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Febbraio
2 Febbraio 2026

LAVO­RO IMMA­TE­RIA­LE E NEO-TRI­BA­LI­SMO DIGI­TA­LE NEL META­VER­SO

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Se ave­te meno di trent’anni, è pos­si­bi­le che la paro­la “Roblox” vi suo­ni fami­lia­re. Nel caso non lo sia, nes­sun pro­ble­ma: Roblox è il nome di una una piat­ta­for­ma onli­ne, all’interno del­la qua­le le per­so­ne pos­so­no crea­re il pro­prio ava­tar e inte­ra­gi­re con altri uten­ti in varie atti­vi­tà, che spa­zia­no dai video­gio­chi alla crea­zio­ne di com­mu­ni­ty ad “azio­ni di diver­so tipo (anche poli­ti­che e di atti­vi­smo) per scam­biar­si ogget­ti digi­ta­li, fare aste, com­pra­re, ven­de­re” (Arca­gni 2023, 21). Fun­zio­nan­do come un “meta­ver­so”, Roblox offre agli uten­ti la pos­si­bi­li­tà di per­so­na­liz­za­re i pro­pri ava­tar, di vaga­re e inte­ra­gi­re all’in­ter­no del­lo spa­zio digi­ta­le. Non trat­tan­do­si stret­ta­men­te di una piat­ta­for­ma per video­gio­chi, ma una sor­ta di open-world per ava­tar, nume­ro­si brand han­no fiu­ta­to l’opportunità di fare pro­fit­to, e sono accor­si a crea­re dei mon­di vir­tua­li bran­diz­za­ti all’interno dei qua­li gli uten­ti pos­so­no muo­ver­si e inte­ra­gi­re. Un esem­pio? Il “Tom­my Play”: un mon­do tema­ti­co di un famo­so brand di abbi­glia­men­to, all’interno del qua­le gli uten­ti pos­so­no gio­ca­re e par­te­ci­pa­re a ini­zia­ti­ve che li immer­go­no nei valo­ri – di inclu­si­vi­tà, diver­si­tà e crea­ti­vi­tà – e nei pro­dot­ti del brand; all’interno, ad esem­pio, è pos­si­bi­le rac­co­glie­re mone­te e scam­biar­le per capi e acces­so­ri – rigo­ro­sa­men­te del brand di rife­ri­men­to – con cui vesti­re il pro­prio ava­tar. 

Alcu­ni ricer­ca­to­ri del Poli­tec­ni­co di Mila­no, in Brand stra­te­gy in the meta­ver­se, ripor­ta­no alcu­ne sta­ti­sti­che che mostra­no bene come ciò che nasce nel meta­ver­so non sia tut­ta­via desti­na­to a rima­ne­re nel meta­ver­so: infat­ti, sul­la base di un son­dag­gio, alme­no l’84% degli uten­ti di Roblox tra i 14 e i 26 anni ripor­ta di aver con­si­de­ra­to di acqui­sta­re pro­dot­ti di un brand nel­la vita rea­le dopo che il suo ava­tar li ave­va indos­sa­ti (Di Pao­lo et al. 2025, 2). Lo sco­po del brand, del resto, è quel­lo di ven­de­re: sem­pli­ce­men­te, la media­zio­ne di “masche­re digi­ta­li inco­rag­gia le comu­ni­tà a espan­de­re la loro crea­ti­vi­tà, crean­do alla fine un lega­me più for­te con i brand” (Di Pao­lo et al. 2025, 4). A flui­re fuo­ri dal sili­ci­co meta­ver­so, tut­ta­via, non è solo una rela­zio­ne più for­te e signi­fi­ca­ti­va con i brand; è anche un’immagine mol­to niti­da di come il nostro rap­por­to con il con­su­mo con­tri­bui­sca a model­la­re la nostra iden­ti­tà.

Para­dos­sal­men­te, infat­ti, un’analogia sug­ge­sti­va per descri­ve­re la nostra rela­zio­ne con la real­tà con­tem­po­ra­nea è pro­prio quel­la dell’avatar: una sor­ta di segna­po­sto, all’interno di un flus­so inin­ter­rot­to di con­su­mi, che tro­va il suo sen­so sol­tan­to nell’auto-riproduzione del­le espe­rien­ze con­su­mi­sti­che vei­co­la­te al suo inter­no; ciò poi­ché quel tipo di espe­rien­za sem­bra in gra­do di for­ni­re un sen­so di iden­ti­tà, che però nasce solo a par­ti­re dal con­su­mo di pro­dot­ti ed espe­rien­ze che sono già pen­sa­te come signi­fi­can­ti, cioè pen­sa­te già a mon­te come “mat­ton­ci­ni” per costrui­re la pro­pria iden­ti­tà. A ciò si deve aggiun­ge­re che il con­su­mo rap­pre­sen­ta un’attività soprat­tut­to socia­le, che ha lo sco­po di posi­zio­nar­ci rispet­to ai nostri simi­li. Il con­su­mo insom­ma ci defi­ni­sce, per­ché è in gra­do di sod­di­sfa­re non solo i nostri biso­gni pri­ma­ri, ma anche quel­li lega­ti alla rea­liz­za­zio­ne di noi stes­si, del­la nostra iden­ti­tà e del nostro biso­gno di socia­li­tà. Il brand rap­pre­sen­ta, nel tar­do­ca­pi­ta­li­smo, il medium per­fet­to di que­sto pro­ces­so, in quan­to con­sen­te l’incorporazione di pro­dot­ti e ser­vi­zi in con­te­sti cul­tu­ra­li signi­fi­ca­ti­vi per i con­su­ma­to­ri. L’oggetto è desi­de­ra­bi­le per­ché già ci con­tie­ne, ci ha incor­po­ra­ti sin dal momen­to del­la sua pro­du­zio­ne. Il pro­dot­to è così diven­ta­to un’esperienza. Scri­ve Mar­tin Korn­ber­ger in Brand Socie­ty: “i brand sono sta­ti gli stru­men­ti uti­liz­za­ti per stac­ca­re le ‘cose’ dal­la fun­zio­na­li­tà limi­ta­ta di pro­dot­ti e ren­der­le il moto­re di un desi­de­rio infi­ni­to di auto­rea­liz­za­zio­ne e di sti­le di vita” (2010, 9). Lo stru­men­to, a guar­dar­si in giro, fun­zio­na piut­to­sto bene.

