Ci si arriva con due ore di macchina da Barstow.
Uscendo prima dalle strade battute e poi anche da quelle sterrate, dove la mappa si trasforma in un’istantanea sullo schermo del telefono. Solitamente ci si accorge di essere vicini alla destinazione quando la musica delle moderne autoradio, tutte touchscreen e circuiti integrati, smette di suonare. Anche lei, surriscaldata, si arrende.
Il deserto del Mojave, da vicino, ha meno fascino di quanto si pensi: pochi cactus, poca sabbia fina. In compenso non mancano ghiaia, ferraglia, scheletri di roulotte, gomme sepolte a metà nella polvere e cartelli cianotici con scritte incomprensibili. Queste sono le badlands californiane – non quelle stupende del South Dakota – che persino lo statunitense più autocelebrativo farebbe fatica a mitizzare. Calde di notte, insopportabili di giorno. Un deserto lontano dal fascino spirituale del Joshua Tree, ancor più da quello diabolico della Death Valley. Un paesaggio da cartolina che, però, sulle cartoline da spedire a casa non finisce mai; al massimo si accontenta di essere il backdrop sfocato per le band stoner rock di metà anni ‘90.
Paul R. vive lì dal 2016. Prima abitava nell’Orange County ed era elettricista di impianti industriali. Inizialmente da solo, sobbarcandosi oltre quarantamila chilometri all’anno, fino ad arrivare a capo di altre cinque persone.
Poi ha deciso che aveva finito, che era troppo. Ha comprato due container, un pannello solare, un serbatoio dell’acqua piovana e si è spostato nel mezzo del nulla, a qualche chilometro da una ex cava abbandonata.
Lo spazio è suo.
L’ha ottenuto con un contratto complicato, registrato nella contea di San Bernardino, pagato in contanti. Nessuno gliel’ha mai contestato. Solo qualche sparuta fila di cassette della posta interrompe l’orlo perlaceo del terreno.
«Lo fanno per non rivelare dove abitano di preciso. Ne raccolgono una dozzina e le mettono ai bordi della strada, a miglia di distanza dalle baracche. Sono sicuro che nemmeno le controllino» mi racconta Alan, un vecchio collega di “troppi lavori fa” e l’unico familiare con cui Paul abbia tenuto dei contatti negli ultimi anni.
«Avrebbe sparato in aria se ti fossi avvicinato da solo» dice, mentre ci lasciamo alle spalle l’asfalto della statale.
«Non chiama più nemmeno nostra madre. Però quando lo contatto io risponde sempre. Un paio di volte all’anno ci sentiamo, parliamo qualche minuto e poi stacchiamo perché deve risparmiare elettricità».
Gli ho chiesto se potevamo andare a trovarlo insieme.
Paul ha risposto: «Venite per una limonata. Se il tuo amico non mi infastidisce, parliamo».
Quando siamo arrivati Paul era già fuori. Ci aspettava su una sedia da campeggio, con un cappello a tesa larga e un bicchiere di vetro in mano. Non ha detto nulla per i primi sessanta secondi. Sembrava valutare se fossimo reali o dei turisti capitati per sbaglio nell’area. Il silenzio è durato il tempo necessario a dimenticare le buone maniere. Stringe la mano ad Alan ignorando la mia, protesa verso la sua canottiera. Poi ci fa cenno di entrare. «Niente foto, non si sa mai». Alan, dietro alle sue spalle, scuote rapidamente la testa, abbozza un quarto di sorriso in cui si nasconde una richiesta di ignorare, capire, lasciar perdere e mille altri sentimenti contrastanti.
L’allestimento è minimale: un inverter usurato, tre batterie al piombo in una cassa isolata col polistirolo, e poco altro. I pannelli fotovoltaici sono diventati due, mal orientati, perennemente da sistemare. Paul dorme in uno dei due container, cucina nell’altro. Non ha acqua corrente né linea telefonica. Prende la radio a onde corte, a volte ascolta qualche LP di Bob Wills o il meteo.
