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Marzo
5 Marzo 2026

LUN­GO LA ROT­TA BAL­CA­NI­CA: LA POSTA IN GIO­CO

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Ci sono luo­ghi in cui la sto­ria si è data par­ti­co­lar­men­te da fare per crea­re equi­li­bri che han­no deci­so le sor­ti del mon­do. I Bal­ca­ni sono uno di que­sti: cro­ce­via di impe­ri, lin­gue e reli­gio­ni, sono sta­ti testi­mo­ni  e atto­ri di epi­so­di sto­ri­ci cru­cia­li, fino ad arri­va­re ai gior­ni nostri. 

Per diver­si seco­li i Bal­ca­ni sono sta­ti un’area di tran­si­to e cro­ce­via di diver­se civil­tà. Gli Anti­chi Gre­ci, l’Impero Roma­no e Bizan­ti­no, gli inse­dia­men­ti degli Sla­vi, i loro sta­ti medie­va­li e i seco­li di gover­no dell’Impero Otto­ma­no han­no lascia­to un for­te impat­to sul­la cul­tu­ra e sul­le iden­ti­tà etni­che del­la regio­ne. Dal­la distru­zio­ne degli impe­ri dopo la Pri­ma guer­ra mon­dia­le, anche nel­la regio­ne bal­ca­ni­ca han­no ini­zia­to a sol­le­var­si le voci dei nazio­na­li­sti. 

Ora anche i Bal­ca­ni Occi­den­ta­li si sono divi­si in tan­ti sta­ti, nati dopo la disa­stro­sa rot­tu­ra del­la ex Jugo­sla­via in segui­to alle guer­re che han­no imper­ver­sa­to nel­la regio­ne dal 1991 al 2001,  che ne ha ride­fi­ni­to i con­fi­ni come li cono­scia­mo oggi. La for­ma­zio­ne di sta­ti moder­ni con le loro fron­tie­re ha cau­sa­to ulte­rio­ri migra­zio­ni e spo­sta­men­ti di popo­la­zio­ni, sot­to­li­nean­do la dif­fi­col­tà di rin­chiu­de­re all’interno di con­fi­ni pre­ci­si del­le popo­la­zio­ni che per seco­li si era­no spo­sta­te e mischia­te all’interno di gran­di impe­ri . 

Una cit­tà che è sta­ta testi­mo­ne sto­ri­ca di que­sti cam­bia­men­ti è sicu­ra­men­te Sara­je­vo: metà otto­ma­na metà asbur­gi­ca e con­tor­na­ta da quar­tie­ri peri­fe­ri­ci net­ta­men­te socia­li­sti, rac­chiu­de in sé gli stra­ti più impor­tan­ti degli impe­ri che si sono sus­se­gui­ti. È pro­prio qui, il 28 giu­gno 1914, che sul pon­te Dri­na il re asbur­gi­co Fran­ce­sco Fer­di­nan­do è sta­to assas­si­na­to dall’anarchico ser­bo Gavri­lo Prin­cip, accen­den­do la mic­cia del­la Pri­ma guer­ra mon­dia­le. È qui che si è svol­to uno degli even­ti più san­gui­no­si del­le Guer­re jugo­sla­ve degli anni ‘90, con un asse­dio che ha bloc­ca­to la cit­tà e i suoi abi­tan­ti per anni, ren­den­do la cit­tà un cam­po di bat­ta­glia a cie­lo aper­to com­bat­tu­to tra cec­chi­ni, gra­na­te, eser­ci­ti riva­li e i cit­ta­di­ni stes­si, che non han­no mai smes­so di difen­de­re la loro cit­tà ad ogni costo. 

Segna­ti dai movi­men­ti e dai cam­bia­men­ti dei seco­li scor­si, non è un caso che i Bal­ca­ni si sia­no rive­la­ti di nuo­vo uno sno­do fon­da­men­ta­le per le rot­te migra­to­rie  moder­ne. 

Duran­te gli anni ‘90, a cau­sa del­la guer­ra, dal­la regio­ne par­ti­va­no gran­di flus­si di per­so­ne che cer­ca­va­no di tro­va­re rifu­gio in Euro­pa occi­den­ta­le. Con la fine del­la guer­ra, i riflet­to­ri sui Bal­ca­ni occi­den­ta­li si sono spen­ti, ma l’attenzione sul­la regio­ne è tor­na­ta alta tra il 2015 e il 2016, gli anni del­la cri­si dei rifu­gia­ti, quan­do i Bal­ca­ni sono diven­ta­ti cor­ri­do­io di tran­si­to per le per­so­ne in fuga dall’Africa, dall’Asia e dal Medio Orien­te, dan­do così ini­zio alla sto­ria del­la Rot­ta Bal­ca­ni­ca.  

