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Giugno
17 Giugno 2025

L’IM­BO­SCA­TA

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«Quat­troc­chi, vedi di far pia­no!» gli urlò nel­le orec­chie quel­lo, men­tre l’altro, il medi­co, cer­ca­va di estrar­re la pal­lot­to­la col col­tel­lo arro­ven­ta­to.

«Vedrò di fare il pos­si­bi­le. Tu mor­di bene la cin­ghia, et’capé?» gli rispo­se, pur sapen­do che pia­no non avreb­be potu­to fare ma, da buon medi­co, sape­va men­ti­re, un mini­mo.

Pochi istan­ti dopo, infat­ti, comin­cia­ro­no a sen­tir­si le gri­da del Comu­nés­sta – così lo chia­ma­va­no, per­ché era un bolo­gne­se che in testa ave­va più Lenin che una bel­la don­na.

Tut­ti, nel caser­mo­ne – una cata­pec­chia bas­sa, fred­da e buia con i tet­ti buca­ti, se non del tut­to assen­ti –, si vol­ta­ro­no in quel­la dire­zio­ne.

«Por­ta­me­ne altre, Lucia­na» gri­dò il medi­co.

«Ah, fin­ché ce ne sono dot­to­re» fece la Lucia­na, tut­ta per­ples­sa, andan­do­gli incon­tro con le ben­de, o quel­lo che era­no, disin­fet­ta­te for­se col piscio.

«E com’è che sei fini­to qui, tu?» chie­se il medi­co al feri­to.

«Che non lo sa, dot­to­re? Glie­lo avrò det­to mil­le vol­te» fece l’altro, pur dolo­ran­te e stiz­zi­to, cer­can­do di risul­ta­re iro­ni­co.

«Guer­di un po’ lé, che a t’ca­vé el pruiet­til» lo rin­cuo­rò a bas­sa voce il medi­co.

«Spe­rèm bän, par mé l’é ancour prè­st» ribat­tè il Comu­nés­sta.

«Solo che non ti ven­ga un’infezione» spie­gò il medi­co.

«Dici poco?!» con­clu­se l’altro.

Intan­to, nel caser­mo­ne, pur pre­oc­cu­pan­do­si del­le con­di­zio­ni del feri­to, gli altri par­la­va­no tra loro, met­te­va­no a posto le loro cose. La Ros­sa, pur cer­can­do di nascon­der­lo, se ne sta­va in pie­di, con due occhi luci­di, a guar­da­re quel che suc­ce­de­va lì, dal medi­co.

«Hai visto, Sbir­ra, cosa suc­ce­de ad anda­re in guer­ra? Non sarà ben meglio fare la bra­va mogliet­ti­na a casa?» la pro­vo­cò un tale, un diser­to­re pure un po’ fasci­sta, che si era uni­to alla comi­ti­va.

«Tu pen­sa a far­ti i ca… tuoi» lo ripre­se subi­to il Sin­da­ca­li­sta – il Maru­chén, per i com­pa­gni del nord –, sapen­do che non era la pri­ma vol­ta che quel­la testa cal­da del­la Ros­sa face­va un macel­lo rea­gen­do alle pro­vo­ca­zio­ni.

Per for­tu­na, la Ros­sa si limi­tò a lan­cia­re una brut­ta occhia­ta al diser­to­re e non appro­fon­dì la discus­sio­ne.

«Sta bene, il Bolo­gni­no, sta­te tran­quil­li» fece il Sin­da­ca­li­sta, per tene­re sot­to con­trol­lo la situa­zio­ne.

«Tran­quil­li, un ca…!» rin­ca­rò la dose il Comu­nés­sta, «Non vi libe­ra­te di me, sêmi ed gue­ra!».

