L’ascesa del (neo)fascismo in tutta Europa, una pandemia globale, il tentennamento dell’ordine mondiale conseguente a un assetto squilibrato, un sistema economico che, uscito da una crisi, si vota al riarmo per tornare a crescere, una scena culturale segnata dal declino imperiale e dalla fine dei sogni di crescita infinita che si barcamena tra euforia e nichilismo, una rottura della tradizione e un richiamo all’ordine.
Noi, oggi.
Ma, ironicamente, anche i nostri bisnonni negli anni Venti del ‘900.
Certo, la scena internazionale è – per certi versi – completamente cambiata: non c’è più l’Unione Sovietica, non c’è il rischio di una rivoluzione rossa internazionale né sul suolo europeo, i sistemi sanitari si sono rivelati preparati ad affrontare il Covid e non impotenti come di fronte all’influenza spagnola, le colonie non esistono più, i comfort di cui godiamo sono esponenzialmente più grandi e diffusi.
Allo stesso tempo, fatti impensabili al tempo sono successi e contraddistinguono le nostre vite: la tecnologia e i suoi progressi si sono diffusi alle masse – dalla lavastoviglie alla lavatrice, passando per i mezzi meccanizzati e l’elettronica. E non è solo una questione materiale. La parità dei sessi e delle razze è ancora incompleta e controversa, ma la tendenza verso un’uguaglianza diffusa sembra, per fortuna, inarrestabile. Inoltre, le lavoratrici e i lavoratori hanno dei diritti e dei privilegi che erano quasi impensabili agli inizi del Novecento: le ferie, il fine settimana, contratti nazionali che regolano lo svolgimento del lavoro e sindacati nazionali.
Ma allora, questa riflessione a cosa ci serve? Cui bono? Ovvero, a chi giova?
Se, da una parte, come direbbero i vecchi marxisti degli anni ‘70, ci serve a contestualizzare noi stessi e la situazione che quotidianamente viviamo, dall’altra può servirci a fare previsioni e a immaginare il futuro. Senza scomodare le varie concezioni della storia – da quella ciclica tipica del mondo greco romano, a quella lineare e teleologica cristiana fino a quella progressiva del positivismo, fra le altre – possiamo dire che questa dialettica passato-presente e presente-passato è il cuore pulsante della storia. Fernand Braudel, insigne storico, fondatore della scuola delle Annales, già lo diceva più di mezzo secolo fa (Braudel 1977, 46).
Il parallelo fra gli anni Venti però circola oramai da qualche anno, al punto da essersi fatto quasi un piccolo luogo comune. Viene a volte evocato con una sorta di compiacimento erudito misto alla solita retorica della crisi che in Italia ci piace tanto: tutto per dire, in sintesi, “guardate come tutto torna”. Poi, di solito, questa ‘profonda’ analisi si chiude con il classico borioso richiamo, anzi monito, a evitare gli errori del passato: retorica da due soldi travestita da lezione storica. Quindi, lezioni storiche preconfezionate a parte, a cosa serve la storia?
Me lo sono chiesto scrivendo questo articolo: un parallelo del genere è pure una buona intuizione, ma – a parte sciorinare qualche conoscenza socio-storico-politico-economica – a che serve realmente? La domanda rimanda a una questione più ampia, intellettuale e lavorativa insieme: a cosa serve studiare la storia, formare ricercatori e dargli il pane (e magari anche una casa, un contratto decente e delle vacanze ogni tanto), se poi, oltre a parlare e ragionare, restano sostanzialmente improduttivi? È il buco nero davanti al quale si trova oggi un’intera generazione di chi esce dall’università: nel mercato del lavoro odierno, a cosa serviamo? E lo stesso si potrebbe dire di questo articolo: bene, gli anni Venti del Duemila e del Novecento hanno dei bei paralleli, per quanto – mutatis mutandis – ci siano anche differenze notevoli; e quindi?
Forse la risposta non sta nel cercare cosa torna identico, ma nel capire perché due crisi delle certezze così simili abbiano prodotto due risposte opposte: allora, nuove fedi; oggi, il vuoto.