I ter­ri­to­ri del­l’ex Jugo­sla­via e del­l’a­rea bal­ca­ni­ca occi­den­ta­le sono sem­pre sta­ti testi­mo­ni di flus­si migra­to­ri, ma mai come in que­gli anni. Tra il 2015 e il 2016 è sta­to sti­ma­to che cir­ca 920.000 per­so­ne, soprat­tut­to pro­ve­nien­ti da Siria, Afgha­ni­stan e Iraq, han­no attra­ver­sa­to la Rot­ta Bal­ca­ni­ca. Un così alto nume­ro di per­so­ne ha por­ta­to alla luce non solo l’instabilità dei Bal­ca­ni occi­den­ta­li ma anche dell’Unione Euro­pea, che non ha sapu­to gesti­re l’arrivo di quel­le per­so­ne. Per ovvia­re al pro­ble­ma, l’UE ha ini­zia­to un pro­ces­so di ester­na­liz­za­zio­ne del­le fron­tie­re tra­mi­te accor­di bila­te­ra­li tra l’Unione e pae­si ester­ni all’Unione. I pae­si ter­zi che ade­ri­sco­no a que­sti accor­di han­no il com­pi­to di pat­tu­glia­re le loro fron­tie­re e impe­di­re alle per­so­ne migran­ti di rag­giun­ge­re i con­fi­ni euro­pei. Un altro pun­to impor­tan­te di tali accor­di è la riam­mis­sio­ne: i pae­si si impe­gna­no a riam­met­te­re nei loro ter­ri­to­ri le per­so­ne migran­ti inter­cet­ta­te in pae­si dell’Unione  (Papa­geor­giou, 2018; God­win and Mor­ka, 2020).

Uno dei casi più ecla­tan­ti è sta­to il pat­to del 2016 con la Tur­chia, che è diven­ta­ta così la guar­dia­na dell’ingresso del­la Rot­ta Bal­ca­ni­ca, chiu­den­do uffi­cial­men­te le sue fron­tie­re e ridu­cen­do il flus­so migra­to­rio, in cam­bio di 6 miliar­di di euro ero­ga­ti dall’Europa. La chiu­su­ra del­le fron­tie­re però non ha cer­to fer­ma­to que­ste per­so­ne, ha solo aggiun­to più dif­fi­col­tà al rag­giun­gi­men­to del loro obiet­ti­vo. 

È evi­den­te, infat­ti, che le per­so­ne non si fer­ma­no davan­ti alle fron­tie­re, né davan­ti alle minac­ce o alla mor­te. Se così fos­se l’Unione Euro­pea e i suoi sta­ti, con i loro innu­me­re­vo­li sfor­zi avreb­be­ro già dovu­to fer­ma­re le per­so­ne in tran­si­to. Così non è sta­to, dato che le per­so­ne con­ti­nua­no ad arri­va­re, via ter­ra e via mare. L’obiettivo rima­ne lo stes­so, cam­bia­no solo i modi per rag­giun­ger­lo. È così che il viag­gio si com­pli­ca, diven­ta più peri­co­lo­so e più costo­so e ali­men­ta una rete di ille­ga­li­tà che cre­sce flo­ri­da e indi­stur­ba­ta intor­no alle fron­tie­re del­l’Eu­ro­pa. 

Con la chiu­su­ra del­le fron­tie­re, anche le vio­len­ze da par­te del­la poli­zia e del­le guar­die di fron­tie­ra aumen­ta­no, soprat­tut­to intor­no a quel­li che sono i con­fi­ni di Schen­gen. Sono diver­se le asso­cia­zio­ni che offro­no soli­da­rie­tà alle per­so­ne in movi­men­to sul­la Rot­ta Bal­ca­ni­ca e che si impe­gna­no a ripor­ta­re le vio­la­zio­ni dei dirit­ti uma­ni in cor­so. Tra le tan­te è impor­tan­te cita­re Bor­der Vio­len­ce Moni­to­ring Net­work, una rete oriz­zon­ta­le e indi­pen­den­te che uni­sce varie orga­niz­za­zio­ni non gover­na­ti­ve, asso­cia­zio­ni e col­let­ti­vi. Il loro obiet­ti­vo è quel­lo di moni­to­ra­re le vio­la­zio­ni dei dirit­ti uma­ni fuo­ri e den­tro i pae­si dell’Unione Euro­pea, bat­ten­do­si per fer­ma­re la vio­len­za con­tro le per­so­ne in movi­men­to. 

