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Marzo
19 Marzo 2026

L’AN­TI­CA­PI­TA­LI­SMO COME MER­CE. IL CASO DEL MONO­PO­LI

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Da Che Gue­va­ra come eroe e sim­bo­lo alle sue magliet­te come mer­ce, dal Gran­de Fra­tel­lo orwel­lia­no al Gran­de Fra­tel­lo come rea­li­ty, dall’arcobaleno come sim­bo­lo di con­tro­cul­tu­ra al rain­bow capi­ta­li­sm, la sto­ria è pie­na di esem­pi in cui sim­bo­li anti­ca­pi­ta­li­sti sono sta­ti tra­sfor­ma­ti in mer­ce e depo­li­ti­ciz­za­ti per tra­sfor­mar­li in mer­chan­di­sing di mas­sa, assi­mi­la­ti dall’industria del­la moda, o sem­pli­ci deco­ra­zio­ni per inter­ni. Se Debord aves­se visto i vol­ti di Marx ed Engels su taz­ze e magliet­te for­se ci avreb­be fat­to un’amara risa­ta, Gram­sci vi avreb­be pro­ba­bil­men­te pun­ta­to il dito per por­tar­li ad esem­pio del con­cet­to di ege­mo­nia cul­tu­ra­le, e Mar­cu­se, in que­sto caso for­se più taglien­te, vi avreb­be tro­va­to il caso prin­ci­pe del­la desu­bli­ma­zio­ne repres­si­va (Debord, Gram­sci, Mar­cu­se 1964). Quest’ultimo è infat­ti for­se il con­cet­to più cal­zan­te per spie­ga­re come simi­li sim­bo­li anti­ca­pi­ta­li­sti pos­sa­no esse­re diven­ta­ti ogget­ti di con­su­mo: per desu­bli­ma­zio­ne repres­si­va s’intende quel pro­ces­so per cui desi­de­ri e for­me di pro­te­sta ven­go­no inco­rag­gia­ti e libe­ra­ti, non repres­si, dal siste­ma capi­ta­li­sta solo in for­me che raf­for­za­no lo sta­tus quo inve­ce che met­ter­lo in discus­sio­ne. Insom­ma, il siste­ma per­met­te una ses­sua­li­tà espli­ci­ta o un lin­guag­gio tra­sgres­si­vo o l’uso di sim­bo­li di ribel­lio­ne, ma solo come ogget­ti e for­me di con­su­mo, svuo­tan­do quin­di del­la pro­pria cri­ti­ca strut­tu­ral-rivo­lu­zio­na­ria: Che Gue­va­ra, l’anarchia, la fal­ce e mar­tel­lo ven­go­no quin­di resi cool, tren­dy e com­mer­cia­liz­za­ti, aiu­tan­do quin­di a depo­ten­ziar­li come sim­bo­li anta­go­ni­sti e tra­sfor­man­do la cri­ti­ca in sti­le di vita e street­wear. Per Mar­cu­se, già nel 1964 – mil­le­no­ve­cen­to­ses­san­ta­quat­tro, non due­mi­laun­di­ci – que­sto pro­du­ce indi­vi­dui a una dimen­sio­ne, che non rie­sco­no a imma­gi­na­re alter­na­ti­ve – un’idea che riman­da al The­re is no alter­na­ti­ve di Fisher – e che si distin­guo­no per le loro scel­te di con­su­mo, per tor­na­re a Debord.

Tut­to que­sto, anche se non con­di­to da que­sti con­cet­ti alti­so­nan­ti, for­se già lo sap­pia­mo den­tro di noi, ne sia­mo ben con­sci e ci fa – come si suol dire – schi­fo. Il per­for­ma­ti­ve male, ma anche l’attivismo per­for­ma­ti­vo, o altri esem­pi di poser o pose­ring pos­so­no venir­ci in men­te; tut­ta­via, a mio avvi­so, nes­su­no di que­sti esem­pi è tan­to cal­zan­te quan­to l’amaramente comi­ca sto­ria del Mono­po­li – nome che nel­la ver­sio­ne ita­lia­na ha man­te­nu­to dal 1936 al 2009, quan­do l’acquisto da par­te di Hasbro por­tò all’aggiornamento del nome in Mono­po­ly, ma io gio­ca­vo alla ver­sio­ne ‘vec­chia’ con la i fina­le. 

