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Febbraio
23 Febbraio 2026

NON FUG­GI­RE DAL DISA­STRO. CON­VER­SA­ZIO­NE CON LAU­RA PUGNO

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Fin dai tem­pi di Sire­ne (2007), roman­zo a suo modo cult e anti­ci­pa­to­re di gran par­te dei temi del dibat­ti­to sull’Antropocene, Lau­ra Pugno non ha mai smes­so di indi­ca­re un altro sen­tie­ro per la let­te­ra­tu­ra in Ita­lia. Dove per anni una mol­ti­tu­di­ne di scrit­to­ri e scrit­tri­ci si è mos­sa ver­so la neu­tra­liz­za­zio­ne dell’idea di disa­stro, sal­tan­do il malan­no e il con­cet­to stes­so di cri­si ambien­ta­le,  Lau­ra Pugno ha insi­sti­to affin­ché la (sua) scrit­tu­ra si con­fron­tas­se con “tut­to il com­ples­so ripen­sa­men­to del nostro mon­do, il mon­do stra­vol­to dal­la cata­stro­fe cli­ma­ti­ca” (2025). Se nell’opera In ter­ri­to­rio sel­vag­gio (2018) Pugno invi­ta­va a info­re­sta­re il libro, a con­si­de­rar­lo cioè non come un giar­di­no di bel­le scrit­tu­re ma come un bosco di sen­tie­ri per i qua­li ci si può per­de­re come “tro­va­re il modo di por­tar­li, i let­to­ri, nel bosco, uno per uno?” nel suo ulti­mo sag­gio, L’oltre. Poe­sia, Ter­zo pae­sag­gio, Ter­za natu­ra? (2025), l’autrice si chie­de: 

“Che cosa signi­fi­ca scri­ve­re, con­ti­nua­re a scri­ve­re, nel momen­to in cui l’orizzonte del tem­po a veni­re, l’aere peren­nius, diven­ta fra­sta­glia­to, potreb­be inter­rom­per­si, addi­rit­tu­ra can­cel­lar­si (quan­to­me­no per noi)?”. 

Inter­ro­ga­zio­ne  con­dot­ta pro­prio da un “buio del bosco” quel buio da cui inco­min­cia­va un altro roman­zo cult di Pugno, La ragaz­za sel­vag­gia del 2016; inter­ro­ga­zio­ne ‘peri­co­lan­te’, tan­to più se la scrit­tu­ra ne è come ‘com­pre­sa’: subi­sce la fra­sta­glia­tu­ra, vi rispon­de nel­la for­ma, si fran­tu­ma lun­go tut­to il libro e acco­glie, in que­sto fran­tu­mo, lo spa­zio di un “lam­peg­gia­men­to” di altre nar­ra­zio­ni, pos­si­bi­li­tà di resti­tui­re un mon­do diver­so da come lo abbia­mo imma­gi­na­to sino ad ora. “Io entro nel dolo­ro­so gru­mo” ha scrit­to una vol­ta il poe­ta Mario Luzi a pro­po­si­to di una cit­tà che potreb­be esse­re l’in­te­ro pae­sag­gio ter­re­stre, “diven­to cupo e risplen­do, / la rubo in imma­gi­ne / col mio spec­chio fluen­te, / la fran­tu­mo, / la sbri­cio­lo nel mio / mole­co­la­re lam­peg­gia­men­to” (L’Opera poe­ti­ca). C’è allo­ra come una gran­de gene­ro­si­tà nell’opera di Pugno: figu­re, testi, costel­la­zio­ni teo­ri­che, eco­lo­gie sen­za ‘natu­ra’ e dia­lo­ghi con altre figu­re del pano­ra­ma ita­lia­no e mon­dia­le come Timo­thy Mor­ton, Anna Tsing, Mer­lin Shel­dra­ke ed Eduar­do Kohn. 