La Lucia­na, che un nome di bat­ta­glia non ce l’aveva, o for­se era quel­lo stes­so e gli altri non si ricor­da­va­no più quel­lo di bat­te­si­mo, pas­sò la sera­ta ad assi­ste­re il medi­co del­la com­pa­gnia nel­la cura del feri­to. La lascia­va­no in pace, per­ché «Mani­di­fa­ta» – que­sto il sopran­no­me che i maschi del­la bri­ga­ta le ave­va­no affib­bia­to –, era buo­na con tut­ti, come la Lucia del libro di Man­zo­ni, e se qual­che male­vo­lo si per­met­te­va di pren­der­la in mez­zo subi­to qual­cun altro inter­ve­ni­va per difen­der­la e far­lo ver­go­gna­re. Non come la Dol­ce­ne­ra, la sibil­la – che sibil­la non era – che tut­ti pen­sa­va­no tra­mas­se con­tro ogni maschio le venis­se a tiro. E che ora se ne sta­va in un ango­lo, un po’ più degli altri, immer­sa nei suoi capel­li neri. Lei sì che la pren­de­va­no in mez­zo, qua­si al pari del­la Ros­sa, «la Sbir­ra», per l’appunto, che intan­to s’era mes­sa a puli­re la pisto­la che s’era pre­sa.

«Com­pa­gna Mosca, che mi dici, hai noti­zie di qual­che tipo?» pro­rup­pe a un cer­to pun­to il Sin­da­ca­li­sta.

«Sui com­bat­ti­men­ti nien­te di che. So di cose più per­so­na­li. Ave­te pre­sen­te il com­pa­gno Bar­ta­li, quel­lo che anda­va sem­pre in bici che pare­va Bar­ta­li? L’hanno pre­so i tede­schi e l’hanno ritro­va­to l’altro gior­no in cit­tà… L’hanno lascia­to sen­za un’occhio, sen­za den­ti, sen­za lin­gua, per­ché non par­la­va. Gli han­no rot­to le gam­be, le brac­cia, le costo­le, la testa. La testa era spap­po­la­ta, sem­bra­va un pomo­do­ro cadu­to per ter­ra. L’ha rico­no­sciu­to di sfug­gi­ta, per i pan­ta­lo­ni e la giac­ca sbrin­del­la­ta che por­ta­va, un com­pa­gno che pas­sa­va di lì, che se sta­va anco­ra un po’ lì fer­mo lo pren­de­va­no, che fos­se com­pa­gno o meno» spie­gò Mosca.

«Pove­ret­to» fece la Rosal­ba, met­ten­do­si le mani in testa, che qua­si pian­ge­va.

«Ma come lo han­no pre­so?» chie­se pre­oc­cu­pa­to il Pul­ci­nel­la, un napo­le­ta­no com­pa­gno­ne, com­pren­si­vo, ma piut­to­sto pes­si­mi­sta e svo­glia­to nel rece­pi­re gli ordi­ni.

«Men­tre era in bici, che anda­va a rife­ri­re ai com­pa­gni. L’ha capi­to subi­to, il com­pa­gno Bar­ta­li, che era fini­to. Pen­sa che ha pro­va­to pure a spa­rar­si, ma la pisto­la si è incric­ca­ta» rispo­se Mosca.

«E allo­ra han­no capi­to subi­to che sape­va qual­co­sa. Ma non ha par­la­to, vero?» la inter­rup­pe il Sin­da­ca­li­sta.

«No, s’è tenu­to tut­to, se no lo ammaz­za­va­no pri­ma» dis­se sicu­ra Mosca. Li inter­rup­pe il diser­to­re.

«Se ti pren­do­no, a te, cosa fai, Sin­da­ca­li­sta?»

«Come gli altri, aspet­to di cre­pa­re».

«Secon­do me ti pisci sot­to».

Il Sin­da­ca­li­sta si alzò e gli mol­lò un cef­fo­ne che l’altro non se ne accor­se nep­pu­re e si ritro­vò per ter­ra.

«Ti devi impa­ra­re a sta­re muto se no fini­sci male, hai capi­to?» gli dis­se poi dall’alto in bas­so.

«Figlio di…». Non fece in tem­po che gli arri­vò un cal­cio nel­le costo­le, che ora il fia­to lo cer­ca­va per respi­ra­re.