Sì, del Mono­po­li. Quel gio­co da tavo­lo a cui tut­ti, o qua­si, abbia­mo gio­ca­to alme­no una vol­ta e pro­ba­bil­men­te anche in fami­glia. Da pic­co­lo pen­sa­vo che Mono­po­li fos­se un nome che venis­se da qual­che cit­tà o pae­si­no e, da ado­le­scen­te, sco­pren­do l’esistenza di Mono­po­li in Puglia mi par­ve di aver fat­to una gran­de sco­per­ta; m’immaginavo poi che a Mono­po­li, in Puglia, tut­ti gio­cas­se­ro a que­sto diver­ten­te gio­co da tavo­la che, sicu­ra­men­te, ave­va pre­so i nomi dal­le varie vie del­la cit­tà. Qual­che anno fa, inve­ce, come spes­so suc­ce­de con le illu­sio­ni che ci fac­cia­mo da ado­le­scen­ti, sco­prii che il Mono­po­li non era né ori­gi­na­rio di Mono­po­li in Puglia né ita­lia­no e anzi che il nome ori­gi­na­le non era Monò­po­li, ma Mono­pò­li, e che ave­va, oltre a un inten­to ludi­co, uno edu­ca­ti­vo e poli­ti­co. Addi­rit­tu­ra Mono­pò­li era nato per esse­re un gio­co ‘anti­ca­pi­ta­li­sta’, ANTI­CA­PI­TA­LI­STA! Il Monò­po­li anti­ca­pi­ta­li­sta? Sco­prii anche che nes­su­no dei miei coe­ta­nei sape­va que­sta sto­ria e che ogni vol­ta che men­zio­na­vo il fat­to che il Monò­po­li fos­se nato come gio­co anti­ca­pi­ta­li­sta, chi mi ascol­ta­va sgra­na­va gli occhi. Alla fine, per noi mil­len­nials, que­ste pic­co­le gran­di sto­rie sono un po’ dei pic­co­li anti­do­ti, dei via­ti­ci con­tro il ‘logo­rio del­la vita moder­na’ – per omag­gia­re un gran­de esem­pio di mar­ke­ting capi­ta­li­sta made in Ita­ly.

Ma andia­mo con ordi­ne. Dove, quan­do e chi ebbe l’idea di crea­re un gio­co anti­ca­pi­ta­li­sta che si chia­ma­va Mono­pò­li? La sto­ria di quel­lo che è, pro­ba­bil­men­te, il gio­co con­tem­po­ra­neo più dif­fu­so nel mon­do occi­den­ta­le spe­ro pos­sa esse­re rive­la­tri­ce del­le dina­mi­che di rebran­ding, di mer­ci­fi­ca­zio­ne, di ege­mo­nia cul­tu­ra­le e desu­bli­ma­zio­ne repres­si­va men­zio­na­te in aper­tu­ra.

