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Agosto
31 Agosto 2026

IL SECO­LO DEL VUO­TO

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L’ascesa del (neo)fascismo in tut­ta Euro­pa, una pan­de­mia glo­ba­le, il ten­ten­na­men­to dell’ordine mon­dia­le con­se­guen­te a un asset­to squi­li­bra­to, un siste­ma eco­no­mi­co che, usci­to da una cri­si, si vota al riar­mo per tor­na­re a cre­sce­re, una sce­na cul­tu­ra­le segna­ta dal decli­no impe­ria­le e dal­la fine dei sogni di cre­sci­ta infi­ni­ta che si bar­ca­me­na tra eufo­ria e nichi­li­smo, una rot­tu­ra del­la tra­di­zio­ne e un richia­mo all’ordine.

Noi, oggi.

Ma, iro­ni­ca­men­te, anche i nostri bisnon­ni negli anni Ven­ti del ‘900.

Cer­to, la sce­na inter­na­zio­na­le è – per cer­ti ver­si – com­ple­ta­men­te cam­bia­ta: non c’è più l’Unione Sovie­ti­ca, non c’è il rischio di una rivo­lu­zio­ne ros­sa inter­na­zio­na­le né sul suo­lo euro­peo, i siste­mi sani­ta­ri si sono rive­la­ti pre­pa­ra­ti ad affron­ta­re il Covid e non impo­ten­ti come di fron­te all’influenza spa­gno­la, le colo­nie non esi­sto­no più, i com­fort di cui godia­mo sono espo­nen­zial­men­te più gran­di e dif­fu­si.

Allo stes­so tem­po, fat­ti impen­sa­bi­li al tem­po sono suc­ces­si e con­trad­di­stin­guo­no le nostre vite: la tec­no­lo­gia e i suoi pro­gres­si si sono dif­fu­si alle mas­se – dal­la lava­sto­vi­glie alla lava­tri­ce, pas­san­do per i mez­zi mec­ca­niz­za­ti e l’elettronica. E non è solo una que­stio­ne mate­ria­le. La pari­tà dei ses­si e del­le raz­ze è anco­ra incom­ple­ta e con­tro­ver­sa, ma la ten­den­za ver­so un’uguaglianza dif­fu­sa sem­bra, per for­tu­na, inar­re­sta­bi­le. Inol­tre, le lavo­ra­tri­ci e i lavo­ra­to­ri han­no dei dirit­ti e dei pri­vi­le­gi che era­no qua­si impen­sa­bi­li agli ini­zi del Nove­cen­to: le ferie, il fine set­ti­ma­na, con­trat­ti nazio­na­li che rego­la­no lo svol­gi­men­to del lavo­ro e sin­da­ca­ti nazio­na­li.

Ma allo­ra, que­sta rifles­sio­ne a cosa ci ser­ve? Cui bono? Ovve­ro, a chi gio­va?

Se, da una par­te, come direb­be­ro i vec­chi mar­xi­sti degli anni ‘70, ci ser­ve a con­te­stua­liz­za­re noi stes­si e la situa­zio­ne che quo­ti­dia­na­men­te vivia­mo, dall’altra può ser­vir­ci a fare pre­vi­sio­ni e a imma­gi­na­re il futu­ro. Sen­za sco­mo­da­re le varie con­ce­zio­ni del­la sto­ria – da quel­la cicli­ca tipi­ca del mon­do gre­co roma­no, a quel­la linea­re e teleo­lo­gi­ca cri­stia­na fino a quel­la pro­gres­si­va del posi­ti­vi­smo, fra le altre – pos­sia­mo dire che que­sta dia­let­ti­ca pas­sa­to-pre­sen­te e pre­sen­te-pas­sa­to è il cuo­re pul­san­te del­la sto­ria. Fer­nand Brau­del, insi­gne sto­ri­co, fon­da­to­re del­la scuo­la del­le Anna­les, già lo dice­va più di mez­zo seco­lo fa (Brau­del 1977, 46).

Il paral­le­lo fra gli anni Ven­ti però cir­co­la ora­mai da qual­che anno, al pun­to da esser­si fat­to qua­si un pic­co­lo luo­go comu­ne. Vie­ne a vol­te evo­ca­to con una sor­ta di com­pia­ci­men­to eru­di­to misto alla soli­ta reto­ri­ca del­la cri­si che in Ita­lia ci pia­ce tan­to: tut­to per dire, in sin­te­si, “guar­da­te come tut­to tor­na”. Poi, di soli­to, que­sta ‘pro­fon­da’ ana­li­si si chiu­de con il clas­si­co borio­so richia­mo, anzi moni­to, a evi­ta­re gli erro­ri del pas­sa­to: reto­ri­ca da due sol­di tra­ve­sti­ta da lezio­ne sto­ri­ca. Quin­di, lezio­ni sto­ri­che pre­con­fe­zio­na­te a par­te, a cosa ser­ve la sto­ria?

