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Agosto
21 Agosto 2025

UN POSTO PER GUA­RI­RE

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Ci si arri­va con due ore di mac­chi­na da Bar­stow.

Uscen­do pri­ma dal­le stra­de bat­tu­te e poi anche da quel­le ster­ra­te, dove la map­pa si tra­sfor­ma in un’istantanea sul­lo scher­mo del tele­fo­no. Soli­ta­men­te ci si accor­ge di esse­re vici­ni alla desti­na­zio­ne quan­do la musi­ca del­le moder­ne auto­ra­dio, tut­te tou­ch­screen e cir­cui­ti inte­gra­ti, smet­te di suo­na­re. Anche lei, sur­ri­scal­da­ta, si arren­de.

Il deser­to del Moja­ve, da vici­no, ha meno fasci­no di quan­to si pen­si: pochi cac­tus, poca sab­bia fina. In com­pen­so non man­ca­no ghia­ia, fer­ra­glia, sche­le­tri di rou­lot­te, gom­me sepol­te a metà nel­la pol­ve­re e car­tel­li cia­no­ti­ci con scrit­te incom­pren­si­bi­li. Que­ste sono le bad­lands cali­for­nia­ne – non quel­le stu­pen­de del South Dako­ta – che per­si­no lo sta­tu­ni­ten­se più auto­ce­le­bra­ti­vo fareb­be fati­ca a mitiz­za­re. Cal­de di not­te, insop­por­ta­bi­li di gior­no. Un deser­to lon­ta­no dal fasci­no spi­ri­tua­le del Joshua Tree, ancor più da quel­lo dia­bo­li­co del­la Death Val­ley. Un pae­sag­gio da car­to­li­na che, però, sul­le car­to­li­ne da spe­di­re a casa non fini­sce mai; al mas­si­mo si accon­ten­ta di esse­re il bac­k­drop sfo­ca­to per le band sto­ner rock di metà anni ‘90.

Paul R. vive lì dal 2016. Pri­ma abi­ta­va nell’Orange Coun­ty ed era elet­tri­ci­sta di impian­ti indu­stria­li. Ini­zial­men­te da solo, sob­bar­can­do­si oltre qua­ran­ta­mi­la chi­lo­me­tri all’anno, fino ad arri­va­re a capo di altre cin­que per­so­ne.

Poi ha deci­so che ave­va fini­to, che era trop­po. Ha com­pra­to due con­tai­ner, un pan­nel­lo sola­re, un ser­ba­to­io dell’acqua pio­va­na e si è spo­sta­to nel mez­zo del nul­la, a qual­che chi­lo­me­tro da una ex cava abban­do­na­ta.

Lo spa­zio è suo.

L’ha otte­nu­to con un con­trat­to com­pli­ca­to, regi­stra­to nel­la con­tea di San Ber­nar­di­no, paga­to in con­tan­ti. Nes­su­no gliel’ha mai con­te­sta­to. Solo qual­che spa­ru­ta fila di cas­set­te del­la posta inter­rom­pe l’or­lo per­la­ceo del ter­re­no.

 «Lo fan­no per non rive­la­re dove abi­ta­no di pre­ci­so. Ne rac­col­go­no una doz­zi­na e le met­to­no ai bor­di del­la stra­da, a miglia di distan­za dal­le barac­che. Sono sicu­ro che nem­me­no le con­trol­li­no» mi rac­con­ta Alan, un vec­chio col­le­ga di “trop­pi lavo­ri fa” e l’unico fami­lia­re con cui Paul abbia tenu­to dei con­tat­ti negli ulti­mi anni.

«Avreb­be spa­ra­to in aria se ti fos­si avvi­ci­na­to da solo» dice, men­tre ci lascia­mo alle spal­le l’asfalto del­la sta­ta­le.

«Non chia­ma più nem­me­no nostra madre. Però quan­do lo con­tat­to io rispon­de sem­pre. Un paio di vol­te all’anno ci sen­tia­mo, par­lia­mo qual­che minu­to e poi stac­chia­mo per­ché deve rispar­mia­re elet­tri­ci­tà»

Gli ho chie­sto se pote­va­mo anda­re a tro­var­lo insie­me.

