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Marzo
9 Marzo 2026

UN TEM­PO MOL­TO CINE­SE DEL­LA MIA VITA

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Fon­ta­na di Tre­vi, esta­te 1995.

Ho cin­que anni, tre mone­ti­ne stret­te nel­la mano e una con­vin­zio­ne incrol­la­bi­le: la fon­ta­na esau­di­sce i desi­de­ri, mas­si­mo tre. Biso­gna for­mu­lar­li bene. Li espri­mo, tut­ti e tre con un fia­to solo e la serie­tà asso­lu­ta che solo i bam­bi­ni san­no ave­re davan­ti a cer­te cose. Tor­na­re a Roma. Anda­re in Austra­lia. Anda­re in Cina.

L’Australia me la spie­go con i can­gu­ri di Bian­ca e Ber­nie (1990). Di Roma, ovvia­men­te, sape­vo già tut­to. Del­la Cina non avrei sapu­to dire nul­la più del nome. Non un’immagine, non una sto­ria, non un rife­ri­men­to pre­ci­so. Eppu­re era lì. Abba­stan­za for­te da meri­tar­si una mone­ti­na.

Poi, di quel desi­de­rio, mi sono dimen­ti­ca­ta. 

Per anni la Cina è rima­sta sul­lo sfon­do, più come con­cet­to che come luo­go rea­le. L’Asia è rien­tra­ta nel­la mia vita mol­to più tar­di, in modo late­ra­le, qua­si invo­lon­ta­rio. Pri­ma attra­ver­so uno scher­mo – film, serie, imma­gi­ni che costrui­sco­no fami­lia­ri­tà sen­za espe­rien­za – poi, attra­ver­so il viag­gio.

Seoul è sta­ta la pri­ma cit­tà asia­ti­ca che ho attra­ver­sa­to dav­ve­ro. Poi Hong Kong, Tai­pei. Ogni vol­ta una sen­sa­zio­ne diver­sa, sem­pre media­ta da un cer­to sfor­zo: lin­gui­sti­co, cul­tu­ra­le, logi­sti­co. Impe­gno che si accom­pa­gna­va bene al fasci­no di ciò che non si cono­sce. La Cina, però, con­ti­nua­va a rima­ne­re fuo­ri cam­po, fin­ché Suz­hou River (2000) ha fat­to quel­lo che a vol­te fan­no i film: ha spo­sta­to una deci­sio­ne. 

Nata­le 2025: trent’anni dopo. 

La fon­ta­na esau­di­sce i desi­de­ri. Basta for­mu­lar­li bene. 

Voglio tor­na­re a Roma.

Voglio anda­re in Austra­lia.

Voglio anda­re in Cina

Ed ecco la Cina, qua­si per caso: Shan­ghai non era un viag­gio pia­ni­fi­ca­to da tem­po. Era una devia­zio­ne. Ci sarei rima­sta una deci­na di gior­ni, per poi spo­star­mi in Giap­po­ne, tra Osa­ka e Kyo­to, pre­va­len­te­men­te per con­ve­nien­za. 

Due pae­si vici­ni, due siste­mi cul­tu­ra­li e poli­ti­ci radi­cal­men­te diver­si. Tor­na­re a Mila­no dopo aver­li attra­ver­sa­ti entram­bi ha reso impos­si­bi­le non inter­ro­gar­mi su ciò che ave­vo per­ce­pi­to, non in ter­mi­ni di meglio o peg­gio, ma di abi­ta­bi­li­tà del­la vita quo­ti­dia­na.

A Shan­ghai la pri­ma rive­la­zio­ne è sta­ta cor­po­rea, non intel­let­tua­le: il cor­po si muo­ve­va sen­za attri­to. Cam­mi­na­re era natu­ra­le. Fer­mar­si era pos­si­bi­le. Tut­to ciò che ser­vi­va – cibo, tra­spor­ti, pic­co­li ser­vi­zi, per­si­no i bagni pub­bli­ci – era sem­pli­ce­men­te lì, distri­bui­to nel­lo spa­zio urba­no in modo con­ti­nuo, qua­si ovvio. Non dove­vo pia­ni­fi­ca­re. Non dove­vo pre­ve­de­re alter­na­ti­ve. Non dove­vo anti­ci­pa­re pro­ble­mi.