Me lo sono chie­sto scri­ven­do que­sto arti­co­lo: un paral­le­lo del gene­re è pure una buo­na intui­zio­ne, ma – a par­te scio­ri­na­re qual­che cono­scen­za socio-sto­ri­co-poli­ti­co-eco­no­mi­ca – a che ser­ve real­men­te? La doman­da riman­da a una que­stio­ne più ampia, intel­let­tua­le e lavo­ra­ti­va insie­me: a cosa ser­ve stu­dia­re la sto­ria, for­ma­re ricer­ca­to­ri e dar­gli il pane (e maga­ri anche una casa, un con­trat­to decen­te e del­le vacan­ze ogni tan­to), se poi, oltre a par­la­re e ragio­na­re, resta­no sostan­zial­men­te impro­dut­ti­vi? È il buco nero davan­ti al qua­le si tro­va oggi un’intera gene­ra­zio­ne di chi esce dall’università: nel mer­ca­to del lavo­ro odier­no, a cosa ser­via­mo? E lo stes­so si potreb­be dire di que­sto arti­co­lo: bene, gli anni Ven­ti del Due­mi­la e del Nove­cen­to han­no dei bei paral­le­li, per quan­to – muta­tis mutan­dis – ci sia­no anche dif­fe­ren­ze note­vo­li; e quin­di?

For­se la rispo­sta non sta nel cer­ca­re cosa tor­na iden­ti­co, ma nel capi­re per­ché due cri­si del­le cer­tez­ze così simi­li abbia­no pro­dot­to due rispo­ste oppo­ste: allo­ra, nuo­ve fedi; oggi, il vuo­to.

Due frat­tu­re, due rispo­ste diver­se

Ini­zia­mo dal con­fron­to.

Negli anni Ven­ti del Nove­cen­to una simi­le rifles­sio­ne, infat­ti, non avreb­be avu­to nes­sun sen­so – non per­ché uomi­ni e don­ne di allo­ra fos­se­ro meno con­sa­pe­vo­li del­le cri­si del loro tem­po, ma per­ché il pro­ble­ma di fon­do era diver­so. Esi­ste­va­no anco­ra le ideo­lo­gie, esi­ste­va anco­ra l’idea che il mon­do potes­se esse­re pla­sma­to da del­le idee poli­ti­che e la let­te­ra­tu­ra ave­va anco­ra il pote­re di affa­sci­na­re milio­ni di per­so­ne – for­se per­ché non c’era Net­flix? Potreb­be sem­bra­re l’incipit dell’oramai clas­si­ca lamen­te­la sul­lo stra­po­te­re degli scher­mi, sul con­se­guen­te abbru­ti­men­to cul­tu­ra­le e sul­la pochez­za dei costu­mi odier­na. Una pro­spet­ti­va sto­ri­ca, però, ci ricor­da come i roman­zi a pun­ta­te, i gior­na­li scan­da­li­sti­ci, i libel­li por­no e i roman­zi d’avventura e d’evasione spo­po­las­se­ro anche negli anni Ven­ti.

Nien­te di nuo­vo sul fron­te occi­den­ta­le.

La vera dif­fe­ren­za tra ieri e oggi, alme­no sul pia­no cul­tu­ra­le e poli­ti­co, è altro­ve.

Il mon­do occi­den­ta­le ha per­so la cen­tra­li­tà che pos­se­de­va un seco­lo fa. L’eurocentrismo, tan­to vitu­pe­ra­to nel seco­lo scor­so, è venu­to meno: il cen­tro del mon­do va sem­pre più ver­so est. Un seco­lo fa, con Est avrem­mo pen­sa­to al Nemi­co Ros­so; ma il cosid­det­to socia­li­smo rea­le, quel­lo sovie­ti­co, ha fal­li­to. Il suo ere­de, la Repub­bli­ca Popo­la­re Cine­se, è un pae­se comu­ni­sta e capi­ta­li­sta insie­me: il domi­nio del Polit­bu­ro coe­si­ste con l’esistenza dei miliar­da­ri.

Chis­sà cosa ne avreb­be pen­sa­to Sta­lin.

Chis­sà cosa ne avreb­be­ro det­to le gran­di per­so­na­li­tà comu­ni­ste di quel tem­po: Bre­cht, Tro­tskij, Maja­ko­v­skij, o Lenin. E anche i nostri Togliat­ti, Gram­sci; ma anche l’opinione di quel sim­pa­ti­co buon­tem­po­ne di D’Annunzio sareb­be inte­res­san­te.

