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Febbraio
19 Febbraio 2026

POLI­TI­CHE DEL­LA NOSTAL­GIA

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17 min

Per­ché il “ritor­no all’ordine” pas­sa dal con­te­ni­men­to dei fem­mi­ni­smi

Negli ulti­mi gior­ni del­lo scor­so dicem­bre la sezio­ne ‘esplo­ra’ del mio Insta­gram sug­ge­ri­va solo con­te­nu­ti mono­te­ma­ti­ci. Com­pli­ce l’aver cer­ca­to qual­che spoi­ler lo so, non si fa, ma la curio­si­tà era trop­pa per capi­re come sareb­be anda­ta a fini­re la quin­ta sta­gio­ne di Stran­ger Things, reel e caro­sel­li han­no comin­cia­to a pro­por­mi sol­tan­to aned­do­ti e curio­si­tà diret­ta­men­te da Haw­kins. L’hype gene­ra­to intor­no alla serie idea­ta dai fra­tel­li Duf­fer, que­sta vol­ta, non ave­va la for­ma abi­tua­le dell’attesa tra una sta­gio­ne e l’altra. La pun­ta­ta mes­sa in onda a Capo­dan­no, infat­ti, non chiu­de­va sem­pli­ce­men­te un arco nar­ra­ti­vo, ma l’intera serie. Era l’ultima occa­sio­ne di resta­re den­tro Stran­ger Things, die­ci anni dopo l’esordio del 2016, e for­se anche per que­sto l’addio è sta­to vis­su­to dai fan come qual­co­sa di più di un fina­le tele­vi­si­vo: una pic­co­la pro­va di sepa­ra­zio­ne, un taglio net­to da un decen­nio che ci ha inse­gna­to a cer­ca­re con­for­to nel pas­sa­to, a tra­sfor­mar­lo in lin­guag­gio comu­ne, a con­su­mar­lo come se potes­se pro­teg­ger­ci dall’idea stes­sa del­la fine.

Mol­ti han­no rac­con­ta­to Stran­ger Things come la serie che ci ha ripor­ta­ti, qua­si di peso, den­tro un’estetica del pas­sa­to; e in effet­ti, fin dal­la pri­ma sta­gio­ne, diver­si com­men­ta­to­ri han­no let­to quel suc­ces­so come un acce­le­ra­to­re dell’ossessione per gli anni Ottan­ta. Vale però la pena rico­no­sce­re un pun­to, anche per evi­ta­re di attri­bui­re alla serie un meri­to che non le appar­tie­ne del tut­to: quan­do, nel 2016, ini­zia­mo a cono­sce­re Undi­ci, Mike e i suoi ami­ci, la nostal­gia è già un lin­guag­gio in cir­co­la­zio­ne. L’analogico, soprat­tut­to, era già pre­sen­te, infi­la­to nel­le pie­ghe del digi­ta­le. App come Hip­sta­ma­tic, inse­gna­va­no come otte­ne­re, con l’iPhone più aggior­na­to, imma­gi­ni in gra­do di tra­smet­te­re quel­le sen­sa­zio­ni tipi­che degli scat­ti su pel­li­co­la. Da lì in poi il movi­men­to cam­bia sca­la: il fil­tro vir­tua­le diven­ta ogget­to con­cre­to; i vini­li tor­na­no a occu­pa­re scaf­fa­li e salot­ti, la moda e l’arredamento vin­ta­ge diven­ta­no iden­ti­tà fino a tra­sfor­mar­si, negli anni Ven­ti del Due­mi­la, in un modo di sta­re al mon­do.

Se accet­tia­mo l’idea che da alme­no quin­di­ci anni vivia­mo in un pre­sen­te satu­ro di pas­sa­to, desta curio­si­tà che il 2026 ven­ga salu­ta­to come “l’anno dell’analogico”; for­se, più che cam­bia­re dire­zio­ne, stia­mo alzan­do la posta. Come scri­ve lo stu­dio­so Graf­ton Tan­ner in Nostal­go­rit­mo, “non sia­mo più nostal­gi­ci solo dei Goo­nies, ma anche di guar­dar­lo in una sala cine­ma­to­gra­fi­ca su una pel­li­co­la 35mm”. (Tan­ner 2024a, 160)

La rifles­sio­ne è inte­res­san­te per­ché ci fa capi­re cosa c’è in bal­lo: non rim­pian­gia­mo sol­tan­to un con­te­nu­to o un’epoca, ma le con­di­zio­ni mate­ria­li attra­ver­so cui ne face­va­mo espe­rien­za.