Il net­work nasce nel 2017 e negli anni ha affi­na­to una meto­do­lo­gia comu­ne a tut­te le real­tà che ne fan­no par­te per rac­co­glie­re testi­mo­nian­ze che sia­no det­ta­glia­te e spe­ci­fi­che, orga­niz­za­to in un data­ba­se sem­pre aggior­na­to, in modo da rac­co­glie­re il mag­gior nume­ro di mate­ria­le pos­si­bi­le per poter denun­cia­re i mag­gio­ri respon­sa­bi­li del­le vio­len­ze alle fron­tie­re.

Un caso lam­pan­te di que­ste vio­len­ze e del­la mili­ta­riz­za­zio­ne del­le fron­tie­re si tro­va pro­prio al con­fi­ne tra Bosnia ed Erze­go­vi­na e Croa­zia, pae­se che dal 2023 si tro­va a far par­te del­lo spa­zio Schen­gen, diven­tan­do sem­pre più fon­da­men­ta­le nel con­te­sto migra­to­rio. Un arti­co­lo di quell’anno ripor­ta la noti­zia con il tito­lo “La Croa­zia è Euro­pea a tut­ti gli effet­ti e sen­za con­fi­ni”. Una scel­ta di paro­le piut­to­sto infe­li­ce, dato che è pro­prio su quel con­fi­ne che tan­te per­so­ne riman­go­no bloc­ca­te a cau­sa del­le vio­len­ze inu­ma­ne per­pe­tra­te dal­la poli­zia croa­ta, con il soste­gno di Fron­tex, l’A­gen­zia euro­pea del­la guar­dia di fron­tie­ra e costie­ra,  e con la taci­ta con­ni­ven­za dell’Unione Euro­pea. Ed è sui suoi con­fi­ni che si vede il vero vol­to di que­sto gigan­te eco­no­mi­co che è l’Unione Euro­pea, che ha più inte­res­se a difen­de­re la liber­tà di movi­men­to dei beni piut­to­sto che del­le per­so­ne. È qui che le per­so­ne in movi­men­to per­do­no la spe­ran­za, per­ché ave­va­no sem­pre sogna­to un’Europa dei dirit­ti e si ritro­va­no in con­di­zio­ni qua­si peg­gio­ri di quel­le da cui era­no par­ti­ti. 

Nell’impossibilità di con­ti­nua­re il loro viag­gio, le per­so­ne riman­go­no bloc­ca­te in Bosnia ed Erze­go­vi­na per set­ti­ma­ne, mesi o addi­rit­tu­ra anni. Per ospi­ta­re que­ste per­so­ne sono sta­ti crea­ti dei cen­tri di acco­glien­za tem­po­ra­nei Tem­po­ra­ry Recep­tion Cen­ters (TRC) finan­zia­ti in gran par­te dall’Unione Euro­pea e gesti­ti dall’International Orga­ni­za­tion for Migra­tions (IOM) e da SFA, il ser­vi­zio di affa­ri este­ri del­la Bosnia ed Erze­go­vi­na, con la col­la­bo­ra­zio­ne di altri enti inter­na­zio­na­li come la Cro­ce Ros­sa.

Que­sti cen­tri sono sta­ti costrui­ti in modo da for­ni­re beni di pri­ma neces­si­tà come cibo, ripa­ro, acqua, ser­vi­zi igie­ni­ci e pro­te­zio­ne. Dal 2024, la Bosnia ed Erze­go­vi­na ha ini­zia­to un pro­ces­so di nazio­na­liz­za­zio­ne dei cen­tri di acco­glien­za, assu­men­do sem­pre di più il con­trol­lo e la gestio­ne di que­sti cen­tri, con la pre­oc­cu­pa­zio­ne gene­ra­le che il pae­se non sia in gra­do di gesti­re que­sto com­pi­to indi­vi­dual­men­te. Già negli anni pre­ce­den­ti infat­ti i cam­pi bosnia­ci era­no sta­ti clas­si­fi­ca­ti come alta­men­te pro­ble­ma­ti­ci, con ser­vi­zi igie­ni­ci ina­de­gua­ti, cibo sca­den­te, il tut­to aggra­va­to da fred­do inten­so e peri­co­li all’interno del cam­po che la sicu­rez­za non è riu­sci­ta a scon­giu­ra­re.

