A Reims ci sono arrivato ormai quasi un anno fa, e me ne sono già anche andato.
La città non è un granché, soprattutto a causa dei bombardamenti subiti nel secolo scorso, ma non ci si vive male; certo, c’è poco da fare, ma almeno si è a quaranta minuti di treno da Parigi. Nel complesso, dimenticabile. Appena arrivato sono dovuto stare per qualche giorno in un B&B in attesa di trovare un alloggio vero, visto che l’affittuario col quale mi ero accordato online aveva smesso di rispondermi. Sul tavolo d’ingresso del B&B era stato lasciato come cadeau il vanto di tutta la regione: una piccola bottiglia di Champagne. Un buon inizio, pensai.
Nei mesi successivi, un po’ per il cielo costantemente grigio, un po’ per la poca apertura della gente del posto nei confronti dell’alterità, un po’ per il vento gelido che penetrava qualsiasi giacca, ho provato un sentimento che non avevo messo in conto. Non avevo pensato, prima di partire, che avrei avuto nostalgia di casa e dell’Italia in generale, eppure è andata proprio così. Nostalgia dei luoghi e delle azioni che avevo vissuto nei ventitré anni precedenti, nostalgia di un paese che avevo sempre pensato pressappoco uguale alla Francia, e che in quei momenti tendevo a idealizzare. A posteriori posso dire che, forse, avrei potuto prevederlo.
Questo sentimento è stato un crescendo perpetuo, di mese in mese, fino a un giorno preciso. Era giugno, il mio tempo nello Champagne era agli sgoccioli, e mi sono imbattuto in qualcosa di straordinario. Qualcosa che mi ha riportato subito in Italia. Quel giorno sono venuto a sapere che anche lì, in quella terra fredda e lontana da casa, si realizzava una pratica che avevo sempre ritenuto così squisitamente italiana, così caratteristica del paese che tanto mi era mancato: anche in Francia esiste il caporalato.
Impiego di lavoratori non retribuiti e senza permesso di soggiorno, condizioni di alloggio indegne, lavoro in nero, tratta di esseri umani, schiavismo. Questi i capi di accusa che hanno portato prima all’arresto e poi alla condanna di tre persone coinvolte nel processo Vendanges de la honte – vendemmia della vergogna. Dall’altro lato, cinquantasette vittime, provenienti da paesi come il Mali e la Mauritania, alle quali erano stati promessi 250€ a settimana. Sognando questa paga, i lavoratori sans papiers – irregolari – lavoravano otto ore al giorno sotto al sole, venivano trasportati come animali nel retro di alcuni furgoni, e dormivano in edifici abbandonati, senza cibo né acqua corrente. Una delle due aziende giudicate responsabili, Anavim, si occupava sia di vendemmie per conto di terzi attraverso subappalti, sia di rivendita di vino kosher, con prezzi che variano dai 41€ ai 108€ a bottiglia per un buon rosé.
Tutto è partito dalle vendemmie del 2023, che avevano portato a quattro morti sul lavoro a causa dei lunghi turni di raccolta sotto al sole cocente; da lì, poi, erano scattate le indagini. L’avvocato di una delle tre persone condannate, nello specifico una donna kirghiza, che gestiva Anavim, ci ha tenuto a specificare che se l’azienda in questione è stata ritenuta colpevole, allora molte altre faranno la stessa fine, denunciando come questa forma di criminalità sia effettivamente sistemica e talmente diffusa da essere quasi parte integrante del lavoro agricolo in Francia. Il prossimo 26 novembre, sempre nello Champagne, si terrà un altro processo per cause simili, riguardo quaranta ucraini sfruttati e alloggiati in condizioni indegne; questo indica forse che bisognerebbe credere alle parole dell’avvocato.
Personalmente, forse a causa della poca eco che ha in Italia questo genere di notizie estere, il caporalato l’avevo sempre associato al Made in Italy. Mi è sempre venuto spontaneo. Ogni volta che vedevo Matteo Salvini postare una foto vestito da casaro con in mano una bella mozzarella gocciolante, o un video mentre inneggiava all’italianità con un bicchiere colmo di Prosecco al Vinitaly, tutto ciò che riuscivo a pensare era: qualcuno è stato sfruttato per produrre queste eccellenze. E sono ancora convinto che sia così. Di inchieste sul caporalato ce ne sono in continuazione, le baraccopoli nella piana di Gioia Tauro esistono davvero, i braccianti nelle Langhe subiscono davvero violenze, e i raccoglitori di meloni nel Mantovano si trovano davvero in situazioni più che precarie. Il punto, però, è un altro: il problema è più ampio.
