Parigi tra le luci nel centro e i detriti nelle periferie.
Prima o poi, nel corso della vita, si visita Parigi. Non è tanto una frase fatta quanto una questione statistica: far parte dei cinquanta milioni di turisti che annualmente sbarcano nella capitale non è poi così difficile. Non si tratta certamente di una meta di nicchia. Un giro sui bateaux mouches, un sali e scendi dalla Tour Eiffel, ricchi spuntini a base di pains au chocolat, ore di coda davanti al Louvre per non fare brutta figura. Tra una meta e la successiva, lunghe camminate per i drittissimi e ampi viali della città. Il weekend è finito, e si ritorna a casa. Della vacanza rimangono il bel tramonto sulla Senna e l’acqua offerta al ristorante.
Se già ci si torna una seconda volta, però, si comincia a notare una certa monotonia nello stile architettonico dei palazzi: negozi al pianterreno, balcone al primo e al quarto piano, tetto spiovente in metallo, facciata in pietra chiara, edifici inanellati senza soluzione di continuità. I boulevards sembrano tutti abbastanza uguali, e si imparano allora ad apprezzare le zone in cui si respira un po’ di Medioevo: i vicoli e le case a graticcio del Marais, i vigneti di Belleville, e i mulini di Montmartre. Sembra che gran parte della città sia stata pensata e costruita solo negli ultimi due o tre secoli, ed è una sensazione che si prova camminando anche per le strade di Londra.
Se, però, per la capitale inglese il motivo è il grande incendio del 1666, che ha effettivamente raso al suolo quasi ogni edificio della città costringendola a un rinnovamento radicale, per Parigi bisogna fare due nomi e un cognome: il barone Georges Eugène Haussmann.
Prefetto della Senna durante il Secondo Impero di Napoleone III, questi gli affidò nel 1853 il compito di ripensare e quindi ammodernare la Ville Lumière. Un problema evidente era il generale stato di insalubrità nel quale versava la città intera, del quale aveva già iniziato a occuparsi lo zio dell’imperatore facendo costruire un canale di acqua potabile, il canal de l’Ourcq, inaugurato nel 1813, e riorganizzando il sistema dei rifiuti. Sotto questo aspetto le criticità erano innumerevoli: animali abbattuti direttamente davanti alle macellerie, fango e liquami a ricoprire ogni stradina, fogne costantemente in sovraccarico e, inevitabilmente, due epidemie di colera scoppiate nel 1832 e nel 1849. In questo senso fu quindi di dubbia utilità, ad esempio, la riorganizzazione del sistema delle acque, reflue e non, voluto dal barone.
Accanto alla questione sanitaria, però, era vivo nella classe borghese un forte sentimento di repulsione nei confronti degli operai e, più in generale, dei meno abbienti, grandi protagonisti degli eventi rivoluzionari cominciati nel 1789 e, all’epoca, non ancora terminati. Prese infatti vita appena un anno dopo la fine dell’esperienza haussmaniana, nel 1871, quel movimento proletario di settantadue giorni che finirà poi per ispirare la rivoluzione russa, quella cinese, e tutti i moti che nell’ultimo secolo e mezzo hanno preteso il diritto alla città: la Commune (Accademia Rebelde 2021). L’approccio dei comunardi, che poneva le proprie basi nella democrazia sociale e partecipativa, era tutto ciò che Haussmann aveva tentato di sradicare dal tessuto urbano parigino, e proprio per questo probabilmente ne è stata una conseguenza.
Questa diffusa tensione era accentuata dall’organizzazione degli alloggi. Parigi era una città caratterizzata da una grande eterogeneità urbana, tanto che all’interno dello stesso palazzo vivevano solitamente membri di tutte le classi sociali, dai nobili al primo piano fino alle famiglie di operai nel sottotetto. Non vi era, come siamo abituati a vedere oggi, una netta divisione per quartieri.
È su queste basi che Haussmann ristruttura gran parte della capitale: il pretesto è quello della sanificazione, ma l’obiettivo è rendere Parigi una città ordinata, prestigiosa, borghese, e depoliticizzata. Per il barone:
“Occorre dunque […] abbattere le alte ciminiere, sconvolgere i formicai in cui freme la miseria invidiosa e, invece di logorarsi nel tentativo di risolvere il problema — che appare sempre più insolubile — di una vita parigina a basso costo, accettare nella giusta misura il caro affitti e il rincaro dei generi alimentari (inevitabili in ogni grande centro abitato) come un utile strumento per difendere Parigi dalla crescente invasione di lavoratori provenienti dalle province” (lettera personale di Haussmann a Napoleone III del 1857).
