«Quattrocchi, vedi di far piano!» gli urlò nelle orecchie quello, mentre l’altro, il medico, cercava di estrarre la pallottola col coltello arroventato.
«Vedrò di fare il possibile. Tu mordi bene la cinghia, et’capé?» gli rispose, pur sapendo che piano non avrebbe potuto fare ma, da buon medico, sapeva mentire, un minimo.
Pochi istanti dopo, infatti, cominciarono a sentirsi le grida del Comunéssta – così lo chiamavano, perché era un bolognese che in testa aveva più Lenin che una bella donna.
Tutti, nel casermone – una catapecchia bassa, fredda e buia con i tetti bucati, se non del tutto assenti –, si voltarono in quella direzione.
«Portamene altre, Luciana» gridò il medico.
«Ah, finché ce ne sono dottore» fece la Luciana, tutta perplessa, andandogli incontro con le bende, o quello che erano, disinfettate forse col piscio.
«E com’è che sei finito qui, tu?» chiese il medico al ferito.
«Che non lo sa, dottore? Glielo avrò detto mille volte» fece l’altro, pur dolorante e stizzito, cercando di risultare ironico.
«Guerdi un po’ lé, che a t’cavé el pruiettil» lo rincuorò a bassa voce il medico.
«Sperèm bän, par mé l’é ancour prèst» ribattè il Comunéssta.
«Solo che non ti venga un’infezione» spiegò il medico.
«Dici poco?!» concluse l’altro.
Intanto, nel casermone, pur preoccupandosi delle condizioni del ferito, gli altri parlavano tra loro, mettevano a posto le loro cose. La Rossa, pur cercando di nasconderlo, se ne stava in piedi, con due occhi lucidi, a guardare quel che succedeva lì, dal medico.
«Hai visto, Sbirra, cosa succede ad andare in guerra? Non sarà ben meglio fare la brava mogliettina a casa?» la provocò un tale, un disertore pure un po’ fascista, che si era unito alla comitiva.
«Tu pensa a farti i ca… tuoi» lo riprese subito il Sindacalista – il Maruchén, per i compagni del nord –, sapendo che non era la prima volta che quella testa calda della Rossa faceva un macello reagendo alle provocazioni.
Per fortuna, la Rossa si limitò a lanciare una brutta occhiata al disertore e non approfondì la discussione.
«Sta bene, il Bolognino, state tranquilli» fece il Sindacalista, per tenere sotto controllo la situazione.
«Tranquilli, un ca…!» rincarò la dose il Comunéssta, «Non vi liberate di me, sêmi ed guera!».
La Luciana, che un nome di battaglia non ce l’aveva, o forse era quello stesso e gli altri non si ricordavano più quello di battesimo, passò la serata ad assistere il medico della compagnia nella cura del ferito. La lasciavano in pace, perché «Manidifata» – questo il soprannome che i maschi della brigata le avevano affibbiato –, era buona con tutti, come la Lucia del libro di Manzoni, e se qualche malevolo si permetteva di prenderla in mezzo subito qualcun altro interveniva per difenderla e farlo vergognare. Non come la Dolcenera, la sibilla – che sibilla non era – che tutti pensavano tramasse contro ogni maschio le venisse a tiro. E che ora se ne stava in un angolo, un po’ più degli altri, immersa nei suoi capelli neri. Lei sì che la prendevano in mezzo, quasi al pari della Rossa, «la Sbirra», per l’appunto, che intanto s’era messa a pulire la pistola che s’era presa.
«Compagna Mosca, che mi dici, hai notizie di qualche tipo?» proruppe a un certo punto il Sindacalista.
«Sui combattimenti niente di che. So di cose più personali. Avete presente il compagno Bartali, quello che andava sempre in bici che pareva Bartali? L’hanno preso i tedeschi e l’hanno ritrovato l’altro giorno in città… L’hanno lasciato senza un’occhio, senza denti, senza lingua, perché non parlava. Gli hanno rotto le gambe, le braccia, le costole, la testa. La testa era spappolata, sembrava un pomodoro caduto per terra. L’ha riconosciuto di sfuggita, per i pantaloni e la giacca sbrindellata che portava, un compagno che passava di lì, che se stava ancora un po’ lì fermo lo prendevano, che fosse compagno o meno» spiegò Mosca.
«Poveretto» fece la Rosalba, mettendosi le mani in testa, che quasi piangeva.
«Ma come lo hanno preso?» chiese preoccupato il Pulcinella, un napoletano compagnone, comprensivo, ma piuttosto pessimista e svogliato nel recepire gli ordini.