Volen­do uti­liz­za­re un’analogia, il con­su­mo sem­bra aver assun­to lo sta­tu­to di un’idea pla­to­ni­ca, con la qua­le i sin­go­li indi­vi­dui stan­no in un rap­por­to di par­te­ci­pa­zio­ne che è l’unica cosa che li ren­de com­pren­si­bi­li, intel­le­gi­bi­li. Così come un trian­go­lo empi­ri­co non è per sé, ma è solo in rela­zio­ne all’idea del trian­go­lo, così il con­su­ma­to­re esi­ste e si può defi­ni­re solo in rela­zio­ne all’idea di con­su­mo, che irra­dia la pro­pria spe­ci­fi­ca for­za. È un rap­por­to qua­si para­dos­sa­le: se da un lato que­sta par­te­ci­pa­zio­ne ha lo sco­po spic­ca­ta­men­te moder­no di espri­me­re degli indi­vi­dui che dovreb­be­ro esse­re uni­ci e irri­pe­ti­bi­li, dall’altro que­sto pro­ces­so sem­bra inqua­dra­bi­le in una cor­ni­ce pre-moder­na, all’interno del­la qua­le tut­te le cose sono col­le­ga­te da una for­za vita­le o da un prin­ci­pio del­l’es­se­re sot­to­stan­te: le indi­vi­dua­li­tà del­le per­so­ne e degli ogget­ti sono per­ce­pi­te come “luo­ghi di sosta del mana”, cioè sostan­za di cui è per­mea­to ciò che è magi­co (Gui­gnon 2004, 10). Que­sto prin­ci­pio è pro­prio il con­su­mo: la nostra psy­ché (ψυχή), la nostra ani­ma, rie­sce a esse­re qual­co­sa, a esi­ste­re, solo in quan­to espres­sio­ne del­la phy­sis (φύσις), di una tota­li­tà  il con­su­mo, appun­to.

Neo-tri­bù e meta­ver­so

Que­sto mec­ca­ni­smo di defi­ni­zio­ne attra­ver­so il con­su­mo incar­na una ten­den­za sem­pre più mar­ca­ta all’individualismo, poi­chè l’autodeterminazione chia­ma in cau­sa la rela­zio­ne tra l’individuo e la sua comu­ni­tà, e si può radi­ca­re solo una per­di­ta di signi­fi­ca­ti­vi­tà dei lega­mi socia­li. La doman­da che pone cioè que­sto pro­ces­so è la seguen­te: nel­la socie­tà del­la iper-spe­cia­liz­za­zio­ne, di una pro­du­zio­ne tal­men­te par­ti­co­la­riz­za­ta da riu­sci­re a pro­dur­re in serie ogget­ti che sem­bra­no fat­ti su misu­ra per ognu­no di noi, in che modo può real­men­te anco­ra esi­ste­re una col­let­ti­vi­tà? Se la nostra iden­ti­tà dipen­de for­te­men­te dal nostro con­su­mo, che oggi ha a dispo­si­zio­ne pro­dot­ti tal­men­te spe­ci­fi­ci che ogni par­ti­co­la­re rela­zio­ne fra di loro sem­bra gene­ra­re un pat­tern per­fet­to per rap­pre­sen­ta­re l’identità di ogni indi­vi­duo, qua­le diven­ta il ruo­lo del­la comu­ni­tà? Basta bere Pep­si per esse­re gio­va­ni, vesti­re Pata­go­nia per com­bat­te­re il cam­bia­men­to cli­ma­ti­co, indos­sa­re WOMO per esse­re maschi ita­lia­ni. In altri ter­mi­ni, il pro­ble­ma è il seguen­te: che tipo di comu­ni­tà può esse­re oggi gene­ra­tri­ce di sen­so e d’identità per gli indi­vi­dui, se a tale sco­po è poten­zial­men­te già suf­fi­cien­te il con­su­mo? Biso­gna fare i con­ti con una cate­na di mon­tag­gio che si è fat­ta arti­sta, arti­gia­na: l’iper-specializzazione pro­dut­ti­va che forag­gia il nostro con­su­mo sim­bo­li­co agi­sce come for­za disgre­gan­te; tan­to più nel digi­ta­le, con la sua “capa­ci­tà di crea­re innu­me­re­vo­li cate­go­rie di uten­ti iper-indi­vi­dua­liz­za­te” (Lake 2017). Che tipo di comu­ni­tà è anco­ra pos­si­bi­le al suo inter­no?

È una doman­da alla qua­le la real­tà ha già – in par­te – rispo­sto. I lega­mi socia­li non sono spa­ri­ti, ma sono sta­ti devia­ti: le per­so­ne con­su­ma­no, per­so­ne diver­se con­su­ma­no le stes­se cose e que­sto le por­ta a riu­nir­si per dare vita a dei lega­mi che ero­ga­no rico­no­sci­men­to socia­le agli indi­vi­dui che ne fan­no par­te attra­ver­so il con­su­mo e le sue ritua­li­tà. Che comu­ni­tà sono quel­le che si pos­so­no prio­ri­ta­ria­men­te defi­ni­re sul­la base dei con­su­mi dei pro­pri mem­bri? Michel Maf­fe­so­li, socio­lo­go fran­ce­se auto­re di The Time of the Tri­bes: From socie­ty to tri­bal com­mu­ni­ties le chia­ma neo-tri­bù, o “tri­bù post­mo­der­ne”: grup­pi che da un lato con­di­vi­do­no con le tri­bù tra­di­zio­nal­men­te inte­se un visce­ra­le e para­dig­ma­ti­co sen­so di iden­ti­fi­ca­zio­ne con la pro­pria comu­ni­tà ma che, non essen­do tale sen­so fon­da­to su base bio­lo­gi­ca, ere­di­ta­ria, o stret­ta­men­te ter­ri­to­ria­le, pos­seg­go­no per con­tro una cer­ta flui­di­tà in ingres­so e usci­ta. Le neo-tri­bù si distin­guo­no, infat­ti, per lo sti­le di vita e i gusti con­di­vi­si dai loro mem­bri: appas­sio­na­ti di hob­by, di sport, e soprat­tut­to comu­ni­tà di con­su­ma­to­ri.

Maf­fe­so­li vede in que­sto feno­me­no una rea­zio­ne ugua­le e con­tra­ria all’individualismo del­la socie­tà moder­na: le neo-tri­bù rap­pre­sen­te­reb­be­ro l’e­si­to di un pro­ces­so di mas­si­fi­ca­zio­ne in cui l’in­di­vi­duo non è altro che la “masche­ra” che tem­po­ra­nea­men­te indos­sa ogni qual vol­ta si tro­va immer­so in una del­le neo-tri­bù, dal­le qua­li esce e rien­tra a pro­prio pia­ci­men­to: “il costu­me cam­bia quan­do la per­so­na, secon­do i pro­pri gusti per­so­na­li (ses­sua­li, cul­tu­ra­li, reli­gio­si, di ami­ci­zia), pren­de posto ogni gior­no nei vari gio­chi del thea­trum mun­di” (Maf­fe­so­li 1996, 76). Si trat­ta di un con­cet­to piut­to­sto con­te­sta­to in socio­lo­gia, a vol­te bol­la­to come “dan­di­smo post­mo­der­no” per via del­lo scar­so rigo­re empi­ri­co di Maf­fe­so­li, ma che in anni recen­ti ha tro­va­to un ampio sup­por­to attra­ver­so stu­di mol­to più appro­fon­di­ti di un con­cet­to che il socio­lo­go fran­ce­se ave­va in effet­ti sol­tan­to abboz­za­to (Har­dy et al. 2018, 4).