Del­la mor­te di Dio e del­le ideo­lo­gie

Nie­tzsche ave­va pre­vi­sto il crol­lo del­le cer­tez­ze, l’avvento dell’essere uma­no come cen­tro del mon­do al posto di Dio e, con que­sto, il rischio del nichi­li­smo: il supe­ra­men­to degli asso­lu­ti mora­li e la neces­si­tà di costrui­re un pan­theon di valo­ri a misu­ra uma­na. Resta­va una doman­da enor­me: si pote­va­no costrui­re nuo­vi valo­ri sen­za più alcu­na garan­zia tra­scen­den­te? Che aves­se pre­vi­sto anche il supe­ra­men­to del­le ideo­lo­gie è una que­stio­ne per filo­lo­gi, per­so­nal­men­te pen­so di sì. Ma il pun­to non è tan­to sta­bi­li­re se Nie­tzsche aves­se ragio­ne o meno. Il pun­to è che, negli anni Ven­ti del Nove­cen­to, la sua pro­fe­zia sem­bra­va esse­re sta­ta smen­ti­ta dal­la sto­ria.

Il vuo­to lascia­to dal­la mor­te di Dio, gra­zie alla cadu­ta degli Impe­ri asbur­gi­co, otto­ma­no, rus­so e tede­sco e dal­le sco­rie del­la Pri­ma Guer­ra Mon­dia­le, non por­tò infat­ti al cini­smo tota­le pre­vi­sto da Nie­tzsche, ben­sì alle ideo­lo­gie tota­li.

Inve­ce che l’assenza di sen­so vi fu la mol­ti­pli­ca­zio­ne dei sen­si pos­si­bi­li.

Nazi­fa­sci­smo e comu­ni­smo assur­se­ro a fedi che seco­la­riz­za­no – o si inte­gra­no – al sacro: fedi sen­za Dio che met­to­no al cen­tro gli uomi­ni, a capo di altri uomi­ni, che fan­no e disfa­no para­di­so e infer­no in Ter­ra. Dava­no un signi­fi­ca­to nuo­vo alla sto­ria e all’esistenza indi­vi­dua­le pro­met­ten­do reden­zio­ne, appar­te­nen­za e un futu­ro radio­so; furo­no rispo­ste diver­se a una stes­sa frat­tu­ra; un mon­do anti­co era fini­to e occor­re­va costruir­ne uno nuo­vo.

Gli anni Ven­ti del Nove­cen­to furo­no para­dos­sa­li: il nichi­li­smo sem­bra­va pos­si­bi­le ma inve­ce la rispo­sta fu cre­de­re più che mai nel­la capa­ci­tà del­la poli­ti­ca di tra­sfor­ma­re radi­cal­men­te il mon­do. Le ideo­lo­gie nasco­no, respi­ra­no, cre­sco­no e vin­co­no: il fasci­smo di Beni­to Mus­so­li­ni si allar­ga a mac­chia d’olio su tut­to il Vec­chio Con­ti­nen­te, come spie­ga così bene De Feli­ce in Bre­ve Sto­ria del Fasci­smo, in Spa­gna nel 1923 con Pri­mo de Rive­ra, in Por­to­gal­lo con Sala­zar nel 1926 e poi, come un incen­dio, in Ger­ma­nia, Austria, Bel­gio, Nor­ve­gia e Gre­cia, ma anche in Fran­cia e Gran Bre­ta­gna nac­que­ro impor­tan­ti movi­men­ti fasci­sti, così come nel resto del mon­do: in Ame­ri­ca Lati­na, dove si pos­so­no ricor­da­re le cami­cie dora­te mes­si­ca­ne, ma anche in Giap­po­ne e nel mon­do ara­bo, e addi­rit­tu­ra fra i sio­ni­sti. Anche per­so­na­li­tà di spic­co dell’epoca espres­se­ro sim­pa­tie per il fasci­smo: Gan­d­hi e, com’è più noto, Chur­chill.

La sto­ria inter­na­zio­na­le del comu­ni­smo pen­so inve­ce sia più nota.

Alcu­ni osser­va­to­ri par­ti­co­lar­men­te luci­di già intra­ve­de­va­no la cri­si che si nascon­de­va die­tro il pro­li­fe­ra­re ideo­lo­gi­co e la sua cor­ti­na di fumo, come Nie­tzsche: Spen­gler con il suo Tra­mon­to dell’Occidente (1922) già intra­ve­de il decli­no, Weber – alla fine del­la sua vita, dato che muo­re nel 1920 – vede già come la razio­na­liz­za­zio­ne scien­ti­fi­ca e moder­na svuo­ti il mon­do di sen­so nel suo La Scien­za come Pro­fes­sio­ne (1919), men­tre il gran­de poe­ta Valé­ry scri­ve­va: “Noi come civil­tà sap­pia­mo ora di esse­re mor­ta­li” (1919).

La con­sa­pe­vo­lez­za del­la cri­si era ben chia­ra. Loro cer­ca­ro­no di riem­pi­re quel vuo­to. Noi, come vedre­mo, sem­bria­mo aver impa­ra­to a con­vi­ver­ci.