«Mentre era in bici, che andava a riferire ai compagni. L’ha capito subito, il compagno Bartali, che era finito. Pensa che ha provato pure a spararsi, ma la pistola si è incriccata» rispose Mosca.
«E allora hanno capito subito che sapeva qualcosa. Ma non ha parlato, vero?» la interruppe il Sindacalista.
«No, s’è tenuto tutto, se no lo ammazzavano prima» disse sicura Mosca. Li interruppe il disertore.
«Se ti prendono, a te, cosa fai, Sindacalista?»
«Come gli altri, aspetto di crepare».
«Secondo me ti pisci sotto».
Il Sindacalista si alzò e gli mollò un ceffone che l’altro non se ne accorse neppure e si ritrovò per terra.
«Ti devi imparare a stare muto se no finisci male, hai capito?» gli disse poi dall’alto in basso.
«Figlio di…». Non fece in tempo che gli arrivò un calcio nelle costole, che ora il fiato lo cercava per respirare.
«Allora non hai capito. Ti devi stare muto».
Gli altri impassibili. Il silenzio lo ruppe il Comunéssta.
«Bôna lé! Che vi salta in mente? Siete diventati tutti suonati?» gridò dall’altra parte della catapecchia.
Ancora silenzio. Il Sindacalista si rimise al suo posto a sistemare le sue cose, mentre il disertore si lamentava per terra.
«Adesso vedi un po’ te, se vuoi stare con noi e stai muto o se preferisci farti un giro da solo e al freddo» gli disse lapidario il Sindacalista, mentre quell’altro cercava di alzarsi in piedi.
Ma quello non rispose, e zitto, adesso, se ne stava davvero, che aveva due occhi terribili.
Si fece notte, e tutto era calmo nella catapecchia. Avevano messo due cristi a fare di guardia, il Testadura e lo Sciancato, due che se non si fossero trovati lì, a combattere contro i fascisti e i tedeschi, non si sarebbero incontrati nemmeno dal giornalaio o dal medico. Anche perché uno, il primo, era un tipo che pareva non avere bisogno di nessuno, mentre l’altro, poveraccio, entrava e usciva – o meglio, sarebbe entrato e uscito; in tempi di guerra si usa sempre il condizionale – dal manicomio. Il primo era del nord, cresciuto chissà dove, sui monti o nelle foreste, ed era tutto d’un pezzo e piuttosto alto, mentre il secondo era un romano che sarà vissuto tutta la vita con una cuffia in testa, lercia lercia, magrino, tutto deforme, che di tanto in tanto gli altri trovavano a parlare da solo. Attorno, il buio.
Ogni tanto si vedeva una luce, minima: il fuoco delle sigarette, quando le accendevano e quando aspiravano.
Ognuno – chi cercava di addormentarsi, all’interno della catapecchia, chi cercava di rimaner sveglio, fuori, di guardia – pensava ai combattimenti di quel giorno. Avevano fatto un’imboscata a una squadra di tedeschi. Li avevano colti di sorpresa. Eppure, di certo, quelli, i tedeschi, erano stati mandati fin lì per uccidere proprio loro, i partigiani. I tedeschi, però, non si erano arresi. E sparavano, gridando come dannati nella loro lingua crucca, gelida, lapidaria, come la lama di una ghigliottina.
Il Comunéssta era rimasto ferito a una spalla; poveraccio, aveva cacciato un urlo che qualcuno già lo aveva dato per morto. Il vecchio Garibaldi – così l’avevano chiamato i compagni, perché, seppur vecchio, aveva un coraggio da leone e ci credeva più di tutti – lo avevano ammazzato, colpito un po’ dappertutto, compresa la testa, che non lo sentirono nemmeno urlare. I tedeschi erano caduti, uno dopo l’altro.
Ad un certo punto, il Testadura sentì il rumore dei rami e delle foglie pestati, dei passi di qualcuno che gli si stava avvicinando. Si girò, alzando lo sputafuoco.
«Sono io, non sparare». Era lo Sciancato.
«Si può sapere che vuoi? La prossima volta apro il fuoco e ti faccio secco» lo ammonì con durezza il Testadura.
«Eh-Eh-Eh».
«Cos’hai? Vuoi parlare?».
«No,… dico… No, dico… se… secondo te… secondo te, no? ’A cosa,… ’A rossa… le piace la cosa?»
«Non mi interessa».
«’O sai te, o no’ ’o sai che sta dde llà co… n’atra femmina?».