Paul ha rispo­sto: «Veni­te per una limo­na­ta. Se il tuo ami­co non mi infa­sti­di­sce, par­lia­mo».

Quan­do sia­mo arri­va­ti Paul era già fuo­ri. Ci aspet­ta­va su una sedia da cam­peg­gio, con un cap­pel­lo a tesa lar­ga e un bic­chie­re di vetro in mano. Non ha det­to nul­la per i pri­mi ses­san­ta secon­di. Sem­bra­va valu­ta­re se fos­si­mo rea­li o dei turi­sti capi­ta­ti per sba­glio nell’area. Il silen­zio è dura­to il tem­po neces­sa­rio a dimen­ti­ca­re le buo­ne manie­re. Strin­ge la mano ad Alan igno­ran­do la mia, pro­te­sa ver­so la sua canot­tie­ra. Poi ci fa cen­no di entra­re. «Nien­te foto, non si sa mai». Alan, die­tro alle sue spal­le, scuo­te rapi­da­men­te la testa, abboz­za un quar­to di sor­ri­so in cui si nascon­de una richie­sta di igno­ra­re, capi­re, lasciar per­de­re e mil­le altri sen­ti­men­ti con­tra­stan­ti.

L’allestimento è mini­ma­le: un inver­ter usu­ra­to, tre bat­te­rie al piom­bo in una cas­sa iso­la­ta col poli­sti­ro­lo, e poco altro. I pan­nel­li foto­vol­tai­ci sono diven­ta­ti due, mal orien­ta­ti, peren­ne­men­te da siste­ma­re. Paul dor­me in uno dei due con­tai­ner, cuci­na nell’altro. Non ha acqua cor­ren­te né linea tele­fo­ni­ca. Pren­de la radio a onde cor­te, a vol­te ascol­ta qual­che LP di Bob Wills o il meteo.

Leg­ge mol­tis­si­mo. Nel­la sua libre­ria rie­sco per­si­no a scor­ge­re Fuga dal­la Liber­tà di Erich Fromm del 1941, anne­ga­to tra deci­ne di tito­li che, pre­ve­nu­to qua­le sono, pos­so solo ricon­dur­re alle peg­gio­ri teo­rie del com­plot­to. È diffi­ci­le dire se Paul leg­ga per con­vin­zio­ne, per auto­di­fe­sa o per noia. Sem­bra accu­mu­la­re testi non tan­to per cer­ca­re rispo­ste quan­to per costrui­re un fos­sa­to: uno spa­zio intel­let­tua­le in cui l’idea stes­sa di con­fron­to col mon­do vie­ne sospe­sa, ste­ri­liz­za­ta. La sua let­tu­ra è trin­ce­ra­men­to stra­te­gi­co. Quel sag­gio semi­na­le pub­bli­ca­to nel 1941 sug­ge­ri­sce che la liber­tà può diven­ta­re insop­por­ta­bi­le quan­do non è accom­pa­gna­ta da strut­tu­re inte­rio­ri abba­stan­za for­ti da soste­ner­la. La liber­tà, sostie­ne Fromm, può spin­ge­re l’individuo ver­so nuo­ve for­me di sot­to­mis­sio­ne o di elu­sio­ne. Ad un pri­mo sguar­do, Paul sem­bra esser­si rical­ca­to addos­so que­sto con­cet­to. Dice di non voler riget­ta­re le como­di­tà del nostro seco­lo, tan­to meno la liber­tà for­ma­le che ne deri­va, quan­to una sua cari­ca­tu­ra distor­ta: imper­so­na­le, algo­rit­mi­ca, fil­tra­ta attra­ver­so dash­board azien­da­li, poliz­ze sani­ta­rie e feed socia­li. Una fuga da un mon­do che ha svuo­ta­to il con­cet­to stes­so di per sosti­tuir­lo con ciò che fa como­do.

«Ero mala­to.