In un’edizione ame­ri­ca­na del 1973, il Mono­pò­li era pre­sen­ta­to come l’invenzione di Char­les B. Dar­row duran­te la Gran­de Depres­sio­ne (1929–1939). Dar­row veni­va dipin­to come un ame­ri­ca­no medio che, come tan­ti altri duran­te la cri­si, da ven­di­to­re era diven­ta­to disoc­cu­pa­to; da qui, nel 1934, la gran­de idea del self-made man d’inventare un gio­co per diver­tir­si. La soli­ta para­bo­la ame­ri­ca­na che fa da fon­te d’ispirazione. Una sto­ria sem­pli­ce a cui ognu­no di noi può acco­star­si; alla fine i momen­ti di cri­si sono pro­prio quel­li da cui nasco­no nuo­ve idee, nuo­vi modi di vive­re e pen­sa­re – sem­pre­ché riu­scia­mo a resi­ste­re al dolo­re, alle pri­va­zio­ni e alle dif­fi­col­tà. Come dice­va De André: “dai dia­man­ti non nasce nien­te, dal leta­me nasco­no i fior”.

Tut­ta­via, que­sta sto­ria era sem­pli­ce­men­te una gran­de bugia. Una bugia dif­fu­sa su sca­la pla­ne­ta­ria – o alme­no nel mon­do occi­den­ta­le. Alla fine, se ci pen­sia­mo bene, il più gran­de gio­co da tavo­lo dell’ultimo seco­lo non pote­va ave­re una sto­ria così sem­pli­ce: la via sem­pli­ce e diret­ta por­ta infat­ti poche vol­te al risul­ta­to volu­to, è inve­ce la via tor­tuo­sa e com­ples­sa che, spes­so e nono­stan­te i diso­rien­ta­men­ti, por­ta alla veri­tà. 

Mono­pò­li era infat­ti sta­to crea­to da qual­cu­no con un inten­to mol­to più nobi­le di crea­re un gio­co in cui, appe­na abbia­mo il capi­ta­le, diven­tia­mo degli asse­ta­ti, insa­zia­bi­li e vam­pi­ri­ci capi­ta­li­sti che con ogni mez­zo neces­sa­rio por­ta­no alla ban­ca­rot­ta gli altri gio­ca­to­ri. Alla fine, il sogno ame­ri­ca­no è sem­pre sta­to ambi­va­len­te quan­to asso­lu­to, se sei un vin­cen­te pren­di tut­to men­tre se per­di fini­sci nel dimen­ti­ca­to­io. Infat­ti, sia la per­so­na che inven­tò il gio­co sia il suo inten­to furo­no lascia­ti nel dimen­ti­ca­to­io del­la sto­ria dei subal­ter­ni, alme­no per quarant’anni. E tutt’oggi la vera sto­ria è poco cono­sciu­ta.

Il gio­co ven­ne infat­ti crea­to nel 1903, e bre­vet­ta­to nel 1904, da Eli­za­beth J. Magie, una don­na che ven­ne for­te­men­te influen­za­ta dagli idea­li egua­li­ta­ri e dal­la teo­ria del gior­gi­smo a cui il padre ade­ri­va e dal­la qua­le il gio­co pre­se ispi­ra­zio­ne. Il gior­gi­smo era una dot­tri­na poli­ti­co-eco­no­mi­ca deri­va­ta dagli scrit­ti di Hen­ry Geor­ge, un poli­ti­co ed eco­no­mi­sta popo­la­re negli Sta­ti Uni­ti nel­la secon­da metà dell’800. Il gior­gi­smo, o movi­men­to del­la tas­sa uni­ca, soste­ne­va che le per­so­ne dovreb­be­ro pos­se­de­re il valo­re di ciò ch’essi pro­du­co­no e che la ren­di­ta eco­no­mi­ca deri­van­te dal­la ter­ra urba­na e rura­le – quin­di gli affit­ti ad esem­pio – e dal­le risor­se natu­ra­li – tipo la dispa­ri­tà fra pae­si svi­lup­pa­ti che pre­da­no i pae­si in via di svi­lup­po – dovreb­be appar­te­ne­re a ognu­no di noi ugual­men­te, abo­len­do quin­di mono­po­li e pri­vi­le­gi. Inve­ce di tas­sa­re il lavo­ro, i gior­gi­sti vole­va­no tas­sa­re la ter­ra con una tas­sa sin­go­la e redi­stri­buir­ne i pro­ven­ti, crean­do dun­que una tas­sa pro­gres­si­va che avreb­be ridot­to le disu­gua­glian­ze fra ric­chi e pove­ri. Lo slo­gan dei gior­gi­sti era rias­sun­to in un’immagine mol­to sem­pli­ce: un gat­to arrab­bia­to su sfon­do ros­so inscrit­to in un cer­chio ai cui mar­gi­ni si leg­ge­va, su un sfon­do azzur­ro, “Free Tra­de; Free Land; Free Men” (Libe­ro Com­mer­cio; Ter­ra Libe­ra; Uomi­ni Libe­ri). Il depu­ta­to James G. Magui­re com­pa­ra­va infat­ti la com­pren­sio­ne del­la tas­sa sin­go­la con la capa­ci­tà di vede­re il gat­to nell’immagine.