 In que­sto sen­so, la distin­zio­ne pro­po­sta dal teo­ri­co dei media Manuel Men­ke aiu­ta a fare chia­rez­za. Se per anni abbia­mo col­ti­va­to una nostal­gia media­ti­ca, cioè lega­ta ai media, alle loro este­ti­che e ai loro ogget­ti, oggi stia­mo sci­vo­lan­do ver­so una nostal­gia più ampia, media­ta, nel sen­so che inve­ste l’esperienza del pas­sa­to in quan­to tale e usa i media come tra­mi­te, non come ber­sa­glio prin­ci­pa­le; ciò che ini­zia a man­car­ci è pro­prio l’idea di un pri­ma, indi­pen­den­te­men­te dal fat­to che sia sta­to dav­ve­ro miglio­re.

Pri­ma anco­ra di diven­ta­re una sor­ta di effet­to spe­cia­le del­la cul­tu­ra pop, la nostal­gia è un sen­ti­men­to che si stu­dia dal XVII seco­lo. Nel volu­me già cita­to, Tan­ner ricor­da che la paro­la com­pa­re alla fine del Sei­cen­to, quan­do Johan­nes Hofer la usa in una tesi di medi­ci­na per descri­ve­re una con­di­zio­ne che col­pi­va sol­da­ti lon­ta­ni da casa: un dolo­re del ritor­no impos­si­bi­le, capa­ce di con­su­ma­re chi ne sof­fri­va fino a esi­ti per­si­no fata­li. 

Com­pli­ci le insta­bi­li­tà del mon­do con­tem­po­ra­neo, non c’è da stu­pir­si se la nostal­gia sia diven­ta­ta una del­le nar­ra­zio­ni più per­va­si­ve che abbia­mo a dispo­si­zio­ne: essa, infat­ti, “è in par­te un’astrazione emo­ti­va del sen­so di pro­te­zio­ne fisi­ca” (Tan­ner 2024a, 90). Se il futu­ro si pre­sen­ta come una minac­cia, è faci­le che il desi­de­rio di pro­te­zio­ne si spo­sti all’indietro, ver­so un ‘pri­ma’ che imma­gi­nia­mo più com­pren­si­bi­le e dun­que più sicu­ro. Anche la casa, per lun­go tem­po meta­fo­ra di ripa­ro, è sta­ta costret­ta a per­de­re par­te del­la sua inno­cen­za: da un lato per­ché la vio­len­za può irrom­pe­re negli spa­zi quo­ti­dia­ni e ordi­na­ri i fat­ti acca­du­ti l’11 set­tem­bre 2001, per esem­pio, lo han­no dimo­stra­to con chia­rez­za dall’altro per­ché la cri­si cli­ma­ti­ca incri­na l’idea stes­sa di un ‘den­tro’ sta­bi­le e sicu­ro, ren­den­do vul­ne­ra­bi­li i luo­ghi dome­sti­ci che sen­tia­mo come pro­tet­ti­vi. In que­sto sce­na­rio, ‘tor­na­re’ smet­te di esse­re un sen­ti­men­to e diven­ta una richie­sta di ordi­ne: la spe­ran­za, spes­so illu­so­ria, che esi­sta un tem­po in cui le cose era­no più chia­re, i con­fi­ni più net­ti, e la sicu­rez­za, distri­bui­ta anche allo­ra in modo dise­gua­le ma per­ce­pi­ta come ovvia da chi ne gode­va, non sem­bra­va un pri­vi­le­gio inter­mit­ten­te, ma una con­di­zio­ne di base, una pro­mes­sa che oggi pren­de cor­po in appa­ra­ti di con­trol­lo del con­fi­ne anche inter­no, dall’ICE negli Sta­ti Uni­ti ai dispo­si­ti­vi euro­pei e nazio­na­li di gestio­ne del­le migra­zio­ni.

A metà degli anni Set­tan­ta del seco­lo scor­so, l’idea che la nostal­gia potes­se costi­tui­re ter­re­no fer­ti­le per le idee poli­ti­che veni­va con­si­de­ra­ta qua­si una bat­tu­ta di spi­ri­to. Il gior­na­li­sta inve­sti­ga­ti­vo Jim Hou­gan scri­ve, a riguar­do: 

“Non c’è ragio­ne di aspet­ta­re che la mas­sa degli ame­ri­ca­ni andrà incon­tro a una nostal­gia di carat­te­re rivo­lu­zio­na­rio […] L’idea stes­sa è ridi­co­la. Che aspet­to dovreb­be ave­re? Imma­gi­nia­mo sva­ria­ti milio­ni di ame­ri­ca­ni in mar­cia lun­go Penn­syl­va­nia Ave­nue che into­na­no

RIDA­TE­CI / I BEI VEC­CHI TEM­PI!