In urba­ni­sti­ca si par­la sem­pre più spes­so di pro­xi­mi­ty-based urba­ni­sm o di 15-minu­te city: con­te­sti in cui i biso­gni quo­ti­dia­ni pos­so­no esse­re sod­di­sfat­ti entro un rag­gio pedo­na­le ridot­to, ridu­cen­do la dipen­den­za da spo­sta­men­ti com­ples­si e dal­la pia­ni­fi­ca­zio­ne pre­ven­ti­va. Ma vive­re que­sta con­fi­gu­ra­zio­ne è diver­so dal leg­ger­la. Signi­fi­ca, mol­to con­cre­ta­men­te, non dover pren­de­re una serie infi­ni­ta di micro-deci­sio­ni per attra­ver­sa­re la gior­na­ta.

Que­sta ridu­zio­ne del­le scel­te appa­ren­te­men­te irri­le­van­ti ha un effet­to cogni­ti­vo che la psi­co­lo­gia com­por­ta­men­ta­le stu­dia da anni. Il con­cet­to di deci­sion fati­gue descri­ve l’affaticamento men­ta­le che deri­va dall’essere costan­te­men­te chia­ma­ti a deci­de­re, anche su aspet­ti mini­mi del­la vita quo­ti­dia­na. Ogni scel­ta – cosa man­gia­re, se fare la spe­sa, se ordi­na­re, se ordi­na­re su qua­le app far­lo; qua­le mez­zo pren­de­re per evi­ta­re scio­pe­ri, ral­len­ta­men­ti, impre­vi­sti; qua­le appli­ca­zio­ne usa­re, qua­le alter­na­ti­va valu­ta­re; qua­le meto­do di paga­men­to usa­re; come fare a pre­no­ta­re una visi­ta medi­ca – con­su­ma una quo­ta limi­ta­ta di ener­gia cogni­ti­va. E, in uno sta­to in cui le risor­se men­ta­li si esau­ri­sco­no dopo una lun­ga sequen­za di scel­te e sfor­zi cogni­ti­vi, le suc­ces­si­ve deci­sio­ni diven­ta­no meno pon­de­ra­te e più auto­ma­ti­che Non è tan­to la com­ples­si­tà del­la sin­go­la deci­sio­ne a pesa­re, quan­to la loro accu­mu­la­zio­ne silen­zio­sa nel cor­so del­la gior­na­ta. Quan­to più que­sta riser­va si assot­ti­glia, tan­to più diven­tia­mo più irri­ta­ti, meno luci­di, più incli­ni a sem­pli­fi­ca­re o a riman­da­re. In que­sto sen­so, un ambien­te che ridu­ce le micro-deci­sio­ni non alleg­ge­ri­sce solo l’agenda: ridi­stri­bui­sce il cari­co men­ta­le. A Shan­ghai ho avu­to la sen­sa­zio­ne che que­sto cari­co fos­se sta­to assor­bi­to dal siste­ma. Non eli­mi­na­to – nul­la lo è dav­ve­ro – ma dra­sti­ca­men­te ridot­to, tan­to da ren­der­mi con­to del­la sua man­can­za. Libe­ra da, libe­ra di: la sem­pli­ci­tà non era una qua­li­tà indi­vi­dua­le, né una vir­tù per­so­na­le. Era una carat­te­ri­sti­ca strut­tu­ra­le dell’ambiente.

Que­sta impres­sio­ne è diven­ta­ta anco­ra più evi­den­te attra­ver­so l’infrastruttura digi­ta­le. Ali­pay non è solo un’app di paga­men­to. È una soglia. Un siste­ma ner­vo­so. Tra­spor­ti, docu­men­ti, pre­no­ta­zio­ni, ser­vi­zi: tut­to pas­sa da lì. Appe­na atter­ra­ta a Pudong, stan­ca, diso­rien­ta­ta e lin­gui­sti­ca­men­te iso­la­ta, una sola paro­la ha sbloc­ca­to l’intero spa­zio urba­no: “Ali­pay?”. Il QR code atti­va­to ai tor­nel­li del­la metro mi ha accom­pa­gna­ta per gior­ni, ren­den­do super­flua qual­sia­si altra for­ma di media­zio­ne.