Ma non sono sta­te le per­so­ne a far­mi diven­ta­re così. È sta­ta la socie­tà a con­ta­giar­mi, a far­mi cre­de­re che ‘quel­la’ fos­se la stra­da giu­sta. Anzi, che ‘quel­la’ fos­se l’unica stra­da»

Le fra­si di Paul asso­mi­glia­no a degli imbu­ti, in cui, qua­lun­que sia il con­cet­to di par­ten­za, si atter­ra sem­pre su que­sta paro­la mag­ma­ti­ca: la socie­tà. Un orga­no ormai total­men­te reci­so da chi ci vive den­tro. Un tita­no autar­chi­co che sor­reg­ge il pia­ne­ta ed è riu­sci­to a ingra­na­re un pro­ces­so di auto­so­sten­ta­men­to.

Il ner­vo­si­smo sem­bra esse­re solo mio, men­tre Alan gli rac­con­ta degli ulti­mi risul­ta­ti dei Rams. La mia pre­sen­za non sem­bra inte­res­sar­gli più di tan­to, for­se per­si­no meno del foot­ball. Sono solo un altro gra­nel­lo di pol­ve­re in que­sto salot­to metal­li­co. Quel­la par­ti­ta a scac­chi, che per trop­po not­ti inson­ni mi ero imma­gi­na­to di gio­ca­re con Paul, non comin­ce­rà mai.

Dice che l’unica cosa che gli man­ca dav­ve­ro è un gene­ra­to­re che fac­cia meno rumo­re. Fino­ra non l’avevo nota­to.

Nel­la zona not­te, sopra al let­to, c’è una ban­die­ra con­fe­de­ra­ta appe­sa stor­ta. Sta lì come si ter­reb­be il poster di un con­cer­to o una vec­chia magliet­ta. Quan­do gli chie­do per­ché, alza le spal­le.

«Per ricor­dar­mi che qui non c’è leg­ge». Alan mi toc­ca il ginoc­chio. Con l’indice pun­ta­to ver­so il pavi­men­to mi fa segno che è il caso di vira­re su altri discor­si. Deci­do di con­ti­nua­re.

Par­la con cal­ma, a trat­ti sem­bra rileg­ge­re pen­sie­ri già appun­ta­ti da tem­po e pro­va­ti deci­ne di vol­te davan­ti allo spec­chio del­la sua coscien­za. La sua è una reci­ta a meto­do, in cui ruo­lo e atto­re diven­ta­no una cosa sola fino alla chiu­su­ra del sipa­rio. Ce l’ha con il gover­no fede­ra­le, con la ‘finan­za’, con l’esercito, con le case far­ma­ceu­ti­che, con i satel­li­ti, con chiun­que usi la paro­la cloud

Ma non urla, non si scal­da.

Rac­con­ta le sue teo­rie come si rac­con­ta un bol­let­ti­no del traffi­co: cer­te cose acca­do­no o ven­go­no fat­te acca­de­re, e tu devi rego­lar­ti di con­se­guen­za. Cau­sa ed effet­to asciu­ga­ti di ogni sovra­strut­tu­ra astrat­ta o con­cre­ta. Ciò che mi sor­pren­de di Paul, rispet­to alla media del­le dia­tri­be simi­li, è pro­prio la qua­si tota­le assen­za del “Them”, di una qual­si­vo­glia enti­tà sedu­ta in testa alla pira­mi­de. Non ci sono éli­te, grup­pi segre­ti, mul­ti­na­zio­na­li onni­po­ten­ti. Nes­sun burat­ti­na­io da sma­sche­ra­re. Cer­to, c’è disprez­zo ver­so la nor­ma­li­tà sta­ti­sti­ca, ma la col­pa del­lo sta­tus con­tem­po­ra­neo vie­ne fat­ta rica­de­re sem­pre e solo su chi lo abi­ta. Non su chi coman­da, ma su chi ese­gue sen­za più pen­sa­re. Nell’universo di Paul esi­ste al mas­si­mo un’inerzia col­let­ti­va: una som­ma di pic­co­li cedi­men­ti ha fat­to spro­fon­da­re la socie­tà nel­la sua con­di­zio­ne attua­le.

«Non ser­vo­no rego­le nuo­ve se tut­ti si com­por­ta­no come se ci fos­se­ro già» dice.