Due fratture, due risposte diverse
Iniziamo dal confronto.
Negli anni Venti del Novecento una simile riflessione, infatti, non avrebbe avuto nessun senso – non perché uomini e donne di allora fossero meno consapevoli delle crisi del loro tempo, ma perché il problema di fondo era diverso. Esistevano ancora le ideologie, esisteva ancora l’idea che il mondo potesse essere plasmato da delle idee politiche e la letteratura aveva ancora il potere di affascinare milioni di persone – forse perché non c’era Netflix? Potrebbe sembrare l’incipit dell’oramai classica lamentela sullo strapotere degli schermi, sul conseguente abbrutimento culturale e sulla pochezza dei costumi odierna. Una prospettiva storica, però, ci ricorda come i romanzi a puntate, i giornali scandalistici, i libelli porno e i romanzi d’avventura e d’evasione spopolassero anche negli anni Venti.
Niente di nuovo sul fronte occidentale.
La vera differenza tra ieri e oggi, almeno sul piano culturale e politico, è altrove.
Il mondo occidentale ha perso la centralità che possedeva un secolo fa. L’eurocentrismo, tanto vituperato nel secolo scorso, è venuto meno: il centro del mondo va sempre più verso est. Un secolo fa, con Est avremmo pensato al Nemico Rosso; ma il cosiddetto socialismo reale, quello sovietico, ha fallito. Il suo erede, la Repubblica Popolare Cinese, è un paese comunista e capitalista insieme: il dominio del Politburo coesiste con l’esistenza dei miliardari.
Chissà cosa ne avrebbe pensato Stalin.
Chissà cosa ne avrebbero detto le grandi personalità comuniste di quel tempo: Brecht, Trotskij, Majakovskij, o Lenin. E anche i nostri Togliatti, Gramsci; ma anche l’opinione di quel simpatico buontempone di D’Annunzio sarebbe interessante.
Della morte di Dio e delle ideologie
Nietzsche aveva previsto il crollo delle certezze, l’avvento dell’essere umano come centro del mondo al posto di Dio e, con questo, il rischio del nichilismo: il superamento degli assoluti morali e la necessità di costruire un pantheon di valori a misura umana. Restava una domanda enorme: si potevano costruire nuovi valori senza più alcuna garanzia trascendente? Che avesse previsto anche il superamento delle ideologie è una questione per filologi, personalmente penso di sì. Ma il punto non è tanto stabilire se Nietzsche avesse ragione o meno. Il punto è che, negli anni Venti del Novecento, la sua profezia sembrava essere stata smentita dalla storia.
Il vuoto lasciato dalla morte di Dio, grazie alla caduta degli Imperi asburgico, ottomano, russo e tedesco e dalle scorie della Prima Guerra Mondiale, non portò infatti al cinismo totale previsto da Nietzsche, bensì alle ideologie totali.
Invece che l’assenza di senso vi fu la moltiplicazione dei sensi possibili.
Nazifascismo e comunismo assursero a fedi che secolarizzano – o si integrano – al sacro: fedi senza Dio che mettono al centro gli uomini, a capo di altri uomini, che fanno e disfano paradiso e inferno in Terra. Davano un significato nuovo alla storia e all’esistenza individuale promettendo redenzione, appartenenza e un futuro radioso; furono risposte diverse a una stessa frattura; un mondo antico era finito e occorreva costruirne uno nuovo.
Gli anni Venti del Novecento furono paradossali: il nichilismo sembrava possibile ma invece la risposta fu credere più che mai nella capacità della politica di trasformare radicalmente il mondo. Le ideologie nascono, respirano, crescono e vincono: il fascismo di Benito Mussolini si allarga a macchia d’olio su tutto il Vecchio Continente, come spiega così bene De Felice in Breve Storia del Fascismo, in Spagna nel 1923 con Primo de Rivera, in Portogallo con Salazar nel 1926 e poi, come un incendio, in Germania, Austria, Belgio, Norvegia e Grecia, ma anche in Francia e Gran Bretagna nacquero importanti movimenti fascisti, così come nel resto del mondo: in America Latina, dove si possono ricordare le camicie dorate messicane, ma anche in Giappone e nel mondo arabo, e addirittura fra i sionisti. Anche personalità di spicco dell’epoca espressero simpatie per il fascismo: Gandhi e, com’è più noto, Churchill.