Ne esce fuo­ri un libro dichia­ra­ta­men­te sel­va­ti­co, un kit di soprav­vi­ven­za, direb­be Mat­teo Meschia­ri, che infat­ti vie­ne cita­to più vol­te nel libro. Un’opera su cosa leg­ge­re-fre­quen­ta­re-ama­re nel mez­zo di que­sta “ter­ra deva­sta­ta”. Sen­za mai abi­tuar­si al deva­sto. Anzi: Pugno muo­ve il gesto poe­ti­co ver­so l’idea di una Ter­za natu­ra ispi­ra­ta a  Gil­les Clé­ment che non è wil­der­ness, né ambien­te antro­piz­za­to, ma ‘ter­ri­tà’ (land­ness): zona inter­me­dia, resi­dua, insta­bi­le, pro­li­fe­ra­zio­ne fuo­ri-pro­get­to – sco­ria e dono fera­le; “die­ci­mi­la ter­re­ni, un uni­co pia­ne­ta. Die­ci­mi­la cosmo­lo­gie, un uni­co cosmo” – un’altra eco di Meschia­ri (Land­ness: Una sto­ria geoa­nar­chi­ca). 

Pro­prio in que­sto spa­zio miti­co e mol­te­pli­ce, inaf­fer­ra­bi­le e cora­le, la poe­sia vie­ne chia­ma­ta a rifar­si, a rico­no­scer­si poro­sa, ad avven­tu­rar­si nell’Oltre.

Cara Lau­ra, nel tuo libro scri­vi così a pro­po­si­to del ter­zo pae­sag­gio: “Il non pen­sa­to dove la diver­si­tà si rifu­gia, scac­cia­ta da qual­sia­si altro­ve. È tut­to ciò che non è mes­so a siste­ma, spa­zio inde­ci­so, mar­gi­ne incol­to, o anche luo­go pri­ma sfrut­ta­to e poi abban­do­na­to, se, anco­ra per Clé­ment, resi­duo e incol­to sono sino­ni­mi. Spa­zio in cui, alme­no in teo­ria, la diver­si­tà non è fini­ta, né nel tem­po né nel­lo spa­zio: nel­la bio­sfe­ra cui appar­te­nia­mo, la Ter­ra con­tem­pla­ta dagli astro­nau­ti, il Giar­di­no pla­ne­ta­rio del pae­sag­gi­sta giar­di­nie­re, la casa in fiam­me da cui non pos­sia­mo fug­gi­re”.  

Mol­te poli­ti­che con­tem­po­ra­nee vor­reb­be­ro rifug­gi­re que­sta casa in fiam­me, con­tem­pla­re la Ter­ra da una distan­za che ne evi­ta l’incrinatura. Mi sono spes­so chie­sto se la poe­sia, in quan­to let­te­ra­tu­ra che cre­sce nel peri­co­lo del­la lin­gua, non sia pro­prio que­sta pra­ti­ca che ci per­met­te di scen­de­re nell’atmosfera impu­ra, nel­la casa in fiam­me del mon­do. L’intuizione ter­ri­bi­le dell’ascolto al peri­co­lo ciò che lo acco­glie, sen­za riget­tar­lo, facen­do­ne un lin­guag­gio.     

Può la lin­gua con­ti­nua­re a esse­re la stes­sa, a man­te­ner­si negli stes­si spa­zi – per resta­re nel regi­stro di que­sta meta­fo­ra – quan­do intor­no a noi il rea­le, e mi ver­reb­be da dire lo stes­so rea­li­smo, si alte­ra­no pro­fon­da­men­te, non sono più gli stes­si? In Occi­den­te ave­va­mo rele­ga­to un cer­to tipo di feno­me­ni dai tor­na­do alle pesti­len­ze, oggi pan­de­mie, alle allu­vio­ni incon­trol­la­te – lon­ta­no nel­lo spa­zio, in pae­si per noi remo­ti, o nel tem­po. Oggi la Sto­ria, per­ché di Sto­ria si trat­ta insie­me alla natu­ra, ci tor­na davan­ti con for­za e in que­ste for­me. La lin­gua del­la poe­sia è quin­di sem­pli­ce­men­te pro­pria del suo tem­po, non igno­ra nul­la, tie­ne insie­me tut­to. 