Quan­do Maf­fe­so­li scri­ve The Time of the Tri­bes sia­mo a metà degli anni ‘90: la real­tà che il socio­lo­go ha in men­te è soprat­tut­to quel­la di gio­va­ni acco­mu­na­ti da gusti simi­li – ski­n­head, hip­pie, punk – e dal­la con­di­vi­sio­ne di uno spa­zio fisi­co, mate­ria­le, in cui poter par­te­ci­pa­re ai riti del­le pro­prie neo-tri­bù e che sem­bra­va con­tra­sta­re la pro­gres­si­va ten­den­za all’atomizzazione. Nel ter­zo mil­len­nio però, comu­ni­tà di que­sto tipo han­no assun­to una sem­pre mag­gio­re cen­tra­li­tà, in quan­to non più stret­ta­men­te lega­te a una pros­si­mi­tà geo­gra­fi­ca dei mem­bri che ne fan­no par­te. Inter­net ha amplia­to a dismi­su­ra il baci­no di per­so­ne con cui inte­ra­gi­re nel ten­ta­ti­vo di costrui­re del­le comu­ni­tà basa­te sui pro­pri inte­res­si. Già Mar­shall McLu­han nel suo Gli stru­men­ti del comu­ni­ca­re (1986) nota­va come se da un lato l’accelerazione degli scam­bi e dell’informazione – il dena­ro, la ruo­ta, la scrit­tu­ra – abbia­no fram­men­ta­to una strut­tu­ra tri­ba­le, dall’altro un’accelerazione mol­to più inten­sa, “come quel­la che si veri­fi­ca con l’elettricità, può ser­vi­re a rista­bi­li­re uno sche­ma tri­ba­le di inten­so coin­vol­gi­men­to, come è avve­nu­to in Euro­pa con l’avvento del­la radio e come sem­bra stia per acca­de­re in Ame­ri­ca con la TV. Le tec­no­lo­gie spe­cia­li­sti­che «de-tri­ba­liz­za­no. La tec­no­lo­gia elet­tri­ca non spe­cia­li­sti­ca ri-tri­ba­liz­za»” (McLu­han 1986, 43). 

In que­sto sen­so, il meta­ver­so può rien­tra­re a pie­no tito­lo in una tec­no­lo­gia “ri-tri­ba­liz­zan­te”, dato che oltre a met­te­re in con­tat­to del­le per­so­ne – con­di­zio­ne sod­di­sfat­ta dal­la tec­no­lo­gia in sen­so ampio – crea uno spa­zio in cui l’individuo, sot­to for­ma di ava­tar e quin­di in qual­che modo per­so­na­liz­za­to, per mez­zo di un simu­la­cro, è digi­tal­men­te pro­prio lì, in uno spa­zio con­di­vi­so con altri ava­tar. Non a caso è pos­si­bi­le par­la­re del meta­ver­so come di uno spa­zio phy­gi­tal – una cra­si che segna­la una con­ver­gen­za tra fisi­co e digi­ta­le (Bona­les-Dai­miel & More­no-Albar­ra­cín 2025, 226). Un esem­pio mol­to istrut­ti­vo pro­vie­ne dal­le per­so­ne che com­pra­no ter­re­ni digi­ta­li nel meta­ver­so: anche se può sem­bra­re con­tro-intui­ti­vo, le per­so­ne li acqui­sta­no – oltre che per inte­res­si eco­no­mi­ci –  per­ché “per­ce­pi­sco­no gli immo­bi­li nel meta­ver­so come un’e­sten­sio­ne del­la loro iden­ti­tà digi­ta­le, che riflet­te le loro pre­fe­ren­ze este­ti­che, incli­na­zio­ni cul­tu­ra­li e iden­ti­tà” e “per par­te­ci­pa­re alle atti­vi­tà del­la comu­ni­tà, scam­bia­re cono­scen­ze, fare rete con i pro­pri pari e sta­bi­li­re con­nes­sio­ni socia­li” (Ante et al. 2023, 9). All’interno del meta­ver­so insom­ma le per­so­ne si diver­to­no, gio­ca­no, crea­no mon­di, piat­ta­for­me, lega­mi. Ma con­su­ma­no, anche, nel sen­so più ampio pos­si­bi­le: il meta­ver­so rap­pre­sen­ta la ter­ra di fron­tie­ra di un pro­ces­so che è nato al di qua del vir­tua­le, cioè il con­su­mo come stru­men­to del­la dia­let­ti­ca aggre­ga­zio­ne-distin­zio­ne tra esse­ri uma­ni. Pro­prio su que­sto aspet­to, il meta­ver­so può esse­re un pun­to di osser­va­zio­ne pri­vi­le­gia­to, in quan­to luo­go in cui le con­trad­di­zio­ni di alcu­ne costan­ti socio-eco­no­mi­che del tar­do capi­ta­li­smo appa­io­no più evi­den­ti.

Mon­sieur le Capi­tal

Un altro esem­pio dav­ve­ro istrut­ti­vo di neo-tri­bù digi­ta­le è quel­lo dei pos­ses­so­ri di NFT (Non Fun­gi­ble Token, ovve­ro un tipo spe­cia­le di “cer­ti­fi­ca­to digi­ta­le” uni­co, che atte­sta la pro­prie­tà di un cer­to tipo di bene, ad esem­pio un’o­pe­ra d’ar­te digi­ta­le), che si riu­ni­sco­no in comu­ni­tà in base al tipo di NFT che col­le­zio­na­no. Una ricer­ca su una di que­sta comu­ni­tà ripor­ta come le per­so­ne rie­sca­no a “espri­me­re la pro­pria per­so­na­li­tà e iden­ti­tà, ave­re acces­so esclu­si­vo a oppor­tu­ni­tà socia­li ed even­ti online/offline, gode­re del­l’at­mo­sfe­ra acco­glien­te e soli­da­le del­la comu­ni­tà” (Sin­not & Zhou 2023, 2–3). Altri esem­pi sono la piat­ta­for­ma LEGO Ideas, o il Nike’s Run­ning Club. Il pro­ble­ma non è quin­di se esi­sta­no anco­ra del­le comu­ni­tà: è evi­den­te come, in seno alle ten­den­ze con­su­mi­sti­che e indi­vi­dua­li­sti­che, ope­ri­no dei pro­ces­si di aggre­ga­zio­ne tra gli indi­vi­dui. Sem­mai, biso­gna inda­ga­re i pro­ces­si che rego­la­no la for­ma­zio­ne di que­sti cor­pi col­let­ti­vi, e la genea­lo­gia di que­ste nuo­ve for­me di comu­ni­tà è da rin­trac­cia­re pro­prio nel­la pro­gres­si­va signi­fi­ca­zio­ne iden­ti­ta­ria del con­su­mo.

La lex insi­ta del mon­do socia­le, come la chia­ma Pier­re Bour­dieu, è quel­la del capi­ta­le (1986, 241). Non solo nel­la sua for­ma eco­no­mi­ca, anzi: l’aver ristret­to il con­cet­to di capi­ta­le alle sole for­me di scam­bio eco­no­mi­co ha con­tri­bui­to a nascon­de­re le stes­se logi­che in ambi­to cul­tu­ra­le. Al con­tra­rio:

“Una scien­za gene­ra­le del­l’e­co­no­mia del­le pra­ti­che […] deve sfor­zar­si di coglie­re il capi­ta­le e il pro­fit­to in tut­te le loro for­me e di sta­bi­li­re le leg­gi in base alle qua­li i diver­si tipi di capi­ta­le (o pote­re, che equi­va­le alla stes­sa cosa) si tra­sfor­ma­no l’u­no nel­l’al­tro” (Bour­dieu 1986, 242). 