La storia internazionale del comunismo penso invece sia più nota.
Alcuni osservatori particolarmente lucidi già intravedevano la crisi che si nascondeva dietro il proliferare ideologico e la sua cortina di fumo, come Nietzsche: Spengler con il suo Tramonto dell’Occidente (1922) già intravede il declino, Weber – alla fine della sua vita, dato che muore nel 1920 – vede già come la razionalizzazione scientifica e moderna svuoti il mondo di senso nel suo La Scienza come Professione (1919), mentre il grande poeta Valéry scriveva: “Noi come civiltà sappiamo ora di essere mortali” (1919).
La consapevolezza della crisi era ben chiara. Loro cercarono di riempire quel vuoto. Noi, come vedremo, sembriamo aver imparato a conviverci.
Il nostro vuoto
E noi?
Il confronto con gli anni Venti del Novecento diventa interessante proprio perché la somiglianza più importante non riguarda gli eventi, ma la struttura della crisi: ieri le certezze ereditate dall’Ottocento erano scomparse con la Prima Guerra Mondiale, oggi quelle che ci portiamo dal Novecento si sono autofagocitate, sono implose, si sono consumate.
L’idea di progresso infinito è finita: il cambiamento climatico, la consapevolezza dei limiti materiali che il pianeta ci pone, l’ha uccisa. L’idea che ogni generazione avrebbe vissuto meglio della precedente ha subito la stessa sorte: la precarizzazione del lavoro, l’aumento delle disuguaglianze creati dalla deregulation neoliberista hanno portato all’impossibilità di costruire un futuro prevedibile e sicuro di crescita costante.
Studia, lavora, compra casa, fai una famiglia.
Il sogno borghese occidentale che la generazione del dopoguerra ci ha consegnato, e che ha dominato la scena simbolica contemporanea, è morto. Al di là della sua desiderabilità, dobbiamo celebrarne il funerale e portarne il lutto: se no, non riusciremo mai a superarne la dipartita.
Quel mondo consegnatoci come l’inizio della Fine della Storia, grazie alla vittoria USA e NATO contro il Nemico Rosso si è trasformato nel paradiso della deregulation, della precarietà, dell’assenza di speranza verso il futuro. La frattura è la stessa.
La risposta, però, è ben diversa: quel vuoto non si riempie, rimane.
Non abbiamo nuove grandi narrazioni capaci di mobilitare milioni di persone. Abbiamo invece un’enorme capacità di analisi, una quantità di informazioni mai vista nella storia umana e, contemporaneamente, una crescente difficoltà nel trasformare questa consapevolezza in azione collettiva.
Sappiamo diagnosticare tutto. Sappiamo parlare di narcisismo, culto della personalità, propaganda, corruzione, manipolazione algoritmica.
Ma sappiamo ancora credere in qualcosa che vada oltre la diagnosi?
Questa è la differenza decisiva tra i nostri anni Venti e quelli dei nostri bisnonni. Loro rischiarono di distruggere il mondo perché credevano troppo. Noi rischiamo di non cambiarlo perché non riusciamo più a credere abbastanza.
Ed è qui che serve la storia. Serve a poco, a parte in accademia, quando cerca le somiglianze e molto di più quando rintraccia le differenze.
Negli anni Venti del ‘900 il Secolo dei Lumi, delle ultime battaglie di cavalleria, del progresso infinito e senza conseguenze finisce: i sogni ottocenteschi vengono ingoiati dalla Prima Guerra Mondiale e dalla sfrenata politica di potenza dei fascismi, così come dai moti rivoluzionari che il comunismo fa aleggiare in Europa e nel resto del mondo. Allora, come oggi, un intero mondo di certezze crollava: come oggi.