Stra­na­men­te, eco­no­mi­sti recen­ti e rino­ma­ti per esse­re piut­to­sto main­stream – come Mil­ton Fried­man e Jose­ph Sti­gli­tz – han­no affer­ma­to come que­sta tas­sa fos­se, sostan­zial­men­te, “la meno peg­gio­re pos­si­bi­le”. 

A ogni modo, la nostra Eli­za­beth J. Magie – sopran­no­mi­na­ta Liz­zie – creb­be in un ambien­te per­mea­to da que­ste idee in un tem­po in cui gli Sta­ti Uni­ti anco­ra pote­va­no dir­si una socie­tà vera­men­te plu­ra­li­sta. Lavo­ra­va a Washing­ton DC come ste­no­gra­fa e, nel tem­po libe­ro, scri­ve­va poe­sie e rac­con­ti bre­vi oltre a reci­ta­re in pic­co­le com­me­die. Nel 1893, gra­zie al suo talen­to crea­ti­vo bre­vet­tò un’innovazione per le mac­chi­ne da scri­ve­re che con­sen­ti­va un uso mag­gio­re di paro­le all’interno di una pagi­na dat­ti­lo­scrit­ta in un perio­do in cui meno dell’1% dei bre­vet­ti negli USA era con­se­gui­to da don­ne. Le sor­pre­se e le gran­di idee di Liz­zie non si fer­ma­ro­no però nel 1893. Aper­ta­men­te fem­mi­ni­sta, le sue capa­ci­tà e il suo intel­let­to la por­ta­ro­no a non voler­si spo­sa­re da gio­va­ne com’era comu­ne al tem­po, a lavo­ra­re sodo e a rispar­mia­re ocu­la­ta­men­te di modo da poter­si per­met­te­re di com­pra­re una casa. Con­tem­po­ra­nea­men­te, Liz­zie era un’attivista per i dirit­ti del­le don­ne. Una del­le sue idee genia­li, quan­to comi­che, fu infat­ti di posta­re un annun­cio sul gior­na­le – com’era con­sue­to fare all’epoca – in cui si pre­sen­ta­va come “una gio­va­ne don­na ame­ri­ca­na schia­va” che si ven­de­va al mag­gior offe­ren­te. L’idea fece scal­po­re e la stam­pa fece una capa­ti­na a casa di Liz­zie, con­sen­ten­do­le di arti­co­la­re più chia­ra­men­te le sue idee. 