Il nostro vuo­to

E noi?

Il con­fron­to con gli anni Ven­ti del Nove­cen­to diven­ta inte­res­san­te pro­prio per­ché la somi­glian­za più impor­tan­te non riguar­da gli even­ti, ma la strut­tu­ra del­la cri­si: ieri le cer­tez­ze ere­di­ta­te dall’Ottocento era­no scom­par­se con la Pri­ma Guer­ra Mon­dia­le, oggi quel­le che ci por­tia­mo dal Nove­cen­to si sono auto­fa­go­ci­ta­te, sono implo­se, si sono con­su­ma­te.

L’idea di pro­gres­so infi­ni­to è fini­ta: il cam­bia­men­to cli­ma­ti­co, la con­sa­pe­vo­lez­za dei limi­ti mate­ria­li che il pia­ne­ta ci pone, l’ha ucci­sa. L’idea che ogni gene­ra­zio­ne avreb­be vis­su­to meglio del­la pre­ce­den­te ha subi­to la stes­sa sor­te: la pre­ca­riz­za­zio­ne del lavo­ro, l’aumento del­le disu­gua­glian­ze crea­ti dal­la dere­gu­la­tion neo­li­be­ri­sta han­no por­ta­to all’impossibilità di costrui­re un futu­ro pre­ve­di­bi­le e sicu­ro di cre­sci­ta costan­te.

Stu­dia, lavo­ra, com­pra casa, fai una fami­glia.

Il sogno bor­ghe­se occi­den­ta­le che la gene­ra­zio­ne del dopo­guer­ra ci ha con­se­gna­to, e che ha domi­na­to la sce­na sim­bo­li­ca con­tem­po­ra­nea, è mor­to. Al di là del­la sua desi­de­ra­bi­li­tà, dob­bia­mo cele­brar­ne il fune­ra­le e por­tar­ne il lut­to: se no, non riu­sci­re­mo mai a supe­rar­ne la dipar­ti­ta.

Quel mon­do con­se­gna­to­ci come l’inizio del­la Fine del­la Sto­ria, gra­zie alla vit­to­ria USA e NATO con­tro il Nemi­co Ros­so si è tra­sfor­ma­to nel para­di­so del­la dere­gu­la­tion, del­la pre­ca­rie­tà, dell’assenza di spe­ran­za ver­so il futu­ro. La frat­tu­ra è la stes­sa.

La rispo­sta, però, è ben diver­sa: quel vuo­to non si riem­pie, rima­ne.

Non abbia­mo nuo­ve gran­di nar­ra­zio­ni capa­ci di mobi­li­ta­re milio­ni di per­so­ne. Abbia­mo inve­ce un’enorme capa­ci­tà di ana­li­si, una quan­ti­tà di infor­ma­zio­ni mai vista nel­la sto­ria uma­na e, con­tem­po­ra­nea­men­te, una cre­scen­te dif­fi­col­tà nel tra­sfor­ma­re que­sta con­sa­pe­vo­lez­za in azio­ne col­let­ti­va.

Sap­pia­mo dia­gno­sti­ca­re tut­to. Sap­pia­mo par­la­re di nar­ci­si­smo, cul­to del­la per­so­na­li­tà, pro­pa­gan­da, cor­ru­zio­ne, mani­po­la­zio­ne algo­rit­mi­ca.

Ma sap­pia­mo anco­ra cre­de­re in qual­co­sa che vada oltre la dia­gno­si?

Que­sta è la dif­fe­ren­za deci­si­va tra i nostri anni Ven­ti e quel­li dei nostri bisnon­ni. Loro rischia­ro­no di distrug­ge­re il mon­do per­ché cre­de­va­no trop­po. Noi rischia­mo di non cam­biar­lo per­ché non riu­scia­mo più a cre­de­re abba­stan­za.

Ed è qui che ser­ve la sto­ria. Ser­ve a poco, a par­te in acca­de­mia, quan­do cer­ca le somi­glian­ze e mol­to di più quan­do rin­trac­cia le dif­fe­ren­ze.

Negli anni Ven­ti del ‘900 il Seco­lo dei Lumi, del­le ulti­me bat­ta­glie di caval­le­ria, del pro­gres­so infi­ni­to e sen­za con­se­guen­ze fini­sce: i sogni otto­cen­te­schi ven­go­no ingo­ia­ti dal­la Pri­ma Guer­ra Mon­dia­le e dal­la sfre­na­ta poli­ti­ca di poten­za dei fasci­smi, così come dai moti rivo­lu­zio­na­ri che il comu­ni­smo fa aleg­gia­re in Euro­pa e nel resto del mon­do. Allo­ra, come oggi, un inte­ro mon­do di cer­tez­ze crol­la­va: come oggi.