Secon­do McKin­sey, le super-app cine­si rap­pre­sen­ta­no una del­le prin­ci­pa­li inno­va­zio­ni strut­tu­ra­li del siste­ma dei paga­men­ti glo­ba­li, pro­prio per la loro capa­ci­tà di inte­gra­re finan­za, con­su­mo e mobi­li­tà in un uni­co flus­so con­ti­nuo. Dal pun­to di vista dell’utente, il risul­ta­to è una flui­di­tà pra­ti­ca­men­te tota­le. Dal pun­to di vista siste­mi­co, è una con­cen­tra­zio­ne di fun­zio­ni e dati che tra­sfor­ma l’applicazione in infra­strut­tu­ra.

È in que­sto pun­to che ho ini­zia­to a per­ce­pi­re una ten­sio­ne più pro­fon­da. Quan­do un siste­ma fun­zio­na così bene da scom­pa­ri­re dal­la per­ce­zio­ne, smet­te di esse­re vis­su­to come scel­ta e diven­ta ambien­te.

La socio­lo­ga Susan Lei­gh Star descri­ve le infra­strut­tu­re come “invi­si­bi­li quan­do fun­zio­na­no”, pre­sen­ti pro­prio nel­la misu­ra in cui non richie­do­no atten­zio­ne con­sa­pe­vo­le. In Cina, l’infrastruttura digi­ta­le non si limi­ta a faci­li­ta­re la vita quo­ti­dia­na: la strut­tu­ra.

Que­sta logi­ca si esten­de anche alla pia­ni­fi­ca­zio­ne del viag­gio stes­so. Piat­ta­for­me come Trip.com non si limi­ta­no a offri­re opzio­ni, ma sug­ge­ri­sco­no per­cor­si, fil­tra­no alter­na­ti­ve, anti­ci­pa­no biso­gni. Stu­di sul pote­re algo­rit­mi­co mostra­no come l’esternalizzazione del­le scel­te ridu­ca il cari­co cogni­ti­vo per­ce­pi­to, ma al tem­po stes­so limi­ti l’esposizione all’imprevisto, trat­ta­to sem­pre più come inef­fi­cien­za. Il viag­gio – tut­to il resto – diven­ta flui­do, con­ti­nuo, rara­men­te inter­rot­to da attri­ti. Ma anche più pre­ve­di­bi­le.

Solo qual­che gior­no dopo, in Giap­po­ne, que­sta dif­fe­ren­za si è mani­fe­sta­ta con for­za. 

Le sta­zio­ni era­no impec­ca­bi­li, le indi­ca­zio­ni pre­ci­se, i tre­ni pun­tua­lis­si­mi. Eppu­re il siste­ma chie­de­va atten­zio­ne costan­te. Inter­pre­ta­re map­pe com­ples­se, capi­re linee che si intrec­cia­no, segui­re nor­me socia­li impli­ci­te. Sen­za una ICO­CA – la car­ta di tra­spor­to loca­le, estre­ma­men­te effi­cien­te ma non imme­dia­ta­men­te acces­si­bi­le al visi­ta­to­re – ogni spo­sta­men­to diven­ta­va una pic­co­la nego­zia­zio­ne.

L’efficienza giap­po­ne­se fun­zio­na, ma pre­sup­po­ne com­pe­ten­za. È un ordi­ne che richie­de par­te­ci­pa­zio­ne cogni­ti­va con­ti­nua. In Cina, inve­ce, ho avu­to la sen­sa­zio­ne oppo­sta: il siste­ma non chie­de­va di esse­re com­pre­so fino in fon­do. Assor­bi­va.

Tor­na­ta a Mila­no, la dif­fe­ren­za è diven­ta­ta qua­si dolo­ro­sa. Scio­pe­ri, fasce di garan­zia non rispet­ta­te, fer­ma­te sop­pres­se, infor­ma­zio­ni fram­men­ta­te, appli­ca­zio­ni diver­se che non comu­ni­ca­no tra loro. Una sequen­za di micro-fri­zio­ni che, pre­se sin­go­lar­men­te, sem­bra­no insi­gni­fi­can­ti, ma che, insie­me, pro­du­co­no stan­chez­za. Non una stan­chez­za poli­ti­ca, ma una stan­chez­za quo­ti­dia­na, dif­fu­sa, dif­fi­ci­le da nomi­na­re.