Per­ché il capi­ta­le cul­tu­ra­le, allo stes­so modo di quel­lo eco­no­mi­co, si accu­mu­la, si ripro­du­ce, si inve­ste: occa­sio­nal­men­te, sot­to cer­te con­di­zio­ni, per tra­sfor­mar­lo in effet­ti­vo ritor­no eco­no­mi­co, ma soprat­tut­to per per­pe­tua­re le disu­gua­glian­ze socia­li e di clas­se all’interno del­la socie­tà.

Il capi­ta­le cul­tu­ra­le del­le per­so­ne si mani­fe­sta in ciò che si con­su­ma, che rap­pre­sen­ta un impor­tan­te mar­ca­to­re socia­le di distin­zio­ne; ma anche in come lo si fa. I gusti cul­tu­ra­li e i loro signi­fi­ca­ti sim­bo­li­ci non pos­so­no esse­re inter­pre­ta­ti solo sul­la base dei beni cul­tu­ra­li che le per­so­ne pre­fe­ri­sco­no (Holt 1997), per­ché “il capi­ta­le cul­tu­ra­le, nel­lo sta­to ogget­ti­va­to, ha una serie di pro­prie­tà che sono defi­ni­te solo in rela­zio­ne al capi­ta­le cul­tu­ra­le nel­la sua for­ma incar­na­ta” (Bour­dieu 1986, 245): cioè, un Rem­brandt può rap­pre­sen­ta­re capi­ta­le cul­tu­ra­le solo se si han­no le cono­scen­ze per apprez­zar­lo, non è un capi­ta­le cul­tu­ra­le in sé. E poi, come scri­ve lo stes­so Bour­dieu:

“Quan­do le con­di­zio­ni del­l’ap­pro­pria­zio­ne mate­ria­le man­ca­no, alla ricer­ca del­l’e­sclu­si­vi­smo non resta che l’in­di­vi­dua­li­tà del modo di appro­pria­zio­ne: ama­re in modo diver­so le stes­se cose, ama­re allo stes­so modo cose diver­se, desti­na­te all’am­mi­ra­zio­ne in misu­ra meno for­te […] per­met­to­no alle fra­zio­ni domi­na­te, meno dota­te eco­no­mi­ca­men­te e, quin­di, con­dan­na­te in modo più o meno esclu­si­vo all’ap­pro­pria­zio­ne sim­bo­li­ca, di assi­cu­rar­si in ogni momen­to dei pos­ses­si esclu­si­vi […] è il modo di con­su­ma­re che crea in quan­to tale l’og­get­to del con­su­mo” (Bour­dieu 1979, 296).

Det­to sem­pli­ce­men­te: se si pos­sie­de il capi­ta­le cul­tu­ra­le adat­to per apprez­za­re un Rem­brandt, bene; altri­men­ti, ciò che si può fare è (a) tro­va­re moda­li­tà diver­se di appro­pria­zio­ne sim­bo­li­ca del qua­dro, o (b) tro­va­re altro da apprez­za­re che pos­sa valo­riz­za­re il pro­prio capi­ta­le cul­tu­ra­le. Si spie­ga così anche un cer­to “onni­vo­ri­smo” nel con­su­mo con­tem­po­ra­neo di pro­dot­ti cul­tu­ra­li: tut­ti pos­so­no guar­da­re tut­to, ma non tut­ti lo fan­no allo stes­so modo. Anche l’intellettuale guar­da Temp­ta­tion Island. L’ibridazione del­le pre­fe­ren­ze met­te in luce come la nostra capa­ci­tà este­ti­ca pos­sa diven­ta­re un’altra for­ma di capi­ta­le cul­tu­ra­le.

Bour­dieu è sta­to tut­ta­via cri­ti­ca­to poi­ché il gusto rap­pre­sen­ta sem­pli­ce­men­te un cer­to habi­tus, cioè “siste­mi di dispo­si­zio­ni dure­vo­li e tra­spo­ni­bi­li, strut­tu­re orga­niz­za­te pre­di­spo­ste a fun­zio­na­re come […] prin­ci­pi che gene­ra­no e orga­niz­za­no pra­ti­che e rap­pre­sen­ta­zio­ni” (Bour­dieu 1990, 53), che però deri­va­no diret­ta­men­te dal­la posi­zio­ne socioe­co­no­mi­ca in cui si tro­va­no gli indi­vi­dui: i qua­li cioè inte­rio­riz­za­no incon­scia­men­te le loro con­di­zio­ni socia­li ogget­ti­ve, come la loro clas­se eco­no­mi­ca, in modo da ave­re i gusti appro­pria­ti e met­te­re in atto le pra­ti­che appro­pria­te per quel­la posi­zio­ne socia­le (King 2000, 423). La sua posi­zio­ne, insom­ma, pec­che­reb­be di un cer­to deter­mi­ni­smo. Sen­za voler entra­re nel­la dia­tri­ba tra cri­ti­ci e apo­lo­ge­ti, è inne­ga­bi­le che la posi­zio­ne di Bour­dieu sia soli­da nel­lo spie­ga­re la ripro­du­zio­ne del capi­ta­le cul­tu­ra­le, ma lo sia di meno quan­do si par­la del­la sua pro­du­zio­ne: crea­ti­vi­tà, agen­cy indi­vi­dua­le scol­la­ta dal­la sua pro­ve­nien­za socioe­co­no­mi­ca, che solo in un secon­do momen­to può diven­ta­re capi­ta­le cul­tu­ra­le. Biso­gna insom­ma pur con­fron­tar­si con il fat­to che gli indi­vi­dui san­no gio­car­si bene le car­te che la vita ha loro desti­na­to, anche se a vol­te il ban­co imbro­glia e si appro­pria comun­que, inde­bi­ta­men­te, del­la vin­ci­ta.

Fab­bri­che a cie­lo aper­to

Per Bour­dieu, il capi­ta­le cul­tu­ra­le non è mai dav­ve­ro nell’oggetto, ma solo nell’individuo che si rela­zio­na con l’oggetto. Ma, in fin dei con­ti, se que­sto può acca­de­re è per­ché l’oggetto stes­so ha incor­po­ra­to una sor­ta di “valo­re cul­tu­ra­le”, che si atti­va in rela­zio­ne al capi­ta­le cul­tu­ra­le. Come si è gene­ra­to que­sto valo­re cul­tu­ra­le? Nel caso di Rem­brandt, si potreb­be dire che il “valo­re cul­tu­ra­le” dell’opera con­si­ste in tut­to il lavo­ro este­ti­co e intel­let­tua­le di cui l’opera in qual­che modo si è appro­pria­ta, tan­to del pit­to­re – la crea­ti­vi­tà, la mae­stria, il mes­sag­gio che vole­va tra­smet­te­re – quan­to del­le per­so­ne che han­no gene­ra­to un discor­so socio-cul­tu­ra­le sopra il qua­dro.