RIDA­TE­CI / I BEI VEC­CHI TEM­PI!

RIDA­TE­CI / I BEI VEC­CHI TEM­PI!” (Tan­ner 2024b, 107).

Eppu­re, pro­prio nel 2016, guar­da caso l’anno che abbia­mo pre­so come pun­to di ini­zio del discor­so, qual­co­sa di ana­lo­go comin­cia a esi­ste­re dav­ve­ro, solo in una for­ma più ele­gan­te e spen­di­bi­le. Donald Trump entra nel­la cor­sa pre­si­den­zia­le con uno slo­gan che con­tie­ne già al suo inter­no l’intero mec­ca­ni­smo del­la nostal­gia: Make Ame­ri­ca Great Again. Non è tan­to l’invito a ‘fare’, a col­pi­re, quan­to quell’again che orien­ta l’azione; la pro­mes­sa non è un futu­ro diver­so, ma la restau­ra­zio­ne dei vec­chi fasti. La gran­dez­za evo­ca­ta resta deli­be­ra­ta­men­te vaga, non a caso vie­ne impie­ga­ta come stra­te­gia in tut­te le reto­ri­che popu­li­ste. Negli Sta­ti Uni­ti que­sto lin­guag­gio tro­va una riso­nan­za par­ti­co­la­re nell’elettorato maschi­le, den­tro un diva­rio di gene­re regi­stra­to da tem­po: l’idea che qual­co­sa ‘spet­ti’ e che sia sta­to sot­trat­to attec­chi­sce più facil­men­te quan­do si è cre­sciu­ti pen­san­do quel qual­co­sa come un dirit­to natu­ra­le. E, tut­ta­via, la pre­sa non riguar­da solo gli uomi­ni bian­chi: inter­cet­ta anche uomi­ni pove­ri e raz­zia­liz­za­ti, ai qua­li la pro­mes­sa offre spes­so un risar­ci­men­to sim­bo­li­co, men­tre le con­se­guen­ze mate­ria­li fini­sco­no per rica­de­re anche su di loro.

Quan­do, dopo le ele­zio­ni del 2020, Trump non vie­ne ricon­fer­ma­to, la fan­ta­sia di Hou­gan smet­te defi­ni­ti­va­men­te di appa­ri­re grot­te­sca. Il 6 gen­na­io 2021, men­tre il Con­gres­so è riu­ni­to per cer­ti­fi­ca­re il risul­ta­to elet­to­ra­le, una fol­la di suoi soste­ni­to­ri assal­ta il Cam­pi­do­glio: non più un cor­teo che chie­de i ‘bei vec­chi tem­pi’, ma una mobi­li­ta­zio­ne che pro­va a bloc­ca­re il pre­sen­te in nome di un pas­sa­to pro­mes­so.

La nostal­gia si mani­fe­sta defi­ni­ti­va­men­te come for­za poli­ti­ca dimo­stran­do che, nel­le mani giu­ste (cioè quel­le sba­glia­te), sa tra­sfor­ma­re un ‘mi man­ca’ in un ‘mi spet­ta’.

Non è un caso, allo­ra, se que­sta logi­ca del­la resti­tu­zio­ne vie­ne impie­ga­ta con par­ti­co­la­re effi­ca­cia dal­le destre. Come sot­to­li­nea la docen­te Maria Giu­sep­pi­na Pacil­li, il lega­me tra maschi­li­smo, radi­ca­liz­za­zio­ne poli­ti­ca e imma­gi­na­ri rea­zio­na­ri è uno dei nodi che, da diver­si anni, si è impo­sto sul­la sce­na pub­bli­ca, spes­so in for­me car­si­che, rico­no­sci­bi­li solo a poste­rio­ri. Nel suo Uomi­ni duri (2020), Pacil­li mostra come le que­stio­ni di gene­re non costi­tui­sca­no un tema late­ra­le, da agi­ta­re all’occorrenza, ma un vero per­no ideo­lo­gi­co su cui si impian­ta­no le nar­ra­zio­ni di destra: ser­vo­no a dare un vol­to alla pau­ra e a indi­riz­za­re il risen­ti­men­to. 

