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Gennaio
5 Gennaio 2026

INTER­VI­STA AD ALTEA

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18 min

Ormai da mol­ti anni, dicem­bre – nel­la socie­tà dei nume­ri e dell’iperperformatività – è il mese dove le piat­ta­for­me musi­ca­li di strea­ming espon­go­no ai loro uten­ti il reso­con­to annua­le dei pro­pri ascol­ti. I nomi in vet­ta alle clas­si­fi­che non stu­pi­sco­no più da anni e ora­mai il gene­re rap/trap domi­na qual­sia­si clas­si­fi­ca. Il ven­to però sta cam­bian­do. Quel­lo che sta suc­ce­den­do intor­no a noi – dai con­flit­ti alla peren­ne pre­ca­rie­tà in cui si ritro­va­no i gio­va­ni del­la nostra gene­ra­zio­ne – si riflet­te imman­ca­bil­men­te sull’arte che pre­di­li­go: la musi­ca. L’arte in gene­ra­le e la musi­ca in par­ti­co­la­re col­go­no mira­bil­men­te, e anzi spes­so anti­ci­pa­no, le incli­na­zio­ni socia­li: oggi c’è la neces­si­tà di ricom­por­re un lin­guag­gio nuo­vo, fat­to di fra­gi­li­tà e silen­zi dove è pos­si­bi­le imma­gi­na­re pae­sag­gi che anco­ra non esi­sto­no. E così, pro­prio in quei gior­ni, il cin­que dicem­bre, esce per Sugar Music Nes­su­na, l’EP di Altea. Nes­su­na è un disco di resi­sten­za inti­ma: non vuo­le sot­trar­si al mon­do, ma model­lar­lo in qual­co­sa di ine­di­to. Altea – can­tan­te e autri­ce clas­se ’98 – rispec­chia in modo evi­den­te il nuo­vo dia­lo­go con­ti­nuo tra voce e suo­no, tra mate­ria ed elet­tro­ni­ca, resti­tuen­do alla musi­ca la sua dimen­sio­ne più auten­ti­ca: quel­la del biso­gno. Un filo ros­so che uni­sce le nuo­ve gene­ra­zio­ni di can­tau­tri­ci ita­lia­ne. Già nel suo pre­ce­den­te EP, Non ti scor­dar di me (2022), Altea si era mos­sa insie­me al com­po­si­to­re Gio­van­ni Troc­co­li tra suo­ni spor­chi, tex­tu­re ovat­ta­te e respi­ri lascia­ti a metà. Nasce un lin­guag­gio che Altea defi­ni­sce pop spe­ri­men­ta­le: inti­mo ma den­so, fra­gi­le ma deci­so, dove l’elettronica incon­tra la voce uma­na sen­za mai sovra­star­la. La sua voce fil­tra­ta, come tut­to il trat­ta­men­to sono­ro dei suoi lavo­ri, enfa­tiz­za­no un suo­no distor­to, che a disca­pi­to del­la chia­rez­za d’ascolto rag­giun­ge un’organicità che ci tra­sci­na con sé, den­tro quell’orrida cre­pa che alcu­ni chia­ma­no sub­con­scio.

Vor­rei par­ti­re dai luo­ghi, pri­ma il Salen­to e ades­so Napo­li. Vive­re in ter­re­ni peri­fe­ri­ci è una scel­ta per­met­ti­mi di dire rivo­lu­zio­na­ria oggi­gior­no. Qua­li sono i fat­to­ri che ti spin­go­no a riven­di­ca­re que­sta deci­sio­ne non solo uma­na, ma anche pro­fes­sio­na­le?