I lavori iniziarono nel 1853, appena Haussmann venne nominato prefetto, e finirono nel 1870, quando Napoleone III gli tolse il sostegno. Il motivo della destituzione è abbastanza banale: sventrare la capitale l’aveva senza dubbio abbellita, ma aveva anche prosciugato qualsiasi risorsa pubblica, il che significa solo una cosa, ovvero tasse ingenti e poco gradite. In ogni caso, Parigi passò da essere una città tipicamente medievale a respirare l’aria della modernità e del progresso. Strade, viali e boulevard, regolamentazione delle facciate, spazi verdi, stazioni ferroviarie, sistemi fognari e di smaltimento dei rifiuti, monumenti pubblici, mobilità urbana e divisione degli spazi, tutto venne stravolto in un periodo di tempo relativamente breve.
Il risultato fu lo sventramento di interi quartieri fatti di viuzze strette e buie a favore dei larghi viali che oggi possiamo ammirare, e che rendevano più difficile l’organizzazione di barricate e di rivolte. Gli ammodernamenti riguardarono soprattutto la parte centro-occidentale della città, che divenne per forza di cose l’area benestante e “pulita”, al contrario della zona a est, dove trovarono nuova dimora gli operai che non potevano più permettersi i nuovi prezzi. Un esempio di gentrificazione di massa, programmata e calcolata. Questa divisione persiste tuttora, ed è più che evidente sia nella distribuzione del prezzo degli affitti, meno cari a est, sia nella distribuzione del voto, sistematicamente conservatore a ovest e progressista a est.
Parigi diventa così finalmente una città elitaria, bella e pulita. La metropoli sognata dall’imperatore prende forma, poggiando su alcuni precisi capisaldi: l’abbellimento estetico, la speculazione immobiliare che causa l’espulsione delle classi inferiori, e una centralità sempre più marcata. Quest’ultimo è un punto fondamentale, che appartiene al concetto stesso di metropoli, e che risulta evidente a Parigi più che in ogni altra città d’Europa. Fin dal Medioevo, non esiste un altro centro abitato del Vecchio Continente dove sono concentrate tutte e tre le funzioni principali di una capitale: commerciali, politiche, e universitarie (Boucheron 2021). Parigi è un unicum all’interno di un’Europa frammentata e, comportandosi da vera metropoli nel senso più classico del termine, regna su di un “territorio che non è strutturato, ma semplicemente dominato” (Boucheron 2021, 18). Questo approccio coloniale della metropoli vale su ogni scala, da quella nazionale fino a quella extra-continentale, e, ovviamente, anche per quanto riguarda l’organizzazione della città stessa. Le periferie vivono per il centro che le domina, che si tratti della periferia cittadina o delle colonie sparse per il globo che, tuttavia, non si limitano di certo a subire passivamente questo dominio, ma passano anzi la propria esistenza a tentare di svincolarsene. Quella tra centro e periferia è una relazione di costante tensione reciproca causata dalla naturale gerarchia che li divide.
Guardando al locale, nel periodo haussmanniano questo principio è stato applicato in diversi modi. Innanzitutto, attraverso la centralizzazione della popolazione ricca e borghese e la conseguente espulsione delle classi inferiori, che sono andate a formare quella che è stata per circa un secolo la zona industriale, povera, e allo stesso tempo produttiva, della città.
In particolar modo, poi, la modalità di smaltimento delle infinite tonnellate di detriti prodotte durante i lavori rispecchia proprio questa dinamica. Alcuni di essi sono stati usati per consolidare e rialzare le sponde della Senna, con l’obiettivo di scongiurare future alluvioni, e altri per compensare dislivelli del terreno della capitale e riempire ex cave di gesso presenti nel sottosuolo, che avrebbero reso instabili le fondamenta delle nuove costruzioni. Un esempio è il Parc des Buttes-Chaumont, nella zona orientale di Parigi, creato artificialmente proprio colmando i numerosi vuoti e tunnel derivati dall’estrazione del gesso. Il resto degli scarti, però, è stato semplicemente accumulato nelle aree periferiche circostanti, specialmente in quella che oggi è la Seine-Saint-Denis.
Seine-Saint-Denis è la zona immediatamente a nord della capitale, il distretto 93, ed è fra le più povere e disastrate dell’intera nazione in quanto poggia letteralmente sui detriti prodotti a Parigi. C’è un comune in particolare in cui questo processo di accumulazione degli scarti è più evidente che nel resto dell’area: Île-Saint-Denis. Come si capisce dal nome, si tratta di un’isola sulla Senna, che ricalca la forma a croissant di una delle strette anse del fiume. Se potessimo chiedere ad un cittadino del 1850, però, ci direbbe probabilmente che l’isola non è una, ma almeno tre o quattro: dalla seconda metà dell’800 fino a inizio ‘900, infatti, si è deciso di scaricare proprio in quest’area una quantità di detriti tale da trasformare un piccolo arcipelago in un unico lungo isolotto. Nasce così Île-Saint-Denis (Intervista con dipendente azienda, condotta dall’autore, 17 luglio 2026).
