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Gennaio
26 Gennaio 2026

TRA SIM­BO­LO E CON­TRO­MER­CA­TO: LEG­GE­RE IL POST­CA­PI­TA­LI­SMO

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Il con­flit­to bipo­la­re, cono­sciu­to come Guer­ra Fred­da, fra Sta­ti Uni­ti e URSS è fini­to ormai da 35 anni, da quan­do, il 25 dicem­bre 1991, nel­la Piaz­za Ros­sa di Mosca, al Crem­li­no, Valen­tin Kuz’min e Vla­di­mir Arkhi­pi­kin ammai­na­ro­no il ves­sil­lo con la fal­ce, il mar­tel­lo e la stel­la, dopo l’ultimo discor­so dell’ultimo pre­si­den­te, Mikhail Gor­ba­ciov. Quel ves­sil­lo è ora­mai par­te del pas­sa­to, nono­stan­te ciò è for­se il pun­to di par­ten­za più indi­ca­to per tor­na­re, al gior­no d’oggi, a par­la­re di capi­ta­li­smo. Cer­to, la bat­ta­glia ideo­lo­gi­ca, eco­no­mi­co-poli­ti­ca e iden­ti­ta­ria del capi­ta­li­smo con­tro il suo nemi­co sto­ri­co è fini­ta, con buo­na pace dei nostal­gi­ci o cat­ti­va che sia. Tut­ta­via, ciò non impe­di­sce di per sè di adot­ta­re la cadu­ta dell’URSS come pro­spet­ti­va dal­la qua­le osser­va­re il pas­sa­to pros­si­mo del capi­ta­li­smo – inte­so come il secon­do dopo­guer­ra – e il nostro pre­sen­te.

In quest’articolo cer­che­re­mo di riflet­te­re su quan­to sia impor­tan­te ripor­ta­re il discor­so intel­let­tua­le sul capi­ta­li­smo – con­sci che in que­sta sede si può aspi­ra­re ad abboz­za­re del­le rifles­sio­ni e non giun­ge­re a vere e pro­prie solu­zio­ni. 

Per rag­giun­ge­re que­sto obiet­ti­vo è neces­sa­rio affron­ta­re il pro­ble­ma da due pun­ti di vista. Il pri­mo è il capi­ta­li­smo come siste­ma sim­bo­li­co e cul­tu­ra­le, den­tro il qua­le pren­de for­ma la nar­ra­zio­ne che l’economia capi­ta­li­sta dà di sé, par­ten­do e andan­do oltre una pie­tra milia­re di que­sto filo­ne di ricer­ca, Rea­li­smo Capi­ta­li­sta di Mark Fisher. Fisher ci ser­vi­rà per anda­re die­tro le quin­te di que­sto spet­ta­co­lo, cosic­ché, in secon­da bat­tu­ta, potre­mo appro­fon­di­re il fun­zio­na­men­to rea­le del capi­ta­li­smo nel suo sen­so eco­no­mi­co-poli­ti­co, sce­vri da pre­con­cet­ti sim­bo­li­co-cul­tu­ra­li gra­zie al lavo­ro di un gran­de stu­dio­so dell’economia glo­ba­le, Gio­van­ni Arri­ghi. La sin­te­si di que­ste due con­cet­tua­liz­za­zio­ni ci per­met­te­rà di escla­ma­re, para­fra­san­do Hans Chri­stian Ander­sen: «Il Re è nudo! Abbas­so il Re!» e di guar­da­re libe­ra­men­te oltre alla sua fin­zio­ne.

Una pre­mes­sa: decen­tra­re la pro­spet­ti­va 

Per far que­sto tut­ta­via è neces­sa­rio decen­tra­re la posi­zio­ne dal­la qua­le osser­via­mo il capi­ta­li­smo: chi leg­ge è, ten­den­zial­men­te, bian­co e occi­den­ta­le, e in un momen­to sto­ri­co in cui il pen­sie­ro deco­lo­nia­le e la can­cel cul­tu­re domi­na­no – nel sen­so che il loro spa­zio nel dibat­ti­to poli­ti­co non può più defi­nir­si mar­gi­na­le e che que­ste pro­spet­ti­ve stan­no modi­fi­can­do il nostro modo di pen­sa­re – decen­trar­si è uno sfor­zo neces­sa­rio. Tut­ta­via, in que­sta bre­ve pre­mes­sa, chie­do a chi leg­ge solo un pic­co­lo pas­so: pro­via­mo a guar­da­re al capi­ta­li­smo dal pun­to di vista dell’influenza che l’URSS vi ha eser­ci­ta­to. 

Facen­do ciò, pos­sia­mo capi­re quan­to l’URSS abbia avu­to un impat­to posi­ti­vo, o bene­fi­co, per chi vive quo­ti­dia­na­men­te nel­le demo­cra­zie capi­ta­li­ste – e non è un miliar­da­rio et simi­lia. Lo spau­rac­chio del­la rivo­lu­zio­ne ros­sa, i par­ti­ti comu­ni­sti occi­den­ta­li e il movi­men­to deco­lo­nia­le – che infat­ti si rife­ce mol­to all’Unione Sovie­ti­ca – spin­se­ro l’Occidente capi­ta­li­sta a spo­sa­re le idee di Key­nes e del wel­fa­re sta­te. Il siste­ma pen­sio­ni­sti­co, il siste­ma sani­ta­rio gra­tui­to, l’aumento gene­ra­le dei sala­ri e la ridu­zio­ne del mon­te ora­rio del­la set­ti­ma­na lavo­ra­ti­va ne furo­no con­se­guen­ze. L’importanza di que­sta concessione/conquista la vivo­no le gene­ra­zio­ni che han­no assi­sti­to alla scom­par­sa di que­sti bene­fi­ci: i mil­len­nial e la gene­ra­zio­ne Z, men­tre le gene­ra­zio­ni pre­ce­den­ti ten­den­zial­men­te ne han­no gio­va­to. La guer­ra ideo­lo­gi­ca con l’URSS ha por­ta­to tan­ti cam­bia­men­ti che oggi vedia­mo sva­ni­re, ten­den­zial­men­te tan­ti quan­ti ne ha por­ta­ti lo svi­lup­po tec­no­lo­gi­co. 

La ven­ta­ta di rifor­mi­smo del capi­ta­le por­ta­ta dall’URSS è anco­ra più ampia. Al gigan­te ros­so van­no attri­bui­ti alcu­ni dei pri­ma­ti socia­li che potreb­be­ro sta­re nel Guin­ness: fu il pri­mo pae­se – poli­ti­ca­men­te rile­van­te e occi­den­ta­le – a san­ci­re il suf­fra­gio uni­ver­sa­le e il dirit­to al divor­zio. Va fat­to nota­re, sul­la scor­ta di Gra­zio­si (2002), che par­te di que­sti, e altri, dirit­ti era­no godu­ti solo dall’èlite sovie­ti­ca — mi per­met­to di con­tro­bat­te­re che in Occi­den­te il decan­ta­to dirit­to alla feli­ci­tà è anch’esso limi­ta­to a chi ha i mez­zi per non dover lavo­ra­re 40 ore a set­ti­ma­na per sfa­mar­si e, maga­ri, anda­re in ferie due set­ti­ma­ne l’anno. Que­ste e altre rifor­me insti­ga­te dal paral­le­lo col comu­ni­smo por­ta­ro­no poi alla cre­sci­ta e al con­so­li­da­men­to del­la clas­se media, vero van­to capi­ta­li­sta-demo­cra­ti­co. Ades­so, tut­ta­via, pare sia evi­den­te che il capi­ta­li­smo stia tor­nan­do a quel­la pola­riz­za­zio­ne del­la socie­tà che ave­va por­ta­to a moti rivo­lu­zio­na­ri in tut­to l’Occidente: a que­sta ten­den­za cor­ri­spon­de anche una rispet­ti­va con­ver­gen­za poli­ti­ca ver­so gli estre­mi, come vedia­mo bene nel­la deri­va auto­ri­ta­ria del­la destra occi­den­ta­le, e al timi­do ma ben rice­vu­to ritor­no dei social­de­mo­cra­ti­ci nel­la sini­stra occi­den­ta­le, da Mam­da­ni a Your Par­ty nel Regno Uni­to. 