Uno dei cam­pi di tran­si­to diven­ta­to tri­ste­men­te famo­so sul ter­ri­to­rio bosnia­co è il cam­po di Lipa, anco­ra atti­vo nel 2025 dopo diver­si anni di fun­zio­ne duran­te i qua­li ha attra­ver­sa­to vari cam­bia­men­ti. 

Quan­do met­ti pie­de den­tro al cam­po di Lipa hai subi­to la sen­sa­zio­ne di esse­re entra­to in un non luo­go, uno di que­gli spa­zi in cui non si seguo­no le stes­se rego­le che riguar­da­no il resto degli esse­ri uma­ni. Non di quel­li pri­vi­le­gia­ti, alme­no.

Secon­do l’antropologo Michael Agier, le strut­tu­re dei cam­pi per­pe­tua­no dei mec­ca­ni­smi di esclu­sio­ne di tut­ti quei sog­get­ti non volu­ti da una cer­ta par­te di mon­do. Il cam­po diven­ta così un mez­zo per “gesti­re gli inde­si­de­ra­ti”, per­ché “non esi­ste assi­sten­za sen­za con­trol­lo” (Agier 2011, 4). Il caso di Lipa non è un’ec­ce­zio­ne. Posi­zio­na­to a 30 chi­lo­me­tri da Bihać, una cit­ta­di­na bosnia­ca a ridos­so del con­fi­ne croa­to, il cam­po di Lipa deve svol­ge­re lo spor­co lavo­ro di ospi­ta­re tut­te quel­le per­so­ne che han­no cer­ca­to di attra­ver­sa­re il con­fi­ne per rag­giun­ge­re l’Unione Euro­pea, ma non ce l’hanno fat­ta. Lipa vie­ne posi­zio­na­to stra­te­gi­ca­men­te in una loca­li­tà mon­ta­na lon­ta­na dal cen­tro cit­ta­di­no, così che le per­so­ne migran­ti che tran­si­ta­no da quest’area pos­sa­no rima­ne­re iso­la­te, nasco­ste agli occhi degli abi­tan­ti e dei turi­sti esti­vi. 

Il cam­po ha cono­sciu­to diver­se fasi da quan­do è sta­to aper­to per la pri­ma vol­ta nel 2020. All’i­ni­zio del­la sua sto­ria Lipa era un cam­po ten­da­to di emer­gen­za, che si è tro­va­to da subi­to a dover ospi­ta­re più di mil­le per­so­ne, diven­tan­do sovraf­fol­la­to a un solo mese dal­la sua aper­tu­ra. Il cam­po era sta­to pen­sa­to come solu­zio­ne esti­va tem­po­ra­nea, ma con il soprag­giun­ge­re dell’inverno le per­so­ne era­no anco­ra lì e non smet­te­va­no di arri­va­re. 

Era il pie­no boom del­la Rot­ta Bal­ca­ni­ca e le per­so­ne si affol­la­va­no ai con­fi­ni del­l’UE con l’unico obiet­ti­vo di supe­ra­re quel con­fi­ne. È qui che le per­so­ne migran­ti han­no ini­zia­to a chia­ma­re que­sta rot­ta il Game, come se fos­se un video­gio­co. Ogni ten­ta­ti­vo di supe­ra­re il con­fi­ne è un’incognita. Se sei for­tu­na­to pas­si e con­ti­nui il tuo gio­co. Se ti pren­do­no tor­ni indie­tro e riten­ti, fin­ché non ce la fai. Per qual­cu­no è game over, sen­za pos­si­bi­li­tà di ripar­ti­re. Anche se non è mor­ta­le come la rot­ta del Medi­ter­ra­neo, trop­pe per­so­ne han­no per­so la vita nei Bal­ca­ni per cer­ca­re di rag­giun­ge­re il fal­la­ce sogno euro­peo. Negli anni più recen­ti, uno dei casi più dram­ma­ti­ci è sta­to nel­la not­te tra il 21 e il 22 ago­sto 2024, quan­do un’imbarcazione si è rove­scia­ta nel­la Dri­na, fiu­me che segna il con­fi­ne tra la Ser­bia e la Bosnia, in cui sono mor­te 12 per­so­ne, tra cui un neo­na­to di 9 mesi. Nel novem­bre 2025, altre tre per­so­ne sono affo­ga­te nel fiu­me Kol­pa e nel fiu­me Dri­na, che si aggiun­go­no ad altre 20 per­so­ne anne­ga­te in que­sti fiu­mi a set­tem­bre del­lo stes­so anno. Anche il cimi­te­ro di Bihać ospi­ta varie tom­be di per­so­ne migran­ti, alcu­ne rima­ste sen­za iden­ti­fi­ca­zio­ne, per­ché è anche que­sto che fan­no i con­fi­ni: spo­glia­no le per­so­ne di ogni digni­tà, lascian­do­le mori­re sen­za nome. 

