piccoli trattamenti o prestazioni – sono accessibili a una parte molto ampia della popolazione urbana. Non si tratta di lusso, né di consumo eccezionale. È parte della vita ordinaria.
Le comparazioni internazionali sul costo della vita mostrano come, soprattutto nelle grandi città cinesi, beni e servizi quotidiani abbiano prezzi sensibilmente inferiori rispetto a molte metropoli occidentali, in particolare se messi in relazione ai redditi medi urbani. Questo non elimina le disuguaglianze – che in Cina sono profonde e strutturali – ma riduce la necessità di una pianificazione economica costante per soddisfare bisogni primari. Anche questo contribuisce alla sensazione di semplicità: la vita quotidiana non è una negoziazione continua con il denaro.
Il confronto con il Giappone, da questo punto di vista, è illuminante.
Per un visitatore, il Giappone può apparire relativamente accessibile, persino economico in alcuni ambiti. Ma questa percezione cambia se si sposta lo sguardo dal turista al residente. Dati dell’OECD mostrano come il Giappone sia caratterizzato da una stagnazione salariale di lungo periodo, con una crescita dei salari reali significativamente inferiore rispetto ad altre economie avanzate. Questo suggerisce come il costo relativamente contenuto di alcuni servizi sia, almeno in parte, il risultato di una sistematica svalutazione del lavoro, soprattutto nei settori dei servizi e dell’assistenza.
Questo passaggio è importante, perché introduce una distinzione spesso trascurata: ciò che appare efficiente o accessibile dall’esterno non è necessariamente sostenibile dall’interno. La semplicità percepita può poggiare su asimmetrie meno visibili. In Cina, nonostante disuguaglianze marcate, l’accesso ai servizi quotidiani nelle grandi città risulta spesso compatibile con i redditi medi urbani, producendo una normalizzazione del “necessario” come esperienza condivisa, non eccezionale.
La tensione tra funzionalità e costo umano attraversa anche il cinema cinese contemporaneo. In Still Life (2006), Jia Zhangke racconta la trasformazione radicale del territorio attorno alla diga delle Tre Gole: infrastrutture che funzionano, energia che scorre, città che vengono letteralmente spostate per rendere possibile una nuova idea di modernizzazione. Il film non oppone resistenza, non denuncia, non costruisce eroi. Si limita a osservare ciò che resta ai margini di un sistema che semplifica, ottimizza, rende efficiente. I corpi, le relazioni, le vite quotidiane appaiono come elementi assorbiti dal flusso, necessari ma sacrificabili. In questo senso, Still Life offre un controcampo prezioso alla semplicità urbana contemporanea: ricorda che ogni infrastruttura che rende la vita più fluida produce anche silenzi, spostamenti, perdite che raramente entrano nella narrazione dell’efficienza.
Se Jia Zhangke mostra ciò che viene sacrificato quando l’efficienza diventa prioritaria, è nella dimensione più minuta del quotidiano che se ne percepiscono anche i benefici, spesso in modo quasi impercettibile.
L’attenzione alla quotidianità emerge, infatti, anche in ambiti apparentemente marginali, ma in realtà profondamente rivelatori. La presenza diffusa di bagni pubblici puliti e accessibili – ciò che viene definito “Toilet Revolution” – è il risultato di una politica pubblica deliberata, pensata per migliorare la mobilità urbana, il turismo e la qualità della vita. Può sembrare un dettaglio irrilevante, ma cambia radicalmente il modo in cui il corpo attraversa lo spazio urbano. Riduce l’ansia, estende il tempo di permanenza nello spazio pubblico, rende la città più abitabile. A me, banalmente, ha permesso di godermi il viaggio senza dover pianificare quando e quanto bere, semplicemente godendomi giornate e passeggiate.
Un discorso analogo vale per il sistema sanitario urbano. In molte grandi città cinesi l’accesso a ospedali e cliniche è caratterizzato da una forte integrazione digitale: prenotazioni, pagamenti e referti sono gestiti attraverso piattaforme centralizzate. Secondo analisi pubblicate su The Lancet, la Cina ha investito in modo significativo nella digitalizzazione dei servizi sanitari di base, migliorandone l’accesso nelle aree urbane. Anche qui, l’esperienza è quella di un sistema che funziona senza richiedere negoziazione continua. Il corpo, come lo spazio e il tempo, viene integrato nel flusso.
È a questo punto che la questione della libertà diventa inevitabile.
Perché questa semplicità, questa riduzione dell’attrito, coesiste con limitazioni evidenti sul piano delle libertà civili. Durante il mio soggiorno, le difficoltà di accesso a internet, l’instabilità delle VPN, la sensazione di una rete filtrata erano costanti – e non aprirò il discorso legato a CCTV e controlli basati sul riconoscimento facciale. Rapporti internazionali documentano in modo sistematico il livello di controllo esercitato sull’informazione e sulla comunicazione in Cina. Non si tratta di episodi isolati, ma di una struttura.
