C’è spesso un momento, nelle relazioni millennial, in cui ci accorgiamo che non stiamo più vivendo una storia: la stiamo gestendo, proprio come un drive condiviso con colleghi workaholic o una newsletter a cui ci siamo subito iscritti con entusiasmo e che poi, però, alla prova dei fatti – quali fatti? –, ci fa sempre sbuffare di noia. Quando l’amore diventa (un) utile e non si limita a succedere – che maleducazione! –, ecco che deve pur servire a qualcosa: a guarirti, a migliorarti, a renderti finalmente una persona decente, una cittadina con busta paga, una donna che non fa perdere tempo a nessuno. Anche una perfetta femminista, una “slebica” (Torre 2026, 95). E il desiderio che fine fa? Ma soprattutto: e se a tutta questa ansia performante decidessimo di sottrarci una volta per tutte?
Saggio a metà tra memoir e critica cinematografica, L’amore no. Discorsi sul pessimismo post-amoroso (2026) di Sofia Torre somiglia a una stanza piena di specchi: ci entri per guardare dentro una rottura e finisci per vedere tutto il teatro sociale che ci costringe a chiamare maturità ciò che spesso è solo paura, e rancore ciò che a volte è stato desiderio. Di teatro – e cinema – in effetti si parla molto in questo libro perché l’autrice ci mette davanti alla possibilità che l’amore, non solo quello che vediamo sugli schermi ma anche quello che viviamo giorno dopo giorno, sia solo una messinscena.
E che, soprattutto, una messinscena sia anche il suo fallimento: “le coppie litigano, alcune addirittura litigano in continuazione, ma quante di queste assomigliano a una compagnia teatrale che mette in scena sempre lo stesso spettacolo?” (Torre 2026, p. 126). Cosa succede, per esempio, quando, come in Scene da un matrimonio (Bergman 1973), durante una crisi improvvisa conosci così tanto il tuo partner da prevedere le sue migliori battute (e viceversa)? O quando, al contrario, la tua compagna scorda proprio quelle che ti feriscono di più? E se tu le reciti alla perfezione, ma poi non viene nessuno a vederti?
Torre lavora esattamente su quel punto: la relazione come recita, con copione e pubblico implicito – amiche, collettivi, Instagram, ex, famiglia – e il periodo dopo la rottura come finale della serie, quello che in termini tecnici si chiamerebbe forse denouement, lo scioglimento, l’epilogo. Insomma, quel momento in cui devi spiegare cosa hai imparato da tutto quel dolore perché altrimenti sembri solo una che si piange addosso senza capitalizzare ogni singola lacrima versata – come si legge nel breve romanzo, colto e sbarazzino, di Agnese Scapinello, Scusa il disordine: “Un giorno tutto questo dolore ti sarà utile” (Scapinello 2026, 79); o che, banalmente, non ha nessunissima voglia di tornare sul palco e questo non va bene, non va bene per niente. Non si può disertare e basta perché anche per quello c’è, a quanto pare, un modulo apposito da compilare in comode rate – di sedute di psicoterapia o ansiolitici. O entrambe.
Specie se sei una «slebica».
Parola ironica e ferita allo stesso tempo, usata dalla nonna dell’autrice per dire “lesbica”, di questi tempi essere una slebica non è affatto semplice. Non per tutto quel discorso sul desiderio per un corpo molto o troppo simile al tuo: alla fin fine, non è un problema nemmeno per la nonna, a cui basta un lessico appena storpiato a rendere familiare un’idea vaga e chi se ne frega. Il problema non sorge, per Torre, quando inizia a desiderare P., quella che poi sarebbe divenuta la sua compagna; ma, al contrario, quando smette di farlo.
La storia d’amore che incornicia il saggio funziona come un buco nero nello spazio: non è un vuoto, ma una densità estrema che piega tutto ciò che le orbita attorno. Ogni concetto – desiderio, emancipazione, fallimento, ideologia – viene attratto verso quel centro e ne esce deformato: nulla resta intatto, nulla si distrugge davvero. Non è un esempio tra gli altri che una giovane brillante può tirare fuori dal cappello, ma l’orizzonte miracoloso e spaventoso, in fin dei conti mai davvero sondabile, attorno a cui si muovono e verso cui tendono tutti gli altri eventi del libro: una soglia oltre la quale le parole cambiano peso, e perfino la luce fatica a tornare indietro. E tuttavia non si tratta solo della fine di un amore o di distruzione: attorno a quel nucleo si forma un campo di energia, il pensiero si addensa, accelera, prende velocità proprio mentre rischia di essere risucchiato. L’amore, in Torre, è questo: forza centripeta e generatrice, centro che divora e insieme struttura invisibile che tiene insieme l’argomentazione. E l’ansia.