Negli anni Ven­ti del Nove­cen­to le ideo­lo­gie sono venu­te a col­ma­re que­sto vuo­to, il vuo­to lascia­to da un mon­do gover­na­to da Dio è sta­to pre­so dall’Uomo; e noi? La stes­sa frat­tu­ra vie­ne ades­so inve­ce col­ma­ta dal gran­de pro­ta­go­ni­sta del­la fisi­ca nove­cen­te­sca: il vuo­to.

Per­so­nal­men­te, fra i nostal­gi­ci del socia­li­smo rea­le sovie­ti­co e i sem­pre fede­li restau­ra­to­ri dell’ordine – ma qua­le poi? C’è da far con­fu­sio­ne ora­mai – ho sem­pre pre­fe­ri­to i pri­mi. Lo dico aper­ta­men­te. Ma sem­pli­ce­men­te per­ché pen­so che la pri­ma, come ideo­lo­gia, sia un’ideologia uni­ver­sa­le che ten­da ver­so l’annullamento del­le dif­fe­ren­ze raz­zia­li, eco­no­mi­che, di gene­re, e di clas­se; cer­to però il domi­nio del par­ti­to uni­co mi pare si sia rive­la­to scric­chio­lan­te, se no l’URSS per­ché è implo­sa? Come ha det­to Car­rè­re in Limo­nov di quel vec­chio zek di Solženicyn, e del suo arci­fa­mo­so Arci­pe­la­go Gulag, “uno degli aspet­ti più dele­te­ri del siste­ma sovie­ti­co era che a meno di non diven­ta­re mar­ti­ri non si pote­va esse­re one­sti” (Car­rè­re 2014, 86). Era insom­ma un siste­ma costrui­to per la pro­pria soprav­vi­ven­za più che del­le per­so­ne che lo vive­va­no; che ha poi por­ta­to gli appa­ra­tči­ki, i buro­cra­ti, a far sì che il siste­ma si auto­fa­go­ci­tas­se. Il pro­ble­ma lì era for­se che il doma­ni, tut­ti lo sape­va­no, sareb­be sta­to ugua­le all’oggi e che c’era ben poco per cui lot­ta­re. In Occi­den­te, alme­no in quel perio­do, l’illusione di lot­ta­re per qual­co­sa c’era – anche se dopo arri­va­va la CIA a smon­ta­re tut­to, a dif­fon­de­re le dro­ghe pesan­ti e a isti­ga­re atten­ta­ti ter­ro­ri­sti­ci o a fal­si­fi­ca­re le ele­zio­ni. Come cita Car­rè­re nell’apertura di Limo­nov, il buon Putin ha det­to “Chi vuo­le restau­ra­re il comu­ni­smo è sen­za cer­vel­lo. Chi non lo rim­pian­ge è sen­za cuo­re”.

Oggi gli AI slop, i dee­p­fa­ke, le infil­tra­zio­ni dei ser­vi­zi, le ele­zio­ni truc­ca­te, l’assenza di dirit­ti sul pia­no micro e macro e il fal­li­men­to del­la demo­cra­zia par­ti­ti­ca ci impe­di­sco­no tan­to: non sia­mo più rap­pre­sen­ta­ti dal pote­re come duran­te l’epoca del­le ideo­lo­gie, sia­mo distrat­ti costan­te­men­te, sia­mo pre­si in giro; stru­men­ti diver­si ma tat­ti­che clas­si­che del pote­re. Con la minac­cia del­le bom­be e dei car­ri arma­ti die­tro l’angolo. Ecco, allo­ra for­se oggi ancor più di ieri, sogna­re, scri­ver­ne, par­lar­ne pos­so­no esse­re le nostre armi, assie­me alle armi vere e pro­prie se poi qual­cu­no deci­de vera­men­te di cam­bia­re le cose. Ma non ha sen­so imbrac­cia­re le armi se non sap­pia­mo rispon­de­re alle clas­si­che doman­de: dove sia­mo? Dove andia­mo? Noi chi sia­mo? E come e cosa fac­cia­mo? Cer­to, i milio­ni di mor­ti nei gulag, quel­li nel­le infi­ni­te guer­re ame­ri­ca­ne, quel­li nel­le guer­re mon­dia­li fan­no pau­ra, ter­ro­re, ribrez­zo: ma se rime­stia­mo in que­sto gri­giu­me, in que­sta piat­tez­za, in quest’attesa che qual­cu­no ven­ga a sal­var­ci, cosa sono mor­ti ammaz­za­ti a fare?

La sto­ria non si ripe­te

Atten­zio­ne però. La faci­li­tà nell’esaminare la sto­ria di un seco­lo fa gra­zie al distac­co che ne pro­via­mo, la chia­rez­za con cui la vedia­mo, a volo d’uccello alme­no, non devo­no cer­to far­ci incap­pa­re nel clas­si­co erro­re del­lo sto­ri­co alle pri­me armi: spie­ga­re mec­ca­ni­ci­sti­ca­men­te la sto­ria.