Ora, fin quan­do è un’opera d’arte a espro­pria­re le per­so­ne del loro lavo­ro, sta bene. All’arte biso­gna pur con­ce­der­lo. Ma cosa suc­ce­de quan­do poten­zial­men­te ogni sin­go­lo ogget­to, ogni mer­ce, non solo incor­po­ra il lavo­ro intel­let­tua­le del lavo­ra­to­re ma anche quel­la del­le per­so­ne che la con­su­ma­no? Si spa­lan­ca­no le por­te dell’economia tar­do­ca­pi­ta­li­sta e di tut­te le sue for­me di appro­pria­zio­ne del cosid­det­to “lavo­ro imma­te­ria­le”, che Mau­ri­zio Laz­za­ra­to defi­ni­sce come “pro­du­zio­ne del con­te­nu­to cul­tu­ra­le del bene […] che com­por­ta una serie di atti­vi­tà che nor­mal­men­te non sono rico­no­sciu­te come «lavo­ro» […] il tipo di atti­vi­tà coin­vol­te nel­la defi­ni­zio­ne e nel­la fis­sa­zio­ne di stan­dard cul­tu­ra­li e arti­sti­ci, mode, gusti, nor­me di con­su­mo” (Laz­za­ra­to 1996, 132): pub­bli­ci­tà, moda, soft­ware, foto­gra­fia, atti­vi­tà cul­tu­ra­li. Imma­te­ria­le si rife­ri­sce al “pro­dot­to” cul­tu­ra­le del lavo­ro, non al lavo­ro stes­so, che è sem­pre mate­ria­le, per­ché attin­ge agli attri­bu­ti sog­get­ti­vi dei lavo­ra­to­ri, anche quel­li intel­let­tua­li come la crea­ti­vi­tà, l’in­tel­li­gen­za, le com­pe­ten­ze; il lavo­ro imma­te­ria­le pro­du­ce piut­to­sto la comu­ni­tà e le rela­zio­ni, signi­fi­ca­ti socia­li, sog­get­ti­vi­tà, “attri­bu­ti imma­te­ria­li” che le impre­se capi­ta­liz­za­no. Pro­du­ce la vita all’interno del “Tom­my Play” nel meta­ver­so cita­to in aper­tu­ra: tut­to ciò che vie­ne vei­co­la­to attra­ver­so la comu­ni­ca­zio­ne uma­na e da cui la mer­ce è ormai inse­pa­ra­bi­le in quan­to capi­ta­le cul­tu­ra­le ogget­ti­fi­ca­to.

Il brand è infat­ti la for­ma spe­ci­fi­ca, la nuo­va rela­zio­ne che si è sta­bi­li­ta tra pro­du­zio­ne e con­su­mo iden­ti­ta­rio gra­zie al ruo­lo del­la comu­ni­ca­zio­ne. Il brand rap­pre­sen­ta “l’estensione del­la logi­ca del capi­ta­li­smo e sot­to­mis­sio­ne dei con­su­mi alla logi­ca del­la gene­ra­zio­ne di plu­sva­lo­re” (Korn­ber­ger 2010, 47), estrat­to dal lavo­ro imma­te­ria­le. Il brand ren­de cioè i pro­dot­ti stes­si por­ta­to­ri di una cer­ta este­ti­ca, e dun­que di vero e pro­prio valo­re gene­ra­to dal lavo­ro imma­te­ria­le, che nell’essere con­su­ma­to pro­du­ce nuo­vo lavo­ro imma­te­ria­le e dun­que nuo­vo valo­re. Appro­prian­do­se­ne, il capi­ta­li­smo esten­de le pro­prie logi­che anche in ambi­to socia­le, cul­tu­ra­le, col­let­ti­vo. Pren­den­do per buo­no l’aforismatico Witt­gen­stein, se “i limi­ti del mio lin­guag­gio sono i limi­ti del mio mon­do” ([1921] 2009, § 5.6), nel momen­to in cui il capi­ta­li­smo si appro­pria del­le rego­le che sot­to­stan­no al lin­guag­gio cul­tu­ra­le che ado­pe­ria­mo, la nostra lin­gua sarà com­pren­si­bi­le solo siste­ma­tiz­za­ta da quel­le rego­le stes­se, e con­tri­bui­rà a raf­for­zar­le. La Pop Art è l’arte con­ce­pi­ta attra­ver­so la gram­ma­ti­ca com­mer­cia­le; l’identità fun­zio­na allo stes­so modo, e la for­ma spe­ci­fi­ca di que­sta nuo­va gram­ma­ti­ca iden­ti­ta­ria è il brand. Del resto, il fat­to che ogni atto este­ti­co, cul­tu­ra­le, socia­le, abbia il poten­zia­le per “bran­diz­zar­si” dà la cifra del­la sua per­va­si­vi­tà. Il capi­ta­li­smo è, da que­sto pun­to di vista, tota­li­ta­rio nel sen­so di Her­bert Mar­cu­se ne L’uomo a una dimen­sio­ne, cioè mani­po­la­to­re di biso­gni uma­ni (1999, 17).

Pro­van­do a tira­re le fila: posto un capi­ta­le cul­tu­ra­le di par­ten­za, il lavo­ro imma­te­ria­le rie­sce a pro­dur­re il valo­re cul­tu­ra­le di una mer­ce. Il con­su­mo di quel­la mer­ce, che è dun­que anche cul­tu­ra­le, crea una “rela­zio­ne socia­le” all’interno del­la qua­le si gene­ra nuo­vo lavo­ro imma­te­ria­le, che a sua vol­ta con­tri­bui­sce al valo­re cul­tu­ra­le di ciò che con­su­ma. Né Bour­dieu né Laz­za­ra­to teo­riz­za­no que­sta cir­co­la­ri­tà, che però il brand sem­bra ren­de­re ope­ra­ti­va. Quan­do un grup­po di con­su­ma­to­ri con­su­ma la stes­sa mer­ce – un cer­to capi­ta­le cul­tu­ra­le oggettificato/lavoro imma­te­ria­le incor­po­ra­to – nel con­su­mo gene­ra altro lavo­ro imma­te­ria­le, che nel­lo stes­so tem­po si accu­mu­la come capi­ta­le socia­le in una neo-tri­bù e con­flui­sce nel­la mer­ce stes­sa. Que­sta mer­ce, quan­do ver­rà con­su­ma­ta di nuo­vo, con­ter­rà già al suo inter­no il nuo­vo lavo­ro imma­te­ria­le, e il con­su­ma­to­re lo valo­riz­ze­rà non solo attra­ver­so il suo capi­ta­le cul­tu­ra­le, ma anche attra­ver­so il capi­ta­le socia­le del­la neo-tri­bù, gene­ran­do nuo­vo lavo­ro imma­te­ria­le e così via. il tut­to per­pe­tua­men­te pro­dot­to, con­su­ma­to e ripro­dot­to, in mil­le varia­zio­ni, tan­te quan­te sono gli indi­vi­dui che con­su­ma­no. In una paro­la: bran­diz­za­to. Que­sto ciclo è scin­di­bi­le solo teo­ri­ca­men­te: è vero che il con­su­ma­to­re con­ti­nua a rima­neg­gia­re cul­tu­ral­men­te il pro­dot­to immes­so sul mer­ca­to, ma con­tri­bui­sce anche al suo “cari­co” emo­zio­na­le e sim­bo­li­co, che per­met­te già in pri­ma istan­za alla mer­ce di esse­re desi­de­ra­ta. I pro­dot­ti Apple rap­pre­sen­ta­no già la foo­li­sh­ness quan­do ven­go­no immes­si sul mer­ca­to, e i con­su­ma­to­ri sem­mai ne rimo­del­la­no i con­tor­ni di vol­ta in vol­ta.