Dome­sti­co e sel­vag­gio, nel tuo libro, si scam­bia­no con­ti­nua­men­te. Resta lo spa­zio inde­fi­ni­bi­le, l’attitudine a con­tem­pla­re  il pae­sag­gio (let­te­ra­rio) come un arti­fi­cio insel­va­ti­chi­to. Mi sem­bra allo­ra che oggi l’attenzione del­la nuo­va poe­sia sia rivol­ta, più anco­ra che alle ideo­lo­gie ere­di­ta­te (pri­ma così impor­tan­ti nel­la defi­ni­zio­ne del­le varie cor­ren­ti, vedi il Grup­po 63, la Paro­la inna­mo­ra­ta, e via dicen­do), a ciò che è cre­sciu­to “a dispet­to”, a intrec­cio ambi­guo e fecon­do (pen­so alla mia gene­ra­zio­ne, con cui tu sei in costan­te dia­lo­go).  È così ?

Quan­do ho ini­zia­to a lavo­ra­re sul­la Map­pa imma­gi­na­ria del­la poe­sia ita­lia­na con­tem­po­ra­nea (2021) mi appa­ri­va con­ti­nua­men­te l’immagine di costel­la­zio­ni, il pae­sag­gio del­lo spa­zio. E quin­di del­le stel­le sin­go­le, o a clu­ster di due e tre, che quel­le costel­la­zio­ni ci sem­bra com­pon­go­no, anche se in real­tà è il nostro occhio a com­por­le, come per la poe­sia. Oggi for­se qual­sia­si poe­sia nasce “a dispet­to”, come dici tu. Potrem­mo anche dire è una sin­go­la­ri­tà. Per veni­re a esi­ste­re, e tan­to più per dura­re, in quel­le regio­ni del cosmo che l’accolgono. 

A un cer­to pun­to del libro, tor­ni a occu­par­ti accan­to all’arcaico di que­gli ele­men­ti radioat­ti­vi, “già indi­spen­sa­bi­li o anco­ra pri­vi di uso”, per cui occor­re “desi­gna­re una neces­si­tà futu­ra”. Qui la poe­sia sem­bra pren­de­re in cari­co ciò che anco­ra non sap­pia­mo come maneg­gia­re ne inven­ta una desti­na­zio­ne. In que­sta ter­ra deva­sta­ta, qua­le poten­za del costrui­re attri­bui­sci oggi alla poe­sia? 

La poe­sia è pro­prio que­sta rein­ven­zio­ne del pos­si­bi­le, se vuoi. Più che di costru­zio­ni, si occu­pa di edi­li­zia acro­ba­ti­ca, di case sugli albe­ri e sul­le nuvo­le che però sono estre­ma­men­te ter­re­stri, sono vere dimo­re per i cor­pi. Mi vie­ne in men­te, per ana­lo­gia imma­gi­na­ti­va, quel sag­gio di Mau­ri­zio Cor­ra­do, che poi ho cono­sciu­to a Mel­bour­ne, usci­to una man­cia­ta di anni fa per Deri­veAp­pro­di, Archi­tet­tu­re del dopo. Costrui­re con le pian­te, sali­ce can­na, bam­bú, paglia, terra (2020). Tor­nia­mo all’elementale, ma sap­pia­mo dal­la fan­ta­sia di una tavo­la perio­di­ca del­la poe­sia quan­ti ele­men­ti sia­no anco­ra da sco­pri­re, inven­ta­re. 