Non pen­so di aver con­vin­to tut­ti con quest’idea, vi chie­do però la cor­te­sia di leg­ge­re gli spun­ti e di met­te­re da par­te l’idea – per chi lo pen­sa e solo per quest’articolo – che l’URSS fos­se un pae­se bloc­ca­to, inef­fi­cien­te e pove­ro. Non era il sogno comu­ni­sta, ma sve­stia­mo­lo comun­que dal­la pro­pa­gan­da.

Per quan­to l’URSS sia sta­ta rap­pre­sen­ta­ta da poli­to­lo­gi, gior­na­li­sti, poli­ti­ci sin da quan­do è nata come baluar­do dell’illibertà poli­ti­ca e del sov­ver­ti­men­to rivo­lu­zio­na­rio, e quin­di come intrin­se­ca fon­te d’insicurezza per l’Occidente, non potrem­mo dire lo stes­so dei pae­si NATO? I movi­men­ti guer­ri­glie­ri o ter­ro­ri­sti­ci di libe­ra­zio­ne nazio­na­le – dall’IRA all’ETA, dai san­di­ni­sti alle FARC, fino all’OLP e ad Hamas – le guer­re per pro­cu­ra nel Ter­zo Mon­do e, in gene­ra­le, le mor­ti inno­cen­ti pro­vo­ca­te dall’azione sovie­ti­ca sono innu­me­re­vo­li. Tut­ta­via, l’azione del­le for­ma­zio­ni di stam­po neo-fasci­sta vota­te al ter­ro­ri­smo o al man­te­ni­men­to (se non alla restau­ra­zio­ne) del­lo sta­tus quo capi­ta­li­sta – dal whi­te supre­ma­ti­sm e gli altri discen­den­ti del KKK a Ordi­ne Nuo­vo, dall’OAS fran­ce­se ai Lupi Gri­gi tur­chi, fino ad arri­va­re a Pino­chet e a Suhar­to – è sicu­ra­men­te para­go­na­bi­le. Se i gulag sta­li­ni­sti sono depre­ca­bi­li, immon­di e giu­sta­men­te vitu­pe­ra­ti, l’apar­theid suda­fri­ca­no – e le cor­re­la­te guer­re in Mozam­bi­co, Nami­bia, Ango­la e Zim­ba­b­we per soste­ner­lo – non lo sono altret­tan­to? Per non cita­re la Pale­sti­na come caso apar­theid e geno­ci­dio a noi più vici­no. Così come gli innu­me­re­vo­li mor­ti dovu­ti ai regi­me chan­ge orche­stra­ti dal­la CIA o la repres­sio­ne dei movi­men­ti anti­co­lo­nia­li­sti. Infat­ti, non è un caso che i movi­men­ti del­la deco­lo­niz­za­zio­ne si sia­no richia­ma­ti al comu­ni­smo, men­tre quel­li che vole­va­no man­te­ne­re una divi­sio­ne raz­zia­le del­la socie­tà si sia­no rifat­ti al capi­ta­li­smo.

Il rife­ri­men­to all’URSS non è un auspi­cio nostal­gi­co, ma uno stru­men­to cri­ti­co per toglier­ci i sas­so­li­ni del­la Guer­ra Fred­da dal­la scar­pa. Ser­ve a ricor­dar­ci che non vivia­mo nel miglior mon­do pos­si­bi­le e che, se il pre­sen­te resta incon­te­sta­to, può solo peg­gio­ra­re. È un modo per decen­trar­ci e osser­va­re con mag­gio­re luci­di­tà il capi­ta­li­smo che abi­tia­mo, per­chè noi in que­sto famo­so “capi­ta­li­smo” ci vivia­mo tut­ti i gior­ni.

Oltre la cor­ti­na del capi­ta­le

Il più disil­lu­so degli ana­li­sti del “no, que­sto non è il miglio­re dei mon­di pos­si­bi­li e, se con­ti­nua così, andrà anco­ra peg­gio” è, noto­ria­men­te, Mark Fisher, e per­ciò è dal­le sue intui­zio­ni che biso­gna par­ti­re per anda­re oltre ad esso. 

Uno dei car­di­ni del­la rifles­sio­ne di Mark Fisher riguar­do al pote­re sim­bo­li­co cul­tu­ra­le del capi­ta­li­smo di oggi – che lui chia­ma rea­li­smo capi­ta­li­sta – è il “siste­ma di equi­va­len­ze”. Que­sto mec­ca­ni­smo capi­ta­li­sta spo­glia ogni pra­ti­ca cul­tu­ra­le-sim­bo­li­ca e ogni ogget­to a essa cor­re­la­to – che sia ico­no­gra­fia sacra, por­no­gra­fia o Il Capi­ta­le di Marx – del suo valo­re spi­ri­tua­le o mora­le, por­tan­do a con­si­de­rar­lo sola­men­te come mero ogget­to este­ti­co, puro arte­fat­to

“Il rea­li­smo capi­ta­li­sta non è […] un tipo par­ti­co­la­re di rea­li­smo; piut­to­sto, è il rea­li­smo in sé per sé. […] Il Capi­ta­li­smo è ciò che resta quan­do le cre­den­ze si sono ridot­te a pura ela­bo­ra­zio­ne ritua­le o sim­bo­li­ca, e tut­to ciò che rima­ne è solo il con­su­ma­to­re-spet­ta­to­re, che arran­ca tra le rovi­ne e i relit­ti” (Fisher 2012, 6–7).

Quest’aspetto cul­tu­ra­le, se visto da un’altra pro­spet­ti­va, è la con­se­guen­za imma­nen­te del­la mor­te di Dio pro­fe­tiz­za­ta da Nie­tzsche: è “la svol­ta dal­la «fede» all’estetica, dal coin­vol­gi­men­to alla «spet­ta­to­ria­li­tà»” (Fisher 2012, 7). Il capi­ta­li­smo ana­liz­za­to da Fisher è quel­lo con­tem­po­ra­neo, quel­lo che ha scon­fit­to non solo l’URSS, ma qua­lun­que siste­ma cul­tu­ra­le e nor­ma­ti­vo che abbia ten­ta­to di por­vi dei limi­ti, ergen­do­si a nume gui­da del­la spe­cie uma­na. Gra­zie a quest’oggettivazione del­la fede e alla desa­cra­liz­za­zio­ne del­la cul­tu­ra, il rea­li­smo capi­ta­li­sta ci for­ni­sce una “distan­za iro­ni­ca” da ceri­mo­nie e sim­bo­li per immu­niz­zar­ci dal fana­ti­smo (Fisher 2012, 7). In que­sta manie­ra, ci pro­teg­ge dal ter­ro­re e dal tota­li­ta­ri­smo,  che del fana­ti­smo sono con­se­guen­za. È que­sta la foglia di fico die­tro cui, secon­do Badiou, si nascon­de­reb­be­ro i pro­mo­to­ri più infer­vo­ra­ti del­lo sta­to di cose che vivia­mo nel­la nostra quo­ti­dia­ni­tà attua­le, stret­ti nel­la con­trad­di­zio­ne di dover pre­sen­ta­re come sta­to idea­le la sva­lu­ta­zio­ne, in ter­mi­ni mone­ta­ri, dell’intera esi­sten­za. Per far­lo, è neces­sa­rio crea­re un’alterità arti­fi­cia­le fra il siste­ma domi­nan­te e le sue ipo­te­ti­che, ter­ri­bi­li alter­na­ti­ve:  

