“Un bambino che soffre la fame ha bisogno di te” recita uno spot di qualche anno fa.
Le immagini strazianti di bambini malnutriti e sporchi, solitamente circondati da insetti, spesso in braccio a madri sofferenti, in un luogo vistosamente malsano, polveroso, caldo, irrespirabile.Di fronte a quel bambino malato e a quella madre disperata c’è una macchina da presa, ci sono delle luci cinematografiche, c’è un microfono direzionale, c’è una troupe. Spesso una troupe composta da uomini e donne occidentali, bianchi. Ma questo non è il punto. La televisione ci ha abituati a vedere solo cosa c’è davanti alla cinepresa. Ed è reale, profondamente reale. Ma parziale. Da quest’altro lato della telecamera ci sono persone che stanno filmando un momento tremendo, il loro mestiere è quello di portare a casa un video ben fatto, montarlo, sistemarlo e presentarlo per il grande pubblico @occidentale, quello che si trova oltre-mare, il destinatario di quel messaggio. L’intento è quello di fargli aprire il portafoglio e donare qualche euro per una giusta causa.
Mi domando, però: c’è un altro modo per fare tutto questo? C’è un modo per evitare di riprendere morbosamente il dolore di quel bambino e di sua madre, è possibile empatizzare con la sofferenza senza per forza filmare un bambino quasi morente per farci provare compassione? Mi sono sempre detto che fino a quando penseremo di lavarci la coscienza donando pochi euro, non sconfiggeremo mai la povertà. Non è sbagliato chiedere fondi, non sto dicendo questo, ma ci sono modi etici e meno etici per farlo. Ho voluto fare due chiacchiere con Roberto Valussi della Rivista Nigrizia, che da anni si occupa di questioni africane e, quindi, anche di povertà.