Perché il “ritorno all’ordine” passa dal contenimento dei femminismi
Negli ultimi giorni dello scorso dicembre la sezione ‘esplora’ del mio Instagram suggeriva solo contenuti monotematici. Complice l’aver cercato qualche spoiler – lo so, non si fa, ma la curiosità era troppa – per capire come sarebbe andata a finire la quinta stagione di Stranger Things, reel e caroselli hanno cominciato a propormi soltanto aneddoti e curiosità direttamente da Hawkins. L’hype generato intorno alla serie ideata dai fratelli Duffer, questa volta, non aveva la forma abituale dell’attesa tra una stagione e l’altra. La puntata messa in onda a Capodanno, infatti, non chiudeva semplicemente un arco narrativo, ma l’intera serie. Era l’ultima occasione di restare dentro Stranger Things, dieci anni dopo l’esordio del 2016, e forse anche per questo l’addio è stato vissuto dai fan come qualcosa di più di un finale televisivo: una piccola prova di separazione, un taglio netto da un decennio che ci ha insegnato a cercare conforto nel passato, a trasformarlo in linguaggio comune, a consumarlo come se potesse proteggerci dall’idea stessa della fine.
Molti hanno raccontato Stranger Things come la serie che ci ha riportati, quasi di peso, dentro un’estetica del passato; e in effetti, fin dalla prima stagione, diversi commentatori hanno letto quel successo come un acceleratore dell’ossessione per gli anni Ottanta. Vale però la pena riconoscere un punto, anche per evitare di attribuire alla serie un merito che non le appartiene del tutto: quando, nel 2016, iniziamo a conoscere Undici, Mike e i suoi amici, la nostalgia è già un linguaggio in circolazione. L’analogico, soprattutto, era già presente, infilato nelle pieghe del digitale. App come Hipstamatic, insegnavano come ottenere, con l’iPhone più aggiornato, immagini in grado di trasmettere quelle sensazioni tipiche degli scatti su pellicola. Da lì in poi il movimento cambia scala: il filtro virtuale diventa oggetto concreto; i vinili tornano a occupare scaffali e salotti, la moda e l’arredamento vintage diventano identità fino a trasformarsi, negli anni Venti del Duemila, in un modo di stare al mondo.
Se accettiamo l’idea che da almeno quindici anni viviamo in un presente saturo di passato, desta curiosità che il 2026 venga salutato come “l’anno dell’analogico”; forse, più che cambiare direzione, stiamo alzando la posta. Come scrive lo studioso Grafton Tanner in Nostalgoritmo, “non siamo più nostalgici solo dei Goonies, ma anche di guardarlo in una sala cinematografica su una pellicola 35mm”. (Tanner 2024a, 160)
La riflessione è interessante perché ci fa capire cosa c’è in ballo: non rimpiangiamo soltanto un contenuto o un’epoca, ma le condizioni materiali attraverso cui ne facevamo esperienza.
In questo senso, la distinzione proposta dal teorico dei media Manuel Menke aiuta a fare chiarezza. Se per anni abbiamo coltivato una nostalgia mediatica, cioè legata ai media, alle loro estetiche e ai loro oggetti, oggi stiamo scivolando verso una nostalgia più ampia, mediata, nel senso che investe l’esperienza del passato in quanto tale e usa i media come tramite, non come bersaglio principale; ciò che inizia a mancarci è proprio l’idea di un prima, indipendentemente dal fatto che sia stato davvero migliore.
Prima ancora di diventare una sorta di effetto speciale della cultura pop, la nostalgia è un sentimento che si studia dal XVII secolo. Nel volume già citato, Tanner ricorda che la parola compare alla fine del Seicento, quando Johannes Hofer la usa in una tesi di medicina per descrivere una condizione che colpiva soldati lontani da casa: un dolore del ritorno impossibile, capace di consumare chi ne soffriva fino a esiti persino fatali.
Complici le instabilità del mondo contemporaneo, non c’è da stupirsi se la nostalgia sia diventata una delle narrazioni più pervasive che abbiamo a disposizione: essa, infatti, “è in parte un’astrazione emotiva del senso di protezione fisica” (Tanner 2024a, 90). Se il futuro si presenta come una minaccia, è facile che il desiderio di protezione si sposti all’indietro, verso un ‘prima’ che immaginiamo più comprensibile e dunque più sicuro. Anche la casa, per lungo tempo metafora di riparo, è stata costretta a perdere parte della sua innocenza: da un lato perché la violenza può irrompere negli spazi quotidiani e ordinari – i fatti accaduti l’11 settembre 2001, per esempio, lo hanno dimostrato con chiarezza – dall’altro perché la crisi climatica incrina l’idea stessa di un ‘dentro’ stabile e sicuro, rendendo vulnerabili i luoghi domestici che sentiamo come protettivi. In questo scenario, ‘tornare’ smette di essere un sentimento e diventa una richiesta di ordine: la speranza, spesso illusoria, che esista un tempo in cui le cose erano più chiare, i confini più netti, e la sicurezza, distribuita anche allora in modo diseguale ma percepita come ovvia da chi ne godeva, non sembrava un privilegio intermittente, ma una condizione di base, una promessa che oggi prende corpo in apparati di controllo del confine anche interno, dall’ICE negli Stati Uniti ai dispositivi europei e nazionali di gestione delle migrazioni.