Ed è pro­prio qui che nasce la pri­ma doman­da a cui ripen­so men­tre mi rigi­ro tra le len­zuo­la inca­pa­ce di addor­men­tar­mi: quan­to del­la nostra idea di liber­tà è lega­ta alla pos­si­bi­li­tà di sce­glie­re, e quan­to inve­ce alla pos­si­bi­li­tà di non dover sce­glie­re con­ti­nua­men­te?

Que­sta stan­chez­za quo­ti­dia­na, però, non è solo una que­stio­ne di orga­niz­za­zio­ne o di flus­so. Ha anche una dimen­sio­ne mate­ria­le mol­to con­cre­ta: il costo di esi­ste­re. 

In Cina, una del­le cose che mi ha col­pi­ta di più è sta­ta la nor­ma­li­tà con cui ser­vi­zi con­si­de­ra­ti essen­zia­li – man­gia­re fuo­ri, spo­star­si, usu­frui­re di pic­co­li trat­ta­men­ti o pre­sta­zio­ni – sono acces­si­bi­li a una par­te mol­to ampia del­la popo­la­zio­ne urba­na. Non si trat­ta di lus­so, né di con­su­mo ecce­zio­na­le. È par­te del­la vita ordi­na­ria.

Le com­pa­ra­zio­ni inter­na­zio­na­li sul costo del­la vita mostra­no come, soprat­tut­to nel­le gran­di cit­tà cine­si, beni e ser­vi­zi quo­ti­dia­ni abbia­no prez­zi sen­si­bil­men­te infe­rio­ri rispet­to a mol­te metro­po­li occi­den­ta­li, in par­ti­co­la­re se mes­si in rela­zio­ne ai red­di­ti medi urba­ni. Que­sto non eli­mi­na le disu­gua­glian­ze – che in Cina sono pro­fon­de e strut­tu­ra­li – ma ridu­ce la neces­si­tà di una pia­ni­fi­ca­zio­ne eco­no­mi­ca costan­te per sod­di­sfa­re biso­gni pri­ma­ri. Anche que­sto con­tri­bui­sce alla sen­sa­zio­ne di sem­pli­ci­tà: la vita quo­ti­dia­na non è una nego­zia­zio­ne con­ti­nua con il dena­ro. 

Il con­fron­to con il Giap­po­ne, da que­sto pun­to di vista, è illu­mi­nan­te. 

Per un visi­ta­to­re, il Giap­po­ne può appa­ri­re rela­ti­va­men­te acces­si­bi­le, per­si­no eco­no­mi­co in alcu­ni ambi­ti. Ma que­sta per­ce­zio­ne cam­bia se si spo­sta lo sguar­do dal turi­sta al resi­den­te. Dati dell’OECD mostra­no come il Giap­po­ne sia carat­te­riz­za­to da una sta­gna­zio­ne sala­ria­le di lun­go perio­do, con una cre­sci­ta dei sala­ri rea­li signi­fi­ca­ti­va­men­te infe­rio­re rispet­to ad altre eco­no­mie avan­za­te. Que­sto sug­ge­ri­sce come il costo rela­ti­va­men­te con­te­nu­to di alcu­ni ser­vi­zi sia, alme­no in par­te, il risul­ta­to di una siste­ma­ti­ca sva­lu­ta­zio­ne del lavo­ro, soprat­tut­to nei set­to­ri dei ser­vi­zi e dell’assistenza.

Que­sto pas­sag­gio è impor­tan­te, per­ché intro­du­ce una distin­zio­ne spes­so tra­scu­ra­ta: ciò che appa­re effi­cien­te o acces­si­bi­le dall’esterno non è neces­sa­ria­men­te soste­ni­bi­le dall’interno. La sem­pli­ci­tà per­ce­pi­ta può pog­gia­re su asim­me­trie meno visi­bi­li. In Cina, nono­stan­te disu­gua­glian­ze mar­ca­te, l’accesso ai ser­vi­zi quo­ti­dia­ni nel­le gran­di cit­tà risul­ta spes­so com­pa­ti­bi­le con i red­di­ti medi urba­ni, pro­du­cen­do una nor­ma­liz­za­zio­ne del “neces­sa­rio” come espe­rien­za con­di­vi­sa, non ecce­zio­na­le.

