Ormai da molti anni, dicembre – nella società dei numeri e dell’iperperformatività – è il mese dove le piattaforme musicali di streaming espongono ai loro utenti il resoconto annuale dei propri ascolti. I nomi in vetta alle classifiche non stupiscono più da anni e oramai il genere rap/trap domina qualsiasi classifica. Il vento però sta cambiando. Quello che sta succedendo intorno a noi – dai conflitti alla perenne precarietà in cui si ritrovano i giovani della nostra generazione – si riflette immancabilmente sull’arte che prediligo: la musica. L’arte in generale e la musica in particolare colgono mirabilmente, e anzi spesso anticipano, le inclinazioni sociali: oggi c’è la necessità di ricomporre un linguaggio nuovo, fatto di fragilità e silenzi dove è possibile immaginare paesaggi che ancora non esistono. E così, proprio in quei giorni, il cinque dicembre, esce per Sugar Music Nessuna, l’EP di Altea. Nessuna è un disco di resistenza intima: non vuole sottrarsi al mondo, ma modellarlo in qualcosa di inedito. Altea – cantante e autrice classe ’98 – rispecchia in modo evidente il nuovo dialogo continuo tra voce e suono, tra materia ed elettronica, restituendo alla musica la sua dimensione più autentica: quella del bisogno. Un filo rosso che unisce le nuove generazioni di cantautrici italiane. Già nel suo precedente EP, Non ti scordar di me (2022), Altea si era mossa insieme al compositore Giovanni Troccoli tra suoni sporchi, texture ovattate e respiri lasciati a metà. Nasce un linguaggio che Altea definisce pop sperimentale: intimo ma denso, fragile ma deciso, dove l’elettronica incontra la voce umana senza mai sovrastarla. La sua voce filtrata, come tutto il trattamento sonoro dei suoi lavori, enfatizzano un suono distorto, che a discapito della chiarezza d’ascolto raggiunge un’organicità che ci trascina con sé, dentro quell’orrida crepa che alcuni chiamano subconscio.
Vorrei partire dai luoghi, prima il Salento e adesso Napoli. Vivere in terreni periferici è una scelta – permettimi di dire – rivoluzionaria oggigiorno. Quali sono i fattori che ti spingono a rivendicare questa decisione non solo umana, ma anche professionale?
Per me la dimensione professionale è subordinata a quella umana. Ho scelto di muovermi in un contesto che risuonasse con il mio modo di essere, un luogo che vibrasse alle mie stesse frequenze. Nelle zone periferiche sento che il ritmo della vita è coerente ai miei bisogni, che gestisco le fasi della giornata senza per forza sentirmi oppressa dai ritmi frenetici della contemporaneità. Questo vuol dire anche potermi fermare quando ne ho bisogno e concedermi di procedere con lentezza se serve. Sento che nelle periferie esistono dei coni d’ombra dove niente arriva, e da quei vuoti, lontane dalle ingerenze istituzionali, avvengono le creazioni spontanee. Penso che, in queste complessità, ci sia una continua tensione che spinge le persone a bruciare come dei carboni ardenti per restare vive. Ho scelto Napoli perché la sento vicina, perché mi sembra una delle poche metropoli che, nonostante la contemporaneità, ancora resiste all’appiattimento.
Da piccola sei cresciuta con un padre musicista, fondatore del gruppo Alla Bua, in che modo questo ha contribuito e ispirato la tua formazione musicale?
Quell’esperienza è stata un faro per me. Ricordo le suonate in cortile nelle sere d’estate e i festival nelle piazze dove si ballava la pizzica per ore. La musica popolare in quegli anni ha avuto un ruolo importante di recupero e riappropriazione dell’identità locale collettiva, di collante sociale, forgiando un movimento di artisti e musicisti di una nuova generazione che elaborava la tradizione in chiave innovativa, moderna. Da loro ho imparato l’importanza della condivisione di visioni, la ricchezza che nasce dall’incontro delle pluralità e quanto sia imprescindibile proteggere e trasmettere il nostro patrimonio musicale. Quegli anni hanno modellato molto il mio gusto e la mia sensibilità, avvicinandola a un certo tipo di sonorità ruvide, viscerali e imperfette.
In una recente intervista su Rolling Stone, parlando di Napoli, ribadisci l’importanza dei centri sociali come “luoghi fertili [..] dove si possono fare concerti, dove andare a sentire musica, dove fare rassegne più indipendenti”. Purtroppo, nella società post-ideologica assistiamo allo smantellamento progressivo di questo tipo di luoghi di aggregazione. Quali ambienti futuri immagini per un/a giovane artista emergente?