Per me la dimen­sio­ne pro­fes­sio­na­le è subor­di­na­ta a quel­la uma­na. Ho scel­to di muo­ver­mi in un con­te­sto che risuo­nas­se con il mio modo di esse­re, un luo­go che vibras­se alle mie stes­se fre­quen­ze. Nel­le zone peri­fe­ri­che sen­to che il rit­mo del­la vita è coe­ren­te ai miei biso­gni, che gesti­sco le fasi del­la gior­na­ta sen­za per for­za sen­tir­mi oppres­sa dai rit­mi fre­ne­ti­ci del­la con­tem­po­ra­nei­tà. Que­sto vuol dire anche poter­mi fer­ma­re quan­do ne ho biso­gno e con­ce­der­mi di pro­ce­de­re con len­tez­za se ser­ve. Sen­to che nel­le peri­fe­rie esi­sto­no dei coni d’ombra dove nien­te arri­va, e da quei vuo­ti, lon­ta­ne dal­le inge­ren­ze isti­tu­zio­na­li, avven­go­no le crea­zio­ni spon­ta­nee. Pen­so che, in que­ste com­ples­si­tà, ci sia una con­ti­nua ten­sio­ne che spin­ge le per­so­ne a bru­cia­re come dei car­bo­ni arden­ti per resta­re vive. Ho scel­to Napo­li per­ché la sen­to vici­na, per­ché mi sem­bra una del­le poche metro­po­li che, nono­stan­te la con­tem­po­ra­nei­tà, anco­ra resi­ste all’appiattimento.  

Da pic­co­la sei cre­sciu­ta con un padre musi­ci­sta, fon­da­to­re del grup­po Alla Bua, in che modo que­sto ha con­tri­bui­to e ispi­ra­to la tua for­ma­zio­ne musi­ca­le?

Quell’esperienza è sta­ta un faro per me. Ricor­do le suo­na­te in cor­ti­le nel­le sere d’estate e i festi­val nel­le piaz­ze dove si bal­la­va la piz­zi­ca per ore.  La musi­ca popo­la­re in que­gli anni ha avu­to un ruo­lo impor­tan­te di recu­pe­ro e riap­pro­pria­zio­ne dell’identità loca­le col­let­ti­va, di col­lan­te socia­le, for­gian­do un movi­men­to di arti­sti e musi­ci­sti di una nuo­va gene­ra­zio­ne che ela­bo­ra­va la tra­di­zio­ne in chia­ve inno­va­ti­va, moder­na. Da loro ho impa­ra­to l’importanza del­la con­di­vi­sio­ne di visio­ni, la ric­chez­za che nasce dall’incontro del­le plu­ra­li­tà e quan­to sia impre­scin­di­bi­le pro­teg­ge­re e tra­smet­te­re il nostro patri­mo­nio musi­ca­le. Que­gli anni han­no model­la­to mol­to il mio gusto e la mia sen­si­bi­li­tà, avvi­ci­nan­do­la a un cer­to tipo di sono­ri­tà ruvi­de, visce­ra­li e imper­fet­te. 

In una recen­te inter­vi­sta su Rol­ling Sto­ne, par­lan­do di Napo­li, riba­di­sci l’importanza dei cen­tri socia­li come “luo­ghi fer­ti­li [..] dove si pos­so­no fare con­cer­ti, dove anda­re a sen­ti­re musi­ca, dove fare ras­se­gne più indi­pen­den­ti”. Pur­trop­po, nel­la socie­tà post-ideo­lo­gi­ca assi­stia­mo allo sman­tel­la­men­to pro­gres­si­vo di que­sto tipo di luo­ghi di aggre­ga­zio­ne. Qua­li ambien­ti futu­ri imma­gi­ni per un/a gio­va­ne arti­sta emer­gen­te?