Negli anni Venti del Novecento le ideologie sono venute a colmare questo vuoto, il vuoto lasciato da un mondo governato da Dio è stato preso dall’Uomo; e noi? La stessa frattura viene adesso invece colmata dal grande protagonista della fisica novecentesca: il vuoto.
Personalmente, fra i nostalgici del socialismo reale sovietico e i sempre fedeli restauratori dell’ordine – ma quale poi? C’è da far confusione oramai – ho sempre preferito i primi. Lo dico apertamente. Ma semplicemente perché penso che la prima, come ideologia, sia un’ideologia universale che tenda verso l’annullamento delle differenze razziali, economiche, di genere, e di classe; certo però il dominio del partito unico mi pare si sia rivelato scricchiolante, se no l’URSS perché è implosa? Come ha detto Carrère in Limonov di quel vecchio zek di Solženicyn, e del suo arcifamoso Arcipelago Gulag, “uno degli aspetti più deleteri del sistema sovietico era che a meno di non diventare martiri non si poteva essere onesti” (Carrère 2014, 86). Era insomma un sistema costruito per la propria sopravvivenza più che delle persone che lo vivevano; che ha poi portato gli apparatčiki, i burocrati, a far sì che il sistema si autofagocitasse. Il problema lì era forse che il domani, tutti lo sapevano, sarebbe stato uguale all’oggi e che c’era ben poco per cui lottare. In Occidente, almeno in quel periodo, l’illusione di lottare per qualcosa c’era – anche se dopo arrivava la CIA a smontare tutto, a diffondere le droghe pesanti e a istigare attentati terroristici o a falsificare le elezioni. Come cita Carrère nell’apertura di Limonov, il buon Putin ha detto “Chi vuole restaurare il comunismo è senza cervello. Chi non lo rimpiange è senza cuore”.
Oggi gli AI slop, i deepfake, le infiltrazioni dei servizi, le elezioni truccate, l’assenza di diritti sul piano micro e macro e il fallimento della democrazia partitica ci impediscono tanto: non siamo più rappresentati dal potere come durante l’epoca delle ideologie, siamo distratti costantemente, siamo presi in giro; strumenti diversi ma tattiche classiche del potere. Con la minaccia delle bombe e dei carri armati dietro l’angolo. Ecco, allora forse oggi ancor più di ieri, sognare, scriverne, parlarne possono essere le nostre armi, assieme alle armi vere e proprie se poi qualcuno decide veramente di cambiare le cose. Ma non ha senso imbracciare le armi se non sappiamo rispondere alle classiche domande: dove siamo? Dove andiamo? Noi chi siamo? E come e cosa facciamo? Certo, i milioni di morti nei gulag, quelli nelle infinite guerre americane, quelli nelle guerre mondiali fanno paura, terrore, ribrezzo: ma se rimestiamo in questo grigiume, in questa piattezza, in quest’attesa che qualcuno venga a salvarci, cosa sono morti ammazzati a fare?
La storia non si ripete
Attenzione però. La facilità nell’esaminare la storia di un secolo fa grazie al distacco che ne proviamo, la chiarezza con cui la vediamo, a volo d’uccello almeno, non devono certo farci incappare nel classico errore dello storico alle prime armi: spiegare meccanicisticamente la storia.
La crisi del ‘29, il fiasco della Repubblica di Weimar, la marcia su Roma non sono eventi che dovevano necessariamente succedere: gli eventi storici sono fatti da persone tali quali a noi, umani quanto noi, anche se diversi. Per citare un classico: Vittorio Emanuele poteva far sparare dall’esercito alle camicie nere, certo Mussolini era a Milano pronto a scappare in Svizzera mentre quadrumviri e gerarchi erano a Perugia a guardare da lontano e, soprattutto, al sicuro dal suo grande azzardo politico: ma se le camicie nere fossero state imprigionate il fascismo non sarebbe forse morto lì?