È un uni­ver­so sen­za anta­go­ni­sta, dove il siste­ma si ali­men­ta da sé per­ché nes­su­no ha voglia di fer­mar­lo. Risul­ta per­si­no dif­fi­ci­le par­la­re di com­plot­to quan­do il ruo­lo di ‘col­pe­vo­le’ non è nem­me­no con­tem­pla­to nel cast. Paul non li cer­ca per­ché non cre­de ser­va­no. È più inte­res­sa­to alla psi­co­lo­gia del cedi­men­to che all’architettura del­la trap­po­la, a svol­ge­re una dia­gno­si cul­tu­ra­le com­ple­ta di ciò che lo cir­con­da. Non deli­nea­re un vero e pro­prio nemi­co in cima per­met­te di allon­ta­na­re la ten­ta­zio­ne del risen­ti­men­to indi­vi­dua­le, tra­sfor­man­do un com­plot­ti­smo fine a se stes­so in qual­co­sa di più sfac­cet­ta­to. Ciò che man­ca nei miei bot­ta e rispo­sta con Paul è infat­ti quel moven­te a cui aggan­ciar­si per ini­zia­re il più razio­na­le dei debun­king. Il male stes­so, se esi­ste, è dele­ga­to, con­di­vi­so, nor­ma­liz­za­to. È una visio­ne sen­za eroi né car­ne­fi­ci, dove ognu­no tie­ne in pie­di la fin­zio­ne per quie­to vive­re. Una mac­chi­na fata­li­sta e disin­can­ta­ta, in cui la mag­gior par­te dei suoi par­te­ci­pan­ti col­la­bo­ra alla manu­ten­zio­ne sen­za nep­pu­re accor­ger­se­ne.

Mol­to spes­so il suo sguar­do cade ver­so par­ti vuo­te del­la stan­za, oltre­pas­sa l’orizzonte sbia­di­to del con­tai­ner.

Ogni tan­to si alza per spo­sta­re qual­co­sa, svuo­ta­re un sec­chio, con­trol­la­re qual­che buco nei pan­nel­li. Poi tor­na.

Ripren­de da dove si era fer­ma­to. C’è un cano­vac­cio da con­ti­nua­re.

«Il pun­to non è che voglia­no con­trol­lar­ti» dice, «il pun­to è che ti voglio­no anco­ra ope­ra­ti­vo quan­do non ser­vi più a nien­te. Nes­su­no vuo­le che tu stia bene, voglio­no solo che fun­zio­ni. E quan­do smet­ti di fun­zio­na­re, non spa­ri­sci: vie­ni rici­cla­to. Come il rame. L’importante è accor­ger­se­ne pri­ma che ti fon­da­no insie­me al resto del metal­lo.»

Sareb­be trop­po faci­le bol­la­re scel­te come quel­la di Paul sola­men­te come deri­ve para­noi­che o gesti di soli­tu­di­ne pato­lo­gi­ca, ma sareb­be un erro­re.  Paul in quel con­tai­ner non lavo­ra per sé, ma nem­me­no più per nes­sun altro. Ha smes­so di cer­ca­re uno sco­po, e in que­sto gesto si intra­ve­de for­se una for­ma di radi­ca­le auten­ti­ci­tà. Die­tro al viso sca­va­to, alle rughe intar­sia­te nel­la pel­le, Paul sem­bra muo­ver­si secon­do una logi­ca inte­ra­men­te deter­mi­na­ta dal mon­do ester­no. Tut­to ciò che acca­de, le cri­si, le ingiu­sti­zie, per­si­no il sen­so del­la vita, dipen­de da for­ze lon­ta­ne, per­va­si­ve e incon­trol­la­bi­li. Ma al tem­po stes­so, nel costrui­re da solo la pro­pria iso­la ener­ge­ti­ca, nel deci­de­re per­fi­no il rumo­re accet­ta­bi­le di un gene­ra­to­re, rias­sor­be una par­ven­za di con­trol­lo inter­no. È un gesto appa­ren­te­men­te tec­ni­co, ma pro­fon­da­men­te sim­bo­li­co. 