Dal­le nar­ra­zio­ni che cir­co­la­no oggi sem­bra qua­si che l’unico oriz­zon­te pos­si­bi­le per le real­tà indi­pen­den­ti sarà quel­lo digi­ta­le, come se l’internet fos­se l’unico spa­zio rima­sto. Non voglio pen­sa­re che sia solo così. Sono con­vin­ta che ci sarà sem­pre una spin­ta che nasce dal bas­so, un biso­gno col­let­ti­vo di incon­trar­si e cer­ca­re spa­zi dove spe­ri­men­ta­re for­me di auto­ge­stio­ne e coscien­za poli­ti­ca. Non biso­gna dimen­ti­car­si dei luo­ghi di incon­tro spon­ta­neo, del­le piaz­ze, del­le pan­chi­ne, dei muret­ti, dei bar sot­to casa, vive­re que­sto tipo di spa­zi è impre­scin­di­bi­le per cre­sce­re.

Il nome di que­sta rivi­sta – Ātman – è una paro­la san­scri­ta pre­gna di signi­fi­ca­ti per l’universo bud­d­hi­sta. Que­sta disci­pli­na con­ce­pi­sce il cam­mi­no ver­so il nir­va­na come una sot­tra­zio­ne, in tota­le con­tro­ten­den­za con il mon­do post-capi­ta­li­sta basa­to sul­l’ac­cu­mu­lo e la cre­sci­ta infi­ni­ta. Nel­la tua musi­ca man­tri­ca ci ritro­vo mol­ti con­cet­ti del bud­d­hi­smo, hai mai avu­to un approc­cio con que­sta dot­tri­na?

Il mio pri­mo con­tat­to con que­sta disci­pli­na è avve­nu­to mol­ti anni fa attra­ver­so mia madre. Lei è un’insegnante di yoga da più di 30 anni e ha spes­so con­di­vi­so con me let­tu­re, pra­ti­che e rifles­sio­ni che l’hanno entu­sia­sma­ta. Tro­vo le dot­tri­ne orien­ta­li mol­to inte­res­san­ti per­ché for­ni­sco­no una visio­ne pro­fon­da dell’esistenza, para­dig­ma­ti­ca­men­te oppo­sta alla visio­ne capi­ta­li­sta e con­su­mi­sti­ca su cui si costrui­sce la civil­tà occi­den­ta­le. Io stes­sa poi mi ci sono inte­res­sa­ta e ho let­to a riguar­do. Mi affa­sci­na mol­to il con­cet­to di cicli­ci­tà dell’esistenza, di libe­ra­zio­ne dall’attaccamento e di gio­ia eter­na (Anan­da, altra paro­la san­scri­ta), quel godi­men­to spi­ri­tua­le che deri­va dal distac­co, e che quin­di non è lega­to a degli umo­ri tran­si­to­ri dell’essere ter­re­no, ma a sta­ti pro­fon­di di fusio­ne esta­ti­ca con il tut­to. Nel pro­ces­so di scrit­tu­ra cer­co spes­so di entra­re in sta­ti medi­ta­ti­vi tra­mi­te la ripe­ti­zio­ne man­tri­ca di melo­die che mi aiu­ta­no a sepa­rar­mi da alcu­ne bar­rie­re e svi­sce­ra­re le emo­zio­ni, tirar­le fuo­ri e lasciar­le libe­re, sen­za redi­ni.

Par­lan­do di Nes­su­na, puoi spie­gar­ci bre­ve­men­te la gene­si di que­sto lavo­ro? 

Nes­su­na si è svi­lup­pa­ta come un puzz­le. Negli ulti­mi tre anni ho col­le­zio­na­to una serie di momen­ti che sen­ti­vo impor­tan­te fis­sa­re nel tem­po. Poi negli ulti­mi due anni si è lavo­ra­to a ogni fram­men­to, e len­ta­men­te è emer­sa l’immagine d’insieme. È sta­to come se tut­ti quei momen­ti soli­ta­ri aves­se­ro acqui­si­to improv­vi­sa­men­te il sen­so com­ples­so del qua­dro gene­ra­le, di una vita che cam­mi­na. In que­sto per­cor­so è sta­to fon­da­men­ta­le aver con­di­vi­so il lavo­ro con gli arti­sti e i pro­dut­to­ri che mi han­no affian­ca­to nell’impresa. Pro­ba­bil­men­te da sola non avrei anco­ra avu­to la luci­di­tà di com­pren­de­re che quei coc­ci rot­ti potes­se­ro esse­re le par­ti di un vaso pre­zio­so. 