Questo è uno dei primi elementi che dobbiamo tenerci stretti: la nostra capacità di agire, o agency, rimane la stessa ieri come oggi.
La nostra capacità d’incidere su questa realtà fatta di megacorporation, di multinazionali onnivore, di doomscrolling, di xenofobia, di precarietà lavorativa e di genocidi è la stessa: gli ostacoli sono diversi, certo, ma se Lenin o Mussolini, se Stalin e Hitler hanno fatto quello che hanno fatto partendo da umili origini allora anche oggi c’è una speranza, no?
A mio avviso, è oggi il momento del disincanto, del nichilismo totale, come previsto da Nietzsche.
Certo, proiettare l’era post-ideologica alle ‘profezie’ di Nietzsche e a ciò che succede fino agli anni ’50 è un po’ retrospettivo: saranno infatti Aron e Bell nel 1955 e nel 1960 a cristallizzare quest’idea di abbandono delle ideologie, che prenderà piede poi negli anni ’80 con gli ultimi colpi di coda del conflitto bipolare e la vittoria degli Stati Uniti.
Il mondo di ieri era brutto tanto quanto il nostro, mutatis mutandis, così come era pieno di bellezza. Oggi abbiamo una maggiore parità fra i generi – non uguaglianza, ma una maggiore parità –, così come fra chi è di colore diverso dal mio, abbiamo tecnologie infinitamente più sofisticate, abbiamo industrie sparse su tutto il globo e capaci di creare mezzi e tecnologie infinitamente più complessi, e utili, per l’umanità. Costruiamo dighe, ponti, città intere in un battibaleno, vediamo un modello nuovo di auto uscire ogni anno e possiamo vedere le partite di ogni sport sul pianeta gratuitamente, possiamo avere un pacco dalla Cina in una settimana, e possiamo andare a vedere ogni luogo del mondo (o quasi) semplicemente seguendo qualche travel influencer.
Senza scomodare altri paragoni illustri – anche perché quest’articolo non era certo un tentativo malinconico di rivangare il passato – penso, nel mio piccolo, che ci manchi un po’ di coraggio e ci manchi un po’ d’aria che, in quel periodo e in quei tempi così violenti erano invece più chiari dato che la morte era molto più vicina.
Ci manca un po’ di capacità di sognare, di proporre, di smettere di criticare ma di costruire. E di condividere tutto questo con chi ci sta vicino. Sognare come un gruppo.
Certo, non vagheggiamenti di dominio mondiale, non illusioni di genocidi risolvitori di controversie, ma nemmeno fragili paci costruite sul prevaricamento dello sconfitto: piuttosto ci manca una maniera di vivere insieme che lasci più spazio per vivere la nostra quotidianità in pace, come comunità; di smettere di pensare che homo homini lupus ma che, tramite certo un grande sforzo di analisi (quella psicologica) possiamo convivere, per il bene nostro e del pianeta, e sognare una società in cui possiamo lasciar andare parte dei nostri privilegi per vivere in armonia con gli altri. Utopistico dirà qualcuno, sprovveduto e ingenuo dirà un’altra, e volendo hanno ragione. Ma se dobbiamo lottare per piccoli, per quanto significativi, obiettivi, come gli assorbenti gratuiti, una sanità pubblica che funziona, un percorso scolastico che possa includere chiunque, come facciamo a farlo se vediamo tutto nell’orizzonte del breve termine? Come possiamo sperare in un mondo migliore, che costruiremo con le nostre mani, se già non abbiamo un’idea di come plasmarlo?
L’oggi si costruisce sui sogni di domani.
Il nostro bivio
Nietzsche aveva annunciato il crollo delle certezze e la morte di Dio e con essa l’avvento del nichilismo: l’uomo – meglio, l’essere umano, secondo me – posto al centro del mondo e del suo pantheon e le sue manie di grandezza con lui, senza più assoluti morali a orientarlo. Ma la sua profezia, negli anni Venti del ‘900, si realizzò a rovescio: si crearono le fedi totali e totalitarie, religioni secolarizzate.