Un para­dos­so che Julian B. Rot­ter, psi­co­lo­go ame­ri­ca­no, avreb­be rico­no­sciu­to: quel­lo di chi rinun­cia al mon­do per poter anco­ra deci­de­re qual­co­sa. Anche solo la posi­zio­ne dei pan­nel­li sola­ri. Nel suo sag­gio del 1954, Social Lear­ning and Cli­ni­cal Psy­cho­lo­gy, Rot­ter intro­du­ce la teo­ria del locus of con­trol, distin­guen­do tra indi­vi­dui che per­ce­pi­sco­no gli even­ti del­la loro vita come effet­to del­le pro­prie azio­ni – locus inter­no – e quel­li che li attri­bui­sco­no inve­ce a fat­to­ri ester­ni o al caso – locus ester­no. Il modo in cui si rac­con­ta, le paro­le che sce­glie e quel prag­ma­ti­smo così inter­mit­ten­te lo tra­di­sco­no. Paul, pur riti­ran­do­si da una socie­tà che con­si­de­ra cor­rot­ta e incon­trol­la­bi­le, crea attor­no a sé una rete di micro­ma­na­ge­ment quo­ti­dia­na che gli resti­tui­sce l’illusione di un con­trol­lo per­so­na­le, tan­gi­bi­le, su alme­no una por­zio­ne del suo desti­no. È come se, ampu­ta­ta ogni con­nes­sio­ne socia­le, il suo biso­gno di agen­cy si con­cen­tras­se su det­ta­gli mini­mi, ma asso­lu­ti: l’autonomia ener­ge­ti­ca, l’inviolabilità del­lo spa­zio abi­ta­ti­vo, la gestio­ne del silen­zio. 

Silen­zio che a trat­ti sem­bra divo­rar­ci.

L’aria è fer­ma, cal­dis­si­ma. Paul è rima­sto in pie­di a fis­sa­re la tani­ca dell’acqua per alme­no tre minu­ti. E in tut­to que­sto, io, sono fer­mo tan­to quan­to lui.

«Un paio d’anni fa, è sal­ta­to tut­to. Le bat­te­rie, l’inver­ter, anche il gene­ra­to­re d’emergenza. Nes­su­na luce, nien­te radio. Solo il rumo­re del ven­to. Mi sono sdra­ia­to fuo­ri, stre­ma­to, per pas­sa­re il tem­po. Non face­va fred­do. Sono rima­sto lì tut­ta la not­te, con addos­so solo la luce del­le stel­le. Pri­ma leg­ge­ra, poi sem­pre più oppri­men­te, fino a diven­ta­re insop­por­ta­bi­le. Così tan­ta che non si capi­va più da che par­te arri­vas­se. Ma non riu­sci­vo a dor­mi­re come pri­ma. Chiu­de­vo gli occhi e li ria­pri­vo come se nul­la fos­se acca­du­to nel mez­zo. Come se il blac­kout mi aves­se sot­to­mes­so. Non sogna­vo più e non ricor­do di aver più sogna­to da allo­ra».

Ciò che lo cir­con­da non è più pae­sag­gio, ma un tea­tro dell’inconscio svuo­ta­to di sim­bo­li. Aver per­so la capa­ci­tà di sogna­re è la frat­tu­ra di un lega­me pro­fon­do, l’indizio che la sua men­te ha smes­so di rice­ve­re qual­co­sa di essen­zia­le. Carl Gustav Jung, nel deli­nea­re la strut­tu­ra dell’inconscio col­let­ti­vo, soste­ne­va che i sogni non appar­ten­go­no mai sol­tan­to al sogna­to­re, ma vei­co­la­no imma­gi­ni e moti­vi arcai­ci con­di­vi­si. Li chia­ma arche­ti­pi: for­me pri­mor­dia­li di signi­fi­ca­to sen­za orpel­li socia­li che emer­go­no nei momen­ti di cri­si, tran­si­zio­ne o iso­la­men­to. Un con­cet­to che com­pa­re spes­so nei suoi stu­di, espres­so con par­ti­co­la­re chia­rez­za in L’uomo e i suoi sim­bo­li (1967), dove Jung scri­ve che “i sogni spes­so espri­mo­no con­te­nu­ti non solo per­so­na­li, ma anche uni­ver­sa­li, appar­te­nen­ti alla strut­tu­ra comu­ne del­la men­te uma­na” (Jung 1967, 45). Sogna­re, per Jung, è un atto che con­net­te l’individuo alla sto­ria psi­chi­ca dell’umanità, a una rete invi­si­bi­le ma ope­ran­te. Nel muti­smo e nel­la luce acce­can­te del suo deser­to, Paul non era sve­glio, era discon­nes­so. Il mon­do inte­rio­re, pri­vo di rife­ri­men­ti, ave­va final­men­te smes­so di sus­sur­rar­gli all’orecchio. Dopo­di­ché, all’al­ba, si è rial­za­to da ter­ra.