Nel­l’ol­tre del­l’ol­tre, descri­vi una magni­fi­ca geo­gra­fia di spo­sta­men­ti attra­ver­so l’I­ta­lia tra per­for­man­ce, riti, tea­tri, cen­tra­li del pos­si­bi­le di cui la poe­sia è per così dire la for­mu­la del con­ti­nuo ‘inne­sco’. Si viag­gia attra­ver­so la poe­sia, si scen­de tra le cose, si costrui­sco­no cavi dia­lo­gi­ci, ci si tro­va lega­ti, come scri­ve­va Flus­ser, imma­gi­nan­do una socie­tà futu­ra, allo stes­so modo con cui “i funi­co­li ner­vo­si lega­no l’un l’al­tro le cel­lu­le ner­vo­se” (Imma­gi­ni). Eppu­re, per­si­ste l’im­ma­gi­ne del poe­ta come esse­re reclu­so, ritrat­to, a ripa­ro dal pub­bli­co. La poe­sia si fa ‘a tor­to’ del mon­da­no, o è un equi­vo­co da scam­pa­re? 

Più che il mon­da­no, che comun­que esi­ste, è pro­prio il mon­do, lo sta­re come cor­pi e men­ti tra altri cor­pi e men­ti, che attrae oggi la poe­sia. Non sono affat­to scon­ta­ti que­sti pas­sag­gi tra i mon­di, avven­go­no al net­to del­la visi­bi­li­tà, for­se tra orbi­te ellit­ti­che che si chia­ma­no. Pos­so­no dura­re pochis­si­mo, bru­ciar­si come lam­pi, eppu­re sono sta­ti, han­no impres­so la reti­na. E pro­prio nel­la dura­ta, di testi, per­cor­si, ami­ci­zie vere, rela­zio­ni del­la poe­sia e fuo­ri di essa, è la doman­da che alla fine resta sospe­sa.

Bru­cio­re e per­si­sten­za, effet­ti dell’imprevisto. Mi vie­ne in men­te il con­cet­to di fera­li­tà, di ciò che in ogni infra­strut­tu­ra che abbia­mo più o meno ‘gene­ra­to’ con­ti­nua ad agi­re oltre le nostre inten­zio­ni; con­cet­to che amo mol­to, e che tu ripren­di dal Feral Atlas di Anna Tsing (2020). In un pas­sag­gio di quel libro ‘dif­fu­so’, si leg­ge che: “Feral Atlas offre sto­rie situa­te di spe­ci­fi­ci effet­ti fera­li, mostran­do l’Antropocene come un feno­me­no gra­nu­la­re, ossia come l’effetto com­bi­na­to ma non pie­na­men­te sin­cro­niz­za­to di pro­ces­si distin­ti. Que­sto approc­cio apre l’attenzione all’indeterminatezza di ciò che ci atten­de: la sto­ria non è con­clu­sa”. 

La let­te­ra­tu­ra, che ci avvol­ge da mil­len­ni, è un’ulteriore infra­strut­tu­ra fera­le? Apre il futu­ro ai suoi impre­vi­sti? Li pro­vo­ca?

In fon­do stia­mo par­lan­do, in tut­to que­sto, di con­se­guen­ze inin­ten­zio­na­li di azio­ni inten­zio­na­li, la vec­chia idea di Karl Pop­per che ha luo­go anche in let­te­ra­tu­ra. Ogni ope­ra si sopra­van­za, indi­pen­den­te­men­te dal­l’au­tri­ce o auto­re, nel­le sue inten­zio­ni e nei suoi effet­ti. Oppu­re implo­de. Nel­la mia sto­ria per­so­na­le di scrit­tu­ra ne sono un esem­pio i desti­ni di Sire­ne (2007), ampia­men­te let­to nei ven­t’an­ni suc­ces­si­vi alla sua pri­ma pub­bli­ca­zio­ne come un roman­zo dell’Antropocene pri­ma dell’Antropocene, o di In ter­ri­to­rio sel­vag­gio (2018), sag­gio sul roman­zo diven­ta­to l’attraversamento di un mul­tiam­bien­te in cri­si, e che ha gene­ra­to poi da sé gli altri libri che por­ta­va den­tro, in nuce. 