Immer­gen­do­mi nei tuoi bra­ni ho pen­sa­to a que­sta cele­bre cita­zio­ne attri­bui­ta a Lui­gi Ten­co: “Per­ché scri­vi solo cose tri­sti?” “Per­ché quan­do sono feli­ce esco”. Que­sta visio­ne rac­chiu­de la crea­zio­ne arti­sti­ca di mol­ti auto­ri: per te vale lo stes­so? Come vivi il tuo pro­ces­so crea­ti­vo?

Nel­la crea­zio­ne per me è mol­to impor­tan­te attin­ge­re da ciò che vivo. Col­go l’ispirazione dal­le mie espe­rien­ze, dal­le per­ce­zio­ni che ho del mon­do ester­no e dal­le emo­zio­ni che que­ste susci­ta­no nel mio mon­do inte­rio­re. Nel­la com­po­si­zio­ne cer­co di ela­bo­ra­re del­le situa­zio­ni spes­so emo­ti­va­men­te impe­gna­ti­ve per me. Per­ciò sti­mo mol­to Ten­co e mi rico­no­sco nel­le sue paro­le. Capi­sco che le mie can­zo­ni pos­sa­no sem­bra­re tri­sti, ma le mie gior­na­te sono costel­la­te di tan­ti umo­ri diver­si e non mi repu­to affat­to una per­so­na sem­pre tri­ste o sem­pre arrab­bia­ta, anzi direi che è pro­prio gra­zie alla scrit­tu­ra che rie­sco a non tener­mi den­tro, chiu­si a chia­ve, i miei disa­gi. L’ar­te per me è uno stru­men­to poten­te per dare spa­zio alle mie cre­pe, per esplo­ra­re e libe­ra­re le emo­zio­ni più pro­fon­de, soprat­tut­to quel­le oppri­men­ti. 

Sei lau­rea­ta in psi­co­lo­gia, con una tesi sul­la Taran­ta come rito di gua­ri­gio­ne, quan­do e in che modo hai per­ce­pi­to la musi­ca come stru­men­to di cono­scen­za e cura?  

Fin da pic­co­la mi è sta­to tra­smes­so che la musi­ca, se usa­ta con con­sa­pe­vo­lez­za, è di per sé un poten­tis­si­mo stru­men­to tera­peu­ti­co. Il Taran­ti­smo ne è un esem­pio, in quan­to ritua­le anti­co e lin­guag­gio ance­stra­le in gra­do di crea­re un pon­te tra cor­po e spi­ri­to. Lo sco­po era quel­lo di faci­li­ta­re, tra­mi­te la musi­ca, sta­ti di tran­ce e di catar­si attra­ver­so dan­ze fre­ne­ti­che, lamen­ti ritua­li e rit­mi osses­si­vi. Que­sta pra­ti­ca era soprat­tut­to dedi­ca­ta alle don­ne che sof­fri­va­no di distur­bi psi­co­so­ma­ti­ci, per­ché costret­te a vive­re in con­di­zio­ni di gran­de fati­ca e sacri­fi­cio. L’orchestrina tera­peu­ti­ca, man­te­nen­do il rit­mo per ore o per gior­ni, gui­da­va le taran­ta­te nel pro­ces­so di libe­ra­zio­ne, facen­do­le bal­la­re fino all’esaurimento del­la pres­sio­ne psi­co­lo­gi­ca. 
Oggi il con­te­sto cit­ta­di­no in cui vivia­mo sem­bra distan­te da quel­la vita con­ta­di­na, ma spes­so mi sem­bra che la nostra con­di­zio­ne psi­chi­ca non sia lon­ta­na da quella del­le don­ne che rac­co­glie­va­no il tabac­co nei cam­pi e dice­va­no di esse­re sta­te mor­se dal­la taran­ta.  