«Tornatene di guardia dove eri stato messo, e non muoverti da lì».
«So’… so’ mica… mica un burino, io, sa’. Stanno… stanno a miéte, quelle. Ma io… so’ mica ‘nfame, sa’. Nun dico… nun dico gnente».
«Bravo, non dire niente. Tornatene al tuo posto adesso». Il Testadura non aveva neanche capito che aveva detto quell’altro, gli importava soltanto di toglierselo di torno.
E lo Sciancato se ne tornò al suo posto, ghignando, come era arrivato. Eppure lo sapeva, il Testadura, lo sapeva che la Rossa e la Livia di notte s’incontravano, nel giaciglio dell’altra, si stringevano tra loro e univano i sospiri tra loro. E sapeva anche che la Rosalba, Madrerussia, così la chiamavano i maschi della brigata – perché era grande, abbondante e faceva stare bene tutti, come la Russia –, di notte usciva dalla catapecchia, insieme a qualcun altro, una volta un po’ più alto, una volta un po’ più basso, una più magro, una più grosso, e se ne andavano insieme tra i cespugli e ci restavano per un po’. C’era andato anche il Testadura una volta, di notte, tra i cespugli, con la Rosalba. Che poi lei glielo aveva detto: che faceva tanto il solitario, il prezioso, ma alla fine c’era finito pure lui, tra le sue gambe, che alla fine ci andavano tutti dalla Rosalba. E anche quella stessa notte qualcuno ci sarebbe andato, che, dopo quello che aveva visto quel giorno, anche se la Rosalba non era bella, andava bene uguale, tanto di notte non si vedeva niente.
Ogni tanto c’erano le stelle in cielo. Ma poi, anche se son belle, quando sei in guerra non alzi mai la testa a guardare cosa c’è. E non per un motivo preciso: non ci pensi proprio. Che poi questa era una guerra? Non si era mai vista una guerra così. Dov’erano le trincee? Dov’erano i generali, le divise, le caserme, le armi in abbondanza? Queste cose ce le avevano solo i tedeschi. E loro, il Testadura, lo Sciancato, la Rossa, il Maruchén, la Rosalba, il Pulcinella, la Dolcenera non erano certo soldati. Non sapevano nemmeno perché erano lì. Sì, qualcuno ci credeva, ci credeva in questa lotta, c’erano i comunisti, i liberali, gli anarchici… Ma quelli come il Testadura, come lo Sciancato, non lo sapevano come c’erano finiti lì, se non per la disperazione, per salvarsi, perché non ne potevano più del Duce, dei tedeschi, delle fucilazioni, della guerra. Forse bastava questo.
Ma si sentì un urlo che squarciò la notte.
«Oh, ma che è?» sortì lo Sciancato.
Il Testadura si guardò attorno, in un battito di ciglia, poi, capito che era successo qualcosa nella catapecchia, cercò di raggiungere l’entrata. E sentì lo sparo, che gli fece fare un salto così, quasi fino a bloccarlo per un istante, come si era bloccato tutto attorno a lui. Poi, di corsa, entrò.
Dentro, qualcuno aveva acceso un fiammifero e cercava disperatamente di accendere una candela. Ecco, la luce.
E lo trovarono, con gli occhi spalancati di un internato, riverso per terra, sul suo sangue. Non avrebbero saputo dire se fosse nero o rosso.
Qualcuno aveva sparato al disertore.
E poi la videro, con la pistola in mano, la Rossa, con la Livia, vicina, che gli diceva in continuazione, piangendo: «Ma che hai fatto? Che hai fatto?».
Il Sindacalista, pallido, s’avvicinò con calma alla Rossa, che pareva impietrita, e, con la stessa calma, le tolse di mano la pistola. Nessuno aveva il coraggio di dire niente. Madrerussia, ancora mezza svestita, nei suoi stracci, con il Pulcinella che da dietro le teneva i fianchi, anche lui pallido come un morto, s’era messa una mano sulla bocca e l’altra nei capelli, spettinati dalla sveltina. Era già arrivato il Quattrocchi, rigido, pronto a fare il suo lavoro, che pareva avesse pure il camice bianco: si fece strada tra gli altri, accompagnato dalla Luciana, che, anche lei, non ci poteva credere.
Poi si venne a sapere cos’era successo. La Livia e la Rossa parlarono, poco per volta, un po’ una, un po’ l’altra. E gli altri ci misero poco a capire, senza tanti giri di parole. Il disertore c’aveva provato con la Livia, figurarsi se lei ci stava, e la Rossa, dritta, gli aveva sparato un colpo dove capitava. Ed era capitato al cuore.