Legge moltissimo. Nella sua libreria riesco persino a scorgere Fuga dalla Libertà di Erich Fromm del 1941, annegato tra decine di titoli che, prevenuto quale sono, posso solo ricondurre alle peggiori teorie del complotto. È difficile dire se Paul legga per convinzione, per autodifesa o per noia. Sembra accumulare testi non tanto per cercare risposte quanto per costruire un fossato: uno spazio intellettuale in cui l’idea stessa di confronto col mondo viene sospesa, sterilizzata. La sua lettura è trinceramento strategico. Quel saggio seminale pubblicato nel 1941 suggerisce che la libertà può diventare insopportabile quando non è accompagnata da strutture interiori abbastanza forti da sostenerla. La libertà, sostiene Fromm, può spingere l’individuo verso nuove forme di sottomissione o di elusione. Ad un primo sguardo, Paul sembra essersi ricalcato addosso questo concetto. Dice di non voler rigettare le comodità del nostro secolo, tanto meno la libertà formale che ne deriva, quanto una sua caricatura distorta: impersonale, algoritmica, filtrata attraverso dashboard aziendali, polizze sanitarie e feed sociali. Una fuga da un mondo che ha svuotato il concetto stesso di sé per sostituirlo con ciò che fa comodo.
«Ero malato.
Ma non sono state le persone a farmi diventare così. È stata la società a contagiarmi, a farmi credere che ‘quella’ fosse la strada giusta. Anzi, che ‘quella’ fosse l’unica strada».
Le frasi di Paul assomigliano a degli imbuti, in cui, qualunque sia il concetto di partenza, si atterra sempre su questa parola magmatica: la società. Un organo ormai totalmente reciso da chi ci vive dentro. Un titano autarchico che sorregge il pianeta ed è riuscito a ingranare un processo di autosostentamento.
Il nervosismo sembra essere solo mio, mentre Alan gli racconta degli ultimi risultati dei Rams. La mia presenza non sembra interessargli più di tanto, forse persino meno del football. Sono solo un altro granello di polvere in questo salotto metallico. Quella partita a scacchi, che per troppo notti insonni mi ero immaginato di giocare con Paul, non comincerà mai.
Dice che l’unica cosa che gli manca davvero è un generatore che faccia meno rumore. Finora non l’avevo notato.
Nella zona notte, sopra al letto, c’è una bandiera confederata appesa storta. Sta lì come si terrebbe il poster di un concerto o una vecchia maglietta. Quando gli chiedo perché, alza le spalle.
«Per ricordarmi che qui non c’è legge». Alan mi tocca il ginocchio. Con l’indice puntato verso il pavimento mi fa segno che è il caso di virare su altri discorsi. Decido di continuare.
Parla con calma, a tratti sembra rileggere pensieri già appuntati da tempo e provati decine di volte davanti allo specchio della sua coscienza. La sua è una recita a metodo, in cui ruolo e attore diventano una cosa sola fino alla chiusura del sipario. Ce l’ha con il governo federale, con la ‘finanza’, con l’esercito, con le case farmaceutiche, con i satelliti, con chiunque usi la parola cloud.
Ma non urla, non si scalda.
Racconta le sue teorie come si racconta un bollettino del traffico: certe cose accadono o vengono fatte accadere, e tu devi regolarti di conseguenza. Causa ed effetto asciugati di ogni sovrastruttura astratta o concreta. Ciò che mi sorprende di Paul, rispetto alla media delle diatribe simili, è proprio la quasi totale assenza del “Them”, di una qualsivoglia entità seduta in testa alla piramide. Non ci sono élite, gruppi segreti, multinazionali onnipotenti. Nessun burattinaio da smascherare. Certo, c’è disprezzo verso la normalità statistica, ma la colpa dello status contemporaneo viene fatta ricadere sempre e solo su chi lo abita. Non su chi comanda, ma su chi esegue senza più pensare. Nell’universo di Paul esiste al massimo un’inerzia collettiva: una somma di piccoli cedimenti ha fatto sprofondare la società nella sua condizione attuale.
«Non servono regole nuove se tutti si comportano come se ci fossero già» dice.