Il 23 dicem­bre 2020, dopo mesi pas­sa­ti sen­za che le con­di­zio­ni di vita miglio­ras­se­ro, il cam­po di Lipa va a fuo­co. Non si è tro­va­ta una spie­ga­zio­ne per que­sto incen­dio: c’è chi ha accu­sa­to gli abi­tan­ti del cam­po di aver appic­ca­to il fuo­co per pro­te­sta, chi dice addi­rit­tu­ra che sia sta­to IOM a dar­gli fuo­co per­ché non riu­sci­va­no più a gestir­lo. Sta di fat­to che non sono sta­ti tro­va­ti respon­sa­bi­li, ma alme­no 1.300 per­so­ne si sono ritro­va­te sen­za alcun ripa­ro, in alta mon­ta­gna e in pie­no inver­no. 

È così che ini­zia la secon­da fase del cam­po, che vie­ne tra­sfor­ma­to, con i fon­di dell’Unione Euro­pea, in un cam­po prov­vi­so­rio con ten­de comu­ni e con­tai­ner. Nel novem­bre 2021, il nuo­vo cam­po vie­ne inau­gu­ra­to sot­to il nome di Tem­po­ra­ry Recep­tion Cen­ter (TRC).

Que­sta ria­per­tu­ra vie­ne denun­cia­ta dal­la rete RiVol­ti ai Bal­ca­ni in un report chia­ma­to “Lipa, il cam­po dove fal­li­sce l’Europa”, defi­nen­do­lo un luo­go dove “la digni­tà uma­na vie­ne cal­pe­sta­ta”.

In quel perio­do la Bosnia con­ta­va cin­que cam­pi di que­sto tipo, con Borići, Miral, Bla­zuj e Uši­vak. Ad oggi sono rima­sti atti­vi solo Lipa nel can­to­ne Una Sana, e Bla­zuj e Uši­vak nel can­to­ne di Sara­je­vo. I flus­si migra­to­ri nel­la regio­ne sono cala­ti dra­sti­ca­men­te negli ulti­mi anni e non ci sono più i fon­di e le risor­se di pri­ma per poter gesti­re que­ste strut­tu­re. 

I cam­pi di tran­si­to bosnia­ci sono a libe­ro ingres­so, vuol dire che le per­so­ne migran­ti pos­so­no regi­strar­si e lascia­re il cam­po quan­do voglio­no. Il cam­po di Lipa è diven­ta­to prin­ci­pal­men­te il luo­go in cui le per­so­ne si instal­la­no pri­ma o dopo aver ten­ta­to il game, quan­do ven­go­no respin­ti. Si trat­ta di una posi­zio­ne svan­tag­gia­ta rispet­to alla cit­tà, ed è anche lon­ta­na dal con­fi­ne, ma all’interno del cam­po si è svi­lup­pa­ta una for­te rete di pas­sa­pa­ro­la e di smug­gler, traf­fi­can­ti che ven­go­no paga­ti per rag­giun­ge­re l’altra par­te del con­fi­ne, la Croa­zia.

È pro­prio qui, alle por­te d’Europa, che si con­cen­tra la vio­len­za. La poli­zia croa­ta, infat­ti, è sta­ta per anni ed è tut­to­ra al cen­tro di diver­si report per la vio­la­zio­ne dei dirit­ti uma­ni. È tri­ste­men­te cono­sciu­ta per ave­re uno dei cor­pi di poli­zia e mili­ta­ri più vio­len­ti del­la rot­ta bal­ca­ni­ca, pri­ma­to che si con­ten­de con la Bul­ga­ria. Non è un caso che entram­bi que­sti con­fi­ni sia­no di pae­si den­tro allo spa­zio dell’Unione. La For­tez­za Euro­pa non per­met­te che gli inde­si­de­ra­ti entri­no nei suoi con­fi­ni, e pur di tener­li fuo­ri si rifà alla vio­len­za e alla vio­la­zio­ne di quei dirit­ti fon­da­men­ta­li di cui si fa pro­mo­tri­ce. 