“Per giu­sti­fi­ca­re il loro con­ser­va­to­ri­smo, i par­ti­gia­ni dell’ordine costi­tui­to non pos­so­no sem­pli­ce­men­te defi­nir­lo ‘idea­le’ o ‘magni­fi­co’. E quin­di, piut­to­sto, han­no deci­so di affer­ma­re che tut­to il resto è orri­bi­le. ‘Cer­to, cer­to’ affer­ma­no, ‘maga­ri non vivia­mo nel­la con­di­zio­ne del­la pura Bon­tà. Ma sia­mo comun­que for­tu­na­ti nel non vive­re nel­la con­di­zio­ne del Male asso­lu­to. La nostra demo­cra­zia non è per­fet­ta. Ma è sem­pre meglio del­la san­gui­na­ria dit­ta­tu­ra. Il Capi­ta­li­smo è ingiu­sto. Ma alme­no non è cri­mi­na­le come lo Sta­li­ni­smo. Lascia­mo che milio­ni di afri­ca­ni muo­ia­no di AIDS, ma non rila­scia­mo dichia­ra­zio­ni raz­zi­ste e nazio­na­li­ste come quel­le di Milo­se­vic. Ucci­dia­mo gli ira­che­ni con i nostri aerei, ma non taglia­mo loro le gole come fan­no in Ruan­da.’ E così via” (Badiou 2001 cita­to in Fisher 2012, 7–8). 

Que­sta desa­cra­liz­za­zio­ne e ogget­ti­va­zio­ne di fede e cul­tu­ra ci aiu­ta a com­pren­de­re come , nel rea­li­smo capi­ta­li­sta, non ci sia­no leg­gi tra­scen­den­ti a gover­na­re la socie­tà, ma che ogni valo­re vie­ne rei­fi­ca­to – reso arte­fat­to – e gli vie­ne asse­gna­to un valo­re di scam­bio, un cor­ri­spet­ti­vo mone­ta­rio, una remu­ne­ra­zio­ne (Fisher 2012, 8). Nie­tzsche, altro rife­ri­men­to fre­quen­te nel testo di Fisher, scri­ve­va nel­le Con­si­de­ra­zio­ni Inat­tua­li dell’avvento di un’epoca satu­ra di sto­ria, carat­te­riz­za­ta dal cini­smo e da una peri­co­lo­sa atti­tu­di­ne iro­ni­ca ver­so se stes­sa; un’epoca in cui una ‘spet­ta­to­ria­li­tà’ distac­ca­ta avreb­be sosti­tui­to il coin­vol­gi­men­to e la par­te­ci­pa­zio­ne (Nie­tzsche 2016, 42). Que­st’e­po­ca per Fisher è la nostra. L’epoca in cui le zone cul­tu­ra­li “indi­pen­den­ti” o “alter­na­ti­ve” – dal punk alla new age – non desi­gna­no qual­co­sa al di fuo­ri del main­stream ma anzi ne sono gli sti­li domi­nan­ti (Fisher [2009] 2017, 38). L’epoca del­la Fine del­la Sto­ria, ovve­ro la tan­to cri­ti­ca­ta, ma, secon­do Fisher, lar­ga­men­te con­di­vi­sa idea di Fran­cis Fukuya­ma (Fisher 2012, 9–10). Un trion­fo tota­le, com­ple­ta­men­te intro­iet­ta­to a livel­lo incon­scio da par­te di ognu­no di noi. Non aven­do più un fuo­ri da colo­niz­za­re, “il capi­ta­li­smo occu­pa inte­ra­men­te l’orizzonte del pen­sa­bi­le” (Fisher 2012, 12); lo stes­so moti­vo per cui Fisher non usa post-moder­no come ter­mi­ne per rife­rir­si al capi­ta­li­smo.

Buo­na par­te del­le mol­te­pli­ci cri­ti­che all’autore nati­vo di Lei­ce­ster riguar­da­no la disil­lu­sio­ne e l’arrendevolezza carat­te­ri­sti­che del­le sue ana­li­si, che inten­dia­mo qui sot­to­li­nea­re per­ché coe­ren­ti con la pre­mes­sa sul decen­tra­men­to fat­ta in pre­ce­den­za. Fisher vive una dila­nian­te con­trad­di­zio­ne, chie­de a gran voce un comu­ni­smo liber­ta­rio, ma allo stes­so tem­po vede le vit­to­rie del comu­ni­smo inter­na­zio­na­le come par­te di una sto­ria mono­li­ti­ca pri­va di spun­ti e che va supe­ra­ta. Egli equi­pa­ra le rivo­lu­zio­ni nove­cen­te­sche all’imperialismo capi­ta­li­sta, e il ruo­lo dell’URSS alla cari­ca­tu­ra oppres­si­va e auto­ri­ta­ria fat­ta dai suoi stes­si detrat­to­ri. Decen­trar­ci e guar­da­re il capi­ta­li­smo in manie­ra distac­ca­ta ci dovreb­be con­sen­ti­re di non cade­re vit­ti­me del­la pro­pa­gan­da del siste­ma che stia­mo ana­liz­zan­do. Infat­ti, cades­si­mo in que­sto erro­re come Fisher, dovrem­mo smi­nui­re sia la nostra pre­mes­sa che le gran­di rivo­lu­zio­ni del seco­lo scor­so – come la rivo­lu­zio­ne viet­na­mi­ta dal 1946 al 1975 – e met­ter­ci sul­lo stes­so pia­no dei colo­nia­li­sti. Voglia­mo dav­ve­ro che il Nove­cen­to sia solo que­sto? Dov’è inve­ce la lot­ta per il cam­bia­men­to? 

Lewis Hod­der ha infat­ti sot­to­li­nea­to lo stes­so pro­ble­ma che riguar­da il pen­sie­ro di Fisher: 

“Pro­prio il pre­ci­so momen­to in cui il ten­ta­ti­vo di Fisher di deli­nea­re un’alternativa al capi­ta­li­smo, di dichia­ra­re la pover­tà dell’immaginazione sot­to il capi­ta­li­smo, soc­com­be a una post­mo­der­ni­tà ch’egli sup­po­ne di aver già supe­ra­to”. 

In paro­le pove­re, Fisher capi­to­la sot­to i col­pi del­lo stes­so nemi­co che vor­reb­be attac­ca­re. Secon­do que­sta pro­spet­ti­va, il rea­li­smo capi­ta­li­sta nasce “dal fal­li­men­to del­la sini­stra di approc­ciar­si (enga­ge) al comu­ni­smo così com’è real­men­te esi­sti­to”, e dal biso­gno di reset­ta­re il pen­sie­ro comu­ni­sta stes­so. Per­ciò rico­min­cia­re da capo sen­za curar­si di ciò che di posi­ti­vo è sta­to fat­to equi­va­le a con­dan­nar­si. O, per dir­la con Nie­tzsche, all’eterno ripe­ter­si dell’uguale. 