Proprio come nel film La vita di Adele (Kechiche 2013), la storia d’amore di cui parla Torre potrebbe essere in effetti riassunta così: “Adele si innamora di un’altra giovane donna più grande ed esperta, inserita in un giro cool di artisti e intellettuali in cui è difficile ambientarsi e sentirsi accettata”; l’artista più esperta diventa il Pigmalione di quella più giovane e “cerca di insegnare a Adele a essere la persona da cui desidera sentirsi attratta” ma a poco a poco “Adele si rinchiude nella propria infelicità e nel senso di inadeguatezza fino a fallire” (Torre 2026, 16).
La domanda che assilla l’autrice è infatti brutale e senza alibi: ‘sono una pessima femminista se non amo più la mia compagna?’. È lì che l’amore smette forse di liberare e comincia a giudicare: quando il conflitto, la fine di una passione, perfino il desiderio di degradarsi – per gioco – e curare l’altro/a (senza volerlo), sembrano tradire non solo una relazione o un’immagine di sé stessi – “ero piagnucolosa, infelice, piena di memorie sdolcinate, melodrammatica” (Torre 2026, 13) – ma un’intera storia di pratiche femministe e “decenni di […] letture speranzose a proposito della sorellanza” (Torre 2026, 80).
Il mio pessimismo nei confronti dei legami femminili avrebbe facilmente potuto essere tacciato di misoginia interiorizzata ‒ in fondo, diffidare delle possibilità emancipatorie intrinseche a un rapporto amoroso tra donne non significa dubitare, almeno in parte, delle donne stesse? (Torre 2026, 109)
Se, infatti, alle nostre relazioni chiediamo solo di essere responsabili e produrre un qualche tipo di benessere personale prima e collettivo poi, rischiamo di distruggere la dimensione spontanea e contraddittoria del desiderio, e di ridurre le relazioni a pure performance etiche o ideologiche.
Mi si vede di più se sono femminista, slebica e infelice, oppure se sto in disparte e faccio da sola i conti con tutta questa contraddizione?
E poi, quando le storie d’amore così giuste finiscono per sempre, recuperare i pezzi di quell’ideologia o di noi stessi diventa impossibile: “Che cos’è l’amore, se non l’abbandono dell’illusione di poter controllare tutto?” (Torre 2026, 141). E che cos’è, allora, la fine di un amore?
Immaginiamoci poi di vivere tutto questo nel caos delle nostre vite del cazzo – lo so che è difficile da fare, le nostre vite sono perfette ma voi immaginatelo lo stesso. Scapinello parla di questo mondo parallelo con un’originale terza persona interna che si ibrida, in zone marginali come l’inizio e la fine e ai limiti dello schizofrenico passivo-aggressivo, con una prima persona arrabbiata e bianciardiana che si sintonizza benissimo con quella ansiosa e ansiogena del libro di Torre.
Curioso ricordar di tanto in tanto come in questa giovane vita io sia già stata un sacco di cose: barista, ambientalista, stagista; abitudinaria, ritardataria, nuova promessa della terra culinaria; tassista, tastierista, telecronista… […] Apripista, campanilista, altruista. […] piastrellista. […] giurista, commercialista, editorialista […]. Comunista e conformista, rivoluzionaria e reazionaria; combattente, resistente, persistente zecca rossa in una regione di prati sempreverdi.
Imprenditrice, disegnatrice, cospiratrice (Scapinello 2026, 27).
Ma perché darsi così tanto da fare?
Donne, è arrivato il post-amore: non ve ne eravate accorte? Basta rompere le palle con questa storia della soggettività, del realizzarsi, dello stare bene da sole; del raccontare in cerchio o a squarciagola che la persona che credevate l’amore della vostra vita è in realtà una manipolatrice narcisista o – senza patologizzarci troppo – una brutta persona che non vi fa stare bene o vi fa propriamente del male. È ora che anche le giovani trentenni, proprio come le loro madri e le nonne e le bisnonne, accettino di non essere riuscite a scappare tanto lontano e di ritrovarsi così, all’improvviso, dopo l’ennesimo lavoro di sfruttamento&patriarcato, di fronte al loro destino di cura: “le donne, si sa, amano gli altri, sia che siano nate per farlo sia che tocchi loro impararlo” (Torre 2026, 113). Chi siamo noi, proprio noi, le sfigate slebiche imbranate precarie, per rifiutarci di assecondare questa richiesta di maternage? Non possiamo rifiutarci di fare da madre alle persone che, con così tanta attenzione – e un bel po’ di sadismo – ci siamo scelti come compagne della nostra vita: “Assumendo la possibilità della pratica materna, tutte e tutti possono essere madri. Persino io. Solo che io non volevo” (Torre 2026, 113). Eppure. Non significa proprio questo essere una pessima femminista? Non significa non accettare ciò che si è e ciò che si potrebbe diventare, una donna, una madre, una cristiana?
L’omosessualità, come se la si aspettava da me, era più simile a una forma di pratica materna, un rapporto asimmetrico legato a una concezione molto precisa della mia femminilità come di una naturale inclinazione ad essere sensibile e sempre orientata verso gli altri e nella fattispecie verso di lei. Ma io non lo ero. […] La mia disperazione era l’eco di un senso di fallimento profondo: non ero una buona compagna, né una buona lesbica e non sarei mai stata una buona madre (Torre 2026, 103).