«Allo­ra non hai capi­to. Ti devi sta­re muto».

Gli altri impas­si­bi­li. Il silen­zio lo rup­pe il Comu­nés­sta.

«Bôna lé! Che vi sal­ta in men­te? Sie­te diven­ta­ti tut­ti suo­na­ti?» gri­dò dall’altra par­te del­la cata­pec­chia.

Anco­ra silen­zio. Il Sin­da­ca­li­sta si rimi­se al suo posto a siste­ma­re le sue cose, men­tre il diser­to­re si lamen­ta­va per ter­ra.

«Ades­so vedi un po’ te, se vuoi sta­re con noi e stai muto o se pre­fe­ri­sci far­ti un giro da solo e al fred­do» gli dis­se lapi­da­rio il Sin­da­ca­li­sta, men­tre quell’altro cer­ca­va di alzar­si in pie­di.

Ma quel­lo non rispo­se, e zit­to, ades­so, se ne sta­va dav­ve­ro, che ave­va due occhi ter­ri­bi­li.

Si fece not­te, e tut­to era cal­mo nel­la cata­pec­chia. Ave­va­no mes­so due cri­sti a fare di guar­dia, il Testa­du­ra e lo Scian­ca­to, due che se non si fos­se­ro tro­va­ti lì, a com­bat­te­re con­tro i fasci­sti e i tede­schi, non si sareb­be­ro incon­tra­ti nem­me­no dal gior­na­la­io o dal medi­co. Anche per­ché uno, il pri­mo, era un tipo che pare­va non ave­re biso­gno di nes­su­no, men­tre l’altro, pove­rac­cio, entra­va e usci­va –  o meglio, sareb­be entra­to e usci­to; in tem­pi di guer­ra si usa sem­pre il con­di­zio­na­le – dal mani­co­mio. Il pri­mo era del nord, cre­sciu­to chis­sà dove, sui mon­ti o nel­le fore­ste, ed era tut­to d’un pez­zo e piut­to­sto alto, men­tre il secon­do era un roma­no che sarà vis­su­to tut­ta la vita con una cuf­fia in testa, ler­cia ler­cia, magri­no, tut­to defor­me, che di tan­to in tan­to gli altri tro­va­va­no a par­la­re da solo. Attor­no, il buio. 

Ogni tan­to si vede­va una luce, mini­ma: il fuo­co del­le siga­ret­te, quan­do le accen­de­va­no e quan­do aspi­ra­va­no. 

Ognu­no – chi cer­ca­va di addor­men­tar­si, all’interno del­la cata­pec­chia, chi cer­ca­va di rima­ner sve­glio, fuo­ri, di guar­dia – pen­sa­va ai com­bat­ti­men­ti di quel gior­no. Ave­va­no fat­to un’imboscata a una squa­dra di tede­schi. Li ave­va­no col­ti di sor­pre­sa. Eppu­re, di cer­to, quel­li, i tede­schi, era­no sta­ti man­da­ti fin lì per ucci­de­re pro­prio loro, i par­ti­gia­ni. I tede­schi, però, non si era­no arre­si. E spa­ra­va­no, gri­dan­do come dan­na­ti nel­la loro lin­gua cruc­ca, geli­da, lapi­da­ria, come la lama di una ghi­gliot­ti­na. 

Il Comu­nés­sta era rima­sto feri­to a una spal­la; pove­rac­cio, ave­va cac­cia­to un urlo che qual­cu­no già lo ave­va dato per mor­to. Il vec­chio Gari­bal­di – così l’avevano chia­ma­to i com­pa­gni, per­ché, sep­pur vec­chio, ave­va un corag­gio da leo­ne e ci cre­de­va più di tut­ti – lo ave­va­no ammaz­za­to, col­pi­to un po’ dap­per­tut­to, com­pre­sa la testa, che non lo sen­ti­ro­no nem­me­no urla­re. I tede­schi era­no cadu­ti, uno dopo l’altro.