Infi­ne, ren­dia­mo giu­sti­zia a Fisher cir­co­stan­zian­do que­sta cri­ti­ca: egli stes­so con­dan­na “l’eterno acca­ni­men­to ai dibat­ti­ti sto­ri­ci” del­la sini­stra, men­tre sareb­be meglio “pen­sa­re alla pia­ni­fi­ca­zio­ne e all’organizzazione di un futu­ro in cui cre­de­re dav­ve­ro” (Fisher 2017, 149). Fisher non si fa dun­que pro­fe­ta di sven­tu­re, né disil­lu­so gon­fa­lo­nie­re del­la Fine del­la Sto­ria, ben­sì riven­di­ca: 

“La stes­sa oppri­men­te per­va­si­vi­tà del rea­li­smo capi­ta­li­sta signi­fi­ca che per­si­no il più pic­co­lo bar­lu­me di una pos­si­bi­le alter­na­ti­va poli­ti­ca ed eco­no­mi­ca può pro­dur­re effet­ti spro­por­zio­na­ta­men­te gran­di” (Fisher 2017, 152). 

Fisher ci ha mostra­to che il “rea­li­smo capi­ta­li­sta” con­si­ste nel­la ridu­zio­ne dell’esperienza uma­na a valo­re di scam­bio, nel­la tra­smu­ta­zio­ne dell’immaginario in mer­ce e del­la sog­get­ti­vi­tà in spet­ta­to­ria­li­tà pas­si­va. Il suo pes­si­mi­smo – o meglio, la sua disil­lu­sio­ne – non è solo bio­gra­fi­ca, ma sto­ri­ca: nasce nel momen­to in cui la cadu­ta dell’URSS chiu­de il seco­lo del­le alter­na­ti­ve e con­se­gna il mon­do a una tem­po­ra­li­tà bloc­ca­ta. Un momen­to sto­ri­co in cui la sini­stra, nel ten­ta­ti­vo di pren­de­re le distan­ze dai fal­li­men­ti del comu­ni­smo real­men­te esi­sti­to, ha abdi­ca­to alla sua fun­zio­ne prin­ci­pe sin dai tem­pi di Marx: la pro­pria capa­ci­tà di imma­gi­na­re il nuo­vo.  

Affin­ché ciò avven­ga, limi­tar­si al pia­no sim­bo­li­co-cul­tu­ra­le rischia di esse­re una pra­ti­ca infe­con­da: la nar­ra­zio­ne che il siste­ma dà di sé è soli­da, auda­ce, disin­te­res­sa­ta alle discus­sio­ni intel­let­tual­men­te one­ste. È solo inte­gran­do le mani­fe­sta­zio­ni poli­ti­co-eco­no­mi­che del capi­ta­li­smo nel­la mes­sa a fuo­co che que­sto bloc­co mono­li­ti­co appa­re per il gigan­te dai pie­di di fan­go che real­men­te è, scos­so perio­di­ca­men­te da pro­fon­di muta­men­ti, atti­mi di discon­ti­nui­tà nei qua­li si cela l’opportunità del cam­bia­men­to. A que­sto pro­po­si­to, un con­tri­bu­to e un pun­to di par­ten­za fon­da­men­ta­le è rap­pre­sen­ta­to dal lavo­ro di Gio­van­ni Arri­ghi. 

Una nuo­va geo­gra­fia post-capi­ta­li­sta

Gio­van­ni Arri­ghi è – al con­tra­rio di Fisher – uno dei più spe­ran­zo­si ana­li­sti del “no, que­sto non è il miglio­re dei mon­di pos­si­bi­li e se con­ti­nua così andrà anco­ra peg­gio” e dal­la sua ana­li­si del­lo svi­lup­po capi­ta­li­sta le cre­pe del siste­ma – accu­ra­ta­men­te nasco­ste dal suo siste­ma sim­bo­li­co-cul­tu­ra­le – diven­ta­no inve­ce evi­den­ti. 

Uno degli aspet­ti più tra­scu­ra­ti del­la sua ricer­ca riguar­da le tran­si­zio­ni al capi­ta­li­smo nei Pae­si in Via di Svi­lup­po (PVS). Arri­ghi ha for­ni­to una serie di rispo­ste sul per­ché i PVS non abbia­no, nono­stan­te gli sfor­zi, effet­tua­to tran­si­zio­ni di suc­ces­so al capi­ta­li­smo – nel sen­so di un miglio­ra­men­to del­le con­di­zio­ni socioe­co­no­mi­che del­la popo­la­zio­ne. Il pro­ble­ma, già fat­to emer­ge­re da Brau­del, e di cui Arri­ghi si con­si­de­ra allie­vo, è sin­to­ma­ti­co del fun­zio­na­men­to del siste­ma inter­na­zio­na­le:

“Davan­ti ai nostri occhi, una par­te del Ter­zo Mon­do si sta indu­stria­liz­zan­do, ma sta incon­tran­do dif­fi­col­tà inau­di­te e innu­me­re­vo­li fal­li­men­ti che a prio­ri sem­bra­no ano­ma­li. […] Ora, que­sti pro­ble­mi si veri­fi­ca­no in un momen­to in cui la rivo­lu­zio­ne è già sta­ta inven­ta­ta, in cui i model­li sono dispo­ni­bi­li a tut­ti. A prio­ri, tut­to dovreb­be esse­re faci­le; eppu­re nul­la va per il ver­so giu­sto.” (Brau­del 1977, 105–106).

«Fate come noi, abbrac­cia­te la demo­cra­zia e il libe­ro mer­ca­to e vedre­te!» è infat­ti, sin­te­ti­ca­men­te, la reto­ri­ca del­lo svi­lup­po capi­ta­li­sta ver­so i PVS. Que­sti, di fron­te alle ‘dif­fi­col­tà inau­di­te’ e agli ‘innu­me­re­vo­li fal­li­men­ti’ che paio­no ‘anor­ma­li’, sono poi accu­sa­ti di ‘non esse­re in gra­do’ di svi­lup­par­si – per ragio­ni poli­ti­che, eco­no­mi­che e a vol­te raz­zi­ste. Fisher ci ha però inse­gna­to a guar­da­re oltre l’immagine che il capi­ta­li­smo dà di sé, e Arri­ghi ci spie­ga inve­ce che la situa­zio­ne è ben diver­sa.

Lo stu­dio con­dot­to da Arri­ghi e Pisel­li nel 1987 sul­la Cala­bria ha sostan­zial­men­te rispo­sto a que­sto que­si­to fon­da­men­ta­le: per­ché le zone peri­fe­ri­che del siste­ma inter­na­zio­na­le riman­go­no tali? Un discor­so di cui ho già accen­na­to su Ātman. I due, stu­dian­do lo svi­lup­po del­la Cala­bria nel ‘900 dan­no una spie­ga­zio­ne all’apparente cor­to­cir­cui­to del­lo svi­lup­po che ci sve­la come, in real­tà, non ci sia nes­sun cor­to­cir­cui­to: il siste­ma fun­zio­na pro­prio così.