La cri­si del ‘29, il fia­sco del­la Repub­bli­ca di Wei­mar, la mar­cia su Roma non sono even­ti che dove­va­no neces­sa­ria­men­te suc­ce­de­re: gli even­ti sto­ri­ci sono fat­ti da per­so­ne tali qua­li a noi, uma­ni quan­to noi, anche se diver­si. Per cita­re un clas­si­co: Vit­to­rio Ema­nue­le pote­va far spa­ra­re dall’esercito alle cami­cie nere, cer­to Mus­so­li­ni era a Mila­no pron­to a scap­pa­re in Sviz­ze­ra men­tre qua­drum­vi­ri e gerar­chi era­no a Peru­gia a guar­da­re da lon­ta­no e, soprat­tut­to, al sicu­ro dal suo gran­de azzar­do poli­ti­co: ma se le cami­cie nere fos­se­ro sta­te impri­gio­na­te il fasci­smo non sareb­be for­se mor­to lì?

Que­sto è uno dei pri­mi ele­men­ti che dob­bia­mo tener­ci stret­ti: la nostra capa­ci­tà di agi­re, o agen­cy, rima­ne la stes­sa ieri come oggi.

La nostra capa­ci­tà d’incidere su que­sta real­tà fat­ta di mega­cor­po­ra­tion, di mul­ti­na­zio­na­li onni­vo­re, di doom­scrol­ling, di xeno­fo­bia, di pre­ca­rie­tà lavo­ra­ti­va e di geno­ci­di è la stes­sa: gli osta­co­li sono diver­si, cer­to, ma se Lenin o Mus­so­li­ni, se Sta­lin e Hitler han­no fat­to quel­lo che han­no fat­to par­ten­do da umi­li ori­gi­ni allo­ra anche oggi c’è una spe­ran­za, no?

A mio avvi­so, è oggi il momen­to del disin­can­to, del nichi­li­smo tota­le, come pre­vi­sto da Nie­tzsche.

Cer­to, pro­iet­ta­re l’era post-ideo­lo­gi­ca alle ‘pro­fe­zie’ di Nie­tzsche e a ciò che suc­ce­de fino agli anni ’50 è un po’ retro­spet­ti­vo: saran­no infat­ti Aron e Bell nel 1955 e nel 1960 a cri­stal­liz­za­re quest’idea di abban­do­no del­le ideo­lo­gie, che pren­de­rà pie­de poi negli anni ’80 con gli ulti­mi col­pi di coda del con­flit­to bipo­la­re e la vit­to­ria degli Sta­ti Uni­ti.

Il mon­do di ieri era brut­to tan­to quan­to il nostro, muta­tis mutan­dis, così come era pie­no di bel­lez­za. Oggi abbia­mo una mag­gio­re pari­tà fra i gene­ri – non ugua­glian­za, ma una mag­gio­re pari­tà –, così come fra chi è di colo­re diver­so dal mio, abbia­mo tec­no­lo­gie infi­ni­ta­men­te più sofi­sti­ca­te, abbia­mo indu­strie spar­se su tut­to il glo­bo e capa­ci di crea­re mez­zi e tec­no­lo­gie infi­ni­ta­men­te più com­ples­si, e uti­li, per l’umanità. Costruia­mo dighe, pon­ti, cit­tà inte­re in un bat­ti­ba­le­no, vedia­mo un model­lo nuo­vo di auto usci­re ogni anno e pos­sia­mo vede­re le par­ti­te di ogni sport sul pia­ne­ta gra­tui­ta­men­te, pos­sia­mo ave­re un pac­co dal­la Cina in una set­ti­ma­na, e pos­sia­mo anda­re a vede­re ogni luo­go del mon­do (o qua­si) sem­pli­ce­men­te seguen­do qual­che tra­vel influen­cer.

Sen­za sco­mo­da­re altri para­go­ni illu­stri – anche per­ché quest’articolo non era cer­to un ten­ta­ti­vo malin­co­ni­co di rivan­ga­re il pas­sa­to – pen­so, nel mio pic­co­lo, che ci man­chi un po’ di corag­gio e ci man­chi un po’ d’aria che, in quel perio­do e in quei tem­pi così vio­len­ti era­no inve­ce più chia­ri dato che la mor­te era mol­to più vici­na.

Ci man­ca un po’ di capa­ci­tà di sogna­re, di pro­por­re, di smet­te­re di cri­ti­ca­re ma di costrui­re. E di con­di­vi­de­re tut­to que­sto con chi ci sta vici­no. Sogna­re come un grup­po.