Ad un cer­to pun­to, il Testa­du­ra sen­tì il rumo­re dei rami e del­le foglie pesta­ti, dei pas­si di qual­cu­no che gli si sta­va avvi­ci­nan­do. Si girò, alzan­do lo spu­ta­fuo­co.

«Sono io, non spa­ra­re». Era lo Scian­ca­to.

«Si può sape­re che vuoi? La pros­si­ma vol­ta apro il fuo­co e ti fac­cio sec­co» lo ammo­nì con durez­za il Testa­du­ra.

«Eh-Eh-Eh».

«Cos’hai? Vuoi par­la­re?».

«No,… dico… No, dico… se… secon­do te… secon­do te, no? ’A cosa,… ’A ros­sa… le pia­ce la cosa?»

«Non mi inte­res­sa».

«’O sai te, o no’o sai che sta dde llà co… n’atra fem­mi­na?».

«Tor­na­te­ne di guar­dia dove eri sta­to mes­so, e non muo­ver­ti da lì».

«So’so’ mica… mica un buri­no, io, sa’. Stan­no… stan­no a mié­te, quel­le. Ma io… so’ mica ‘nfa­me, sa’. Nun dico… nun dico gnen­te».

«Bra­vo, non dire nien­te. Tor­na­te­ne al tuo posto ades­so». Il Testa­du­ra non ave­va nean­che capi­to che ave­va det­to quell’altro, gli impor­ta­va sol­tan­to di toglier­se­lo di tor­no.

E lo Scian­ca­to se ne tor­nò al suo posto, ghi­gnan­do, come era arri­va­to. Eppu­re lo sape­va, il Testa­du­ra, lo sape­va che la Ros­sa e la Livia di not­te s’incontravano, nel gia­ci­glio dell’altra, si strin­ge­va­no tra loro e uni­va­no i sospi­ri tra loro. E sape­va anche che la Rosal­ba, Madre­rus­sia, così la chia­ma­va­no i maschi del­la bri­ga­ta – per­ché era gran­de, abbon­dan­te e face­va sta­re bene tut­ti, come la Rus­sia –, di not­te usci­va dal­la cata­pec­chia, insie­me a qual­cun altro, una vol­ta un po’ più alto, una vol­ta un po’ più bas­so, una più magro, una più gros­so, e se ne anda­va­no insie­me tra i cespu­gli e ci resta­va­no per un po’. C’era anda­to anche il Testa­du­ra una vol­ta, di not­te, tra i cespu­gli, con la Rosal­ba. Che poi lei glie­lo ave­va det­to: che face­va tan­to il soli­ta­rio, il pre­zio­so, ma alla fine c’era fini­to pure lui, tra le sue gam­be, che alla fine ci anda­va­no tut­ti dal­la Rosal­ba. E anche quel­la stes­sa not­te qual­cu­no ci sareb­be anda­to, che, dopo quel­lo che ave­va visto quel gior­no, anche se la Rosal­ba non era bel­la, anda­va bene ugua­le, tan­to di not­te non si vede­va nien­te.

Ogni tan­to c’erano le stel­le in cie­lo. Ma poi, anche se son bel­le, quan­do sei in guer­ra non alzi mai la testa a guar­da­re cosa c’è. E non per un moti­vo pre­ci­so: non ci pen­si pro­prio. Che poi que­sta era una guer­ra? Non si era mai vista una guer­ra così. Dov’erano le trin­cee? Dov’erano i gene­ra­li, le divi­se, le caser­me, le armi in abbon­dan­za? Que­ste cose ce le ave­va­no solo i tede­schi. E loro, il Testa­du­ra, lo Scian­ca­to, la Ros­sa, il Maru­chén, la Rosal­ba, il Pul­ci­nel­la, la Dol­ce­ne­ra non era­no cer­to sol­da­ti. Non sape­va­no nem­me­no per­ché era­no lì. Sì, qual­cu­no ci cre­de­va, ci cre­de­va in que­sta lot­ta, c’erano i comu­ni­sti, i libe­ra­li, gli anar­chi­ci… Ma quel­li come il Testa­du­ra, come lo Scian­ca­to, non lo sape­va­no come c’erano fini­ti lì, se non per la dispe­ra­zio­ne, per sal­var­si, per­ché non ne pote­va­no più del Duce, dei tede­schi, del­le fuci­la­zio­ni, del­la guer­ra. For­se basta­va que­sto.

