Borderlands nasce dalla volontà di raccontare il confine tra Stati Uniti e Messico tentando di superare la narrazione emergenziale che sempre più caratterizza il racconto delle zone liminali. In molti casi queste aree si confrontano con i flussi migratori da decenni, tanto da aver visto il proprio tessuto sociale plasmarsi intorno a questi fenomeni, ma nonostante questo, il tema dell’immigrazione continua ad essere narrato e affrontato come un’emergenza, sia a livello mediatico che politico.
L’intenzione del lavoro è stata da subito quella di trasmettere la complessità di questi luoghi, sollevando domande sulle trasformazioni in atto, le contraddizioni che li regolano; tentando di mostrare le borderlands come il luogo a se stante che sono rispetto ai due paesi che separano.
Il confine è spesso narrato come un luogo di separazione netta, di non continuità, un luogo dove permane costantemente il rischio che qualcosa o qualcuno di “sbagliato” possa attraversare contaminando il lato “giusto”. Da questo è dipesa la decisione di concentrarmi esclusivamente sul lato statunitense del confine, su quelle borderlands americane dove il 92% della popolazione è di origine latina e dove l’immigrazione e il narcotraffico sono fenomeni tanto presenti quanto sul lato messicano.
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