Cer­to, non vagheg­gia­men­ti di domi­nio mon­dia­le, non illu­sio­ni di geno­ci­di risol­vi­to­ri di con­tro­ver­sie, ma nem­me­no fra­gi­li paci costrui­te sul pre­va­ri­ca­men­to del­lo scon­fit­to: piut­to­sto ci man­ca una manie­ra di vive­re insie­me che lasci più spa­zio per vive­re la nostra quo­ti­dia­ni­tà in pace, come comu­ni­tà; di smet­te­re di pen­sa­re che homo homi­ni lupus ma che, tra­mi­te cer­to un gran­de sfor­zo di ana­li­si (quel­la psi­co­lo­gi­ca) pos­sia­mo con­vi­ve­re, per il bene nostro e del pia­ne­ta, e sogna­re una socie­tà in cui pos­sia­mo lasciar anda­re par­te dei nostri pri­vi­le­gi per vive­re in armo­nia con gli altri. Uto­pi­sti­co dirà qual­cu­no, sprov­ve­du­to e inge­nuo dirà un’altra, e volen­do han­no ragio­ne. Ma se dob­bia­mo lot­ta­re per pic­co­li, per quan­to signi­fi­ca­ti­vi, obiet­ti­vi, come gli assor­ben­ti gra­tui­ti, una sani­tà pub­bli­ca che fun­zio­na, un per­cor­so sco­la­sti­co che pos­sa inclu­de­re chiun­que, come fac­cia­mo a far­lo se vedia­mo tut­to nell’orizzonte del bre­ve ter­mi­ne? Come pos­sia­mo spe­ra­re in un mon­do miglio­re, che costrui­re­mo con le nostre mani, se già non abbia­mo un’idea di come pla­smar­lo?

L’oggi si costrui­sce sui sogni di doma­ni.

Il nostro bivio

Nie­tzsche ave­va annun­cia­to il crol­lo del­le cer­tez­ze e la mor­te di Dio e con essa l’avvento del nichi­li­smo: l’uomo – meglio, l’essere uma­no, secon­do me – posto al cen­tro del mon­do e del suo pan­theon e le sue manie di gran­dez­za con lui, sen­za più asso­lu­ti mora­li a orien­tar­lo. Ma la sua pro­fe­zia, negli anni Ven­ti del ‘900, si rea­liz­zò a rove­scio: si crea­ro­no le fedi tota­li e tota­li­ta­rie, reli­gio­ni seco­la­riz­za­te.

Il nostro tem­po ha inver­ti­to il segno.

La frat­tu­ra è la mede­si­ma – sono cadu­te, sta­vol­ta, non le monar­chie ma le gran­di nar­ra­zio­ni: il pro­gres­so, la rivo­lu­zio­ne, quel­la “fine del­la sto­ria” annun­cia­ta e subi­to smen­ti­ta dai fat­ti.

Eppu­re, noi non rispon­dia­mo con fedi nuo­ve.

Rispon­dia­mo con il disin­can­to.

Il nichi­li­smo che Nie­tzsche ave­va pre­vi­sto, e che gli anni Ven­ti sem­bra­va­no sbu­giar­da­re, è final­men­te arri­va­to: pun­tua­le for­se – ma chi sia­mo noi per sape­re cosa pas­sa­va per la testa a uno che par­la­va con i caval­li? – ma sicu­ra­men­te un seco­lo dopo.

L’idea che il mon­do pos­sa esse­re pla­sma­to da un’idea poli­ti­ca ci pare oggi inge­nua nel miglio­re dei casi, peri­co­lo­sa nel peg­gio­re.

La sto­ria pro­ba­bil­men­te non si ripe­te­rà iden­ti­ca, sem­pli­ce­men­te per­ché non riu­scia­mo più a cre­de­re abba­stan­za.

Dob­bia­mo sco­pri­re se sap­pia­mo anco­ra cre­de­re in qual­co­sa che vada oltre la dia­gno­si.

Que­sta è la vera doman­da di que­sto decen­nio.

Non se e come tor­ne­rà il fasci­smo ma piut­to­sto, pos­sia­mo soprav­vi­ve­re sapen­do tut­to e non cre­den­do in nien­te? For­se il com­pi­to del nostro decen­nio – uno dei pochi che val­ga dav­ve­ro la pena – è reim­pa­ra­re a cre­de­re in qual­co­sa sen­za tor­na­re, per quel qual­co­sa, a bru­cia­re il mon­do.

For­se è anche que­sta la rispo­sta alla doman­da ini­zia­le: a cosa ser­ve la sto­ria? Non a pre­ve­de­re il futu­ro, né a con­se­gnar­ci for­mu­le già pron­te. Ser­ve a ricor­dar­ci che il mon­do non è mai sta­to ine­vi­ta­bi­le. Ogni ordi­ne che oggi sem­bra natu­ra­le è sta­to costrui­to da uomi­ni e don­ne che, pri­ma di modi­fi­car­lo, han­no dovu­to imma­gi­nar­ne uno diver­so.