Ma si sen­tì un urlo che squar­ciò la not­te.

«Oh, ma che è?» sor­tì lo Scian­ca­to.

Il Testa­du­ra si guar­dò attor­no, in un bat­ti­to di ciglia, poi, capi­to che era suc­ces­so qual­co­sa nel­la cata­pec­chia, cer­cò di rag­giun­ge­re l’entrata. E sen­tì lo spa­ro, che gli fece fare un sal­to così, qua­si fino a bloc­car­lo per un istan­te, come si era bloc­ca­to tut­to attor­no a lui. Poi, di cor­sa, entrò.

Den­tro, qual­cu­no ave­va acce­so un fiam­mi­fe­ro e cer­ca­va dispe­ra­ta­men­te di accen­de­re una can­de­la. Ecco, la luce. 

E lo tro­va­ro­no, con gli occhi spa­lan­ca­ti di un inter­na­to, river­so per ter­ra, sul suo san­gue. Non avreb­be­ro sapu­to dire se fos­se nero o ros­so. 

Qual­cu­no ave­va spa­ra­to al diser­to­re. 

E poi la vide­ro, con la pisto­la in mano, la Ros­sa, con la Livia, vici­na, che gli dice­va in con­ti­nua­zio­ne, pian­gen­do: «Ma che hai fat­to? Che hai fat­to?».

Il Sin­da­ca­li­sta, pal­li­do, s’avvicinò con cal­ma alla Ros­sa, che pare­va impie­tri­ta, e, con la stes­sa cal­ma, le tol­se di mano la pisto­la. Nes­su­no ave­va il corag­gio di dire nien­te. Madre­rus­sia, anco­ra mez­za sve­sti­ta, nei suoi strac­ci, con il Pul­ci­nel­la che da die­tro le tene­va i fian­chi, anche lui pal­li­do come un mor­to, s’era mes­sa una mano sul­la boc­ca e l’altra nei capel­li, spet­ti­na­ti dal­la svel­ti­na. Era già arri­va­to il Quat­troc­chi, rigi­do, pron­to a fare il suo lavo­ro, che pare­va aves­se pure il cami­ce bian­co: si fece stra­da tra gli altri, accom­pa­gna­to dal­la Lucia­na, che, anche lei, non ci pote­va cre­de­re.

Poi si ven­ne a sape­re cos’era suc­ces­so. La Livia e la Ros­sa par­la­ro­no, poco per vol­ta, un po’ una, un po’ l’altra. E gli altri ci mise­ro poco a capi­re, sen­za tan­ti giri di paro­le. Il diser­to­re c’aveva pro­va­to con la Livia, figu­rar­si se lei ci sta­va, e la Ros­sa, drit­ta, gli ave­va spa­ra­to un col­po dove capi­ta­va. Ed era capi­ta­to al cuo­re. 

Non ce n’era uno solo che pen­sas­se che la Ros­sa aves­se sba­glia­to. Ma ades­so era un gua­io. 

Ci pen­sò il Testa­du­ra, e al Sin­da­ca­li­sta andò bene. Sep­pel­li­ro­no il mor­to non lon­ta­no dal­la cata­pec­chia, che era meno rischio­so di por­tar­lo chis­sà dove. Tan­to avreb­be potu­to ammaz­zar­lo un tede­sco, ché la pisto­la era cruc­ca. 

E chi s’è visto s’è visto, per gior­ni tut­ti fece­ro fin­ta di nien­te. 

Poi, però, il Sin­da­ca­li­sta vol­le dire la sua. Chia­mò gli altri, si dispo­se­ro in modo che si potes­se­ro guar­da­re in fac­cia.