Liz­zie, tut­ta­via, era anche un’attivista che pro­muo­ve­va le idee del gior­gi­smo. Il movi­men­to, ver­so la fine dell’800, era però in cri­si, per­ché il suo lea­der era mor­to nel 1897, e a Liz­zie nel 1903 ven­ne un’idea per rin­vi­go­ri­re il movi­men­to espan­den­do­ne il pub­bli­co e cer­ca­no di accat­ti­var­se­ne le sim­pa­tie tra­mi­te un meto­do di pro­pa­gan­da poli­ti­ca poco con­ven­zio­na­le: un gio­co da tavo­lo. Il 5 gen­na­io 1904, all’età di 38 anni, Eli­za­beth J. Magie fece appro­va­re il bre­vet­to nr. 784.626 per The Landlord’s Game – “il Gio­co dei Pro­prie­ta­ri” o dei Padro­ni (di Casa). Il rivo­lu­zio­na­rio gio­co, dif­fe­ren­te­men­te dal suc­ces­si­vo Mono­pò­li, ave­va due moda­li­tà: una mono­po­li­sta, det­ta appun­to Mono­pò­li, e l’altra anti­mo­no­po­li­sta, det­ta Pro­spe­ri­tà. Con la pri­ma sia­mo già tut­ti fami­lia­ri, è un gio­co in cui diven­tan­do mono­po­li­sti biso­gna far sì che gli altri gio­ca­to­ri per­da­no tut­ti i loro ave­ri mobi­li e immo­bi­li; per Liz­zie l’idea era quel­la di mostra­re quan­to i mono­pò­li sia­no pre­da­to­ri e paras­si­ta­ri. La secon­da moda­li­tà, Pro­spe­ri­tà, ave­va inve­ce l’intento di mostra­re quan­to le idee gior­gia­ne potes­se­ro esse­re uti­li e bene­fi­che a tut­ti se appli­ca­te, e quan­to il mono­po­li­sta che pos­se­de­va tut­te le ter­re ed era effet­ti­va­men­te “il re del mon­do” potes­se esse­re facil­men­te detro­niz­za­to usan­do la “Tas­sa Sin­go­la”. Basta­va che alme­no due gio­ca­to­ri si met­tes­se­ro d’accordo per isti­tui­re la tas­sa, che que­sta cam­bia­va radi­cal­men­te le rego­le: quan­do un gio­ca­to­re paga una ren­di­ta o un affit­to par­te del­la som­ma tor­na alla ban­ca che la redi­stri­bui­sce al gio­ca­to­re che ha meno dena­ro. Inol­tre, quan­do la Ban­ca ecce­de una cer­ta som­ma, que­sta ini­zie­rà a com­pra­re i ser­vi­zi di uti­li­tà pub­bli­ca – come le fer­ro­vie – che saran­no dun­que dispo­ni­bi­li per tut­ti gra­tui­ta­men­te. Il gio­co fini­sce quan­do il gio­ca­to­re con il mino­re capi­ta­le ini­zia­le rad­dop­pia quel­la som­ma.

Che le dif­fe­ren­ze fra i due gio­chi, per quan­to que­sti si svol­ga­no sul­la stes­sa tavo­la da gio­co, sia­no enor­mi è scon­ta­to per chiun­que abbia mai gio­ca­to a Monò­po­li. L’idea die­tro la ver­sio­ne Pro­spe­ri­tà, per Liz­zie, era in sin­te­si edu­ca­re a una sem­pli­ce quan­to vera, e attua­le real­tà eco­no­mi­ca: se non esi­ste redi­stri­bu­zio­ne del­la ric­chez­za e/o una tas­sa­zio­ne del­la ren­di­ta, la ric­chez­za in un siste­ma capi­ta­li­sta ten­de ‘natu­ral­men­te’ a con­cen­trar­si. I mono­pò­li, inol­tre, pro­du­co­no ingiu­sti­zia socia­le e una socie­tà ‘natu­ral­men­te’ squi­li­bra­ta. La solu­zio­ne è la Tas­sa Uni­ca – che comun­que potrem­mo rias­su­me­re con, gene­ral­men­te, un siste­ma basa­to sul­la coo­pe­ra­zio­ne piut­to­sto che la com­pe­ti­zio­ne – distri­bui­sce i bene­fi­ci più ampia­men­te, è più desi­de­ra­bi­le social­men­te e por­ta a un siste­ma equi­li­bra­to e bene­fi­co per tut­ti.