Arri­ghi e Pisel­li ana­liz­za­ro­no la tra­iet­to­ria sto­ri­ca di tre aree dif­fe­ren­ti del­la Cala­bria – il Cro­to­ne­se, la Pia­na di Gio­ia Tau­ro e il Cosen­ti­no – notan­do la coe­si­sten­za di siste­mi pro­dut­ti­vi basa­ti sul­la pro­du­zio­ne di sus­si­sten­za, la pro­du­zio­ne su pic­co­la e gran­de sca­la, spes­so con­si­de­ra­ti come sta­di con­se­cu­ti­vi nel­lo svi­lup­po del capi­ta­li­smo (Arri­ghi e Pisel­li 1987, 655). Que­sti siste­mi, diver­sa­men­te da quan­to soste­nu­to dall’economia del­lo svi­lup­po main­stream, si svi­lup­pa­ro­no in Cala­bria l’uno accan­to all’altro e nel­lo stes­so momen­to sto­ri­co. Quin­di, pur essen­do già sta­ta ‘inven­ta­ta la rivo­lu­zio­ne’, Arri­ghi ci met­te di fron­te all’evidenza che non vi è un’unica stra­da al capi­ta­li­smo, ma che, piut­to­sto, i sen­tie­ri ver­so que­sta sia­no diver­si, non linea­ri e sto­ri­ca­men­te con­tin­gen­ti. Tan­to che, in una regio­ne ita­lia­na, si pos­so­no tro­va­re mol­te­pli­ci tra­iet­to­rie e che il sot­to­svi­lup­po del­la Cala­bria – in sen­so capi­ta­li­sta – può con­vi­ve­re con lo svi­lup­po eco­no­mi­co del Nord. Quest’affermazione sem­bra tau­to­lo­gi­ca e l’ennesimo capi­to­lo del­la disqui­si­zio­ne tra Nord e Sud Ita­lia, ma la dif­fe­ren­za è che Arri­ghi dimo­stra come que­sti sen­tie­ri allo svi­lup­po capi­ta­li­sta in Cala­bria in altri tem­pi e luo­ghi abbia­no inve­ce avu­to suc­ces­so.

Sostan­zial­men­te, l’accademico mila­ne­se demi­sti­fi­ca l’idea che svi­lup­po e sot­to­svi­lup­po non pos­sa­no coe­si­ste­re, e sostie­ne che, anzi, la loro coe­si­sten­za sia la con­di­zio­ne idea­le per­ché il capi­ta­li­smo pro­spe­ri. D’altronde era sua abi­tu­di­ne soste­ne­re che, spes­so, per smon­ta­re un’idea biso­gna par­ti­re da dov’è più for­te. L’idea di Arri­ghi è che que­sto suc­ce­de non solo in una regio­ne ita­lia­na, ma che que­sta carat­te­ri­sti­ca strut­tu­ri il rap­por­to fra i pae­si del Nord e del Sud del mon­do. Una serie di acca­de­mi­ci ha poi dimo­stra­to come quest’idea sia veri­tie­ra per vari PVS – da Gha­na, Suda­fri­ca e Tur­chia a Etio­pia, Colom­bia, Mes­si­co (Scul­ly & Brit­wum 2019; Leven­son 2019; Hou­gh 2019; Bair 2019; Cel­lai 2026; Kara­ta­sli & Kum­ral 2019). Insom­ma, seguen­do il ragio­na­men­to di Arri­ghi, si smon­ta l’idea capi­ta­li­sta secon­do cui la ricet­ta allo svi­lup­po di suc­ces­so esi­sta e sia dispo­ni­bi­le e che i pae­si del Sud Glo­ba­le non ‘sia­no in gra­do’ di appli­car­la. Per dir­la con altre paro­le: 

“Non esi­ste un’arretratezza essen­zia­le nel Sud del mon­do per cui la rimo­zio­ne degli osta­co­li alla tran­si­zio­ne por­te­reb­be magi­ca­men­te al tipo giu­sto di rela­zio­ni socia­li (e di indi­vi­dua­zio­ne) che con­sen­ti­reb­be­ro all’homo eco­no­mi­cus di erger­si a testa alta” (Zele­ke 2019, 223).

Que­sta situa­zio­ne, come ben sin­te­tiz­za­to dall’accademico mila­ne­se, può esse­re descrit­ta come run­ning fast to stay in pla­ce. Nell’economia agri­co­la cala­bre­se si svi­lup­pa­ro­no sì del­le rela­zio­ni di pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­che, e che quin­di non era­no intrin­se­ca­men­te peri­fe­ri­che – dato che in altre aree e momen­ti sto­ri­ci que­ste por­ta­ro­no all’ascesa di altri ter­ri­to­ri – ma ‘copia­re il model­lo’ non è suf­fi­cien­te, in quan­to la tran­si­zio­ne capi­ta­li­sta non è neces­sa­ria­men­te sino­ni­mo di svi­lup­po eco­no­mi­co. Dun­que, in Cala­bria lo svi­lup­po di rela­zio­ni capi­ta­li­ste non miglio­rò le con­di­zio­ni socio-eco­no­mi­che del­la popo­la­zio­ne per­ché le cate­ne di valo­re in cui que­sta s’inserì era­no già domi­na­te da altri atto­ri. Que­sto gene­rò due pro­ces­si cor­re­la­ti: la migra­zio­ne e il con­flit­to socia­le. La pri­ma fu la val­vo­la di sfo­go che ser­vì alle fami­glie cala­bre­si per meglio soprav­vi­ve­re in quel perio­do di gran­di cam­bia­men­ti socia­li, l’altra fu la rispo­sta loca­le a que­sti cam­bia­men­ti. E infat­ti è quel­lo che sta acca­den­do oggi nei PVS: migra­zio­ni e con­flit­to socia­le inter­no suc­ces­si­vi all’inserimento di rela­zio­ni capi­ta­li­ste nel­le socie­tà deco­lo­nia­li e all’impossibilità di repli­ca­re le con­di­zio­ni mate­ria­li dell’Occidente pur viven­do nel­lo stes­so siste­ma sim­bo­li­co. Quest’impossibilità a cos’è dovu­ta, dun­que? A chi, sto­ri­ca­men­te, ha intra­pre­so que­ste tra­iet­to­rie di svi­lup­po pri­ma, e che, ades­so, non lascia posto a chi ‘arri­va dopo’.  

Con­tem­po­ra­nea­men­te, que­sto ragio­na­men­to di Arri­ghi può aiu­tar­ci a smon­ta­re l’impas­se nel­la qua­le è fini­ta la sto­ria del Sud del Mon­do, alme­no nel­le nostre men­ti occi­den­ta­li. Infat­ti, come vie­ne inse­gna­to in cer­te ver­sio­ni del­la sto­ria impre­gna­te di euro­cen­tri­smo, all’università e nel­le scuo­le supe­rio­ri, la sto­ria del Sud glo­ba­le non è una Sto­ria B rispet­to alla Sto­ria A, la nostra (Zele­ke 2019, 224).  Sono due sto­rie col­le­ga­te ma diver­se, e se noi sia­mo svi­lup­pa­ti e loro no ciò non vuol dire che sia­no ‘inca­pa­ci’ di far­lo – anche per­ché mes­sa in que­sti ter­mi­ni quest’idea risul­ta ridi­co­la. La beni­gna con­se­guen­za è quin­di abban­do­na­re que­sta cre­den­za occi­den­ta­le e posi­ti­vi­sta di pos­se­de­re una posi­zio­ne spe­cia­le nel mon­do e lasciar­ci indie­tro le ulti­me sco­rie del­la “mis­sio­ne civi­liz­za­tri­ce” e del­la tra­mon­tan­te ma quan­to mai attua­le idea del­la supre­ma­zia bian­ca. 

La cre­den­za tut­ta occi­den­ta­le di pos­se­de­re una posi­zio­ne spe­cia­le nel mon­do è anzi un otti­mo pun­to per guar­da­re al capi­ta­li­smo diver­sa­men­te, in quan­to la cri­si del ‘con­trat­to socia­le’, sta­bi­li­to dal secon­do dopo­guer­ra in poi, e lo ‘svuo­ta­men­to’ di sen­so del per­cor­so di cre­sci­ta idea­to dal­la gene­ra­zio­ne pre­ce­den­te, met­te in peri­co­lo que­sta stes­sa idea di pri­ma­to. Una deca­den­za del­lo sta­tus quo comin­cia­ta pro­prio dal­la fine del con­flit­to bipo­la­re fra bloc­co capi­ta­li­sta e socia­li­sta. Ma se duran­te il con­flit­to bipo­la­re, nono­stan­te il gran­de con­flit­to socia­le i cit­ta­di­ni occi­den­ta­li era­no ric­chi e ave­va­no la pro­spet­ti­va di arric­chir­si facil­men­te, per­ché oggi non abbia­mo più quest’impressione? Di con­se­guen­za, è pos­si­bi­le che il capi­ta­li­smo abbia, duran­te la sua lot­ta con il Nemi­co socia­li­sta, ali­men­ta­to un’illusione, sgon­fia­ta dal ritor­no a un fun­zio­na­men­to capi­ta­li­sta stan­dard dopo il trion­fo nel­la Guer­ra Fred­da? Per rispon­de­re a que­ste doman­de biso­gna dun­que ana­liz­za­re come il capi­ta­li­smo fun­zio­na dove ha suc­ces­so, cioè al cen­tro del siste­ma, in Occi­den­te.