«Allo­ra» comin­ciò final­men­te men­tre guar­da­va in bas­so e cer­ca­va di sta­re su un pia­no uffi­cia­le, come sem­pre face­va, «come ave­te tut­ti visto sono sta­ti gior­ni mol­to dif­fi­ci­li. È suc­ces­sa una cosa mol­to gra­ve, non voglio nean­che tor­nar­ci più sopra. Sap­pia­mo tut­ti che die­tro quel­lo che è suc­ces­so ci sono moti­va­zio­ni impor­tan­ti. Però è chia­ro che si è trat­ta­to di un qual­co­sa di gra­vis­si­mo, e che non si deve ripe­te­re mai più. Spes­so i toni si sono trop­po alza­ti qui den­tro, anche per col­pa mia, non pos­so nascon­der­lo. Ecco, dopo quel­lo che è suc­ces­so dob­bia­mo guar­dar­ci tut­ti un po’ nel­la coscien­za e cer­ca­re di venir­ci incon­tro»; si fer­mò un atti­mo, pre­se un po’ d’aria per con­ti­nua­re: «I nostri nemi­ci sono là fuo­ri. Non ci pos­sia­mo ammaz­za­re tra di noi. Ho fini­to».

Era ripiom­ba­to il silen­zio, eppu­re qual­cu­no lo infran­se. Era la com­pa­gna Mosca.

«Chie­do scu­sa, com­pa­gno. Mi è tut­to chia­ro quel­lo che c’hai det­to. For­se, però, è meglio che ci orga­niz­zia­mo. Con tut­to ’l casén che abbia­mo fat­to in ’sti gior­ni, for­se è meglio che vada in rico­gni­zio­ne qua attor­no».

«Va bene… Però sta­va­mo par­lan­do di un’altra cosa. E biso­gna capi­re che è una cosa impor­tan­te e ci dob­bia­mo sta­re un po’ sopra. Se no par­lar­ne non ser­ve a nul­la!» lamen­tò il Sin­da­ca­li­sta.

«Chi n’pàinsa prètn­ma, suspî­ra dapp!» lo seguì il Comu­nés­sta, e, con quel tono ammo­ni­to­re, pro­ba­bil­men­te non si rife­ri­va solo all’interruzione del­la com­pa­gna.

La com­pa­gna Mosca, che in fon­do era una del­le più pazien­ti lì den­tro, li lasciò dire e rima­se in silen­zio.

«Comun­que sì, è giu­sto. Vai in rico­gni­zio­ne. E mi rac­co­man­do stai atten­ta che ci ser­vi viva» con­clu­se il Sin­da­ca­li­sta.

Pas­sa­ro­no diver­si gior­ni da quan­do Mosca era par­ti­ta. Gli altri si pre­oc­cu­pa­ro­no, ché vede­va­no che non face­va ritor­no. A dir­la tut­ta, già la dava­no per mor­ta: lo Scian­ca­to anda­va da ognu­no nel­la cata­pec­chia a rac­con­ta­re nei mini­mi det­ta­gli, per filo e per segno, come, secon­do lui, l’avevano ammaz­za­ta. Che si fos­se­ro fat­ti sug­ge­stio­na­re o no, per­si­no il Sin­da­ca­li­sta e il Testa­du­ra ave­va­no per­so la spe­ran­za. 

Poi la vide­ro tor­na­re, un tar­do pome­rig­gio; ma non era da sola, c’era un’altra don­na con lei che era gra­vi­da. Così spie­gò tut­to, Mosca, al Sin­da­ca­li­sta. Ché la don­na – una ragaz­zi­na, in fin dei con­ti – che s’era por­ta­ta die­tro era una com­pa­gna che s’era uni­ta alla lot­ta dopo che l’aveva mes­sa incin­ta un tede­sco. E ora dove­va par­to­ri­re, ché non sape­va dove anda­re e un medi­co non lo tro­va­va. 