Dalle narrazioni che circolano oggi sembra quasi che l’unico orizzonte possibile per le realtà indipendenti sarà quello digitale, come se l’internet fosse l’unico spazio rimasto. Non voglio pensare che sia solo così. Sono convinta che ci sarà sempre una spinta che nasce dal basso, un bisogno collettivo di incontrarsi e cercare spazi dove sperimentare forme di autogestione e coscienza politica. Non bisogna dimenticarsi dei luoghi di incontro spontaneo, delle piazze, delle panchine, dei muretti, dei bar sotto casa, vivere questo tipo di spazi è imprescindibile per crescere.
Il nome di questa rivista – Ātman – è una parola sanscrita pregna di significati per l’universo buddhista. Questa disciplina concepisce il cammino verso il nirvana come una sottrazione, in totale controtendenza con il mondo post-capitalista basato sull’accumulo e la crescita infinita. Nella tua musica mantrica ci ritrovo molti concetti del buddhismo, hai mai avuto un approccio con questa dottrina?
Il mio primo contatto con questa disciplina è avvenuto molti anni fa attraverso mia madre. Lei è un’insegnante di yoga da più di 30 anni e ha spesso condiviso con me letture, pratiche e riflessioni che l’hanno entusiasmata. Trovo le dottrine orientali molto interessanti perché forniscono una visione profonda dell’esistenza, paradigmaticamente opposta alla visione capitalista e consumistica su cui si costruisce la civiltà occidentale. Io stessa poi mi ci sono interessata e ho letto a riguardo. Mi affascina molto il concetto di ciclicità dell’esistenza, di liberazione dall’attaccamento e di gioia eterna (Ananda, altra parola sanscrita), quel godimento spirituale che deriva dal distacco, e che quindi non è legato a degli umori transitori dell’essere terreno, ma a stati profondi di fusione estatica con il tutto. Nel processo di scrittura cerco spesso di entrare in stati meditativi tramite la ripetizione mantrica di melodie che mi aiutano a separarmi da alcune barriere e sviscerare le emozioni, tirarle fuori e lasciarle libere, senza redini.
Parlando di Nessuna, puoi spiegarci brevemente la genesi di questo lavoro?
Nessuna si è sviluppata come un puzzle. Negli ultimi tre anni ho collezionato una serie di momenti che sentivo importante fissare nel tempo. Poi negli ultimi due anni si è lavorato a ogni frammento, e lentamente è emersa l’immagine d’insieme. È stato come se tutti quei momenti solitari avessero acquisito improvvisamente il senso complesso del quadro generale, di una vita che cammina. In questo percorso è stato fondamentale aver condiviso il lavoro con gli artisti e i produttori che mi hanno affiancato nell’impresa. Probabilmente da sola non avrei ancora avuto la lucidità di comprendere che quei cocci rotti potessero essere le parti di un vaso prezioso.
Immergendomi nei tuoi brani ho pensato a questa celebre citazione attribuita a Luigi Tenco: “Perché scrivi solo cose tristi?” “Perché quando sono felice esco”. Questa visione racchiude la creazione artistica di molti autori: per te vale lo stesso? Come vivi il tuo processo creativo?
Nella creazione per me è molto importante attingere da ciò che vivo. Colgo l’ispirazione dalle mie esperienze, dalle percezioni che ho del mondo esterno e dalle emozioni che queste suscitano nel mio mondo interiore. Nella composizione cerco di elaborare delle situazioni spesso emotivamente impegnative per me. Perciò stimo molto Tenco e mi riconosco nelle sue parole. Capisco che le mie canzoni possano sembrare tristi, ma le mie giornate sono costellate di tanti umori diversi e non mi reputo affatto una persona sempre triste o sempre arrabbiata, anzi direi che è proprio grazie alla scrittura che riesco a non tenermi dentro, chiusi a chiave, i miei disagi. L’arte per me è uno strumento potente per dare spazio alle mie crepe, per esplorare e liberare le emozioni più profonde, soprattutto quelle opprimenti.
Sei laureata in psicologia, con una tesi sulla Taranta come rito di guarigione, quando e in che modo hai percepito la musica come strumento di conoscenza e cura?
Fin da piccola mi è stato trasmesso che la musica, se usata con consapevolezza, è di per sé un potentissimo strumento terapeutico. Il Tarantismo ne è un esempio, in quanto rituale antico e linguaggio ancestrale in grado di creare un ponte tra corpo e spirito. Lo scopo era quello di facilitare, tramite la musica, stati di trance e di catarsi attraverso danze frenetiche, lamenti rituali e ritmi ossessivi. Questa pratica era soprattutto dedicata alle donne che soffrivano di disturbi psicosomatici, perché costrette a vivere in condizioni di grande fatica e sacrificio. L’orchestrina terapeutica, mantenendo il ritmo per ore o per giorni, guidava le tarantate nel processo di liberazione, facendole ballare fino all’esaurimento della pressione psicologica.
Oggi il contesto cittadino in cui viviamo sembra distante da quella vita contadina, ma spesso mi sembra che la nostra condizione psichica non sia lontana da quella delle donne che raccoglievano il tabacco nei campi e dicevano di essere state morse dalla taranta.