Nel­la tua musi­ca per­ce­pi­sco un retro­ter­ra for­tis­si­mo di musi­ca popo­la­re salen­ti­na, una costru­zio­ne di un pen­sie­ro auto­no­mo del Meri­dio­ne che pos­sa pen­sa­re se stes­so come par­te di una con­ti­nui­tà medi­ter­ra­nea piut­to­sto che come anti­te­si del Nord. Dove pen­si risie­da il poten­zia­le ine­spres­so del Sud?  

Riten­go che il poten­zia­le del Sud non sia nasco­sto, ma piut­to­sto tra­scu­ra­to, poco valo­riz­za­to e inva­so da poli­ti­che di sfrut­ta­men­to eco­no­mi­co del ter­ri­to­rio. Nel cor­so dei seco­li il Sud Ita­lia ha subi­to nume­ro­se domi­na­zio­ni, ren­den­do­lo cro­ce­via di popo­li e cul­tu­re diver­se che han­no arric­chi­to pro­fon­da­men­te il suo patri­mo­nio cul­tu­ra­le. La musi­ca popo­la­re ha rap­pre­sen­ta­to un vero mez­zo di resi­sten­za del­le iden­ti­tà loca­li. È riu­sci­ta a rac­con­ta­re le sto­rie del­la tra­di­zio­ne, di vita quo­ti­dia­na, di lavo­ro, di oppres­sio­ne, assor­ben­do le con­ta­mi­na­zio­ni, ma man­te­nen­do sem­pre viva la memo­ria col­let­ti­va di un popo­lo. Per que­sto è impor­tan­te che que­ste trac­ce non vada­no per­se, che i gros­si ingra­nag­gi dell’industria non schiac­ci­no le spe­ci­fi­ci­tà di ogni luo­go fino ad inglo­bar­le e pie­gar­le alla stan­dar­diz­za­zio­ne. 

Oltre all’universo musi­ca­le, qua­li sono i tuoi pun­ti di rife­ri­men­to cul­tu­ra­li?  

Amo il mon­do del cine­ma, mi appas­sio­na­no mol­to i film del movi­men­to neo­rea­li­sta ita­lia­no per­ché li tro­vo sin­ce­ri, cru­di. Mi sem­bra che il Neo­rea­li­smo si sia for­ma­to in con­trap­po­si­zio­ne al cine­ma clas­si­co, quel­lo soste­nu­to da Hol­ly­wood e dal­lo star system. Il movi­men­to ave­va la mis­sio­ne di rac­con­ta­re la deva­sta­zio­ne che la guer­ra ave­va lascia­to, sia nei luo­ghi ester­ni mostran­do quin­di rovi­ne e distru­zio­ne, sia nei luo­ghi inter­ni, quel­li inti­mi del­le case del­le clas­si disa­gia­te. I pro­ta­go­ni­sti era­no atto­ri non pro­fes­sio­ni­sti e lo sco­po era pro­prio met­te­re in sce­na la quo­ti­dia­ni­tà e le dif­fi­col­tà che in quel perio­do si dove­va­no affron­ta­re. Un simi­le movi­men­to poi è nato anche in Fran­cia, con La Nou­vel­le Vague, che ha rac­col­to tan­ti gio­va­ni regi­sti che fil­ma­va­no la loro real­tà con mez­zi di for­tu­na. Que­sti movi­men­ti han­no rivo­lu­zio­na­to mol­to il modo di pen­sa­re al cine­ma e l’hanno alleg­ge­ri­to tra­mi­te una nuo­va visio­ne, moder­na. Cre­do che que­sti film mi abbia­no appas­sio­na­to per­ché in quel­la men­ta­li­tà mi ci rico­no­sco, è un po’ quel­lo che ten­to di fare con la mia musi­ca. Cer­co di ridur­la all’osso, rinun­cian­do al super­fluo, pri­van­do­la di fron­zo­li ed evi­tan­do di edul­co­rar­la per far­la entra­re in cer­ti cano­ni com­pren­si­bi­li. Que­sta è la manie­ra più sin­ce­ra che cono­sco per espri­me­re quel­lo che sen­to.  