Par­lan­do con diver­se per­so­ne in movi­men­to pas­sa­te dal cam­po di Lipa tra il 2024 e il 2025, tut­ti con­cor­da­va­no su una cosa: la poli­zia croa­ta e quel­la bul­ga­ra era­no le peg­gio­ri che aves­se­ro mai incon­tra­to. 

All’interno del­lo spa­zio in cui lavo­ra­vo offri­va­mo bevan­de cal­de, uno spa­zio asciut­to e puli­to in cui sta­re, gio­chi da tavo­lo e il tan­to ama­to biliar­di­no, che si tra­sfor­ma­va spes­so in un cam­po da gio­co agguer­ri­to. In que­sto spa­zio si tor­na­va a respi­ra­re, sep­pur per poco. La mia par­te pre­fe­ri­ta del lavo­ro era par­la­re, anche se era quel­la più pesan­te a vol­te. Cer­ca­vo di instau­ra­re un rap­por­to che andas­se oltre il rac­con­to del­la Rot­ta Bal­ca­ni­ca, del­la lun­ga migra­zio­ne che le per­so­ne che incon­tra­vo sta­va­no affron­tan­do. Par­la­va­mo del­le nostre fami­glie, dei nostri sogni per il futu­ro, del­la musi­ca che ci pia­ce­va e dei cibi che ama­va­mo cuci­na­re. Abbia­mo bal­la­to, abbia­mo riso, ci sia­mo pre­si in giro, abbia­mo fat­to fin­ta di esse­re ami­ci che fan­no le chiac­chie­re e si rac­con­ta­no del­le loro vite. Quan­te foto mi han­no mostra­to, di madri, padri, figli e mogli, tut­ti trop­po lon­ta­ni, a vol­te per­si per sem­pre. Poi le foto di pae­si abban­do­na­ti, di case che a vol­te non esi­sto­no più, insie­me alle foto e ai video del viag­gio, grup­pi di per­so­ne che insie­me attra­ver­sa­no con­fi­ni, la fore­sta bul­ga­ra e quel­la croa­ta, per arri­va­re fino a qua e par­la­re con me in que­sto posto che è un non luo­go, che vor­rem­mo non esi­stes­se ma che ci ha fat­ti incon­tra­re. 

Un ragaz­zo siria­no un gior­no mi ha det­to men­tre par­la­va­mo: “ Era da sei mesi che non par­la­vo con qual­cu­no sen­za la costan­te pau­ra di esse­re pic­chia­to”. Altri mi mostra­va­no le loro feri­te, mi rac­con­ta­va­no del­la poli­zia e del­le vio­len­ze subi­te. A vol­te le per­so­ne arri­va­va­no a dir­mi:” Sì ci han­no pic­chia­ti, ma è nor­ma­le no? Noi cer­chia­mo di entra­re nel loro pae­se ille­gal­men­te e loro ci pic­chia­no e ci riman­da­no indie­tro, fun­zio­na così”. Quan­do i tuoi dirit­ti ven­go­no nega­ti ogni gior­no, quan­do la vio­len­za diven­ta pane quo­ti­dia­no, tut­to que­sto diven­ta la nor­ma­li­tà. 

Un altro uomo siria­no che ho incon­tra­to ama­va i caval­li e la let­tu­ra, era un poe­ta. Quan­do l’ho visto arri­va­re per la pri­ma vol­ta face­va fati­ca a cam­mi­na­re, era pie­no di ben­de ed era arrab­bia­to, vole­va rac­con­ta­re la sua sto­ria. Lui e il suo grup­po era­no sta­ti fer­ma­ti dal­la poli­zia, pic­chia­ti cer­to, ma con una vio­len­za inau­di­ta. Gli ave­va­no spen­to le siga­ret­te sul­le pian­te dei pie­di, per que­sto fati­ca­va a cam­mi­na­re. Ave­va la schie­na con i segni dei man­ga­nel­li. La poli­zia ave­va pre­so tut­to quel­lo che ave­va­no e gli ave­va dato fuo­co. Ave­va minac­cia­to anche un suo ami­co di met­ter­lo sul rogo, gli han­no det­to “dovre­ste bru­cia­re come gli ebrei”. Que­sta è la poli­zia croa­ta, que­sta è la poli­zia che difen­de i con­fi­ni d’Europa. 