Nel corso dei secoli XIX e XX il nuovo comune ha avuto un ruolo di primo piano nello sviluppo industriale della capitale francese, godendo di una posizione strategica sul percorso fluviale che collega Parigi a Le Havre, e quindi all’oceano. La presenza di numerose fabbriche su un territorio estremamente ridotto, assieme alla funzione di discarica dei detriti parigini – che non si è fermata con la fine del mandato del barone, ma continuò, ad esempio, con la bonifica di inizio ‘900 della zona che ospiterà a fine secolo il boulevard périphérique – hanno fatto sì che il sottosuolo del comune sia oggi una millefoglie di macerie, catrame, metalli pesanti, idrocarburi, scorie radioattive, e altri agenti inquinanti (Intervista con dipendente azienda, condotta dall’autore, 17 luglio 2026).
Nella parte settentrionale del comune, nello specifico, la situazione è a dir poco critica. Fino al 2013 la Colas, impresa che si occupa di costruzioni e opere pubbliche, possedeva e utilizzava come discarica a cielo aperto la punta nord-ovest dell’isola (Intervista con dipendente azienda, condotta dall’autore, 17 luglio 2026). Qui venivano puliti i camion dell’azienda utilizzando il gasolio, si scaricavano rifiuti di ogni tipo, e i nuovi impiegati venivano istruiti su come colare il cemento. Prima di cambiare sede e lasciare Île-Saint-Denis, l’impresa ha effettuato una parziale bonifica del terreno, che è però tutt’oggi formato da metri e metri di cemento, catrame e prodotti chimici. La Colas fa parte della tentacolare Bouygues – attiva nelle costruzioni, nelle telecomunicazioni, nell’energia, e in altri campi – e ha realizzato opere di edilizia pubblica e privata in ogni parte del mondo, specialmente a Parigi. Ecco, ancora, la metropoli che proietta la propria ingombrante ombra sulle periferie.
Nel 2018 l’area è stata fatta passare dal comune nelle mani di un’associazione, Halage, che da otto anni porta avanti il progetto Lil’Ô. Detto in poche parole, si tratta di un’associazione per l’inserimento lavorativo tramite la cura del verde, ma le ambizioni del gruppo sono molto più ampie di così. L’obiettivo di Lil’Ô è bonificare un’area distrutta per mano umana, in cui si era riuscito a far diventare il suolo semplicemente incompatibile con la vita. Si sarebbe potuto affrontare il problema in due modi: rimuovere lo strato tossico e sostituirlo interamente con del terriccio prelevato nelle campagne circostanti, replicando lo schema di sfruttamento già visto, oppure trasformare il sito in un’opportunità di ricerca, procedendo con una naturale lentezza. Si è scelto il secondo approccio, quello lento e apparentemente controproducente, ed è una scelta che si ritrova anche in altri aspetti del progetto.
Oggi l’area è ancora quasi interamente ricoperta di bitume e, nelle zone in cui si è riuscito a scavare fino a raggiungere uno strato di terra, si coltivano dei fiori. Non per scelta, ma perché l’inquinamento è tale che non si potrebbe coltivare nulla di commestibile. Attraverso la floricoltura Lil’Ô riesce a ottenere delle entrate che le permettono di pagare i numerosi dipendenti in reinserimento, ma anche a offrire un’alternativa locale ai diffusissimi fiori provenienti dai Paesi Bassi, coltivati in serre elettriche. Quello della floricoltura neerlandese è un mercato da più di cinque miliardi di euro, dominato da una manciata di aziende che solo di recente sono state obbligate a utilizzare luci a LED e sistemi di irrigazione a circuito chiuso nelle proprie serre. Coltivare fiori è quindi un aspetto fondamentale dell’esperienza dell’associazione, ed è ciò che fa sì che essa possa esistere e resistere all’interno di un mondo dominato dalle logiche di mercato.
Oltre a ciò, Lil’Ô conduce ricerche relative alla fitodepurazione del suolo e alla creazione di terriccio. Riguardo quest’ultimo, crearne di nuovo senza partire da suolo naturalmente fertile è una sfida immensa. I dipendenti dell’associazione ci sono finora riusciti partendo dalla terra inerte, ovvero quella proveniente dagli scavi stradali o dai cantieri, priva di vita biologica e caratterizzata da un tipico colore giallastro, alla quale si aggiunge compost e sabbia per poterla coltivare. Nel 2021, Halage è arrivata a co-fondare un’azienda che si occupa proprio della produzione di substrati terrosi, potendo dedicarsi alla sperimentazione di nuove tecniche (Intervista con dipendente azienda, condotta dall’autore, 17 luglio 2026). Il punto è scegliere di impiegare il tempo per trovare delle soluzioni alle sfide del presente, attraverso processi naturalmente lenti e ricchi di contraddizioni. Ad esempio, ci si pone come obiettivo la de-cementificazione e de-impermeabilizzazione del suolo, ma si finisce col chiedersi come poterlo conciliare con l’accessibilità per le persone a mobilità ridotta.