Arri­ghi, sul­la scor­ta di Brau­del, vede il siste­ma eco­no­mi­co capi­ta­li­sta come una pira­mi­de a tre livel­li costi­tui­ta da vita mate­ria­le, eco­no­mia di mer­ca­to, e con­tro­mer­ca­to. La vita mate­ria­le è fat­ta di rou­ti­ne e sus­si­sten­za, è l’area del­la pro­du­zio­ne. L’economia di mer­ca­to è l’area del­lo scam­bio, in cui scam­bi com­pe­ti­ti­vi rego­la­no i prez­zi col­le­gan­do pro­du­zio­ne e con­su­mo e dove mode­sti pro­fit­ti pos­so­no esse­re rea­liz­za­ti. Infi­ne, il con­tro­mer­ca­to è l’area dove domi­na­no il mono­po­lio, la spe­cu­la­zio­ne e l’accumulazione di pote­re. Il capi­ta­li­smo non coin­ci­de dun­que con l’economia di mer­ca­to, come l’economia main­stream c’insegna, e, anzi, la sovra­de­ter­mi­na: men­tre il mer­ca­to ten­de all’equilibrio con­cor­ren­zia­le, il capi­ta­li­smo vive di ren­di­te, asim­me­trie e rela­zio­ni di pote­re, ossia pro­spe­ra quan­do può ope­ra­re da una posi­zio­ne di domi­nio. Nell’economia di mer­ca­to si effet­tua­no “scam­bi tra­spa­ren­ti, che non com­por­ta­no sor­pre­se, in cui cia­scu­na par­te cono­sce in anti­ci­po le rego­le e il risul­ta­to” (Brau­del 1977, 50), men­tre nel con­tro­mer­ca­to que­ste rego­le non val­go­no. È dun­que un’economia poli­ti­ca nel sen­so più let­te­ra­le, poi­ché s’intreccia con lo Sta­to e l’economia di guer­ra. Brau­del affer­ma: “il capi­ta­li­smo trion­fa solo quan­do si iden­ti­fi­ca con lo Sta­to, quan­do è lo Sta­to” (Brau­del 1977, 64). Tut­ta­via, il capi­ta­li­sta è tale anche per­chè può deci­de­re, data la mole del pro­prio pote­re eco­no­mi­co-poli­ti­co, di non rima­ne­re lega­to ad un set­to­re eco­no­mi­co e anzi di per­se­gui­re il pro­fit­to ovun­que e ogni qual vol­ta gli si pre­sen­ti l’occasione: la sua spe­cia­liz­za­zio­ne è la non-spe­cia­liz­za­zio­ne.

Lo svi­lup­po sto­ri­co del capi­ta­li­smo, per arri­va­re a oggi e a quell’ingombrante posi­zio­ne che non per­met­te alle aree peri­fe­ri­che di svi­lup­par­si nono­stan­te il capi­ta­li­smo stes­so pro­cla­mi a gran voce quan­to sia faci­le, come si è svol­to dun­que? Arri­ghi lo ha spie­ga­to con i Cicli Siste­mi­ci di Accu­mu­la­zio­ne (CSA), un model­lo che mostra la tra­iet­to­ria discon­ti­nua dell’espansione capi­ta­li­sti­ca glo­ba­le a par­ti­re dal suo avven­to nel­le cit­tà-sta­to ita­lia­ne – sì, abbia­mo anche que­sto pri­ma­to – del XVI seco­lo.

In cia­scun ciclo siste­mi­co di accu­mu­la­zio­ne, grup­pi di capi­ta­li­sti – in allean­za con spe­ci­fi­ci Sta­ti ter­ri­to­ria­li – dan­no vita a un’egemonia capa­ce di espan­de­re il capi­ta­li­smo sia geo­gra­fi­ca­men­te sia tec­no­lo­gi­ca­men­te. Arri­ghi indi­vi­dua nel Lun­go XX seco­lo (1994) quat­tro gran­di cicli: quel­lo geno­ve­se, fon­da­to sul­la finan­za al ser­vi­zio dell’Impero spa­gno­lo; quel­lo olan­de­se, basa­to su reti com­mer­cia­li glo­ba­li e su uno Sta­to pro­to-cen­tra­le; quel­lo bri­tan­ni­co, imper­nia­to sul­la Rivo­lu­zio­ne indu­stria­le, sull’integrazione fra Sta­to e capi­ta­le e su un vasto impe­ro colo­nia­le; e infi­ne quel­lo sta­tu­ni­ten­se, carat­te­riz­za­to dal­la pro­du­zio­ne for­di­sta, da uno Sta­to cen­tra­le poten­te e dall’egemonia del dol­la­ro, entra­to dopo il 1973 in una fase di finan­zia­riz­za­zio­ne che ne segna­la il decli­no.

Ogni ciclo è com­po­sto da due fasi prin­ci­pa­li: un’i­ni­zia­le espan­sio­ne mate­ria­le, in cui il capi­ta­le vie­ne inve­sti­to nel­le atti­vi­tà pro­dut­ti­ve e com­mer­cia­li, segui­ta da un fisio­lo­gi­co calo dei pro­fit­ti nell’attività pre­va­len­te e quin­di da un’espan­sio­ne finan­zia­ria in cui il mer­can­te o l’industriale ricer­ca­no ritor­ni supe­rio­ri pre­stan­do il pro­prio capi­ta­le ai pro­ta­go­ni­sti del CSA suc­ces­si­vo. Alla luce di ciò, il pas­sag­gio da un cen­tro ege­mo­ni­co all’altro non è un even­to repen­ti­no e inat­te­so, ma il frut­to di un mec­ca­ni­smo fisio­lo­gi­co dell’economia capi­ta­li­sta. L’espansione mate­ria­le gene­ra un aumen­to di riva­li­tà inter­sta­ta­le e com­pe­ti­zio­ne azien­da­le, un calo dei pro­fit­ti, un’esca­la­tion dei con­flit­ti socia­li e l’emergenza inter­sti­zia­le di nuo­ve con­fi­gu­ra­zio­ni di pote­re, che con­du­co­no al decli­no dell’egemone e al caos siste­mi­co (Arri­ghi 1999, 43). Que­sta a sua vol­ta gene­ra le con­di­zio­ni per una nuo­va ege­mo­nia “attra­ver­so la cen­tra­liz­za­zio­ne del­le capa­ci­tà siste­mi­che in uno Sta­to che, gra­zie alla sua posi­zio­ne par­ti­co­la­re ai mar­gi­ni del siste­ma, trae bene­fi­cio dal caos” (Arri­ghi 1999, 43–44). È come se il caos siste­mi­co pro­du­ces­se una doman­da di ege­mo­nia, men­tre la cen­tra­liz­za­zio­ne del­le capa­ci­tà costi­tuis­se l’offerta (Arri­ghi 1999, 44).