«Non sia­mo un ospe­da­le» le rispo­se sul­le pri­me il Sin­da­ca­li­sta; che poi gli anda­va bene lo stes­so, e già ave­va chia­ma­to Quat­troc­chi a fare il suo lavo­ro, con Mani­di­fa­ta e la Livia al segui­to. A poco ser­vi­ro­no le lamen­te­le del bolo­gne­se: «Chè­ren ch’crass, mâgna spass! Que ed’ magnér n’è bri­sa!». 

Poi Mosca rac­con­tò un po’ di quel­lo che ave­va visto e sen­ti­to in quei gior­ni. 

Dove­va­no sta­re all’er­ta, per­ché c’erano bat­ta­glio­ni di tede­schi pron­ti a cer­car­li e a fare la pel­le a tut­ti quan­ti; c’erano sta­te del­le stra­gi di gen­te, anzia­ni, don­ne e bam­bi­ni – in un pae­se, non ave­va capi­to esat­ta­men­te qua­le, i tede­schi tira­va­no in aria i neo­na­ti e poi spa­ra­va­no, sen­za pie­tà, sol­tan­to per­ché qual­che spia ave­va det­to che lì c’erano dei par­ti­gia­ni: face­va­no come Ero­de, i tede­schi. Dei com­pa­gni ave­va­no ammaz­za­to tut­to un plo­to­ne di tede­schi e, allo­ra, que­sti ave­va­no ammaz­za­to a loro vol­ta die­ci ita­lia­ni per ogni sol­da­to cruc­co ammaz­za­to; e poi com’era sta­ta tor­tu­ra­ta una com­pa­gna, che però non ave­va par­la­to; e così via, che ormai, a for­za di ascol­ta­re, al Sin­da­ca­li­sta ven­ne qua­si la nau­sea, pur essen­do ormai abi­tua­to a quel­le sto­rie.

«Bona lé. Io direi che as ‘psain andèr ed que» pro­rup­pe il bolo­gne­se, rima­sto ormai solo qual­che acciac­co.

«Come fac­cia­mo ad andar­ce­ne? Abbia­mo una don­na che deve par­to­ri­re! Che fac­cio la riman­do indie­tro?» masti­cò pen­sie­ro­so il Sin­da­ca­li­sta, che intan­to s’era dato a fuma­re; «non ci pos­sia­mo nean­che divi­de­re».

«Chi as’fîda, l’avanza imbruiè!» bor­bot­tò il Comu­nés­sta, ma ormai nes­su­no lo ascol­ta­va più.

«Che fac­cia­mo, stia­mo qua?» lo fred­dò il Testa­du­ra.

«Per for­za» tagliò cor­to l’altro, «Fac­cia­mo i tur­ni, ci fac­cia­mo dei giri qui intor­no… La Mosca va in giro, ci dice quel­lo che suc­ce­de… Tenia­mo aggior­na­ti i com­pa­gni di quel­lo che non suc­ce­de qui… Se capi­ta­no dei cruc­chi li fac­cia­mo fuo­ri… Non pos­sia­mo fare altro… Per il momen­to azio­ni non ne fac­cia­mo. Come si dice, no? Pre­si­dia­mo ’sta zona qua. Non pos­sia­mo rischia­re. Per il momen­to qui non è venu­to nes­su­no».

«Sì, ma gli ulti­mi che abbia­mo ammaz­za­to… Gli altri man­de­ran­no qual­cu­no a vede­re dove sia­mo» ribat­té cal­mo il Testa­du­ra, come se di mori­re non gli inte­res­sas­se.

«E noi li aspet­tia­mo. Stia­mo pron­ti… Muni­zio­ni per il momen­to ne abbia­mo, abbia­mo anche quel­le dei tede­schi. Orga­niz­zia­mo­ci subi­to».

«Fén ch’a ‘i é fiè, a i é vét­ta!» con­clu­se il bolo­gne­se. 