La ten­sio­ne tra fun­zio­na­li­tà e costo uma­no attra­ver­sa anche il cine­ma cine­se con­tem­po­ra­neo. In Still Life (2006), Jia Zhan­g­ke rac­con­ta la tra­sfor­ma­zio­ne radi­ca­le del ter­ri­to­rio attor­no alla diga del­le Tre Gole: infra­strut­tu­re che fun­zio­na­no, ener­gia che scor­re, cit­tà che ven­go­no let­te­ral­men­te spo­sta­te per ren­de­re pos­si­bi­le una nuo­va idea di moder­niz­za­zio­ne. Il film non oppo­ne resi­sten­za, non denun­cia, non costrui­sce eroi. Si limi­ta a osser­va­re ciò che resta ai mar­gi­ni di un siste­ma che sem­pli­fi­ca, otti­miz­za, ren­de effi­cien­te. I cor­pi, le rela­zio­ni, le vite quo­ti­dia­ne appa­io­no come ele­men­ti assor­bi­ti dal flus­so, neces­sa­ri ma sacri­fi­ca­bi­li. In que­sto sen­so, Still Life offre un con­tro­cam­po pre­zio­so alla sem­pli­ci­tà urba­na con­tem­po­ra­nea: ricor­da che ogni infra­strut­tu­ra che ren­de la vita più flui­da pro­du­ce anche silen­zi, spo­sta­men­ti, per­di­te che rara­men­te entra­no nel­la nar­ra­zio­ne dell’efficienza.

Se Jia Zhan­g­ke mostra ciò che vie­ne sacri­fi­ca­to quan­do l’efficienza diven­ta prio­ri­ta­ria, è nel­la dimen­sio­ne più minu­ta del quo­ti­dia­no che se ne per­ce­pi­sco­no anche i bene­fi­ci, spes­so in modo qua­si imper­cet­ti­bi­le.

L’attenzione alla quo­ti­dia­ni­tà emer­ge, infat­ti, anche in ambi­ti appa­ren­te­men­te mar­gi­na­li, ma in real­tà pro­fon­da­men­te rive­la­to­ri. La pre­sen­za dif­fu­sa di bagni pub­bli­ci puli­ti e acces­si­bi­li – ciò che vie­ne defi­ni­to “Toi­let Revo­lu­tion” – è il risul­ta­to di una poli­ti­ca pub­bli­ca deli­be­ra­ta, pen­sa­ta per miglio­ra­re la mobi­li­tà urba­na, il turi­smo e la qua­li­tà del­la vita. Può sem­bra­re un det­ta­glio irri­le­van­te, ma cam­bia radi­cal­men­te il modo in cui il cor­po attra­ver­sa lo spa­zio urba­no. Ridu­ce l’ansia, esten­de il tem­po di per­ma­nen­za nel­lo spa­zio pub­bli­co, ren­de la cit­tà più abi­ta­bi­le. A me, banal­men­te, ha per­mes­so di goder­mi il viag­gio sen­za dover pia­ni­fi­ca­re quan­do e quan­to bere, sem­pli­ce­men­te goden­do­mi gior­na­te e pas­seg­gia­te.

Un discor­so ana­lo­go vale per il siste­ma sani­ta­rio urba­no. In mol­te gran­di cit­tà cine­si l’accesso a ospe­da­li e cli­ni­che è carat­te­riz­za­to da una for­te inte­gra­zio­ne digi­ta­le: pre­no­ta­zio­ni, paga­men­ti e refer­ti sono gesti­ti attra­ver­so piat­ta­for­me cen­tra­liz­za­te. Secon­do ana­li­si pub­bli­ca­te su The Lan­cet, la Cina ha inve­sti­to in modo signi­fi­ca­ti­vo nel­la digi­ta­liz­za­zio­ne dei ser­vi­zi sani­ta­ri di base, miglio­ran­do­ne l’accesso nel­le aree urba­ne. Anche qui, l’esperienza è quel­la di un siste­ma che fun­zio­na sen­za richie­de­re nego­zia­zio­ne con­ti­nua. Il cor­po, come lo spa­zio e il tem­po, vie­ne inte­gra­to nel flus­so.