I ricor­di di que­sta Rot­ta si por­ta­no sul­la pel­le: cica­tri­ci, arti rot­ti, brac­cia, schie­ne, nasi spez­za­ti, pie­di distrut­ti. Tut­to que­sto si rimar­gi­ne­rà, ma sono le cica­tri­ci impres­se nel­la men­te le più dif­fi­ci­li ad andar­se­ne: l’umiliazione, gli insul­ti, siga­ret­te spen­te sul cor­po, esse­re rin­chiu­si per gior­ni in cen­tra­li di poli­zia sen­za acqua né cibo, la depri­va­zio­ne del son­no, esse­re costret­ti a spo­gliar­si e a immer­ger­si in fiu­mi gela­ti di not­te sen­za saper nuo­ta­re, teme­re di mori­re o di veder mori­re i tuoi com­pa­gni di viag­gio. La poli­zia di con­fi­ne si acca­ni­sce anche con­tro gli ogget­ti per­so­na­li: i tele­fo­ni ven­go­no distrut­ti, i sol­di ruba­ti, i vesti­ti strac­cia­ti. A vol­te ven­go­no crea­te del­le pile di ogget­ti a cui la poli­zia dà fuo­co: pas­sa­por­ti, libri, docu­men­ti, tut­to per­du­to. Que­ste espe­rien­ze lascia­no un segno, e spes­so le per­so­ne che riman­go­no bloc­ca­te a Lipa per trop­po tem­po ripor­ta­no sin­to­mi di depres­sio­ne e auto­le­sio­ni­smo, alcu­ni arri­va­no a con­tem­pla­re il sui­ci­dio. Esplo­do­no anche momen­ti di vio­len­za tra le per­so­ne del cam­po, che pos­so­no sfo­cia­re nel­la mor­te. Nel­la pri­ma­ve­ra del 2025, un uomo è sta­to ucci­so a col­tel­la­te dal suo com­pa­gno di con­tai­ner per­ché era entra­to con le scar­pe spor­che dopo che lui ave­va puli­to il pavi­men­to. L’omicida era un uomo che ave­va avu­to già epi­so­di di pro­ble­mi psi­chia­tri­ci in pas­sa­to, e che non era sta­to cura­to. Tro­var­si ad attra­ver­sa­re i con­fi­ni euro­pei vuol dire anche que­sto, mori­re per uno scher­zo del desti­no, mori­re per­ché qual­cu­no ha deci­so che la tua vita non vale nien­te, è come il fan­go su quel­le scar­pe. 

Nell’inverno del 2025, altre per­so­ne sono mor­te nel cam­po di Lipa a cau­sa di man­ca­te cure medi­che. Da quan­do la Bosnia ha deci­so di pas­sa­re a una nazio­na­liz­za­zio­ne del­la gestio­ne dei cam­pi, a Lipa man­ca soprat­tut­to per­so­na­le medi­co. Pri­ma se ne occu­pa­va l’associazione Danish Refu­gee Coun­cil (DRC), con un ser­vi­zio di medi­ci e inter­pre­ti pre­sen­ti h24. Oggi, i tur­ni dei medi­ci sono in calo, le per­so­ne che han­no biso­gno di cure spes­so non tro­va­no rispo­sta e que­sto por­ta a gra­vi con­se­guen­ze. 

Il 23 novem­bre 2025, Muk­ter Hus­sain, un uomo di 41 anni del Ban­gla­desh, muo­re a Lipa dopo due gior­ni pas­sa­ti nel cam­po. La sua sto­ria vie­ne denun­cia­ta da Col­lec­ti­ve Aid, Medi­cal Soli­da­ri­ty Inter­na­tio­nal e No Name Kit­chen, tre orga­niz­za­zio­ni impe­gna­te da anni nel­la soli­da­rie­tà lun­go la Rot­ta Bal­ca­ni­ca. 

Muk­ter era arri­va­to a Lipa dopo un push back ille­ga­le dal­la Croa­zia, ossia dopo esse­re sta­to respin­to oltre il con­fi­ne sen­za aver avu­to acces­so ad ogni tipo di pro­ce­du­ra d’a­si­lo o di pro­te­zio­ne. L’uomo ha ripor­ta­to di esse­re sta­to pic­chia­to, spe­cial­men­te sul­le costo­le. È arri­va­to a Lipa accu­san­do un gran­de dolo­re e vomi­tan­do. I medi­ci del cam­po gli han­no dato solo degli anti­do­lo­ri­fi­ci, e nei gior­ni suc­ces­si­vi si sono rifiu­ta­ti di chia­ma­re un’ambulanza, anche se l’uomo dichia­ra­va di sta­re male e non riu­sci­re a respi­ra­re. È così che Muk­ter Hus­sein è mor­to, una vita che pote­va esse­re sal­va­ta se solo aves­se rice­vu­to le giu­ste cure, se solo aves­se avu­to la pos­si­bi­li­tà di rag­giun­ge­re l’Europa tra­mi­te un cana­le sicu­ro. 