Nie­tzsche, quan­do pro­fe­tiz­za­va l’avvento del nichi­li­smo sul sen­tie­ro del­la spe­cie uma­na vi vede­va anche un bivio fina­le: la cata­stro­fe da una par­te, che pos­sia­mo, facil­men­te, pen­sa­re come alla Ter­za Guer­ra Mon­dia­le – e alla Quar­ta com­bat­tu­ta con pie­tre e basto­ni come dice­va Ein­stein – e, dall’altra, la tra­sva­lu­ta­zio­ne di tut­ti i valo­ri che por­te­rà all’oltreuomo. Il nichi­li­smo pas­si­vo e quel­lo atti­vo. E allo­ra, for­se, l’autore che è sta­to inter­pre­ta­to come uno dei capo­sti­pi­ti intel­let­tua­li del nazi­smo – e poi, for­tu­na­ta­men­te, ria­bi­li­ta­to – può esse­re, para­dos­sal­men­te, colui che ci indi­ca una stra­da.

O alme­no, secon­do me.

La mor­te di Dio e lo svuo­ta­men­to di sen­so dei valo­ri – l’incapacità di rispon­de­re ai “per­ché?” del­la vita – non tro­va­no rispo­sta duran­te l’epoca del nichi­li­smo. Per Nie­tzsche, il nichi­li­smo pas­si­vo è l’accettazione che non tro­ve­re­mo più rispo­ste a que­ste doman­de, che ora­mai come spe­cie sia­mo per­du­ti e che dob­bia­mo abbrac­cia­re il capi­ta­li­smo e i suoi sogni: fac­cia­mo sol­di, accu­mu­lia­mo pote­re, guar­dia­mo il pia­ne­ta cede­re alla cri­si cli­ma­ti­ca dai grat­ta­cie­li e, maga­ri, da una bel­la navi­cel­la in par­ten­za per la colo­nia di Mar­te. La tra­sva­lu­ta­zio­ne dei valo­ri è l’altra pos­si­bi­li­tà: la distru­zio­ne dei vec­chi valo­ri ha fat­to spa­zio e toc­ca a noi crear­ne di nuo­vi a par­ti­re da quel vuo­to. È la vit­to­ria con­tro il nichi­li­smo: sen­za più alcun valo­re tra­scen­den­te, si chie­de Nie­tzsche, riu­sci­rà l’essere uma­no a crea­re dei valo­ri, a reg­ge­re il peso del mon­do, sen­za garan­zie ultra­ter­re­ne?

La sfi­da di que­sti anni Ven­ti, e for­se di que­sto seco­lo, è pro­prio que­sta: riu­sci­re­mo a rimet­ter­ci al cen­tro, ora che ci sia­mo libe­ra­ti di Dio, e di quell’idea con­tro­na­tu­ra che il para­di­so – e l’inferno – sia acces­si­bi­le solo dopo la mor­te, e che lo abbia­mo sosti­tui­to con dei paz­zi san­gui­na­ri dal­le gran­di idee, e abbrac­cia­to le loro reli­gio­ni seco­la­riz­za­te? Riu­sci­re­mo a non anda­re alla deri­va e a crea­re il para­di­so in ter­ra? L’inferno abbia­mo già visto come sareb­be, o alme­no, ne abbia­mo avu­to un assag­gio. Quin­di, riu­sci­re­mo a reim­pa­ra­re a cre­de­re in qual­co­sa sen­za tor­na­re a bru­cia­re il mon­do?

Ecco, for­se, cui bono.

Foto­gra­fia di Mat­thew Con­nors

Biblio­gra­fia

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Car­rè­re, E. 2014 Limo­nov, tr. it. Ber­ga­ma­sco F., Adel­phi, Mila­no.

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De Majo, Cri­stia­no. 8 Feb­bra­io 2021. L’importanza degli anni Ven­ti oggi e cent’anni fa. Rivi­sta­stu­dio. Dispo­ni­bi­le a: https://www.rivistastudio.com/anni-venti-libro/ 

Nie­tzsche, M. Così par­lò Zara­thu­stra, tr. it. Mon­ti­na­ri M., Adel­phi, Mila­no.

Spen­gler, O. 1991. Tra­mon­to dell’Occidente, Guan­da, Mila­no.

Valé­ry, P. [1919] (2018) La cri­se de l’e­sprit, la poli­ti­que de l’e­sprit, le bilan de l’in­tel­li­gen­ce, Books on Demand Edi­tions, Ger­ma­nia.

Weber, M. 2004. La scien­za come pro­fes­sio­ne, tr. it. Gru­n­hoff H., Ros­si P., Tuc­ca­ri F., Einau­di, Tori­no.

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