Il caporalato non può essere narrato come una condotta criminosa legata a un singolo Stato o come un cancro presente in un luogo specifico, estirpabile semplicemente attraverso indagini e processi ai singoli; sarebbe come annunciare di voler combattere il problema della violenza di genere limitandosi all’arresto dei singoli assassini, senza accorgersi dell’ampiezza delle cause. Per capire il caporalato bisogna allargare lo sguardo e capire che si tratta della più naturale espressione del nostro sistema economico, basato sull’esternalizzazione dei rischi e sulla privatizzazione dei profitti; non c’è nulla di strano nella sua esistenza e nella sua diffusione a livello globale. Se, usando le parole di Milton Friedman, “la responsabilità sociale di un’azienda è accrescere i suoi profitti” (Friedman 1970, 33), è logico che, per arrivare a questo fine, non ci si curi di chi sta in fondo alla catena di produzione, dove gli anelli sono più fragili e le persone diventano sacrificabili. Non a caso, gli ingredienti del caporalato in ambito agricolo sono definiti come “la compressione dei salari lungo la filiera, la centralità della GDO – Grande Distribuzione Organizzata –, la ricattabilità dei migranti, l’opacità degli appalti, al Nord come al Sud” (Sanchioni 2025). Penso però che vada fatta una distinzione all’interno del macro-termine ‘caporalato’: per quanto riguarda la frutta, la verdura, e in generale i prodotti più economici, il principale problema è legato alla grande distribuzione, ovvero al fatto che i supermercati impongono prezzi troppo bassi ai produttori che si trovano in qualche modo costretti a tagliare i costi – finendo per tagliare sulla sicurezza e sui contratti dei dipendenti; per i prodotti ‘di lusso’, invece, il discorso è simile, ma ciò che cambia sono la continuità storica e la discrepanza tra costi della filiera e prezzi dei prodotti finali. Guardando sia alla situazione italiana sia a quella estera, considerando sia gli esempi di oggi sia quelli di ieri, senza soffermarsi sul solo settore agroalimentare ma allargandosi anche, ad esempio, a quello della moda, si nota come il lusso e lo sfruttamento siano costantemente due lati della stessa medaglia. Esistono chiaramente esempi di eccezioni virtuose, il mio è un giudizio su quello che mi appare come un modello diffuso.
La storia si ripete, il raccoglitore di uva nello Champagne è solo il nuovo raccoglitore di cotone in Alabama, che a sua volta deriva dal minatore di marmo dell’antica Roma. Non vedo come si possano fare distinzioni tra un esempio di schiavismo e un altro. Una sola evoluzione ha avuto luogo, e riguarda il sistema di scarico di responsabilità messo in pratica dalle aziende. Un sistema tanto semplice quanto efficace, che permette ai grandi marchi di non sporcarsi ufficialmente le mani. Si tratta di un modello impiegato tanto nel settore agricolo quanto in quello della moda.
Nel 2024, Armani è stata al centro di un’inchiesta per caporalato: l’azienda comprava le proprie borse da una seconda impresa che a sua volta le faceva produrre a una terza, nella quale venivano impiegati lavoratori cinesi pagati 3–4€ l’ora, se non a cottimo. Indagata e denunciata la catena di subappalti, ad Armani è bastato risolvere i rapporti con le suddette aziende e adottare delle best practices per vedersi revocata l’amministrazione giudiziaria precedentemente imposta dal tribunale di Milano. Tutto risolto.
Il trucco è esternalizzare la produzione affidandosi a una serie di aziende intermediarie, per poter poi affermare di non essere a conoscenza delle condizioni di sfruttamento applicate ai lavoratori nell’ultima azienda della catena. Lo stesso modello adottato da Loro Piana, ma anche da Benetton, la lista non è breve, anzi. Tuttavia, i grandi marchi raramente subiscono ritorsioni legali e, se le subiscono, la sproporzione con le accuse è enorme, mentre dall’altro lato i lavoratori spesso trovano la morte, come nel caso delle millecentotrentotto vittime del crollo del Rana Plaza a Dacca nel 2013. L’importante, in questo sistema, è chiudere gli occhi e negare qualsiasi responsabilità, fare finta di non sapere nulla e affermare quanto per la propria azienda sia fondamentale il rispetto dei diritti dell’uomo.
“Da sempre ci impegniamo per fare il massimo perché siano rispettati tutti i più importanti diritti ovunque operiamo” e “il fornitore New Wave Style ha ricevuto solo ordini di natura saltuaria, in totale equivalenti allo 0,06% della nostra produzione” (Benetton Group 2014). Questo si legge sul comunicato ufficiale di Benetton Group riguardo all’incidente in Bangladesh, parole che suonano come «Sì, abbiamo collaborato con l’azienda responsabile dei millecentotrentotto morti, però poco, e in ogni caso la nostra priorità sono i diritti umani». Come da copione.