Per Liz­zie, The Landlord’s Game, rap­pre­sen­ta­va

“Una dimo­stra­zio­ne pra­ti­ca dell’attuale siste­ma del land grab­bing [acca­par­ra­men­to del­le ter­re, NdA] e del­le sue con­sue­te con­se­guen­ze. Potreb­be esse­re anche chia­ma­to ‘Il Gio­co del­la Vita’, in quan­to con­tie­ne tut­ti gli ele­men­ti di suc­ces­so e fal­li­men­to nel mon­do rea­le, e l’obiettivo è lo stes­so di quel­lo che la raz­za uma­na sem­bra ave­re, cioè, l’accumulazione del­la ric­chez­za”.

In sin­te­si, il gio­co di Liz­zie rac­chiu­de­va al suo inter­no il dua­li­smo con­trad­dit­to­rio che domi­na la nostra socie­tà. 

Nel 1906, Liz­zie fon­dò la Eco­no­mic Game Com­pa­ny a Chi­ca­go per ven­de­re il suo gio­co. Que­sto, per quan­to fos­se ampia­men­te copia­to – in un perio­do in cui i gio­chi da tavo­lo veni­va­no dif­fu­si col pas­sa­pa­ro­la e ricrea­ti auto­no­ma­men­te – non diven­ne mai un suc­ces­so com­mer­cia­le. Liz­zie pro­vò anche a chie­de­re all’azienda Par­ker Bro­thers – un’affermata azien­da con pun­ti ven­di­ta in tut­ti gli USA – di distri­buir­lo, ma que­sti rifiu­ta­ro­no. Nel 1913 ven­ne addi­rit­tu­ra impor­ta­to nel Regno Uni­to, anche se con diver­se rego­le e tito­li; un pre­lu­dio di quel­lo che sareb­be acca­du­to suc­ces­si­va­men­te. Intan­to, nel 1924 Liz­zie rin­no­vò il bre­vet­to e affi­dò la ven­di­ta alla Adga­me Com­pa­ny; anche sta­vol­ta, tut­ta­via, non ebbe suc­ces­so.

Intan­to il gio­co con­ti­nua­va a raci­mo­la­re nuo­vi adep­ti tra­mi­te il pas­sa­pa­ro­la e la crea­zio­ne di ver­sio­ni fat­te a mano, in par­ti­co­lar modo nel­la comu­ni­tà quac­che­ra, tra­mi­te la qua­le Char­les Dar­row nel 1932 ne ven­ne a cono­scen­za. Dar­row ne fu subi­to incan­ta­to e, dopo esser­si fat­to for­ni­re un set di rego­le dall’amico che l’aveva intro­dot­to al gio­co, rimo­der­nò lo sti­le gra­fi­co del gio­co. Poi ini­ziò a ven­der­ne del­le copie e con­ti­nua­re a raf­fi­na­re il gio­co secon­do le sue pre­fe­ren­ze. Così, nel 1935 que­sto ven­ne acqui­sta­to da Par­ker Bro­thers – la stes­sa azien­da che rifiu­tò di acqui­star­lo da Liz­zie – e lo bre­vet­tò con la licen­za n. 2.026.082, il suc­ces­so fu subi­to imme­dia­to: lo stes­so anno cir­ca 200.000 copie ven­ne­ro ven­du­te e l’anno suc­ces­si­vo più di un milio­ne e mez­zo.