È a que­sto pun­to che la que­stio­ne del­la liber­tà diven­ta ine­vi­ta­bi­le. 

Per­ché que­sta sem­pli­ci­tà, que­sta ridu­zio­ne dell’attrito, coe­si­ste con limi­ta­zio­ni evi­den­ti sul pia­no del­le liber­tà civi­li. Duran­te il mio sog­gior­no, le dif­fi­col­tà di acces­so a inter­net, l’instabilità del­le VPN, la sen­sa­zio­ne di una rete fil­tra­ta era­no costan­ti – e non apri­rò il discor­so lega­to a CCTV e con­trol­li basa­ti sul rico­no­sci­men­to fac­cia­le. Rap­por­ti inter­na­zio­na­li docu­men­ta­no in modo siste­ma­ti­co il livel­lo di con­trol­lo eser­ci­ta­to sull’informazione e sul­la comu­ni­ca­zio­ne in Cina. Non si trat­ta di epi­so­di iso­la­ti, ma di una strut­tu­ra.

Cre­do, a que­sto pun­to, che diven­ti uti­le distin­gue­re tra due livel­li diver­si di liber­tà. La liber­tà civi­le, che riguar­da dirit­ti fon­da­men­ta­li come l’espressione, l’informazione, il dis­sen­so e la liber­tà fun­zio­na­le, che riguar­da, inve­ce, la pos­si­bi­li­tà di vive­re la quo­ti­dia­ni­tà sen­za osta­co­li pra­ti­ci con­ti­nui. Stu­di sul­la gover­nan­ce digi­ta­le mostra­no come regi­mi con for­ti limi­ta­zio­ni civi­li pos­sa­no comun­que offri­re ele­va­ti livel­li di effi­cien­za fun­zio­na­le, pro­du­cen­do una per­ce­zio­ne sog­get­ti­va di liber­tà nel bre­ve ter­mi­ne. Que­sta distin­zio­ne non ser­ve a giu­sti­fi­ca­re il con­trol­lo, ma a com­pren­der­ne l’efficacia.

Ed è for­se pro­prio que­sta effi­ca­cia a ren­de­re il qua­dro più inquie­tan­te. Per­ché quan­do un siste­ma fun­zio­na così bene da ren­de­re la vita quo­ti­dia­na flui­da, acces­si­bi­le, per­si­no con­for­te­vo­le, il rischio non è solo quel­lo di accet­tar­ne le rinun­ce, ma di smet­te­re di per­ce­pir­le come tali. La sem­pli­ci­tà, in que­sto sen­so, non è neu­tra: può diven­ta­re una for­ma di ane­ste­sia. Una con­di­zio­ne in cui l’assenza di dirit­ti fon­da­men­ta­li non vie­ne nega­ta, ma pro­gres­si­va­men­te mes­sa in secon­do pia­no, oscu­ra­ta dal­la fun­zio­na­li­tà del vive­re. Quan­to può esse­re peri­co­lo­so un siste­ma che ren­de la vita così scor­re­vo­le da far dimen­ti­ca­re ciò a cui stia­mo rinun­cian­do?

Soprat­tut­to quan­do que­sto tipo di sem­pli­ci­tà, a noi, in Occi­den­te, man­ca. 

Tre­men­da­men­te, ci man­ca.

È for­se per que­sto che il meme You met me at a very Chi­ne­se time of my life ha tro­va­to così ampia riso­nan­za. La fra­se ripren­de, con una varia­zio­ne iro­ni­ca, una bat­tu­ta di Fight Club (Mon­da­do­ri, 2003) – “You met me at a very stran­ge time in my life” – e la sosti­tu­zio­ne di “stran­ge” con “Chi­ne­se” non è casua­le: sug­ge­ri­sce che que­sto “tem­po cine­se” non sia solo un luo­go geo­gra­fi­co, ma una con­di­zio­ne esi­sten­zia­le. Ana­liz­za­to da WIRED come feno­me­no cul­tu­ra­le piut­to­sto che poli­ti­co, il trend espri­me una nostal­gia per una quo­ti­dia­ni­tà per­ce­pi­ta come più ordi­na­ta, meno fram­men­ta­ta, meno fati­co­sa. Non è un’adesione ideo­lo­gi­ca alla Cina, ma una pro­ie­zio­ne: la Cina come spa­zio imma­gi­na­to in cui il siste­ma si assu­me il com­pi­to di orga­niz­za­re la vita.