Insomma, anche fuori dall’eterosessualità così stanca e stancante, l’amore non smette automaticamente di essere normativo: non basta essere donne e femministe per parlarsi tra amiche o volersi bene tra donne; e nemmeno per amarsi in una coppia. A volte, anzi, racconta Torre, può diventare una prova morale ancora più esigente, specie se accompagnata da una condizione di precariato generazionale: fai la cosa giusta, stai con la persona giusta; leggi il libro giusto, accetta il giusto lavoro perché non te ne capiteranno altri; e studia, e lavora, e consegna, e non ritardare… Ecco un brano da L’amore no, il più esplicito in questo senso, che fa il paio con tutto il rancore e l’entusiasmo – ossimoro oppure chissà – di Scusa il disordine:
La vita va avanti e perdere tempo sulle pene d’amore è un lusso che non mi posso permettere. Mio padre è stato tanti mesi in ospedale, devo consegnare la tesi di dottorato, terminare un saggio, trovare un lavoro per il prossimo anno prima che finisca questo, sono in ritardo con le bollette dell’acqua e della luce e il mio vicino di casa mi ha chiesto di annaffiare il suo ficus. Sperpero le energie che dovrei investire in una progettualità fruttuosa – rileggere con più calma le pagine che compilo, immergermi nel piacere che ho sempre tratto dallo studiare e dal fare ricerca, portare qualche piatto pronto a mio padre e cercare di essere positiva e serena ‒ ho il viso più tondo, gli occhi scavati e ho ricominciato a fumare. (Torre 2026, 34)
Nel frattempo, c’è questo io che va e viene, che si nasconde nei traumi, nella routine, nelle bollette da pagare o nelle persone sconosciute che incontriamo nei treni sempre in ritardo. Il cuore del romanzo di Scapinello – il lavoro come performance, il disordine come antidoto – va dunque a braccetto con quello del saggio di Torre: l’amore come performance, la pausa – il ‘no’ – il lamento come soluzione.
Scusa il disordine, tanto quanto L’amore no, raccontano la nostra vita così contraddittoria attraverso il fallimento di una vita impantanata; di una favola d’amore “slebica”. E lo fanno entrambi facendo una cosa rarissima: mettendo ogni cosa in scena allo stato di bozza, senza ripulirla dalle sue asprezze perché, come sottolinea la stessa Torre, “Il disamore è uno spettacolo più interessante di qualunque film” (Torre 2026, 123).
Quando il copione non basta più – anzi, quando un copione non c’è ancora –, a quel punto cosa si fa? Si improvvisa, si scende dal palco o si resta lì in silenzio finché qualcuno non smette di giudicarci una perdita di tempo? Forse, per una generazione che ha imparato a trasformare tutto in performance – anche la guarigione – quel momento di decostruzione, del lamento e del sé – come ricorda Scapinello: “Sono pur sempre una donna bianca, istruita, eterosessuale, privilegiata” (Scapinello 2026, 109) –, è l’unico gesto davvero non utile, cioè necessario. “Lamentarsi è la versione onesta del memoir” (Torre 2026, 31), chiosa Torre; “Tutto è così politico che alla fine non lo è nulla, tranne forse il lamentarsi” (Torre 2026, 49): far parte insomma del disordine delle nostre vite e delle nostre camere da letto. Sempre che ci concediamo questo lusso così pregevole che è il tempo di dormire:
Chi dice che l’atto di lamentarsi non possa essere considerato una forma di autocoscienza? Che decidere di spegnere tutto e dormire non possa essere considerata un’intima, personale, addirittura artistica, forma di autocoscienza? (Torre 2026, 43)
Contro questo specifico tipo di post-amore, allora, post-lavoro e post-tutto, e contro le strategie ciniche e rassicuranti, individualistiche, del femminismo liberal, Torre risponde un po’ come la protagonista del romanzo di Moshfegh, Il mio anno di riposo e oblio (2019), o, con una battuta recuperata da tutt’altro repertorio: “I’d prefer not to”:
A una donna infelice che rifiuta di stare meglio non serve nessuna autocoscienza buona e collettivizzabile, ma solo uno spazio in cui esprimere il suo sconfinato senso del nulla. Anche il femminismo non è un nucleo immobile e anche le pessime femministe meritano il loro spazio espressivo, e anche i pessimi spazi espressivi hanno una dignità esistenziale (Torre 2026, 43).
Forse a volte non è così sbagliato farsi da parte.
Fotografia di Sara Nicomedi
Bibliografia
Moshfegh, O. 2019. Il mio anno di riposo e oblio, tr. it. Guerzoni G., Feltrinelli, Milano.
Scapinello, A. 2026. Scusa il disordine, 8tto edizioni, Milano.
Torre, S. 2026. L’amore no. Discorsi sul pessimismo post-amoroso, Minimum Fax, Roma.