Nella tua musica percepisco un retroterra fortissimo di musica popolare salentina, una costruzione di un pensiero autonomo del Meridione che possa pensare se stesso come parte di una continuità mediterranea piuttosto che come antitesi del Nord. Dove pensi risieda il potenziale inespresso del Sud?
Ritengo che il potenziale del Sud non sia nascosto, ma piuttosto trascurato, poco valorizzato e invaso da politiche di sfruttamento economico del territorio. Nel corso dei secoli il Sud Italia ha subito numerose dominazioni, rendendolo crocevia di popoli e culture diverse che hanno arricchito profondamente il suo patrimonio culturale. La musica popolare ha rappresentato un vero mezzo di resistenza delle identità locali. È riuscita a raccontare le storie della tradizione, di vita quotidiana, di lavoro, di oppressione, assorbendo le contaminazioni, ma mantenendo sempre viva la memoria collettiva di un popolo. Per questo è importante che queste tracce non vadano perse, che i grossi ingranaggi dell’industria non schiaccino le specificità di ogni luogo fino ad inglobarle e piegarle alla standardizzazione.
Oltre all’universo musicale, quali sono i tuoi punti di riferimento culturali?
Amo il mondo del cinema, mi appassionano molto i film del movimento neorealista italiano perché li trovo sinceri, crudi. Mi sembra che il Neorealismo si sia formato in contrapposizione al cinema classico, quello sostenuto da Hollywood e dallo star system. Il movimento aveva la missione di raccontare la devastazione che la guerra aveva lasciato, sia nei luoghi esterni mostrando quindi rovine e distruzione, sia nei luoghi interni, quelli intimi delle case delle classi disagiate. I protagonisti erano attori non professionisti e lo scopo era proprio mettere in scena la quotidianità e le difficoltà che in quel periodo si dovevano affrontare. Un simile movimento poi è nato anche in Francia, con La Nouvelle Vague, che ha raccolto tanti giovani registi che filmavano la loro realtà con mezzi di fortuna. Questi movimenti hanno rivoluzionato molto il modo di pensare al cinema e l’hanno alleggerito tramite una nuova visione, moderna. Credo che questi film mi abbiano appassionato perché in quella mentalità mi ci riconosco, è un po’ quello che tento di fare con la mia musica. Cerco di ridurla all’osso, rinunciando al superfluo, privandola di fronzoli ed evitando di edulcorarla per farla entrare in certi canoni comprensibili. Questa è la maniera più sincera che conosco per esprimere quello che sento.
L’arte – e nel tuo caso la musica – possono essere politica? Lo sono intrinsecamente o è necessario esplicitare il messaggio politico?
Credo che ogni cosa che facciamo abbia una dimensione politica. Non necessariamente serve uno slogan per poterlo individuare. Anche quando non affronta esplicitamente tematiche ideologiche, l’arte è occasione di rottura o di riflessione di alcune istanze sociali. A volte è proprio nella scelta di non esplicitare, nel modo in cui si racconta o si manipolano i diversi linguaggi, che risiede la sua forza simbolica.
Nel brano Estati peggiori affermi: “Conosco troppi modi per sparire”. Oggigiorno, con l’avvento delle piattaforme di streaming possiamo stoppare una canzone o un film quando vogliamo. Nello sport assistiamo a pause più o meno lunghe in cui gli atleti si fermano per rifiatare. Ecco, proprio in questi freddi pomeriggi di dicembre penso che sparire sia un atto dovuto, necessario e perché no anche rivoluzionario, visti i ritmi a cui la maggior parte degli individui occidentali sono sottoposti a causa della macchina capitalistica.
Quando senti che è il momento di sparire?
Quando avverto di perdere la rotta. Ritirarsi, in quei momenti, diventa per me una risorsa preziosa, uno spazio necessario per ritrovare il mio equilibrio. Mi piace il caos, la gente e avere tante persone intorno, ma è nel silenzio che riesco a fare ordine, a distinguere il rumore. Vivo momenti del genere spesso, forse per questo conosco troppi modi per sparire.
Ultima domanda, nel brano Nuvole c’è un passaggio in cui dici “Dobbiamo prevedere/La forma delle nuvole/Ci piace fantasticare”: quando pensi al tuo futuro cosa prevedi? Come immagini le prossime nuvole?
Ci sono stati periodi della mia vita in cui tutto mi appariva nitido davanti agli occhi e immaginare mondi era per me un esercizio di magia attrattiva. Oggi il nostro futuro mi sembra meno leggibile. Intorno a me percepisco molta disillusione, una malinconia diffusa, tanta rabbia e frustrazione e sento che in vari modi questo mi attraversa. Ciononostante, continuo a credere nella possibilità di un cambiamento, di un risveglio. La storia è ciclica e nulla resta immobile per sempre.
Fotografie di Francesco Savaglia