E le neo-tri­bù, sot­to quest’aspetto, sono grup­pi di pro­su­mer – per­so­ne allo stes­so tem­po pro­dut­tri­ci e con­su­ma­tri­ci, dal­l’u­nio­ne di “pro­du­cer” e “con­su­mer”, come teo­riz­za­to da Tof­fler in The Third Wave (1980) – che con­su­man­do pro­du­co­no signi­fi­ca­ti di cui il capi­ta­li­smo si appro­pria, per gene­rar­ne pro­fit­to. Un altro esem­pio è la cosid­det­ta “eco­no­mia dell’autenticità”: la cri­ti­ca all’alienazione del­la socie­tà indu­stria­le fini­ta per crea­re un mer­ca­to all’interno di quel­la socie­tà stes­sa (Gero­sa 2024, 28ss). Que­sto è il cir­co­lo di pro­du­zio­ne e ripro­du­zio­ne del­le nostre capa­ci­tà este­ti­co-cul­tu­ra­li, del­la nostra crea­ti­vi­tà, sog­gio­ga­ta alle rego­le del pro­fit­to, che è poi una sem­pli­ce esten­sio­ne di ciò che già acca­de den­tro il luo­go di lavo­ro.

Il lavo­ro imma­te­ria­le met­te infat­ti a nudo due cose. La pri­ma è che il lavo­ro richie­de ormai un inve­sti­men­to sog­get­ti­vo sem­pre più mar­ca­to: respon­sa­bi­li­tà, deci­sion-making, soft skill, rela­zio­ni inter­per­so­na­li (Laz­za­ra­to 1996, 133–4). La secon­da è che oggi non si pro­du­ce più sul posto di lavo­ro. La fab­bri­ca ormai è socia­le come pia­ce dire al mar­xi­smo auto­no­mo (Tron­ti 1966) – e il lavo­ro si esten­de ben oltre i limi­ti tem­po­ra­li e spa­zia­li dei luo­ghi di lavo­ro tra­di­zio­na­li, sfug­gen­do a for­me effi­ca­ci di cat­tu­ra e misu­ra­zio­ne: la pro­dut­ti­vi­tà si è intro­dot­ta in tut­ti gli aspet­ti del­la nostra vita. Con il crol­lo del­la bar­rie­ra tra lavo­ro e vita pri­va­ta, il lavo­ro imma­te­ria­le vie­ne gene­ra­to anche dal­le rela­zio­ni socia­li, dal­le com­pe­ten­ze comu­ni­ca­ti­ve e dal­l’e­spe­rien­za vis­su­ta dai sin­go­li. E così, la frit­ta­ta è fat­ta: quel lavo­ro imma­te­ria­le “gra­tui­to” che gli esse­ri uma­ni uti­liz­za­no per crea­re nor­me cul­tu­ra­li, gusti, sen­so e iden­ti­tà socia­li – e che fino a un cer­to pun­to dell’umanità ha rap­pre­sen­ta­to una sfe­ra auto­no­ma – incon­tra le logi­che del capi­ta­le. Lex insi­ta for­se, per dir­la con Bour­dieu, ma solo del tar­do­ca­pi­ta­li­smo. Ecco per­ché il digi­ta­le, meta­ver­so com­pre­so, rischia di diven­ta­re nient’altro che una gigan­te­sca fab­bri­ca a cie­lo aper­to – solo che il cie­lo è ren­de­riz­za­to, e noi sia­mo diven­ta­ti la fab­bri­ca.

Affi­ni­tà elet­ti­ve

Da un lato, è posi­ti­vo che il digi­ta­le diven­ti una fab­bri­ca: le neo-tri­bù che vi fio­ri­sco­no, esat­ta­men­te come le fab­bri­che, rap­pre­sen­ta­no comun­que un luo­go di aggre­ga­zio­ne. Fran­tu­ma­te le comu­ni­tà rea­li, quel­le “onli­ne con­sen­to­no di crea­re con­nes­sio­ni e tro­va­re un sen­so di appar­te­nen­za nel mon­do digi­ta­le” (Cova & Des­sart 2023, 221). Dall’altro, que­ste iden­ti­tà col­let­ti­ve sono un capi­ta­le socia­le, deter­mi­na­te dal­la capi­ta­liz­za­zio­ne di gusti ed emo­zio­ni. Che il gusto sia sta­to coop­ta­to nel­le rego­le del pro­fit­to lo si è visto bre­ve­men­te a pro­po­si­to del lavo­ro imma­te­ria­le; il secon­do pun­to va appro­fon­di­to. Come spie­ga Eva Illouz in Moder­ni­tà esplo­si­va, la socie­tà con­tem­po­ra­nea è carat­te­riz­za­ta da una for­te “autoat­ten­zio­ne emo­zio­na­le” (2025, 7), cioè da un pre­do­mi­nio del­le ragio­ni emo­ti­ve su quel­le razio­na­li. Fou­cault ha spe­so una vita per mostra­re come i due sen­si del­la sog­get­ti­vi­tà moder­na – assog­get­ta­men­to da diver­se strut­tu­re di pote­re e crea­zio­ne di sog­get­ti atti­vi e deter­mi­na­ti – sia­no asso­lu­ta­men­te inse­pa­ra­bi­li; e le emo­zio­ni vi svol­go­no un ruo­lo deci­si­vo, per­ché con­tri­bui­sco­no sia a defi­ni­re e disci­pli­na­re i sog­get­ti, sia a deter­mi­nar­ne la volon­tà, il desi­de­rio (Illouz & Kotliar 2023, 230). L’esperienza emo­ti­va è infat­ti la rap­pre­sen­ta­zio­ne più imme­dia­ta del­la nostra sog­get­ti­vi­tà, che inte­rio­riz­zia­mo attra­ver­so le rela­zio­ni con gli altri (Illouz 2025, 13) e di cui il Capi­ta­li­smo emo­ti­vo (2007), è riu­sci­to ad appro­priar­si e sfrut­ta­re: gesten­do­la, pro­du­cen­do emo­zio­ni e per­si­no quan­ti­fi­can­do­le. Cos’è in fon­do Tin­der, se non la com­mer­cia­liz­za­zio­ne di un’esperienza emo­ti­va (ses­sua­le, pos­si­bil­men­te)?

Le tri­bù post­mo­der­ne, allo stes­so modo, han­no come mini­mo comu­ne deno­mi­na­to­re un cer­to tipo di affi­ni­tà emo­zio­na­le; una sog­get­ti­vi­tà con­di­vi­sa, col­let­ti­va, che fa affi­da­men­to soprat­tut­to “sul­l’e­le­men­to di lega­me o col­le­ga­men­to che man­tie­ne gli indi­vi­dui all’in­ter­no del grup­po” (Cova et al. 2001, 68), ma che è costi­tu­ti­va­men­te un lega­me tan­to visce­ra­le quan­to debo­le. Ciò che Illouz chia­ma “emo­zio­na­liz­za­zio­ne di Inter­net” (Illouz & Kotliar 2023, 231), il fat­to che le big tech abbia­no pro­gres­si­va­men­te inco­rag­gia­to l’espressione emo­ti­va sul­le loro piat­ta­for­me, ha for­ni­to il ter­re­no affin­ché que­ste for­me di socia­li­tà effi­me­ra fos­se­ro repli­ca­bi­li anche onli­ne, e per­ciò sot­to­po­ste alla stes­sa appro­pria­zio­ne emo­ti­va capi­ta­li­sti­ca. L’emozione è una minie­ra d’oro per il lavo­ro imma­te­ria­le sot­to­po­sto a logi­che capi­ta­li­sti­che.