Sire­ne (2007) fu un libro che anti­ci­pa­va il dibat­ti­to del­l’An­tro­po­ce­ne, ma pri­ma anco­ra la testi­mo­nian­za che in Ita­lia era pos­si­bi­le rico­min­cia­re una let­te­ra­tu­ra altra. Pen­so oggi a Fran­ce­sca Mat­teo­ni, alla sua favo­la Tun­dra e Pei­ve (2023), o a Mat­teo Meschia­ri, che tu citi spes­so ne L’Ol­tre. Meschia­ri non ha fat­to che ripe­te­re, negli ulti­mi die­ci anni, che abbia­mo biso­gno di una let­te­ra­tu­ra come kit di soprav­vi­ven­za al col­las­so, come pron­tua­rio mito­po­ie­ti­co e modo di attra­ver­sa­re obli­qua­men­te il pae­sag­gio del­la deva­sta­zio­ne; a pro­po­si­to del suo poe­ma Fini­ster­re (2019), scri­ve­vi: “il bel­lis­si­mo pia­ne­ta mon­do vie­ne visto, come direb­be Oli­ver Sacks, da un ani­ma­le sen­zien­te, e for­se anco­ra più che visto per­ce­pi­to, come nel­la pro­prio­ce­zio­ne, come se fos­si­mo uno-con”. Quan­to la let­te­ra­tu­ra ita­lia­na oggi si con­fron­ta, secon­do te, con que­sto uno-con? Quan­to è cam­bia­to rispet­to all’u­sci­ta di quel libro-aste­roi­de che è sta­to Sire­ne?

Anche la rispo­sta a que­sta doman­da – come tut­te le altre? – pre­ve­de una com­pre­sen­za degli oppo­sti. Mol­te cose sono cam­bia­te da La gran­de ceci­tà di Ami­tav Gosh, che in Ita­lia è sta­to tra­dot­to da Anna Nadot­ti e Nor­man Gobet­ti nel 2017 per Neri Poz­za. L’an­no pri­ma, per me, dell’uscita di In ter­ri­to­rio sel­vag­gio (2018), quin­di l’an­no in cui ho pen­sa­to e scrit­to In ter­ri­to­rio sel­vag­gio. La sag­gi­sti­ca e la poe­sia in que­sto si sono dimo­stra­te più inquie­te e ibri­de del­la nar­ra­ti­va, che è un ani­ma­le gran­de e poten­te, len­to ad abban­do­na­re le pro­prie abi­tu­di­ni, sot­to la pres­sio­ne eco­no­mi­ca – che per scrit­to­ri e scrit­tri­ci diven­ta bio­lo­gi­ca? – del mer­ca­to. Ma anche il mer­ca­to è per defi­ni­zio­ne muta­men­to, ci chie­de – mol­tis­si­mo – e noi a nostra vol­ta chie­dia­mo. Det­to que­sto, Sire­ne resta, dicia­mo­lo gio­co­sa­men­te, un Far-far-out, il pic­co­lo pia­ne­ta che è l’og­get­to più lon­ta­no mai osser­va­to dal Siste­ma sola­re, e a que­sto deve la sua len­ta ma per­du­ran­te irra­dia­zio­ne. Anche se so che razio­nal­men­te non ha sen­so quan­to sto per dire, di tut­te le mie ope­re in pro­sa e poe­sia è quel­la che ho per­ce­pi­to più come qual­co­sa che “si è scrit­to attra­ver­so di me” più che qual­co­sa che ho scrit­to io, o quel qual­cu­no nel­la costel­la­zio­ne dei miei io, l’agenzia inte­rio­re che scri­ve.

Un tele­gram­ma da vec­chio gior­na­li­smo: ver­so dove si sta muo­ven­do que­sta agen­zia inte­rio­re? Qua­li scrit­tu­re? Lascia­mo­ci così.

L’agenzia inte­rio­re non ha mai per­so di vista la poe­sia, ma ades­so, dico­no i segna­li, sem­bra ave­re tut­ta l’in­ten­zio­ne di tor­na­re alla nar­ra­ti­va.

Foto­gra­fia di Davi­de Bon­diel­li

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