La costante in ciascuno di questi casi è che da un lato ci sono i proprietari miliardari delle società, che si tratti dell’uomo da duecentotrentatre miliardi Arnault, o di Giorgio Armani, o della famiglia Benetton, mentre dall’altro si trovano i moderni schiavi, che nella maggior parte dei casi hanno i connotati di migranti provenienti dal Sud del mondo. Si tratta di individui facilmente ricattabili, in situazioni che definire precarie è un eufemismo, spesso non a conoscenza dei propri diritti, e che si trovano solitamente costretti a scegliere tra il morire di fame e l’adattarsi alle condizioni dettate dalle aziende.
È evidente lo squilibrio di potere economico, giuridico, e politico tra le parti. Economico perché, per mezzo del sistema dei subappalti a cascata e della pressione dettata dalla grande distribuzione, i profitti si concentrano al vertice e i rischi invece si scaricano sul fondo. Giuridico perché da un lato i lavoratori in nero spesso non sporgono denuncia per paura di ritorsioni, per timore di essere a loro volta denunciati per il loro status irregolare, o addirittura perché non conoscono i propri diritti, mentre dall’altro ci sono casi, come quello già citato riguardante Armani, in cui grandi aziende, colpevoli, vedono le proprie pene annullate. Politico perché si percepisce la complicità delle istituzioni con gli sfruttatori attraverso, ad esempio, il sistema delle PAC – Politica Agricola Comune – che dovrebbe fornire dei finanziamenti dedicati agli agricoltori ma che vanno sistematicamente a favorire aziende di grandi dimensioni, e per di più spesso coinvolte in inchieste per sfruttamento della manodopera.
Simbolo recente di questo modello è stato sicuramente il caso di Satnam Singh, bracciante senza contratto vittima di un incidente sul lavoro il 17 giugno 2024 in provincia di Latina, scaricato dal proprio padrone con un furgone davanti casa e lasciato a morire. Si parla sempre di fatalità in questi casi, ma il ruolo del fato è marginale quando la vittima non ha un contratto, adopera macchinari senza sicure, viene fatta lavorare per dodici ore al giorno, e come unica ricompensa ha una vita di stenti. Riguardo a questa vicenda, Giorgia Meloni si è espressa durante il Consiglio dei Ministri del 20 giugno 2024 definendola un “atto disumano che non appartiene al popolo italiano”, come se non si trattasse della più logica e spontanea conseguenza del nostro sistema produttivo, che estrae ricchezza per pochi dal lavoro di questi moderni schiavi. Non c’è dubbio che si tratti di un atto disumano che appartiene al popolo italiano, così come a quello francese, e che riguarda l’intero sistema di economia-mondo del quale facciamo parte. Non sono previste alternative all’interno del capitalismo, il Nord mondiale per funzionare ha bisogno delle risorse naturali e umane del Sud, al prezzo più basso possibile.
Quindi qual è la soluzione? Contrastare il singolo episodio, combattere il caporalato in quanto pratica deplorevole è necessario, ma non porterà alla sua scomparsa. Per arrivare a tanto bisogna allargare lo sguardo, considerare il caporalato come naturale prodotto della corsa all’accumulo e della performance, e cercare di cambiare rotta. Detto così, chiaramente, non significa nulla, servirebbe un piano da seguire, una ricetta per sorpassare il sistema attuale. La letteratura in questo ambito è più che ampia, di strade teoricamente percorribili se ne sono immaginate a iosa, si potrebbe parlare di accelerazionismo, del classico comunismo, di eco-socialismo, di fully automated luxury communism, di decrescita. Tutte idee potenzialmente funzionali, alcune forse meno di altre, ma l’importante è che queste idee esistano e che ne nascano di nuove. La chiave, infatti, penso che stia nell’unione del pensiero di Mark Fisher con quello di Byung-Chul Han: per il primo, per potersi abituare all’idea che una strada alternativa al capitalismo esista, occorre imparare a immaginare il futuro, a prescindere da come venga, ma comunque immaginarlo; il secondo invece aggiunge un pezzo alla formula, scrivendo:
“La speranza apre l’orizzonte della sensatezza che nuovamente anima e mette le ali alla vita. Essa ci dona futuro” (Han 2025, 8).
Fotografia di Mauro Curti
Bibliografia
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F.Q. 2025, 28 febbraio. “Revocata l’amministrazione giudiziaria della Giorgio Armani Operation, il Tribunale di Milano: Percorso virtuoso”, Il Fatto Quotidiano
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Sitografia
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