Oggi, la gran­de discon­ti­nui­tà, iden­ti­fi­ca­ta da Arri­ghi nel­la sua ulti­ma ope­ra Adam Smith a Bei­jing (2007), è rap­pre­sen­ta­ta dal ritor­no del­la cen­tra­li­tà dell’Asia, e del­la Cina in par­ti­co­la­re, nell’economia mon­dia­le, che potreb­be cam­bia­re il fun­zio­na­men­to poli­ti­co-eco­no­mi­co del siste­ma e la sua rap­pre­sen­ta­zio­ne sim­bo­li­co-cul­tu­ra­le. La glo­ba­liz­za­zio­ne non costi­tui­sce sem­pli­ce­men­te l’estensione pla­ne­ta­ria del capi­ta­li­smo occi­den­ta­le, ma l’avvento di una tran­si­zio­ne epo­ca­le ver­so un ordi­ne mon­dia­le post-occi­den­ta­le. Inol­tre, la rina­sci­ta asia­ti­ca mostra la pos­si­bi­li­tà di un ordi­ne eco­no­mi­co non capi­ta­li­sta, nel sen­so brau­de­lia­no del ter­mi­ne – ossia non domi­na­to dal con­tro­mer­ca­to mono­po­li­sti­co, ma da logi­che di mer­ca­to rego­la­te poli­ti­ca­men­te e social­men­te. Il rife­ri­men­to ad Adam Smith nel tito­lo dell’opera non è casua­le. Arri­ghi con­trap­po­ne il vero Smith – il teo­ri­co di una ‘socie­tà di mer­ca­to’ fon­da­ta sul­la reci­pro­ci­tà, la mora­li­tà e la giu­sti­zia – alla cari­ca­tu­ra neo­li­be­ra­le che ne han­no fat­to gli ideo­lo­gi del lais­sez-fai­re: il capi­ta­li­smo occi­den­ta­le ha tra­di­to l’intuizione smi­thia­na, sosti­tuen­do la coo­pe­ra­zio­ne pro­dut­ti­va con la pre­da­zio­ne finan­zia­ria e la con­cor­ren­za distrut­ti­va. In altre paro­le, Smith imma­gi­na­va mer­ca­ti embed­ded nel­la socie­tà, orga­ni­ci alle sue nor­me e al suo equi­li­brio; il capi­ta­li­smo li ha sra­di­ca­ti dal­la socie­tà, li ha disor­ga­niz­za­ti svin­co­lan­do­li da ogni con­trol­lo eti­co e poli­ti­co.

La Cina, nel­la visio­ne arri­ghia­na, rap­pre­sen­ta il ten­ta­ti­vo di restau­ra­re una for­ma di mer­ca­to rego­la­to in cui lo Sta­to domi­na sull’economia, facen­do­si garan­te di uno svi­lup­po di lun­go perio­do più in armo­nia con il con­te­sto socia­le che in Occi­den­te. Come scher­zo­sa­men­te ricor­da­to da Eric Xun Li nel 2016, un miliar­da­rio e ana­li­sta cine­se: “In Ame­ri­ca puoi cam­bia­re i par­ti­ti poli­ti­ci ma non puoi cam­bia­re le poli­ti­che, in Cina non puoi cam­bia­re par­ti­to poli­ti­co ma puoi cam­bia­re le poli­ti­che”.

In quest’intervista, Li spie­ga che la Cina è sì un’economia di mer­ca­to, ma non è capi­ta­li­sta, in quan­to: 

“Non esi­ste la pos­si­bi­li­tà che un grup­po di miliar­da­ri pos­sa con­trol­la­re il Polit­bu­ro […] il capi­ta­le non può ele­var­si sopra l’autorità poli­ti­ca, […] men­tre in Ame­ri­ca gli inte­res­si del capi­ta­le sono al di sopra degli inte­res­si del­la nazio­ne e l’autorità poli­ti­ca non può con­trol­la­re il capi­ta­le e per que­sto l’America è un pae­se capi­ta­li­sta e la Cina no”. 

Per quan­to poi la Cina abbia le sue stor­tu­re inter­ne – e l’obiettivo di quest’articolo non è negar­le – la situa­zio­ne che stia­mo viven­do è una tran­si­zio­ne siste­mi­ca, da un CSA ad un altro, sen­za pre­ce­den­ti: il cen­tro capi­ta­li­sta sta andan­do ver­so Est ma non in un pae­se occi­den­ta­le o bian­co, la lea­der­ship eco­no­mi­ca si spo­sta, ma sen­za una cor­ri­spon­den­te ege­mo­nia poli­ti­ca o mili­ta­re. Arri­ghi stes­so non offre una visio­ne uto­pi­ca del­la Cina: rico­no­sce le con­trad­di­zio­ni del suo svi­lup­po, la disu­gua­glian­za cre­scen­te e la dipen­den­za dai mer­ca­ti glo­ba­li. Tut­ta­via, egli vede nel­la sua tra­iet­to­ria un’alternativa sto­ri­ca­men­te radi­ca­ta al capi­ta­li­smo occi­den­ta­le, capa­ce di sfi­da­re la teleo­lo­gia euro­cen­tri­ca del­la moder­ni­tà. Nel sen­so di esse­re capa­ce di oppor­re quell’idea secon­do cui l’intero uni­ver­so è orga­niz­za­to in vista di un fine, in que­sto caso il pro­gres­so sen­za limi­ti che domi­na sin dal Posi­ti­vi­smo del XIX seco­lo: un’idea nata in Euro­pa e che la pone come cen­tro del­la sto­ria con la esse maiu­sco­la. Come sot­to­li­nea­to da Vic­tor Gao nel mag­gio 2025, già tra­dut­to­re di Deng Xiao­ping e rino­ma­to ana­li­sta, in un’intervista a Chan­nel 4 sul tema del­la guer­ra com­mer­cia­le tra Cina e Sta­ti Uni­ti, la pos­si­bi­li­tà del­la Cina di per­de­re il 15% del­le espor­ta­zio­ni per via del bloc­co ame­ri­ca­no è vista in manie­ra dia­me­tral­men­te oppo­sta da quan­to si fac­cia in Occi­den­te: “il mon­do è abba­stan­za gran­de per­ché gli Sta­ti Uni­ti non rap­pre­sen­ti­no la tota­li­tà del mer­ca­to glo­ba­le. Se gli USA voglio­no iso­lar­si dal mer­ca­to cine­se, fac­cia­no pure, be my gue­st”. E dopo che la gior­na­li­sta rei­te­ra la doman­da sul­la per­di­ta del 15% dell’export, Gao la inter­rom­pe affer­man­do: 

“Non ci inte­res­sa. We don’t care. La Cina esi­ste da 5000 anni e per la mag­gior par­te del tem­po gli Sta­ti Uni­ti non c’erano e noi sia­mo soprav­vis­su­ti. Se gli Sta­ti Uni­ti voglio­no bul­liz­za­re la Cina, affron­te­re­mo la situa­zio­ne sen­za gli Sta­ti Uni­ti”.

Arri­ghi, resti­tuen­do al capi­ta­li­smo la sua sto­ri­ci­tà e apren­do­ci all’idea che le stra­de al capi­ta­li­smo sia­no mol­te­pli­ci, ci inse­gna che la sto­ria non è una mar­cia trion­fa­le del capi­ta­le, tan­to meno di quel­lo occi­den­ta­le. In quest’ottica, la ‘via cine­se’ – per quan­to non sia un’alternativa com­piu­ta – rap­pre­sen­ta un segna­le che la tran­si­zio­ne post-occi­den­ta­le è già in cor­so. E a con­dur­la sono i ‘dan­na­ti del­la ter­ra’ di fano­nia­na memo­ria.