Non ce n’era uno solo che pensasse che la Rossa avesse sbagliato. Ma adesso era un guaio.
Ci pensò il Testadura, e al Sindacalista andò bene. Seppellirono il morto non lontano dalla catapecchia, che era meno rischioso di portarlo chissà dove. Tanto avrebbe potuto ammazzarlo un tedesco, ché la pistola era crucca.
E chi s’è visto s’è visto, per giorni tutti fecero finta di niente.
Poi, però, il Sindacalista volle dire la sua. Chiamò gli altri, si disposero in modo che si potessero guardare in faccia.
«Allora» cominciò finalmente mentre guardava in basso e cercava di stare su un piano ufficiale, come sempre faceva, «come avete tutti visto sono stati giorni molto difficili. È successa una cosa molto grave, non voglio neanche tornarci più sopra. Sappiamo tutti che dietro quello che è successo ci sono motivazioni importanti. Però è chiaro che si è trattato di un qualcosa di gravissimo, e che non si deve ripetere mai più. Spesso i toni si sono troppo alzati qui dentro, anche per colpa mia, non posso nasconderlo. Ecco, dopo quello che è successo dobbiamo guardarci tutti un po’ nella coscienza e cercare di venirci incontro»; si fermò un attimo, prese un po’ d’aria per continuare: «I nostri nemici sono là fuori. Non ci possiamo ammazzare tra di noi. Ho finito».
Era ripiombato il silenzio, eppure qualcuno lo infranse. Era la compagna Mosca.
«Chiedo scusa, compagno. Mi è tutto chiaro quello che c’hai detto. Forse, però, è meglio che ci organizziamo. Con tutto ’l casén che abbiamo fatto in ’sti giorni, forse è meglio che vada in ricognizione qua attorno».
«Va bene… Però stavamo parlando di un’altra cosa. E bisogna capire che è una cosa importante e ci dobbiamo stare un po’ sopra. Se no parlarne non serve a nulla!» lamentò il Sindacalista.
«Chi n’pàinsa prètnma, suspîra dapp!» lo seguì il Comunéssta, e, con quel tono ammonitore, probabilmente non si riferiva solo all’interruzione della compagna.
La compagna Mosca, che in fondo era una delle più pazienti lì dentro, li lasciò dire e rimase in silenzio.
«Comunque sì, è giusto. Vai in ricognizione. E mi raccomando stai attenta che ci servi viva» concluse il Sindacalista.
Passarono diversi giorni da quando Mosca era partita. Gli altri si preoccuparono, ché vedevano che non faceva ritorno. A dirla tutta, già la davano per morta: lo Sciancato andava da ognuno nella catapecchia a raccontare nei minimi dettagli, per filo e per segno, come, secondo lui, l’avevano ammazzata. Che si fossero fatti suggestionare o no, persino il Sindacalista e il Testadura avevano perso la speranza.
Poi la videro tornare, un tardo pomeriggio; ma non era da sola, c’era un’altra donna con lei che era gravida. Così spiegò tutto, Mosca, al Sindacalista. Ché la donna – una ragazzina, in fin dei conti – che s’era portata dietro era una compagna che s’era unita alla lotta dopo che l’aveva messa incinta un tedesco. E ora doveva partorire, ché non sapeva dove andare e un medico non lo trovava.
«Non siamo un ospedale» le rispose sulle prime il Sindacalista; che poi gli andava bene lo stesso, e già aveva chiamato Quattrocchi a fare il suo lavoro, con Manidifata e la Livia al seguito. A poco servirono le lamentele del bolognese: «Chèren ch’crass, mâgna spass! Que ed’ magnér n’è brisa!».
Poi Mosca raccontò un po’ di quello che aveva visto e sentito in quei giorni.
Dovevano stare all’erta, perché c’erano battaglioni di tedeschi pronti a cercarli e a fare la pelle a tutti quanti; c’erano state delle stragi di gente, anziani, donne e bambini – in un paese, non aveva capito esattamente quale, i tedeschi tiravano in aria i neonati e poi sparavano, senza pietà, soltanto perché qualche spia aveva detto che lì c’erano dei partigiani: facevano come Erode, i tedeschi. Dei compagni avevano ammazzato tutto un plotone di tedeschi e, allora, questi avevano ammazzato a loro volta dieci italiani per ogni soldato crucco ammazzato; e poi com’era stata torturata una compagna, che però non aveva parlato; e così via, che ormai, a forza di ascoltare, al Sindacalista venne quasi la nausea, pur essendo ormai abituato a quelle storie.