È un universo senza antagonista, dove il sistema si alimenta da sé perché nessuno ha voglia di fermarlo. Risulta persino difficile parlare di complotto quando il ruolo di ‘colpevole’ non è nemmeno contemplato nel cast. Paul non li cerca perché non crede servano. È più interessato alla psicologia del cedimento che all’architettura della trappola, a svolgere una diagnosi culturale completa di ciò che lo circonda. Non delineare un vero e proprio nemico in cima permette di allontanare la tentazione del risentimento individuale, trasformando un complottismo fine a se stesso in qualcosa di più sfaccettato. Ciò che manca nei miei botta e risposta con Paul è infatti quel movente a cui agganciarsi per iniziare il più razionale dei debunking. Il male stesso, se esiste, è delegato, condiviso, normalizzato. È una visione senza eroi né carnefici, dove ognuno tiene in piedi la finzione per quieto vivere. Una macchina fatalista e disincantata, in cui la maggior parte dei suoi partecipanti collabora alla manutenzione senza neppure accorgersene.
Molto spesso il suo sguardo cade verso parti vuote della stanza, oltrepassa l’orizzonte sbiadito del container.
Ogni tanto si alza per spostare qualcosa, svuotare un secchio, controllare qualche buco nei pannelli. Poi torna.
Riprende da dove si era fermato. C’è un canovaccio da continuare.
«Il punto non è che vogliano controllarti» dice, «il punto è che ti vogliono ancora operativo quando non servi più a niente. Nessuno vuole che tu stia bene, vogliono solo che funzioni. E quando smetti di funzionare, non sparisci: vieni riciclato. Come il rame. L’importante è accorgersene prima che ti fondano insieme al resto del metallo.»
Sarebbe troppo facile bollare scelte come quella di Paul solamente come derive paranoiche o gesti di solitudine patologica, ma sarebbe un errore. Paul in quel container non lavora per sé, ma nemmeno più per nessun altro. Ha smesso di cercare uno scopo, e in questo gesto si intravede forse una forma di radicale autenticità. Dietro al viso scavato, alle rughe intarsiate nella pelle, Paul sembra muoversi secondo una logica interamente determinata dal mondo esterno. Tutto ciò che accade, le crisi, le ingiustizie, persino il senso della vita, dipende da forze lontane, pervasive e incontrollabili. Ma al tempo stesso, nel costruire da solo la propria isola energetica, nel decidere perfino il rumore accettabile di un generatore, riassorbe una parvenza di controllo interno. È un gesto apparentemente tecnico, ma profondamente simbolico.
Un paradosso che Julian B. Rotter, psicologo americano, avrebbe riconosciuto: quello di chi rinuncia al mondo per poter ancora decidere qualcosa. Anche solo la posizione dei pannelli solari. Nel suo saggio del 1954, Social Learning and Clinical Psychology, Rotter introduce la teoria del locus of control, distinguendo tra individui che percepiscono gli eventi della loro vita come effetto delle proprie azioni – locus interno – e quelli che li attribuiscono invece a fattori esterni o al caso – locus esterno. Il modo in cui si racconta, le parole che sceglie e quel pragmatismo così intermittente lo tradiscono. Paul, pur ritirandosi da una società che considera corrotta e incontrollabile, crea attorno a sé una rete di micromanagement quotidiana che gli restituisce l’illusione di un controllo personale, tangibile, su almeno una porzione del suo destino. È come se, amputata ogni connessione sociale, il suo bisogno di agency si concentrasse su dettagli minimi, ma assoluti: l’autonomia energetica, l’inviolabilità dello spazio abitativo, la gestione del silenzio.
Silenzio che a tratti sembra divorarci.
L’aria è ferma, caldissima. Paul è rimasto in piedi a fissare la tanica dell’acqua per almeno tre minuti. E in tutto questo, io, sono fermo tanto quanto lui.
«Un paio d’anni fa, è saltato tutto. Le batterie, l’inverter, anche il generatore d’emergenza. Nessuna luce, niente radio. Solo il rumore del vento. Mi sono sdraiato fuori, stremato, per passare il tempo. Non faceva freddo. Sono rimasto lì tutta la notte, con addosso solo la luce delle stelle. Prima leggera, poi sempre più opprimente, fino a diventare insopportabile. Così tanta che non si capiva più da che parte arrivasse. Ma non riuscivo a dormire come prima. Chiudevo gli occhi e li riaprivo come se nulla fosse accaduto nel mezzo. Come se il blackout mi avesse sottomesso. Non sognavo più e non ricordo di aver più sognato da allora».