Ma già nel 1935 l’azienda Par­ker Bro­thers con­tat­tò Liz­zie – ora­mai anzia­na – offren­do­le 500 dol­la­ri per il bre­vet­to che ave­va depo­si­ta­to anni addie­tro, ma sen­za nes­sun tipo di royal­ty. E in quel momen­to, quan­do Liz­zie accet­tò, il desti­no del gio­co fu segna­to: poco dopo Mono­pò­li ebbe un gran­de suc­ces­so, anche se solo nel­la ver­sio­ne ‘cat­ti­va’, e Liz­zie non ne bene­fi­ciò ulte­rior­men­te. Ma, oltre al dan­no, vi fu anche la bef­fa: Char­les Dar­row ne era pre­sen­ta­to come l’inventore. Così, la nostra Liz­zie deci­se di usa­re la stam­pa come mez­zo per oppor­si aquest’ingiustizia, ma non ebbe suc­ces­so e, nel 1948, morì sen­za che il suo impat­to sul mon­do venis­se rico­no­sciu­to. 

Ma, come si sa, le bugie han­no le gam­be cor­te – per quan­to que­ste non fos­se­ro cor­te abba­stan­za per ren­de­re giu­sti­zia a Liz­zie men­tre era in vita. Nel 1973, Ral­ph Anspach – secon­do alcu­ni un eco­no­mi­sta di sini­stra, sep­pur sio­ni­sta – creò Anti-Mono­po­ly: un gio­co in cui si dimo­stra la ten­sio­ne fra libe­ro mer­ca­to e mono­po­lio. Sono, infat­ti, pos­si­bi­li due ruo­li nel gio­co, i con­cor­ren­ti e i mono­po­li­sti, i cui ruo­li sono segre­ti all’inizio del­la par­ti­ta e che com­pe­to­no per arri­va­re a una soglia di ric­chez­za sta­bi­li­ta pri­ma di ini­zia­re per vin­ce­re. Insom­ma, un gio­co in cui si mostra quan­to il mono­po­lio sia inef­fi­cien­te ma for­te e quan­to la con­cor­ren­za gene­ri cre­sci­ta eco­no­mi­ca: Anspach quin­di era di ‘sini­stra’ for­se solo per gli Sta­ti Uni­ti, il cui asse poli­ti­co, si sa, per noi euro­pei va dall’estrema destra – i repub­bli­ca­ni – alla destra – i demo­cra­ti­ci. Il suo stes­so gio­co è, poi, espres­sio­ne di un’America fon­da­men­tal­men­te cam­bia­ta dai tem­pi di Liz­zie.

Infat­ti, per quan­to il gio­co aves­se un obiet­ti­vo peda­go­gi­co come quel­lo di Liz­zie, qui l’obiettivo cri­ti­co non è la pro­prie­tà pri­va­ta e la natu­ra­le ten­den­za capi­ta­li­sti­ca alla for­ma­zio­ne di mono­pò­li ma una cri­ti­ca neo­li­be­ra­le – non neo­li­be­ri­sta  – ai mono­pò­li, che ven­go­no per­ce­pi­ti non come esi­ti natu­ra­li del ‘gio­co’ eco­no­mi­co, ma come risul­tan­ti dal­le sue ‘rego­le’. Se Liz­zie fa una cri­ti­ca onto­lo­gi­ca al siste­ma, Anspach la fa isti­tu­zio­na­le: se dia­mo del­le rego­le ai mono­pò­li, isti­tu­zio­ni tipo l’antitrust, allo­ra il siste­ma diven­ta di libe­ra con­cor­ren­za. In sin­te­si, The Landlord’s Game natu­ra­liz­za il pro­ble­ma del­la ren­di­ta nei siste­mi basa­ti sul­la pro­prie­tà pri­va­ta: dimo­stra quin­di come il mono­po­lio sia un effet­to neces­sa­rio del­la pro­prie­tà pri­va­ta di una risor­sa e di come i pro­ces­si di accu­mu­la­zio­ne non deri­vi­no da una pre­sun­ta pro­dut­ti­vi­tà supe­rio­re ben­sì dal­la posi­zio­ne di pro­prie­ta­rio. Di con­se­guen­za, mostra come il mer­ca­to in un ambien­te capi­ta­li­sti­co non sia uno spa­zio neu­tra­le di scam­bio, ma un’arena in cui gli asset­ti pro­prie­ta­ri pre-deter­mi­na­no le pos­si­bi­li­tà di soprav­vi­ven­za. La cri­ti­ca va dun­que alla mer­ci­fi­ca­zio­ne del­la ter­ra e alle rego­le capi­ta­li­sti­che. Il gio­co, con le sue due moda­li­tà, mostra che non esi­sto­no asset­ti eco­no­mi­ci natu­ra­li e che le rego­le del siste­ma sono sto­ri­ca­men­te con­tin­gen­ti: il capi­ta­li­smo qui non è natu­ra­le, anzi, se ne mostra un’alternativa. Inve­ce, Anti-Mono­po­ly è un gio­co da eco­no­mia neo­clas­si­ca nel­la sua ver­sio­ne libe­ra­le: si sca­glia con­tro la costru­zio­ne di mono­po­li, soste­nen­do quin­di che la con­cor­ren­za è la nor­ma natu­ra­le e pro­pul­si­va del siste­ma eco­no­mi­co e i mono­po­li ne sono la per­ver­sio­ne. Quin­di il capi­ta­li­smo è dato come ‘natu­ra­le’, e, anzi, se si rispet­ta­no le rego­le, e se que­ste sono cor­ret­te, la con­cor­ren­za può rima­ne­re sta­bi­le: è dun­que espres­sio­ne di un’idea rego­la­ti­va di con­te­ni­men­to dei mono­po­li, ma sta a un livel­lo più bas­so di astra­zio­ne, non chie­den­do­si come fun­zio­na la logi­ca di accu­mu­la­zio­ne.