Sarà sta­ta la situa­zio­ne in cui era­no incap­pa­ti, ma si mise­ro subi­to a dar­si un gran da fare, più di pri­ma. La Lucia­na e la Livia, che per spa­ra­re spa­ra­va­no ma si occu­pa­va­no più del­la “logi­sti­ca”, pre­se­ro a fare anche loro i tur­ni col fuci­le pron­to. Lo Scian­ca­to, che pri­ma stem­pe­ra­va la noia distur­ban­do gli altri, ora pen­sa­va sol­tan­to al momen­to in cui la trup­pa nemi­ca sareb­be arri­va­ta in mar­cia. Madre­rus­sia di not­te pen­sa­va il più pos­si­bi­le a dor­mi­re, quan­do non ave­va il tur­no di guar­dia. Il Pul­ci­nel­la pare­va esser diven­ta­to un sol­da­to. Il Testa­du­ra e il Sin­da­ca­li­sta impa­ra­ro­no a par­lar­si tra una siga­ret­ta e l’altra.

Dol­ce­ne­ra man­gia­va più del soli­to, quel che tro­va­va, come gli altri. Tut­ti pron­ti a quel­lo che sareb­be dovu­to suc­ce­de­re di lì a poco. 

Un gior­no di que­sti, poi, la com­pa­gna Mosca se ne tor­nò dal­la rico­gni­zio­ne tut­ta agi­ta­ta.

«Un bat­ta­glio­ne! Un bat­ta­glio­ne di tede­schi sta risa­len­do fino a qua! Ho incon­tra­to un com­pa­gno che mi ha det­to che i tede­schi stan­no cer­can­do altri di loro disper­si, quel­li che abbia­mo ucci­so noi pro­ba­bil­men­te».

«Dove sono ora?» chie­se, serio, il Sin­da­ca­li­sta.

«Non lo so, ma secon­do le sue indi­ca­zio­ni non mol­to lon­ta­no da qua» gli rispo­se pre­oc­cu­pa­ta lei.

Il Sin­da­ca­li­sta medi­ta­va, ma non ave­va il tem­po dal­la sua.

«Vai a con­trol­la­re. Ma stai atten­ta.», poi agli altri: «Noi ci pre­pa­ria­mo. Meglio che li pren­dia­mo di sor­pre­sa noi, che loro a noi. Pre­pa­ra­te­vi su». 

Men­tre gli altri comin­cia­ro­no a dar­si da fare, pre­se da par­te il dot­to­re e la Lucia­na: «Ascol­ta­te­mi bene. La ragaz­za non può veni­re con noi. Dot­to­re, un uomo in più mi ser­ve. Tu vie­ni con me. Lucia­na, qual­cu­no deve resta­re qui con la ragaz­za,», fece una pau­sa, un lun­go respi­ro, guar­da­va in bas­so, «tien­ti pron­ta, stai a sen­ti­re tut­ti i rumo­ri qua attor­no. Se ven­go­no e noi non ci sia­mo… Non ci sono giu­sti­fi­ca­zio­ni che sie­te qua, se non che sie­te con noi, che sie­te partigiani…Se ven­go­no e noi non ci sia­mo, non fate­vi pren­de­re vive. Fal­lo tu pri­ma che lo fac­cia­no loro. Vi fareb­be­ro trop­po male», e le lasciò la sua pisto­la. 

Lei l’aveva capi­to, che così si dove­va fare. Non c’era altro modo. 

E lo capì anche il medi­co, affran­to.

La com­pa­gna Mosca non riu­scì a tor­na­re pri­ma che la mag­gior par­te dei suoi si incam­mi­nas­se ver­so l’imboscata. 

Le riu­scì, però, di anti­ci­pa­re i tede­schi. 

Alla svel­ta pre­se una deci­sio­ne san­ta: che rag­giun­ges­se­ro subi­to, lei e le altre due, una stra­da che sape­va a sten­to lei, tut­ta pie­na d’erba alta alta. Era il per­cor­so inver­so dei tede­schi, e che un qual­che dio, se esi­ste, glie­la man­das­se buo­na. Non c’era più nes­su­no da aspet­ta­re, lo sape­va.

E la scam­pa­ro­no, arri­va­ro­no al Rifu­gio, dove c’erano tut­ti gli altri, un gior­no pri­ma che la pove­ret­ta par­to­ris­se.

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