L’arte – e nel tuo caso la musi­ca – pos­so­no esse­re poli­ti­ca? Lo sono intrin­se­ca­men­te o è neces­sa­rio espli­ci­ta­re il mes­sag­gio poli­ti­co?

Cre­do che ogni cosa che fac­cia­mo abbia una dimen­sio­ne poli­ti­ca. Non neces­sa­ria­men­te ser­ve uno slo­gan per poter­lo indi­vi­dua­re. Anche quan­do non affron­ta espli­ci­ta­men­te tema­ti­che ideo­lo­gi­che, l’arte è occa­sio­ne di rot­tu­ra o di rifles­sio­ne di alcu­ne istan­ze socia­li. A vol­te è pro­prio nel­la scel­ta di non espli­ci­ta­re, nel modo in cui si rac­con­ta o si mani­po­la­no i diver­si lin­guag­gi, che risie­de la sua for­za sim­bo­li­ca. 

Nel bra­no Esta­ti peg­gio­ri affer­mi: “Cono­sco trop­pi modi per spa­ri­re”. Oggi­gior­no, con l’avvento del­le piat­ta­for­me di strea­ming pos­sia­mo stop­pa­re una can­zo­ne o un film quan­do voglia­mo. Nel­lo sport assi­stia­mo a pau­se più o meno lun­ghe in cui gli atle­ti si fer­ma­no per rifia­ta­re. Ecco, pro­prio in que­sti fred­di pome­rig­gi di dicem­bre pen­so che spa­ri­re sia un atto dovu­to, neces­sa­rio e per­ché no anche rivo­lu­zio­na­rio, visti i rit­mi a cui la mag­gior par­te degli indi­vi­dui occi­den­ta­li sono sot­to­po­sti a cau­sa del­la mac­chi­na capi­ta­li­sti­ca. 
Quan­do sen­ti che è il momen­to di spa­ri­re?

Quan­do avver­to di per­de­re la rot­ta. Riti­rar­si, in quei momen­ti, diven­ta per me una risor­sa pre­zio­sa, uno spa­zio neces­sa­rio per ritro­va­re il mio equi­li­brio. Mi pia­ce il caos, la gen­te e ave­re tan­te per­so­ne intor­no, ma è nel silen­zio che rie­sco a fare ordi­ne, a distin­gue­re il rumo­re. Vivo momen­ti del gene­re spes­so, for­se per que­sto cono­sco trop­pi modi per spa­ri­re. 

Ulti­ma doman­da, nel bra­no Nuvo­le c’è un pas­sag­gio in cui dici “Dob­bia­mo prevedere/La for­ma del­le nuvole/Ci pia­ce fan­ta­sti­ca­re”: quan­do pen­si al tuo futu­ro cosa pre­ve­di? Come imma­gi­ni le pros­si­me nuvo­le?  

Ci sono sta­ti perio­di del­la mia vita in cui tut­to mi appa­ri­va niti­do davan­ti agli occhi e imma­gi­na­re mon­di era per me un eser­ci­zio di magia attrat­ti­va. Oggi il nostro futu­ro mi sem­bra meno leg­gi­bi­le. Intor­no a me per­ce­pi­sco mol­ta disil­lu­sio­ne, una malin­co­nia dif­fu­sa, tan­ta rab­bia e fru­stra­zio­ne e sen­to che in vari modi que­sto mi attra­ver­sa. Cio­no­no­stan­te, con­ti­nuo a cre­de­re nel­la pos­si­bi­li­tà di un cam­bia­men­to, di un risve­glio. La sto­ria è cicli­ca e nul­la resta immo­bi­le per sem­pre.

Foto­gra­fie di Fran­ce­sco Sava­glia

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