Ad ogni modo, Anspach, il cui gio­co ven­ne accu­sa­to di vio­la­zio­ne del copy­right nel 1974 da Par­ker Bro­thers, sca­vò nel­la sto­ria del Monò­po­li per vin­ce­re la pro­pria cau­sa: sco­prì così la sto­ria di Liz­zie e bat­té la gran­de azien­da – a quel tem­po già par­te di Hasbro, un colos­so dei gio­chi – anche se dopo tre scon­fit­te, e non otten­ne gran­di bene­fi­ci dal­la vit­to­ria. Anspach spe­se cen­ti­na­ia di miglia­ia di dol­la­ri e finan­ziò per­so­nal­men­te la cau­sa, che durò qua­si die­ci anni, e otten­ne sola­men­te il per­mes­so di pub­bli­ca­re Anti-Mono­po­ly sen­za cam­bia­re nome e non dover paga­re dan­ni a Par­ker Bro­thers: una vit­to­ria sim­bo­li­ca più che eco­no­mi­ca.

In con­clu­sio­ne, la sto­ria di Anspach ven­di­cò la memo­ria di Eli­za­beth J. Magie, che ven­ne rico­no­sciu­ta uni­ver­sal­men­te come l’inventrice del gio­co – a par­te dal­la com­pa­gnia che lo ven­de­va – e dimo­strò quan­to il suo gio­co fos­se una rap­pre­sen­ta­zio­ne del­la real­tà mol­to più vero­si­mi­le di Anti-Mono­po­ly. The Landlord’s Game e la sua sto­ria rap­pre­sen­ta­no dun­que il caso pro­ba­bil­men­te più emble­ma­ti­co di desu­bli­ma­zio­ne repres­si­va: da stru­men­to di cri­ti­ca radi­ca­le al siste­ma, il gio­co è diven­ta­to uno dei sim­bo­li stes­si del capi­ta­li­smo e del­la sua sca­la­ta a siste­ma ‘natu­ra­le’. Tut­ta­via, sto­rie come que­sta c’insegnano che un’alternativa è pos­si­bi­le e già esi­ste.

Foto­gra­fia di Fran­ce­sco Mer­li­ni

Biblio­gra­fia 

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The Landlord’s Game Rules, https://landlordsgame.info/games/lg-1906/lg-1906_egc-rules.html

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