Ciò che lo circonda non è più paesaggio, ma un teatro dell’inconscio svuotato di simboli. Aver perso la capacità di sognare è la frattura di un legame profondo, l’indizio che la sua mente ha smesso di ricevere qualcosa di essenziale. Carl Gustav Jung, nel delineare la struttura dell’inconscio collettivo, sosteneva che i sogni non appartengono mai soltanto al sognatore, ma veicolano immagini e motivi arcaici condivisi. Li chiama archetipi: forme primordiali di significato senza orpelli sociali che emergono nei momenti di crisi, transizione o isolamento. Un concetto che compare spesso nei suoi studi, espresso con particolare chiarezza in L’uomo e i suoi simboli (1967), dove Jung scrive che “i sogni spesso esprimono contenuti non solo personali, ma anche universali, appartenenti alla struttura comune della mente umana” (Jung 1967, 45). Sognare, per Jung, è un atto che connette l’individuo alla storia psichica dell’umanità, a una rete invisibile ma operante. Nel mutismo e nella luce accecante del suo deserto, Paul non era sveglio, era disconnesso. Il mondo interiore, privo di riferimenti, aveva finalmente smesso di sussurrargli all’orecchio. Dopodiché, all’alba, si è rialzato da terra.
È salito sul suo pickup ed è tornato a toccare la civiltà anche solo per un secondo, per riparare il generatore. L’ultimo compromesso di chi aveva finalmente digerito la sua condanna.
Gli ho chiesto se questa sua epifania fosse arrivata proprio grazie al deserto, a quel legame estremamente sottile tra vita e morte che si annusa tra quelle nubi ocra alzate dal vento. Se fosse davvero un luogo mitico per ricominciare, per vedere le cose più chiare, come si sente spesso dire. Lui ha sorriso appena, per la prima volta da che avevamo cominciato a parlare.
«Ti aiuta a smettere di cercare. Il deserto non ti aiuta a capire. All’inizio mi dicevo che ero venuto per fare ordine, per stare meglio, per disintossicarmi dalla merda. Ma non è vero. Ci sono venuto perché pensavo che qui il rumore dentro la testa sarebbe stato più basso. E invece no. Però almeno non fingo più che ci sia un posto dove guarire. Questo mi basta».
Ripenso continuamente a quella frase. Permea nei miei pensieri senza annunciarsi, compare come una nota a piè pagina ogni volta che tento di chiudere un capitolo.
In un tempo che ci impone di ottimizzare la nostra interiorità come si ottimizzano i processi aziendali, a migliorare continuamente e gestire l’ansia come si gestirebbe una multinazionale, Paul rappresenta un’anomalia irriducibile. Una scheggia inspiegabile, di cui mi sfuggono persino gli aspetti più concreti del suo viaggio. È la forma più radicale di avoidance. E per questo, paradossalmente, è un gesto che riguarda tutti. Paul ha disattivato il rumore. Un rifiuto che non chiede nulla in cambio.
Nel nostro incontro non c’è stato nemmeno un secondo in cui mi sia sembrato un uomo che ha trovato la pace. Nemmeno delle risposte.
Quando siamo risaliti in macchina, non ha salutato. Si è limitato ad alzare una mano. Poi si è girato e ha richiuso la porta del container.
Abbiamo rifatto la strada a ritroso, in silenzio. Dopo un po’, il telefono ha ripreso segnale. Era pieno di notifiche.
Fotografia di Lucas DeShazer
Bibliografia
Fromm, E. 2021. Fuga Dalla Libertà, Mondadori, Milano.
Graeber, D. 2018. Bullshit Jobs, Simon & Schuster, New York.
Jung, C G. 1967. L’uomo e i suoi simboli, Casini, Roma.
Rotter, J. B. 1954. Social Learning and Clinical Psychology. Eastford, Martino Fine Books.