Il nostro tempo ha invertito il segno.
La frattura è la medesima – sono cadute, stavolta, non le monarchie ma le grandi narrazioni: il progresso, la rivoluzione, quella “fine della storia” annunciata e subito smentita dai fatti.
Eppure, noi non rispondiamo con fedi nuove.
Rispondiamo con il disincanto.
Il nichilismo che Nietzsche aveva previsto, e che gli anni Venti sembravano sbugiardare, è finalmente arrivato: puntuale forse – ma chi siamo noi per sapere cosa passava per la testa a uno che parlava con i cavalli? – ma sicuramente un secolo dopo.
L’idea che il mondo possa essere plasmato da un’idea politica ci pare oggi ingenua nel migliore dei casi, pericolosa nel peggiore.
La storia probabilmente non si ripeterà identica, semplicemente perché non riusciamo più a credere abbastanza.
Dobbiamo scoprire se sappiamo ancora credere in qualcosa che vada oltre la diagnosi.
Questa è la vera domanda di questo decennio.
Non se e come tornerà il fascismo ma piuttosto, possiamo sopravvivere sapendo tutto e non credendo in niente? Forse il compito del nostro decennio – uno dei pochi che valga davvero la pena – è reimparare a credere in qualcosa senza tornare, per quel qualcosa, a bruciare il mondo.
Forse è anche questa la risposta alla domanda iniziale: a cosa serve la storia? Non a prevedere il futuro, né a consegnarci formule già pronte. Serve a ricordarci che il mondo non è mai stato inevitabile. Ogni ordine che oggi sembra naturale è stato costruito da uomini e donne che, prima di modificarlo, hanno dovuto immaginarne uno diverso.
Nietzsche, quando profetizzava l’avvento del nichilismo sul sentiero della specie umana vi vedeva anche un bivio finale: la catastrofe da una parte, che possiamo, facilmente, pensare come alla Terza Guerra Mondiale – e alla Quarta combattuta con pietre e bastoni come diceva Einstein – e, dall’altra, la trasvalutazione di tutti i valori che porterà all’oltreuomo. Il nichilismo passivo e quello attivo. E allora, forse, l’autore che è stato interpretato come uno dei capostipiti intellettuali del nazismo – e poi, fortunatamente, riabilitato – può essere, paradossalmente, colui che ci indica una strada.
O almeno, secondo me.
La morte di Dio e lo svuotamento di senso dei valori – l’incapacità di rispondere ai “perché?” della vita – non trovano risposta durante l’epoca del nichilismo. Per Nietzsche, il nichilismo passivo è l’accettazione che non troveremo più risposte a queste domande, che oramai come specie siamo perduti e che dobbiamo abbracciare il capitalismo e i suoi sogni: facciamo soldi, accumuliamo potere, guardiamo il pianeta cedere alla crisi climatica dai grattacieli e, magari, da una bella navicella in partenza per la colonia di Marte. La trasvalutazione dei valori è l’altra possibilità: la distruzione dei vecchi valori ha fatto spazio e tocca a noi crearne di nuovi a partire da quel vuoto. È la vittoria contro il nichilismo: senza più alcun valore trascendente, si chiede Nietzsche, riuscirà l’essere umano a creare dei valori, a reggere il peso del mondo, senza garanzie ultraterrene?
La sfida di questi anni Venti, e forse di questo secolo, è proprio questa: riusciremo a rimetterci al centro, ora che ci siamo liberati di Dio, e di quell’idea contronatura che il paradiso – e l’inferno – sia accessibile solo dopo la morte, e che lo abbiamo sostituito con dei pazzi sanguinari dalle grandi idee, e abbracciato le loro religioni secolarizzate? Riusciremo a non andare alla deriva e a creare il paradiso in terra? L’inferno abbiamo già visto come sarebbe, o almeno, ne abbiamo avuto un assaggio. Quindi, riusciremo a reimparare a credere in qualcosa senza tornare a bruciare il mondo?
Ecco, forse, cui bono.
Fotografia di Matthew Connors
Bibliografia
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