«Bona lé. Io direi che as ‘psain andèr ed que» proruppe il bolognese, rimasto ormai solo qualche acciacco.
«Come facciamo ad andarcene? Abbiamo una donna che deve partorire! Che faccio la rimando indietro?» masticò pensieroso il Sindacalista, che intanto s’era dato a fumare; «non ci possiamo neanche dividere».
«Chi as’fîda, l’avanza imbruiè!» borbottò il Comunéssta, ma ormai nessuno lo ascoltava più.
«Che facciamo, stiamo qua?» lo freddò il Testadura.
«Per forza» tagliò corto l’altro, «Facciamo i turni, ci facciamo dei giri qui intorno… La Mosca va in giro, ci dice quello che succede… Teniamo aggiornati i compagni di quello che non succede qui… Se capitano dei crucchi li facciamo fuori… Non possiamo fare altro… Per il momento azioni non ne facciamo. Come si dice, no? Presidiamo ’sta zona qua. Non possiamo rischiare. Per il momento qui non è venuto nessuno».
«Sì, ma gli ultimi che abbiamo ammazzato… Gli altri manderanno qualcuno a vedere dove siamo» ribatté calmo il Testadura, come se di morire non gli interessasse.
«E noi li aspettiamo. Stiamo pronti… Munizioni per il momento ne abbiamo, abbiamo anche quelle dei tedeschi. Organizziamoci subito».
«Fén ch’a ‘i é fiè, a i é vétta!» concluse il bolognese.
Sarà stata la situazione in cui erano incappati, ma si misero subito a darsi un gran da fare, più di prima. La Luciana e la Livia, che per sparare sparavano ma si occupavano più della “logistica”, presero a fare anche loro i turni col fucile pronto. Lo Sciancato, che prima stemperava la noia disturbando gli altri, ora pensava soltanto al momento in cui la truppa nemica sarebbe arrivata in marcia. Madrerussia di notte pensava il più possibile a dormire, quando non aveva il turno di guardia. Il Pulcinella pareva esser diventato un soldato. Il Testadura e il Sindacalista impararono a parlarsi tra una sigaretta e l’altra.
Dolcenera mangiava più del solito, quel che trovava, come gli altri. Tutti pronti a quello che sarebbe dovuto succedere di lì a poco.
Un giorno di questi, poi, la compagna Mosca se ne tornò dalla ricognizione tutta agitata.
«Un battaglione! Un battaglione di tedeschi sta risalendo fino a qua! Ho incontrato un compagno che mi ha detto che i tedeschi stanno cercando altri di loro dispersi, quelli che abbiamo ucciso noi probabilmente».
«Dove sono ora?» chiese, serio, il Sindacalista.
«Non lo so, ma secondo le sue indicazioni non molto lontano da qua» gli rispose preoccupata lei.
Il Sindacalista meditava, ma non aveva il tempo dalla sua.
«Vai a controllare. Ma stai attenta.», poi agli altri: «Noi ci prepariamo. Meglio che li prendiamo di sorpresa noi, che loro a noi. Preparatevi su».
Mentre gli altri cominciarono a darsi da fare, prese da parte il dottore e la Luciana: «Ascoltatemi bene. La ragazza non può venire con noi. Dottore, un uomo in più mi serve. Tu vieni con me. Luciana, qualcuno deve restare qui con la ragazza,», fece una pausa, un lungo respiro, guardava in basso, «tienti pronta, stai a sentire tutti i rumori qua attorno. Se vengono e noi non ci siamo… Non ci sono giustificazioni che siete qua, se non che siete con noi, che siete partigiani…Se vengono e noi non ci siamo, non fatevi prendere vive. Fallo tu prima che lo facciano loro. Vi farebbero troppo male», e le lasciò la sua pistola.
Lei l’aveva capito, che così si doveva fare. Non c’era altro modo.
E lo capì anche il medico, affranto.
La compagna Mosca non riuscì a tornare prima che la maggior parte dei suoi si incamminasse verso l’imboscata.
Le riuscì, però, di anticipare i tedeschi.
Alla svelta prese una decisione santa: che raggiungessero subito, lei e le altre due, una strada che sapeva a stento lei, tutta piena d’erba alta alta. Era il percorso inverso dei tedeschi, e che un qualche dio, se esiste, gliela mandasse buona. Non c’era più nessuno da aspettare, lo sapeva.
E la scamparono, arrivarono al Rifugio, dove c’erano tutti gli altri, un giorno prima che la poveretta partorisse.