È sali­to sul suo pic­kup ed è tor­na­to a toc­ca­re la civil­tà anche solo per un secon­do, per ripa­ra­re il gene­ra­to­re. L’ultimo com­pro­mes­so di chi ave­va final­men­te dige­ri­to la sua con­dan­na.

Gli ho chie­sto se que­sta sua epi­fa­nia fos­se arri­va­ta pro­prio gra­zie al deser­to, a quel lega­me estre­ma­men­te sot­ti­le tra vita e mor­te che si annu­sa tra quel­le nubi ocra alza­te dal ven­to. Se fos­se dav­ve­ro un luo­go miti­co per rico­min­cia­re, per vede­re le cose più chia­re, come si sen­te spes­so dire. Lui ha sor­ri­so appe­na, per la pri­ma vol­ta da che ave­va­mo comin­cia­to a par­la­re.

«Ti aiu­ta a smet­te­re di cer­ca­re. Il deser­to non ti aiu­ta a capi­re. All’inizio mi dice­vo che ero venu­to per fare ordi­ne, per sta­re meglio, per disin­tos­si­car­mi dal­la mer­da. Ma non è vero. Ci sono venu­to per­ché pen­sa­vo che qui il rumo­re den­tro la testa sareb­be sta­to più bas­so. E inve­ce no. Però alme­no non fin­go più che ci sia un posto dove gua­ri­re. Que­sto mi basta».

Ripen­so con­ti­nua­men­te a quel­la fra­se. Per­mea nei miei pen­sie­ri sen­za annun­ciar­si, com­pa­re come una nota a piè pagi­na ogni vol­ta che ten­to di chiu­de­re un capi­to­lo.

In un tem­po che ci impo­ne di otti­miz­za­re la nostra inte­rio­ri­tà come si otti­miz­za­no i pro­ces­si azien­da­li, a miglio­ra­re con­ti­nua­men­te e gesti­re l’ansia come si gesti­reb­be una mul­ti­na­zio­na­le, Paul rap­pre­sen­ta un’anomalia irri­du­ci­bi­le. Una scheg­gia inspie­ga­bi­le, di cui mi sfug­go­no per­si­no gli aspet­ti più con­cre­ti del suo viag­gio. È la for­ma più radi­ca­le di avoi­dan­ce. E per que­sto, para­dos­sal­men­te, è un gesto che riguar­da tut­ti. Paul ha disat­ti­va­to il rumo­re. Un rifiu­to che non chie­de nul­la in cam­bio.

Nel nostro incon­tro non c’è sta­to nem­me­no un secon­do in cui mi sia sem­bra­to un uomo che ha tro­va­to la pace. Nem­me­no del­le rispo­ste.

Quan­do sia­mo risa­li­ti in mac­chi­na, non ha salu­ta­to. Si è limi­ta­to ad alza­re una mano. Poi si è gira­to e ha richiu­so la por­ta del con­tai­ner.

Abbia­mo rifat­to la stra­da a ritro­so, in silen­zio. Dopo un po’, il tele­fo­no ha ripre­so segna­le. Era pie­no di noti­fi­che.

Foto­gra­fia di Lucas DeSha­zer

Biblio­gra­fia

Fromm, E. 2021. Fuga Dal­la Liber­tà, Mon­da­do­ri, Mila­no. 

Grae­ber, D. 2018. Bull­shit Jobs, Simon & Schu­ster, New York.

Jung, C G. 1967. L’uomo e i suoi sim­bo­li, Casi­ni, Roma.

Rot­ter, J. B. 1954. Social Lear­ning and Cli­ni­cal Psy­cho­lo­gy. East­ford, Mar­ti­no Fine Books.

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