Il meta­ver­so è in tal sen­so un pun­to di osser­va­zio­ne pri­vi­le­gia­to, sia dal pun­to di vista dell’identità indi­vi­dua­le che col­let­ti­va. Nel pri­mo caso, per­ché mostra un’identità libe­ra da qual­sia­si “impe­di­men­to ana­lo­gi­co”: il nostro ava­tar è la per­fet­ta meta­fo­ra di un indi­vi­duo defi­ni­to esclu­si­va­men­te dal­la quan­ti­tà di capi­ta­le sim­bo­li­co che accu­mu­la attra­ver­so il pro­prio model­lo di con­su­mo; un capi­ta­le allo stes­so tem­po cul­tu­ra­le e socia­le. L’avatar non può esse­re visto, ma solo “visua­liz­za­to”, e la visua­li­tà tra­sfor­ma il cor­po – quel­lo rea­le, ma anche quel­lo digi­ta­le – in un ogget­to con­su­ma­bi­le, “con­ver­ti­to in un bene nel­la sfe­ra pro­dut­ti­va del lavo­ro come imma­gi­ne da ven­de­re […] e che può cir­co­la­re nel­le tec­no­lo­gie media­ti­che attra­ver­so un’e­co­no­mia del­l’at­ten­zio­ne e del­la repu­ta­zio­ne” (Illouz & Kotliar 2023, 232). Nel secon­do caso per­ché le neo-tri­bù digi­ta­li, pur evi­tan­do di ren­de­re il rico­no­sci­men­to indi­pen­den­te dal­la rela­zio­ne (lllouz & Kotliar 2023, 236), non pos­so­no fare altro che subor­di­nar­lo al con­su­mo. Det­to altri­men­ti, è vero che a dif­fe­ren­za di app come Tin­der, dove lo ‘swi­pe right’ garan­ti­sce la sod­di­sfa­zio­ne di un rico­no­sci­men­to sen­za neces­si­tà di dover­si rela­zio­na­re con chi ha swi­pa­to, la neo-tri­bù con­sen­te rico­no­sci­men­to solo attra­ver­so un cer­to gra­do, anche mini­mo, di rela­zio­ne – di cui, tut­ta­via, la gran­de mag­gio­ran­za è pos­si­bi­le solo in quan­to vei­co­la­ta dal con­su­mo. Nel meta­ver­so, il con­su­mo è il Mes­sia, l’avatar è il suo pro­fe­ta e la neo-tri­bù i suoi apo­sto­li.

Cheap­ster Eco­no­my

Tut­to ciò si può rias­su­me­re in cin­que pun­ti: (1) una col­let­ti­vi­tà di per­so­ne pro­ve­nien­ti da vari stra­ti eco­no­mi­co-socia­li, acco­mu­na­ta dal con­su­mo di cer­ti pro­dot­ti, non è per que­sto sce­vra dal­le logi­che del capi­ta­le, per­ché (2) il valo­re cul­tu­ra­le di una mer­ce vie­ne pro­dot­to attra­ver­so il lavo­ro imma­te­ria­le uma­no di cui (3) il capi­ta­li­smo si è appro­pria­to, infil­tran­do­si nel­la sfe­ra del­la pro­du­zio­ne cul­tu­ra­le (4) nel­la for­ma del brand e (5) tro­van­do nel­la neo-tri­ba­li­tà la per­fet­ta for­ma di un capi­ta­le socia­le da asso­cia­re a que­sto tipo di con­su­mo pro­dut­ti­vo per sod­di­sfa­re il biso­gno uma­no di rico­no­sci­men­to, per mez­zo di iden­ti­tà col­let­ti­ve dispen­sa­tri­ci di un sen­so ibri­do, liqui­do, sle­ga­to, che raf­for­za e ren­de cicli­co que­sto pro­ces­so.

Non è comun­que tut­to da but­ta­re. In un pic­co­lo con­tri­bu­to che Maf­fe­so­li ha scrit­to a pro­po­si­to di Second Life – una sor­ta di papà del meta­ver­so – dal tito­lo Second Life and Hyper­rea­li­ty, defi­ni­sce la cul­tu­ra digi­ta­le “una galas­sia dell’immaginazione” (2008, 4). Un’ottima for­mu­la­zio­ne per un’idea piut­to­sto con­si­sten­te, in manie­ra tra­sver­sa­le, negli stu­di sul digi­ta­le: l’idea cioè che quest’ultimo con­sen­ta di met­te­re in pau­sa la nostra iden­ti­tà nel mon­do rea­le, in favo­re di una spe­ri­men­ta­zio­ne più libe­ra del­le nostre pos­si­bi­li­tà. Attra­ver­so pic­co­li grup­pi onli­ne, cana­li pri­va­ti, ma anche “fin­stas” (account Insta­gram fake) e ano­ni­ma­to, le per­so­ne si sen­to­no più libe­re di espri­me­re quel­lo che riten­go­no esse­re il pro­prio “vero sé” (Bar­gh et al. 2002). Inol­tre, il digi­ta­le è un mon­do a cui le per­so­ne con­ti­nua­no a rivol­ger­si per otte­ne­re sup­por­to emo­ti­vo in segui­to a even­ti cri­ti­ci del­la pro­pria vita, come depres­sio­ni post-par­to, abu­si ses­sua­li, dipen­den­ze da sostan­ze (Haim­son et al. 2021, 2–3.).

Biso­gna, dun­que, evi­ta­re un cer­to dire apo­ca­lit­ti­co. Dire come fa Byung-Chul Han in La cri­si del­la nar­ra­zio­ne che la pos­si­bi­li­tà di assem­bla­re e sosti­tui­re le nostre sto­rie ne distrug­ge la veri­tà inter­na (2024, 2) signi­fi­ca sovrap­por­re per­fet­ta­men­te con­tin­gen­za e con­su­mo: il fat­to che l’identità con­tem­po­ra­nea sia un mosai­co è un dato ine­lu­di­bi­le, ma non è det­to che le tes­se­re di cui è com­po­sta si pos­sa­no solo con­su­ma­re – for­se nean­che nel digi­ta­le dove la vita rischia di tra­sfor­mar­si in un regi­stro, in una rac­col­ta di dati che con­sen­te di “sor­ve­gliar­la, gover­nar­la e sfrut­tar­la eco­no­mi­ca­men­te” (Han 2024, 26). Il pro­ble­ma del­le nar­ra­zio­ni col­let­ti­ve neo-tri­ba­li digi­ta­li del tar­do­ca­pi­ta­li­smo, for­se, non sta nel fat­to che sia­no flui­de, che i lega­mi socia­li sia­no meno sal­di – que­sta non è neces­sa­ria­men­te una cosa nega­ti­va. Il pro­ble­ma è che attra­ver­so di loro sem­bra non esse­re pos­si­bi­le rela­zio­nar­si se non in quan­to con­su­ma­to­ri che cer­ca­no di estrar­re capi­ta­le cul­tu­ra­le e socia­le dal­le emo­zio­ni attra­ver­so il lavo­ro imma­te­ria­le.