Den­tro que­sta cor­ni­ce, la nostal­gia poli­ti­ca che sor­reg­ge la reto­ri­ca del­la destra, nazio­na­le e inter­na­zio­na­le, si muo­ve lun­go due per­cor­si intrec­cia­ti. Il pri­mo è quel­lo del supre­ma­ti­smo bian­co, che si espri­me in par­ti­co­la­re attra­ver­so pra­ti­che e isti­tu­zio­ni di con­trol­lo dei con­fi­ni, dal­la cri­mi­na­liz­za­zio­ne siste­ma­ti­ca del­le per­so­ne stra­nie­re fino alla reto­ri­ca secu­ri­ta­ria che pro­met­te di pro­teg­ge­re le ‘nostre’ don­ne, la ‘nostra’ eco­no­mia, le ‘nostre’ risor­se. L’elemento deci­si­vo non è la dife­sa in sé, ma la gram­ma­ti­ca del pos­ses­so impli­ci­ta nell’uso dell’aggettivo pos­ses­si­vo: ciò che va sal­va­to vie­ne trat­ta­to come una dispo­ni­bi­li­tà natu­ra­le dell’uomo bian­co, minac­cia­ta dall’esterno e dun­que da pre­si­dia­re.  In fili­gra­na, la pau­ra non riguar­da sol­tan­to l’insicurezza o la scar­si­tà, ma la per­di­ta di posi­zio­ne: l’ipotesi che l’uomo bian­co non sia più il cen­tro, la misu­ra e il bene­fi­cia­rio impli­ci­to dell’ordine socia­le. È que­sto timo­re di esse­re decen­tra­to – di vede­re incri­na­ta una supre­ma­zia vis­su­ta come ovvia – che tra­sfor­ma il lin­guag­gio del­la pro­te­zio­ne in una pro­mes­sa di restau­ra­zio­ne. Il secon­do via­ti­co è quel­lo del supre­ma­ti­smo maschi­le, più inter­no e meno dichia­ra­to, ma non meno poten­te. Qui pro­li­fe­ra­no e si radi­ca­liz­za­no grup­pi come gli MRA, acro­ni­mo di Men’s Rights Acti­vists –“atti­vi­sti per i dirit­ti degli uomi­ni” – che caval­ca­no la reto­ri­ca dell’uomo ‘in cri­si’ per tra­dur­re il disa­gio in riven­di­ca­zio­ne; l’idea che ‘si sta­va meglio pri­ma’ non riguar­da sol­tan­to l’economia o il pre­sti­gio socia­le, ma un asset­to dei ruo­li rite­nu­to sta­bi­le, in cui la maschi­li­tà non ave­va biso­gno di nego­zia­re nul­la per­ché si per­ce­pi­va come misu­ra pre­sta­bi­li­ta e neu­tra­le dell’intero ordi­ne del­le cose. In que­sta pro­spet­ti­va, il pas­sa­to non è tan­to un ricor­do ma un model­lo nor­ma­ti­vo. Per fun­zio­na­re deve pri­ma esse­re boni­fi­ca­to: si can­cel­la la fati­ca che quel mon­do impo­ne­va, si rimuo­vo­no le vio­len­ze rese ordi­na­rie, si met­te tra paren­te­si il costo paga­to da chi sta­va ai mar­gi­ni; spa­ri­sco­no le don­ne costret­te al silen­zio, le per­so­ne queer ricac­cia­te nell’invisibilità, le mino­ran­ze tol­le­ra­te solo a pat­to di non distur­ba­re. Al loro posto resta un’immagine sem­pli­fi­ca­ta e ras­si­cu­ran­te, un tem­po ‘chia­ro’, in cui i ruo­li sem­bra­no natu­ra­li pro­prio per­ché non veni­va­no mai discus­si. 

Dopo esse­re ripu­li­to da tut­to ciò che lo ren­de­reb­be dav­ve­ro memo­ra­bi­le, cioè ambi­va­len­te e dun­que sco­mo­do, quel pas­sa­to vie­ne sele­zio­na­to e uti­liz­za­to come fon­te di legit­ti­ma­zio­ne. È pro­prio que­sta moda­li­tà ope­ra­ti­va che fa da per­no alla reto­ri­ca del bac­klash. Come ha descrit­to la gior­na­li­sta Susan Falu­di, si trat­ta di un con­trat­tac­co cul­tu­ra­le che, di fron­te ai pro­gres­si dei fem­mi­ni­smi, rior­ga­niz­za il discor­so pub­bli­co per pre­sen­ta­re l’emancipazione come cau­sa del males­se­re con­tem­po­ra­neo. Si trat­ta di una reto­ri­ca sub­do­la per­ché non nega aper­ta­men­te i dirit­ti, piut­to­sto, insi­nua che ci si sia ‘spin­ti trop­po oltre’ e che ciò pro­du­ca più costi che bene­fi­ci. E se guar­dia­mo a ciò che si muo­ve tra i più gio­va­ni, il mec­ca­ni­smo si vede bene: tra mol­ti ragaz­zi del­la Gen Z cre­sce una postu­ra con­ser­va­tri­ce che inter­pre­ta il fem­mi­ni­smo come ecces­so e tra­du­ce quel pre­sun­to ecces­so in una nar­ra­zio­ne vit­ti­mi­sti­ca, secon­do cui a paga­re il prez­zo sareb­be­ro sta­ti i loro dirit­ti, la loro pos­si­bi­li­tà di rico­no­scer­si, di sta­re nel mon­do sen­za sen­tir­si mes­si sot­to accu­sa. 

