L’attività estrattiva nel comprensorio apuano è iniziata almeno ventidue secoli or sono. Vi sono evidenze dello sfruttamento dei giacimenti marmiferi antecedenti alla colonizzazione romana. E’ indubbio che, per coloro che non hanno radici nel territorio toscano, le cave di marmo possano apparire come grandi teatri scenografici, colmi di suggestione e dal forte impatto visivo.
Il distacco emotivo che gli investitori hanno nei confronti del luogo si traduce nell’incuria per il patrimonio naturalistico circostante.
Quando il marmo non è più considerato di pregevole fattura, i siti di estrazione vengono abbandonati a loro stessi, creando vere e proprie voragini all’interno del fragile ecosistema apuano.
Malgrado questo, la fine dell’intervento antropico determina conseguentemente fenomeni di rinaturalizzazione all’interno delle cave stesse. Sono stati identificati oltre una decina di casi di cave di marmo inattive, in diverse fasi di rinaturalizzazione spontanea a opera della flora e della fauna. Tale rinaturalizzazione spontanea determina la nascita di un nuovo ‘paesaggio’, costituito in parte da specie endemiche e autoctone, e in parte da specie ‘aliene’ caratterizzate da una grande capacità di resistenza e resilienza in ambienti critici.
Black Marble è la testimonianza di questo fenomeno, in cui vegetazione autoctona e specie ‘aliene’ hanno contribuito alla genesi di un ‘secondo paesaggio’.
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