Un altro caso di cure man­ca­te riguar­da tre uomi­ni suda­ne­si, che han­no cer­ca­to di attra­ver­sa­re il con­fi­ne di not­te con la spe­ran­za di non esse­re visti dal­la poli­zia. Sul­le mon­ta­gne croa­te a  dicem­bre le tem­pe­ra­tu­re scen­do­no sot­to lo zero, e i tre si sono tro­va­ti pre­sto con mani e pie­di con­ge­la­ti. Ven­go­no tro­va­ti dal­la poli­zia bosnia­ca nel­la neve, e ven­go­no ripor­ta­ti al cam­po di Lipa. Per quat­tro gior­ni ven­go­no por­ta­ti in ospe­da­le a Bihać per rice­ve­re cure, e poi a Lipa per pas­sa­re la not­te. Solo il quar­to gior­no i medi­ci di Bihać si ren­do­no con­to che le loro cure non fun­zio­na­no e così i tre ven­go­no por­ta­ti d’urgenza a Sara­je­vo, dove l’ospedale non può rice­ver­li per­ché è pie­no. Ven­go­no così tra­sfe­ri­ti a Tuz­la, a 300 km di distan­za da Bihać. A que­sto pun­to è pas­sa­to trop­po tem­po, i medi­ci dichia­ra­no che gli arti sono in uno sta­to avan­za­to di can­cre­na e non c’è altro da fare se non l’amputazione. Il caso com­ple­to è sta­to rac­con­ta­to da Fran­ce­sca Bel­li­ni su Altre­co­no­mia.

Que­ste sono solo alcu­ne sto­rie che sono venu­te alla luce, tan­te altre non han­no avu­to modo di esse­re rac­con­ta­te. 

Rispet­to ai pri­mi anni del­la Rot­ta Bal­ca­ni­ca, tra il 2024 e il 2025 il nume­ro di per­so­ne che cer­ca di attra­ver­sa­re il con­fi­ne da Bihać è cala­to dra­sti­ca­men­te, ma que­sto non vuol dire che le per­so­ne smet­te­ran­no di ten­ta­re di rag­giun­ge­re l’Europa da altri pae­si e da altre zone del con­fi­ne. Le rot­te migra­to­rie cam­bia­no e muta­no nel tem­po, anche in base alle vio­len­ze per­pe­tra­te sui con­fi­ni. Aumen­ta­re i con­trol­li non fer­me­rà le per­so­ne dal cer­ca­re di attra­ver­sa­re, ma le spin­ge­rà anco­ra di più nel­le mani dell’illegalità e del­la vio­len­za. I con­fi­ni euro­pei sono sta­ti fat­ti per ren­de­re impos­si­bi­le l’attraversamento in modo sicu­ro e lega­le, ed è dove­re mora­le e giu­ri­di­co dell’Unione Euro­pea, visti i trat­ta­ti sui dirit­ti uma­ni di cui è fir­ma­ta­ria, e dei pae­si che ne fan­no par­te,  lavo­ra­re per un futu­ro in cui la liber­tà di movi­men­to sia liber­tà per tut­ti, un futu­ro in cui i dirit­ti saran­no di tut­ti. E se pen­sia­mo che que­sto non ci riguar­da, sba­glia­mo di gros­so. I dirit­ti non van­no dati per scon­ta­ti, van­no pro­tet­ti, e in tem­pi bui come que­sti, in cui il dirit­to inter­na­zio­na­le e i dirit­ti uma­ni ven­go­no cal­pe­sta­ti come se non vales­se­ro nien­te, sta a noi cit­ta­di­ni e alla socie­tà civi­le alza­re la voce, acqui­si­re con­sa­pe­vo­lez­za, e bat­ter­ci anche per chi que­sti pri­vi­le­gi non ce li ha. Solo così potre­mo costrui­re una socie­tà più giu­sta e più uma­na, per tut­ti. 

Foto­gra­fie di Fran­ce­sco Arri­go­ni

Biblio­gra­fia

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https://lavialibera.it/en-schede-2108-europe_has_externalised_its_borders_to_stop_migrants 

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