A metà degli anni Settanta del secolo scorso, l’idea che la nostalgia potesse costituire terreno fertile per le idee politiche veniva considerata quasi una battuta di spirito. Il giornalista investigativo Jim Hougan scrive, a riguardo:
“Non c’è ragione di aspettare che la massa degli americani andrà incontro a una nostalgia di carattere rivoluzionario […] L’idea stessa è ridicola. Che aspetto dovrebbe avere? Immaginiamo svariati milioni di americani in marcia lungo Pennsylvania Avenue che intonano
RIDATECI / I BEI VECCHI TEMPI!
RIDATECI / I BEI VECCHI TEMPI!
RIDATECI / I BEI VECCHI TEMPI!” (Tanner 2024b, 107).
Eppure, proprio nel 2016, guarda caso l’anno che abbiamo preso come punto di inizio del discorso, qualcosa di analogo comincia a esistere davvero, solo in una forma più elegante e spendibile. Donald Trump entra nella corsa presidenziale con uno slogan che contiene già al suo interno l’intero meccanismo della nostalgia: Make America Great Again. Non è tanto l’invito a ‘fare’, a colpire, quanto quell’again che orienta l’azione; la promessa non è un futuro diverso, ma la restaurazione dei vecchi fasti. La grandezza evocata resta deliberatamente vaga, non a caso viene impiegata come strategia in tutte le retoriche populiste. Negli Stati Uniti questo linguaggio trova una risonanza particolare nell’elettorato maschile, dentro un divario di genere registrato da tempo: l’idea che qualcosa ‘spetti’ e che sia stato sottratto attecchisce più facilmente quando si è cresciuti pensando quel qualcosa come un diritto naturale. E, tuttavia, la presa non riguarda solo gli uomini bianchi: intercetta anche uomini poveri e razzializzati, ai quali la promessa offre spesso un risarcimento simbolico, mentre le conseguenze materiali finiscono per ricadere anche su di loro.
Quando, dopo le elezioni del 2020, Trump non viene riconfermato, la fantasia di Hougan smette definitivamente di apparire grottesca. Il 6 gennaio 2021, mentre il Congresso è riunito per certificare il risultato elettorale, una folla di suoi sostenitori assalta il Campidoglio: non più un corteo che chiede i ‘bei vecchi tempi’, ma una mobilitazione che prova a bloccare il presente in nome di un passato promesso.
La nostalgia si manifesta definitivamente come forza politica dimostrando che, nelle mani giuste (cioè quelle sbagliate), sa trasformare un ‘mi manca’ in un ‘mi spetta’.
Non è un caso, allora, se questa logica della restituzione viene impiegata con particolare efficacia dalle destre. Come sottolinea la docente Maria Giuseppina Pacilli, il legame tra maschilismo, radicalizzazione politica e immaginari reazionari è uno dei nodi che, da diversi anni, si è imposto sulla scena pubblica, spesso in forme carsiche, riconoscibili solo a posteriori. Nel suo Uomini duri (2020), Pacilli mostra come le questioni di genere non costituiscano un tema laterale, da agitare all’occorrenza, ma un vero perno ideologico su cui si impiantano le narrazioni di destra: servono a dare un volto alla paura e a indirizzare il risentimento.