Que­sta pro­ie­zio­ne dice mol­to più dell’Occidente che del­la Cina. 

Dice di una socie­tà in cui la mol­ti­pli­ca­zio­ne del­le scel­te, del­le app, del­le alter­na­ti­ve non pro­du­ce neces­sa­ria­men­te più liber­tà, ma spes­so più stan­chez­za. Dice di una vita quo­ti­dia­na che richie­de una com­pe­ten­za costan­te per fun­zio­na­re, e che dele­ga all’individuo il com­pi­to di tene­re insie­me fram­men­ti sem­pre più nume­ro­si.

Il pun­to, allo­ra, non è sta­bi­li­re qua­le model­lo sia miglio­re. Ogni siste­ma incor­po­ra una for­ma spe­ci­fi­ca di rinun­cia. L’Occidente sacri­fi­ca la sem­pli­ci­tà in nome del­la scel­ta. Il Giap­po­ne sacri­fi­ca la leg­ge­rez­za in nome dell’ordine e del­la com­pe­ten­za. La Cina sacri­fi­ca liber­tà civi­li fon­da­men­ta­li in nome del­la flui­di­tà quo­ti­dia­na. La doman­da che dob­bia­mo por­ci non riguar­da tan­to la Cina, né il Giap­po­ne, né l’Occidente come enti­tà astrat­te. Riguar­da noi. Qua­le tipo di com­ples­si­tà difen­dia­mo dav­ve­ro per prin­ci­pio, e qua­le inve­ce con­ti­nuia­mo a soste­ne­re solo per abi­tu­di­ne, sen­za più chie­der­ci se ci ren­de la vita abi­ta­bi­le?

For­se la que­stio­ne non è quan­to un siste­ma sia effi­cien­te, ma quan­to spa­zio lasci alla pos­si­bi­li­tà di dis­sen­ti­re, ral­len­ta­re, sot­trar­si. Se la sem­pli­ci­tà diven­ta così effi­ca­ce da non far­ci più sen­ti­re il peso del­le rinun­ce che com­por­ta, il rischio non è solo poli­ti­co: è per­cet­ti­vo. È la pro­gres­si­va assue­fa­zio­ne a un equi­li­brio che fun­zio­na, ma che potreb­be fun­zio­na­re anche sen­za di noi. L’eccesso di scel­ta, dall’altra par­te, la mol­ti­pli­ca­zio­ne del­le alter­na­ti­ve, la fram­men­ta­zio­ne dei ser­vi­zi e – soprat­tut­to – del­le respon­sa­bi­li­tà pos­so­no pro­dur­re una stan­chez­za altret­tan­to peri­co­lo­sa: quel­la che ci por­ta a dele­ga­re, a disin­te­res­sar­ci, a ridur­re la liber­tà a un fat­to pura­men­te for­ma­le. Se sia­mo con­ti­nua­men­te occu­pa­ti a gesti­re micro-deci­sio­ni, a navi­ga­re siste­mi com­ples­si, a com­pen­sa­re inef­fi­cien­ze strut­tu­ra­li, sem­bra, infat­ti, riman­ga poco spa­zio per eser­ci­ta­re dav­ve­ro quel­la liber­tà che dicia­mo di voler difen­de­re.

Non ho rispo­ste, ad oggi. Sono par­ti­ta sen­za aspet­ta­ti­ve, sen­za nem­me­no ripen­sa­re dav­ve­ro a quel­la mone­ti­na. Non lo so dove aves­si sen­ti­to par­la­re del­la Cina o cosa signi­fi­cas­se per me quan­do ave­vo cin­que anni. Anche oggi, fati­co a defi­nir­lo. Ma le doman­de sono moto­ri e quin­di ho un nuo­vo desi­de­rio da espri­me­re – tor­na­re in Cina – e, insie­me, una nuo­va con­sa­pe­vo­lez­za: che mi hai incon­tra­to in un momen­to mol­to cine­se del­la mia vita.

Foto­gra­fia di Peng Ke

Biblio­gra­fia

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