Non è pos­si­bi­le ras­se­gnar­si alla mer­ci­fi­ca­zio­ne come l’unico esi­to pos­si­bi­le di iden­ti­tà effi­me­re. Le far­fal­le ce lo ricor­da­no. D’altro can­to, la nostra rima­ne una situa­zio­ne com­ples­sa: vor­rem­mo esse­re uni­ci e irri­pe­ti­bi­li, ma rischia­mo di esse­re solo dei segna­po­sto del con­su­mo, mes­si in rela­zio­ne attra­ver­so comu­ni­tà emo­zio­na­li tan­to visce­ra­li quan­to sosti­tui­bi­li, eret­te sul­lo sfrut­ta­men­to del nostro lavo­ro imma­te­ria­le, den­tro e fuo­ri il meta­ver­so. Il digi­ta­le è solo un pun­to di osser­va­zio­ne pri­vi­le­gia­to per stu­dia­re come il lavo­ro imma­te­ria­le coop­ta­to nei pro­ces­si pro­dut­ti­vi crei dei sen­si, del­le iden­ti­tà col­let­ti­ve che non han­no il difet­to di esse­re effi­me­re, ma di esse­re spe­ci­fi­ca­men­te pen­sa­te per gene­ra­re pro­fit­to. Ecco per­ché oggi auten­ti­ci­tà e cul­tu­ra sono sem­pli­ci para­dig­mi di con­su­mo: una cosa in cui il capi­ta­li­smo eccel­le è incor­po­ra­re ogni for­ma di cri­ti­ca e far­ne una fon­te di pro­fit­to. Lo dice­va già Rosa Luxem­bourg, di cui ha scrit­to Ire­ne Doda sul Tasca­bi­le: qua­lun­que feno­me­no rile­van­te nel­la socie­tà vie­ne tra­sfor­ma­to in una fon­te di ripro­du­zio­ne del capi­ta­le stes­so. Il capi­ta­li­smo ha inglo­ba­to la tol­le­ran­za, auto­de­fi­nen­do­si una socie­tà plu­ra­li­sti­ca; ha assor­bi­to l’arte, tra­sfor­man­do­si in socie­tà del­lo spet­ta­co­lo. Così è suc­ces­so anche per il lavo­ro imma­te­ria­le. Il pro­ble­ma dun­que, sep­pur mol­to più evi­den­te nel­le neo-tri­bù digi­ta­li, per­si­ste soprat­tut­to nel mon­do rea­le: in che modo la comu­ni­tà può gene­ra­re sen­so e iden­ti­tà per gli indi­vi­dui in modo tale che que­sti non sia­no una mer­ce?

Più faci­le a dir­si che a far­si: dal lato digi­ta­le, un caso riguar­da i “gre­ga­ri ano­ni­mi”, cioè quel­le per­so­ne che limi­ta­no il più pos­si­bi­le le inte­ra­zio­ni con le comu­ni­tà con le qua­li pur si iden­ti­fi­ca­no (Cova & Des­sart 2023). Tale limi­ta­zio­ne è let­ta in modo inte­res­san­te come una minac­cia al capi­ta­li­smo digi­ta­le, che si basa pro­prio sul pos­ses­so e sul­la capi­ta­liz­za­zio­ne di flus­si di infor­ma­zio­ne pro­ve­nien­ti dal­le inte­ra­zio­ni. Tut­ta­via, è una goc­cia nel mare. Al di qua del digi­ta­le si potreb­be pen­sa­re alla cosid­det­ta eco­no­mia hip­ster, che mira ad ave­re valo­ri eti­ci di fon­do e filo­so­fie basa­te pro­prio sul con­cet­to di auten­ti­ci­tà, ma che con tut­ta evi­den­za rima­ne anco­ra­ta alla stes­sa logi­ca di pro­fit­to.

Biso­gna guar­dar­si allo spec­chio: la que­stio­ne inag­gi­ra­bi­le, con la qua­le biso­gna fare i con­ti a un livel­lo più ampio, è l’iper-estetizzazione del­la socie­tà nel­la qua­le vivia­mo. L’e­spe­rien­za del con­su­mo è diven­ta­ta così impre­scin­di­bi­le nel­l’au­to­de­ter­mi­na­zio­ne che mol­te que­stio­ni eti­che e poli­ti­che sono entra­te espli­ci­ta­men­te all’interno di una sfe­ra este­ti­ca. Oggi il nostro impe­gno socia­le, poli­ti­co, pas­sa soprat­tut­to dal nostro lavo­ro imma­te­ria­le che si con­cre­tiz­za in un’estetica di con­su­mo. Lo spec­chio ci resti­tui­sce però anche qualcos’altro per­ché, spe­cu­lar­men­te, mol­te que­stio­ni pri­ma con­fi­na­te nel­la sfe­ra este­ti­ca potreb­be­ro garan­ti­re un nuo­vo pun­to archi­me­deo per azio­ni socia­li e poli­ti­che: basti pen­sa­re alle cam­pa­gne di boi­cot­tag­gio nei con­fron­ti di arti­sti, pro­dot­ti, ini­zia­ti­ve lega­te a Israe­le, respon­sa­bi­le del geno­ci­dio dei pale­sti­ne­si. E allo­ra, for­se, le neo-tri­bù pos­so­no rap­pre­sen­ta­re una nuo­va for­ma di socia­li­tà che può pren­de­re il posto di una più indi­stin­ta “socie­tà civi­le”, del­le asso­cia­zio­ni socia­li che già per Ale­xis de Toc­que­vil­le in La demo­cra­zia in Ame­ri­ca rap­pre­sen­ta­va­no il con­traf­for­te del­la demo­cra­zia, il polo di bilan­cia­men­to con­tro i rischi dispo­ti­ci del pote­re sta­tua­le; comu­ni­tà d’interessi mate­ria­li che oggi, pur­trop­po, sono pro­fon­da­men­te ero­se ma che dal­le nuo­ve comu­ni­tà di fel­low con­su­mers potreb­be­ro tro­va­re nuo­va lin­fa vita­le: un’estetica che ha solo biso­gno solo di esse­re poli­ti­ciz­za­ta per poter esse­re effi­ca­ce.

Non a caso anche la spe­ran­za di Ales­san­dro Gero­sa, l’autore di Hip­ster Eco­no­my, è pro­prio quel­la che dai pro­ta­go­ni­sti dell’economia dell’autenticità si svi­lup­pi­no del­le rifles­sio­ni anche di stam­po col­let­ti­vo, per­ché le impre­se neo-arti­gia­na­li e tut­ta l’economia dell’autentico non resti­no acces­si­bi­li a pochi (2024, 131). Uno sco­po lode­vo­le, ma for­se insuf­fi­cien­te, una vol­ta che si è capi­to quan­to il con­su­mo con­tri­bui­sca a gene­ra­re la nostra iden­ti­tà: con que­sta pre­mes­sa, la (sacro­san­ta) spe­ran­za di Gero­sa rischia di decli­nar­si in un ten­ta­ti­vo di riu­sci­re sol­tan­to a pro­cu­rar­si del­le iden­ti­tà a bas­so prez­zo – che alla fine è ciò a cui sono oggi ridot­te le neo-tri­bù digi­ta­li. Avrem­mo biso­gno di ben altro, ma c’è cri­si, che vuo­le fare signo­ra mia.

Foto­gra­fia di Vin­cent Moro

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