Dentro questa cornice, la nostalgia politica che sorregge la retorica della destra, nazionale e internazionale, si muove lungo due percorsi intrecciati. Il primo è quello del suprematismo bianco, che si esprime in particolare attraverso pratiche e istituzioni di controllo dei confini, dalla criminalizzazione sistematica delle persone straniere fino alla retorica securitaria che promette di proteggere le ‘nostre’ donne, la ‘nostra’ economia, le ‘nostre’ risorse. L’elemento decisivo non è la difesa in sé, ma la grammatica del possesso implicita nell’uso dell’aggettivo possessivo: ciò che va salvato viene trattato come una disponibilità naturale dell’uomo bianco, minacciata dall’esterno e dunque da presidiare. In filigrana, la paura non riguarda soltanto l’insicurezza o la scarsità, ma la perdita di posizione: l’ipotesi che l’uomo bianco non sia più il centro, la misura e il beneficiario implicito dell’ordine sociale. È questo timore di essere decentrato – di vedere incrinata una supremazia vissuta come ovvia – che trasforma il linguaggio della protezione in una promessa di restaurazione. Il secondo viatico è quello del suprematismo maschile, più interno e meno dichiarato, ma non meno potente. Qui proliferano e si radicalizzano gruppi come gli MRA, acronimo di Men’s Rights Activists –“attivisti per i diritti degli uomini” – che cavalcano la retorica dell’uomo ‘in crisi’ per tradurre il disagio in rivendicazione; l’idea che ‘si stava meglio prima’ non riguarda soltanto l’economia o il prestigio sociale, ma un assetto dei ruoli ritenuto stabile, in cui la maschilità non aveva bisogno di negoziare nulla perché si percepiva come misura prestabilita e neutrale dell’intero ordine delle cose. In questa prospettiva, il passato non è tanto un ricordo ma un modello normativo. Per funzionare deve prima essere bonificato: si cancella la fatica che quel mondo imponeva, si rimuovono le violenze rese ordinarie, si mette tra parentesi il costo pagato da chi stava ai margini; spariscono le donne costrette al silenzio, le persone queer ricacciate nell’invisibilità, le minoranze tollerate solo a patto di non disturbare. Al loro posto resta un’immagine semplificata e rassicurante, un tempo ‘chiaro’, in cui i ruoli sembrano naturali proprio perché non venivano mai discussi.
Dopo essere ripulito da tutto ciò che lo renderebbe davvero memorabile, cioè ambivalente e dunque scomodo, quel passato viene selezionato e utilizzato come fonte di legittimazione. È proprio questa modalità operativa che fa da perno alla retorica del backlash. Come ha descritto la giornalista Susan Faludi, si tratta di un contrattacco culturale che, di fronte ai progressi dei femminismi, riorganizza il discorso pubblico per presentare l’emancipazione come causa del malessere contemporaneo. Si tratta di una retorica subdola perché non nega apertamente i diritti, piuttosto, insinua che ci si sia ‘spinti troppo oltre’ e che ciò produca più costi che benefici. E se guardiamo a ciò che si muove tra i più giovani, il meccanismo si vede bene: tra molti ragazzi della Gen Z cresce una postura conservatrice che interpreta il femminismo come eccesso e traduce quel presunto eccesso in una narrazione vittimistica, secondo cui a pagare il prezzo sarebbero stati i loro diritti, la loro possibilità di riconoscersi, di stare nel mondo senza sentirsi messi sotto accusa.
La nostalgia, e più in generale l’immaginario che strizza l’occhio al passato, merita cautela prima di diventare un trend a cui aderire senza riserve. L’impulso di tornare a un’epoca che non c’è più, infatti non è mai neutro perché il passato che immaginiamo come rifugio raramente coincide con ciò che è stato davvero.
Dietro l’idea che un ritorno sia possibile si muovono almeno due forze. La prima è la reazione di chi avverte come minaccia l’allargamento dei diritti – sociali e civili – e dello spazio pubblico, ora finalmente abitato da soggettività che per secoli sono rimaste ai margini. Quando donne e minoranze smettono di essere comparse e diventano interlocutrici, l’ordine precedente appare improvvisamente come qualcosa da ‘ripristinare’, e la nostalgia diventa il modo più elegante per dirlo. La seconda forza è più diffusa e meno cinica: è l’intuizione che stiamo vivendo davvero quelli che un proverbio cinese definiva “tempi interessanti” – un’espressione che suona come augurio ma in realtà è una maledizione, perché ‘interessante’ qui significa instabile. Se il presente assume questi contorni, è comprensibile cercare un tempo che sembri più leggibile, che sappia restituirci le sicurezze perdute. Ma è proprio questo il punto: non sarà il passato a proteggerci dalle fratture sociali e politiche in corso, né l’analogico ci restituirà automaticamente un senso di sicurezza che il mondo ha smesso di garantire. Se qualcosa potrà salvarsi, dipenderà solo dalla strada che decideremo di prendere. Non un ritorno a un prima ripulito e rassicurante, ma un passo in avanti, più faticoso, verso la consapevolezza; accettare che il futuro possa avere tinte fosche e che, proprio per questo, richiede strumenti migliori della nostalgia. Non un rifugio, ma un’assunzione di responsabilità: l’unico modo serio di attraversare i tempi che stiamo vivendo senza consegnarli, per paura, a chi promette restaurazioni impossibili.
Fotografia di Stefan Nieland
Bibliografia
Tanner Grafton. 2024a. Nostalgoritmo. Politica della nostalgia, Edizioni Tlon, Roma.
Tanner Grafton. 2024b. Foreverismo. Fenomenologia di ciò che non finisce, effequ, Firenze.
Pacilli Maria Giuseppina. 2020. Uomini duri. Il lato oscuro della mascolinità, Il Mulino, Bologna.
Sitografia
Menke Manuel. 2017. Seeking Comfort in Past Media: Modeling Media Nostalgia as a Way of
Coping With Media Change, International Journal of Communication, 11, 2017, 626–646.