La nostal­gia, e più in gene­ra­le l’immaginario che striz­za l’occhio al pas­sa­to, meri­ta cau­te­la pri­ma di diven­ta­re un trend a cui ade­ri­re sen­za riser­ve. L’impulso di tor­na­re a un’epoca che non c’è più, infat­ti non è mai neu­tro per­ché il pas­sa­to che imma­gi­nia­mo come rifu­gio rara­men­te coin­ci­de con ciò che è sta­to dav­ve­ro. 

Die­tro l’idea che un ritor­no sia pos­si­bi­le si muo­vo­no alme­no due for­ze. La pri­ma è la rea­zio­ne di chi avver­te come minac­cia l’allargamento dei dirit­ti – socia­li e civi­li  – e del­lo spa­zio pub­bli­co, ora final­men­te abi­ta­to da sog­get­ti­vi­tà che per seco­li sono rima­ste ai mar­gi­ni. Quan­do don­ne e mino­ran­ze smet­to­no di esse­re com­par­se e diven­ta­no inter­lo­cu­tri­ci, l’ordine pre­ce­den­te appa­re improv­vi­sa­men­te come qual­co­sa da ‘ripri­sti­na­re’, e la nostal­gia diven­ta il modo più ele­gan­te per dir­lo. La secon­da for­za è più dif­fu­sa e meno cini­ca: è l’intuizione che stia­mo viven­do dav­ve­ro quel­li che un pro­ver­bio cine­se defi­ni­va “tem­pi inte­res­san­ti” – un’espressione che suo­na come augu­rio ma in real­tà è una male­di­zio­ne, per­ché ‘inte­res­san­te’ qui signi­fi­ca insta­bi­le. Se il pre­sen­te assu­me que­sti con­tor­ni, è com­pren­si­bi­le cer­ca­re un tem­po che sem­bri più leg­gi­bi­le, che sap­pia resti­tuir­ci le sicu­rez­ze per­du­te. Ma è pro­prio que­sto il pun­to: non sarà il pas­sa­to a pro­teg­ger­ci dal­le frat­tu­re socia­li e poli­ti­che in cor­so, né l’analogico ci resti­tui­rà auto­ma­ti­ca­men­te un sen­so di sicu­rez­za che il mon­do ha smes­so di garan­ti­re. Se qual­co­sa potrà sal­var­si, dipen­de­rà solo dal­la stra­da che deci­de­re­mo di pren­de­re. Non un ritor­no a un pri­ma ripu­li­to e ras­si­cu­ran­te, ma un pas­so in avan­ti, più fati­co­so, ver­so la con­sa­pe­vo­lez­za; accet­ta­re che il futu­ro pos­sa ave­re tin­te fosche e che, pro­prio per que­sto, richie­de stru­men­ti miglio­ri del­la nostal­gia. Non un rifu­gio, ma un’assunzione di respon­sa­bi­li­tà: l’unico modo serio di attra­ver­sa­re i tem­pi che stia­mo viven­do sen­za con­se­gnar­li, per pau­ra, a chi pro­met­te restau­ra­zio­ni impos­si­bi­li.

Foto­gra­fia di Ste­fan Nie­land

Biblio­gra­fia

Tan­ner Graf­ton. 2024a. Nostal­go­rit­mo. Poli­ti­ca del­la nostal­gia, Edi­zio­ni Tlon, Roma.

Tan­ner Graf­ton. 2024b. Fore­ve­ri­smo. Feno­me­no­lo­gia di ciò che non fini­sce, effe­qu, Firen­ze.

Pacil­li Maria Giu­sep­pi­na. 2020. Uomi­ni duri. Il lato oscu­ro del­la masco­li­ni­tà, Il Muli­no, Bolo­gna.

Sito­gra­fia

Men­ke Manuel. 2017. See­king Com­fort in Past Media: Mode­ling Media Nostal­gia as a Way of

Coping With Media Chan­ge,
Inter­na­tio­nal Jour­nal of Com­mu­ni­ca­tion, 11, 2017, 626–646.

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