Ucci­de­re l’onnipresente

Il per­cor­so trac­cia­to da que­sto sag­gio con­du­ce a due pro­spet­ti­ve com­ple­men­ta­ri ver­so una rifles­sio­ne comu­ne: il capi­ta­li­smo con­tem­po­ra­neo è sia una for­ma tota­le dell’immaginario e del­la vita socia­le che un siste­ma eco­no­mi­co-poli­ti­co onni­pre­sen­te. Esso è con­tem­po­ra­nea­men­te lin­guag­gio e pra­ti­ca – infra­strut­tu­ra mate­ria­le e dispo­si­ti­vo sim­bo­li­co – capa­ce di natu­ra­liz­za­re la pro­pria esi­sten­za fino a diven­ta­re l’orizzonte stes­so del pen­sa­bi­le. Di con­se­guen­za, uno degli obiet­ti­vi prin­ci­pe per oltre­pas­sar­lo è deco­lo­niz­za­re il dibat­ti­to: decen­tra­re la pro­pria pro­spet­ti­va, ren­der­la mul­ti­di­sci­pli­na­re e inter­se­zio­na­le e, infi­ne, sto­ri­ciz­zar­la.

Il dia­lo­go tra que­ste due for­me d’indagine per­met­te di com­pren­de­re la con­trad­di­zio­ne strut­tu­ra­le di que­sta for­ma sto­ri­ca tota­le: da un lato, il capi­ta­li­smo sem­bra onni­po­ten­te, in gra­do di assor­bi­re ogni dif­fe­ren­za, ogni cri­ti­ca, ogni alter­na­ti­va; dall’altro, stra­vol­ger­si cicli­ca­men­te è la sua rego­la. La sen­sa­zio­ne di vive­re in un eter­no pre­sen­te è for­se il segno più evi­den­te del­la sua cri­si, del biso­gno di resi­ste­re all’ineluttabilità del cam­bia­men­to, anche quan­do que­sto sareb­be fon­da­men­ta­le per la stes­sa soprav­vi­ven­za del siste­ma, viste le sfi­de epo­ca­li poste dal pro­ble­ma del cam­bia­men­to cli­ma­ti­co. 

Con­se­guen­te­men­te, la spe­ran­za di supe­ra­men­to di que­sto siste­ma non deve veni­re dal­la nostal­gia del comu­ni­smo sovie­ti­co né dall’utopia del ritor­no a un pre­sun­to glo­rio­so pas­sa­to pre-capi­ta­li­sta, ma dal­la com­pren­sio­ne che il capi­ta­li­smo sta crean­do la sua stes­sa neme­si nel ricom­pren­de­re tut­to il mon­do sot­to il suo domi­nio. E che non è l’economia di mer­ca­to il nostro nemi­co, ma un pre­zio­so allea­to nel mostra­re le con­trad­di­zio­ni del con­tro­mer­ca­to capi­ta­li­sta. Inol­tre, la discon­ti­nui­tà cine­se c’insegna che il mon­do raz­zia­liz­za­to dall’uomo bian­co sta tra­mon­tan­do, che il siste­ma da que­sti crea­to è inso­ste­ni­bi­le per l’ecosistema stes­so e che la cre­sci­ta non può esse­re illi­mi­ta­ta: il Re si sta denu­dan­do di fron­te ai nostri occhi. L’invito di Fisher di risco­pri­re la pos­si­bi­li­tà di sogna­re e la pun­tua­liz­za­zio­ne di Arri­ghi sul fat­to che ogni sogno deve fare i con­ti con la strut­tu­ra del­la real­tà ci aiu­ta­no a rom­pe­re il velo di Maya occi­den­ta­le che il capi­ta­li­smo ha posto su se stes­so. Con­se­guen­te­men­te, sul pia­no cul­tu­ra­le, occor­re riven­di­ca­re e ricon­qui­sta­re la capa­ci­tà di pen­sa­re il pre­sen­te e il futu­ro: la ricer­ca socia­le e la cri­ti­ca, per esse­re effi­ca­ci, devo­no recu­pe­ra­re la loro capa­ci­tà di por­re doman­de fon­da­men­ta­li e di pro­por­re tra­sfor­ma­zio­ni radi­ca­li. E far­lo oltre i pro­pri con­fi­ni cul­tu­ra­li e sim­bo­li­ci. Sul pia­no ana­li­ti­co, biso­gna abban­do­na­re la teleo­lo­gia occi­den­ta­le del pro­gres­so. 

La que­stio­ne dun­que si pone in manie­ra alter­na­ti­va rispet­to ad una clas­si­ca con­si­de­ra­zio­ne logi­co-razio­na­le di stam­po occi­den­ta­le. Il pun­to, dun­que, non è deci­de­re se il ‘model­lo cine­se’ sia desi­de­ra­bi­le, né imma­gi­na­re un futu­ro post-capi­ta­li­sta secon­do cate­go­rie occi­den­ta­li: il cen­tro del siste­ma capi­ta­li­sta sta cam­bian­do sen­za di noi, e il com­pi­to dell’Europa e dell’Occidente – e di chi vi abi­ta – è innan­zi­tut­to rico­no­sce­re que­sto spo­sta­men­to e que­sta per­di­ta di cen­tra­li­tà. Ciò impli­ca accet­ta­re che il mono­po­lio occi­den­ta­le sull’immaginazione del futu­ro è tra­mon­ta­to e che le nar­ra­zio­ni del mon­do – eco­no­mi­che, poli­ti­che, sim­bo­li­che – saran­no sem­pre più pro­dot­te da quei sog­get­ti che il capi­ta­li­smo occi­den­ta­le ha subor­di­na­to per seco­li, abban­do­na­re dav­ve­ro il ‘far­del­lo dell’uomo bian­co’ – con enfa­si su uomo e bian­co. Il mon­do sta entran­do nel­la fase in cui l’Occidente non costi­tui­sce più il prin­ci­pa­le pro­dut­to­re di nor­me, con­cet­ti e oriz­zon­ti futu­ri. Quin­di, se non pos­sia­mo sape­re qua­le for­ma pren­de­rà que­sta nuo­va epo­ca, pos­sia­mo però pre­pa­rar­ci ad impa­ra­re ad ascol­ta­re e smet­te­re di pen­sa­re che dipen­da da noi: abban­do­nia­mo la nostra costan­te pre­te­sa uni­ver­sa­liz­zan­te,. Deco­lo­niz­zar­si signi­fi­ca disim­pa­ra­re la cen­tra­li­tà auto­re­fe­ren­zia­le ed ego­cen­tri­ca che ci sia­mo attri­bui­ti come Occi­den­te e ria­prir­ci alla pos­si­bi­li­tà che il cam­bia­men­to ven­ga da altro­ve: pren­de­re atto del­le moder­ni­tà pos­si­bi­li e ammet­te­re i nostri limi­ti. Se voglia­mo dav­ve­ro anda­re oltre, anda­re ver­so il post-capi­ta­li­smo, il pri­mo pas­so è que­sto: accet­ta­re di non esse­re più i pro­ta­go­ni­sti.

Foto­gra­fia di Kata Gei­bl

Biblio­gra­fia

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*Per il testo di Fisher sono sta­te usa­te due tra­du­zio­ni:

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Sito­gra­fia 

Chan­nel 4, mag­gio 2025. Inter­vi­sta a Vic­tor Gao,

https://www.youtube.com/watch?v=mz5FMxbZE1E&t=273s 

John Pil­ger, 2016. Inter­vi­sta a Eric Xun Li all’interno del docu­men­ta­rio “The Coming War on Chi­na”, https://www.youtube.com/watch?v=V9-D8h4iDaI 



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