Ogni ricerca, ogni processo decisionale che non viene imposto dall’alto è giusto che sia intrinsecamente controproducente, inteso nel senso di contrario al concetto di produttività.
Si coltivano fiori, si offre una possibilità a chi non ha più un lavoro, e si porta avanti la ricerca per la creazione di suolo fertile, ma l’aspetto più interessante del progetto è forse un altro. Lil’Ô esiste nell’Île-Saint-Denis per gli abitanti dell’Île-Saint-Denis. Sarebbe stato davvero semplice trasformare l’area in un bel giardino alle porte della capitale dove andare a prendere una birra sovraprezzata circondati da qualche albero, ma non era questa la missione. Il pubblico che si vuole attrarre sono gli abitanti dell’isola, che devono imparare a riappropriarsi di ciò che gli è stato negato finora: la natura e gli spazi pubblici.
La popolazione locale è generalmente povera – il tasso di disoccupazione è dell’11%, rispetto al circa 8% nazionale –, culturalmente molto varia, e lontana dal verde. Ciò che propone Lil’Ô è uno spazio di riscoperta della natura, gratuito, e aperto fino a tardi. Si è anche deciso di non vendere alcol al suo interno, per evitare di attrarre un pubblico diverso da quello voluto, rischiando di far diventare l’area un ennesimo spazio esistente in funzione di Parigi. Si è voluto evitare di cadere nella trappola della gentrificazione verde. Oltre a ciò, si lavora molto in partenariato con le scuole circostanti, che organizzano gite per far capire ai bambini che nel posto in cui vivono esiste la natura, che è bella e interessante. Si cerca, insomma, di democratizzare l’accesso all’ambiente.
È in questo modo che si riesce a invertire il dogma della dipendenza dalla capitale. Non tutto ciò che circonda Parigi vive per essa, perché non dovrebbe esistere un solo centro pigliatutto, ma tanti centri che dialogano tra loro. Questo ovviamente in un mondo ideale, che non è evidentemente il nostro.
Ciò che si fa a Lil’Ô è incredibile, ma in fin dei conti non cambia molto, non incide veramente sulla dinamica della metropoli colonizzatrice. Come dicono anche gli stessi dipendenti, ciò che serve è:
Una presa di coscienza a livello nazionale, una reazione da parte della politica. Noi offriamo molte buone idee: penso, ad esempio, alla qualità del substrato del terreno o alla valorizzazione delle zone umide, che stanno scomparendo sempre più. Cerchiamo di fornire esempi virtuosi, ma poi è necessario che queste iniziative trovino un seguito concreto nell’azione politica. (Intervista con dipendente azienda, condotta dall’autore, 17 luglio 2026)
Dal passato della capitale bisognerebbe trarre delle lezioni per il futuro, senza limitarsi ad ammirare l’indubbia bellezza dei palazzi del centro, dei teatri, e dei grandi magazzini, ma capendo che tutto ciò ha avuto e ha tuttora un costo che viene pagato da una fetta nascosta della popolazione. Quella che non può permettersi un bilocale a 1.300€ al mese, quella che da quasi due secoli non vive a Parigi ma che lavora per lei.
Fotografia di Arthur Crestani
Sitografia
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https://www.paris.fr/pages/10-choses-a-savoir-sur-le-canal-de-l-ourcq-19869 Ville de Paris, “10 choses que vous ignoriez (peut-être) sur le canal de l’Ourcq”, 4 gennaio 2022
https://www.histoires-de-paris.fr/insalubrite-parisienne-xviiie-siecle/ Histoires de Paris, “L’insalubrité parisienne au XVIIIe siècle”, 12 maggio 2017
https://www.histoires-de-paris.fr/haussmann-cholera/ Histoires de Paris, “Haussmann et le choléra : Une réponse urbaine à une crise sanitaire”, 5 febbraio 2025
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Bibliografia
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Olivier Hamant, 2023, Antidote au culte de la performance: la robustesse du vivant, Tracts Gallimard, Parigi
Olivier Hamant, 2024, De l’incohérence: philosophie politique de la robustesse, Odile Jacob, Parigi
Intervista
Intervista ad una dipendente di Lil’Ô svolta dall’autore, 17 luglio 2026