Credo, a questo punto, che diventi utile distinguere tra due livelli diversi di libertà. La libertà civile, che riguarda diritti fondamentali come l’espressione, l’informazione, il dissenso e la libertà funzionale, che riguarda, invece, la possibilità di vivere la quotidianità senza ostacoli pratici continui. Studi sulla governance digitale mostrano come regimi con forti limitazioni civili possano comunque offrire elevati livelli di efficienza funzionale, producendo una percezione soggettiva di libertà nel breve termine. Questa distinzione non serve a giustificare il controllo, ma a comprenderne l’efficacia.
Ed è forse proprio questa efficacia a rendere il quadro più inquietante. Perché quando un sistema funziona così bene da rendere la vita quotidiana fluida, accessibile, persino confortevole, il rischio non è solo quello di accettarne le rinunce, ma di smettere di percepirle come tali. La semplicità, in questo senso, non è neutra: può diventare una forma di anestesia. Una condizione in cui l’assenza di diritti fondamentali non viene negata, ma progressivamente messa in secondo piano, oscurata dalla funzionalità del vivere. Quanto può essere pericoloso un sistema che rende la vita così scorrevole da far dimenticare ciò a cui stiamo rinunciando?
Soprattutto quando questo tipo di semplicità, a noi, in Occidente, manca.
Tremendamente, ci manca.
È forse per questo che il meme You met me at a very Chinese time of my life ha trovato così ampia risonanza. La frase riprende, con una variazione ironica, una battuta di Fight Club (Mondadori, 2003) – “You met me at a very strange time in my life” – e la sostituzione di “strange” con “Chinese” non è casuale: suggerisce che questo “tempo cinese” non sia solo un luogo geografico, ma una condizione esistenziale. Analizzato da WIRED come fenomeno culturale piuttosto che politico, il trend esprime una nostalgia per una quotidianità percepita come più ordinata, meno frammentata, meno faticosa. Non è un’adesione ideologica alla Cina, ma una proiezione: la Cina come spazio immaginato in cui il sistema si assume il compito di organizzare la vita.
Questa proiezione dice molto più dell’Occidente che della Cina.
Dice di una società in cui la moltiplicazione delle scelte, delle app, delle alternative non produce necessariamente più libertà, ma spesso più stanchezza. Dice di una vita quotidiana che richiede una competenza costante per funzionare, e che delega all’individuo il compito di tenere insieme frammenti sempre più numerosi.
Il punto, allora, non è stabilire quale modello sia migliore. Ogni sistema incorpora una forma specifica di rinuncia. L’Occidente sacrifica la semplicità in nome della scelta. Il Giappone sacrifica la leggerezza in nome dell’ordine e della competenza. La Cina sacrifica libertà civili fondamentali in nome della fluidità quotidiana. La domanda che dobbiamo porci non riguarda tanto la Cina, né il Giappone, né l’Occidente come entità astratte. Riguarda noi. Quale tipo di complessità difendiamo davvero per principio, e quale invece continuiamo a sostenere solo per abitudine, senza più chiederci se ci rende la vita abitabile?
Forse la questione non è quanto un sistema sia efficiente, ma quanto spazio lasci alla possibilità di dissentire, rallentare, sottrarsi. Se la semplicità diventa così efficace da non farci più sentire il peso delle rinunce che comporta, il rischio non è solo politico: è percettivo. È la progressiva assuefazione a un equilibrio che funziona, ma che potrebbe funzionare anche senza di noi. L’eccesso di scelta, dall’altra parte, la moltiplicazione delle alternative, la frammentazione dei servizi e – soprattutto – delle responsabilità possono produrre una stanchezza altrettanto pericolosa: quella che ci porta a delegare, a disinteressarci, a ridurre la libertà a un fatto puramente formale. Se siamo continuamente occupati a gestire micro-decisioni, a navigare sistemi complessi, a compensare inefficienze strutturali, sembra, infatti, rimanga poco spazio per esercitare davvero quella libertà che diciamo di voler difendere.
Non ho risposte, ad oggi. Sono partita senza aspettative, senza nemmeno ripensare davvero a quella monetina. Non lo so dove avessi sentito parlare della Cina o cosa significasse per me quando avevo cinque anni. Anche oggi, fatico a definirlo. Ma le domande sono motori e quindi ho un nuovo desiderio da esprimere – tornare in Cina – e, insieme, una nuova consapevolezza: che mi hai incontrato in un momento molto cinese della mia vita.
Fotografia di Peng Ke
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