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Marzo
23 Marzo 2026

IL COR­PO COME SUPER­FI­CIE DI RIVE­LA­ZIO­NE

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Cono­scen­za incar­na­ta

C’è una for­ma di sape­re che si sot­trae alla linea­ri­tà del discor­so e segue tra­iet­to­rie pro­prie. Pro­ce­de per attri­to, per con­tat­to, per immer­sio­ne. È un sape­re che acca­de, che s’incontra, che pren­de for­ma nell’esperienza. Un sape­re che chie­de al cor­po di far­si super­fi­cie sen­si­bi­le pri­ma anco­ra che stru­men­to, luo­go di pas­sag­gio pri­ma che mez­zo ope­ra­ti­vo.

In que­sta zona una zona che tie­ne insie­me espe­rien­za e rifles­sio­ne il cor­po si dispo­ne all’ascolto. Qui il pen­sie­ro pren­de for­ma come pre­ci­pi­ta­to dell’esperienza: emer­ge dopo, come una trac­cia, come un sedi­men­to che si depo­si­ta nel tem­po. È un pen­sie­ro che nasce da ciò che è già acca­du­to nel sen­si­bi­le.

Lo yoga, osser­va­to da que­sta pro­spet­ti­va, si con­fi­gu­ra come un cam­po di sco­per­ta. Uno spa­zio in cui ciò che acca­de con­ser­va una quo­ta di impre­ve­di­bi­li­tà, per­ché nasce dall’incontro fra un gesto e lo scar­to che il cor­po intro­du­ce. Quel­lo che acca­de non è mai com­ple­ta­men­te pre­ve­di­bi­le, per­ché ogni gesto cam­bia a secon­da di come il cor­po lo fa.

Il cor­po intro­du­ce sem­pre una pic­co­la dif­fe­ren­za, spes­so dif­fi­ci­le da nota­re. 

Per esem­pio, segui il respi­ro men­tre ti muo­vi. Pen­si di inspi­ra­re per apri­re di più, ma oggi il respi­ro è cor­to e il movi­men­to si fer­ma pri­ma. Se non for­zi, sco­pri che il gesto cam­bia rit­mo e diven­ta più len­to, più pic­co­lo, ma più pre­sen­te.

Resti­tui­re allo yoga que­sta dimen­sio­ne signi­fi­ca rico­no­scer­lo come una pra­ti­ca incar­na­ta, capa­ce di pro­dur­re pen­sie­ro in con­ti­nui­tà con il sen­ti­re. Un pen­sie­ro che pren­de for­ma men­tre il cor­po si tra­sfor­ma, men­tre per­ce­pi­sce, men­tre entra in rela­zio­ne con ciò che lo attra­ver­sa.

Pen­sa­re lo yoga in que­sto modo per­met­te di rile­var­ne la spe­ci­fi­ci­tà: il gesto non è mai un atto pura­men­te mec­ca­ni­co né l’espressione di un prin­ci­pio astrat­to, ma un’esperienza in cui fare e sen­ti­re, movi­men­to e pen­sie­ro, resta­no inse­pa­ra­bi­li. È in que­sta con­ti­nui­tà che il cor­po smet­te di esse­re uno stru­men­to da usa­re o un ogget­to da cor­reg­ge­re, e diven­ta il luo­go stes­so in cui qual­co­sa si mani­fe­sta.

In que­sto con­te­sto, il pen­sie­ro logi­co-razio­na­le non si pone in oppo­si­zio­ne all’esperienza cor­po­rea, né la gover­na dall’esterno. Si inne­sta nel pro­ces­so, come una moda­li­tà di arti­co­la­zio­ne che pren­de for­ma a par­ti­re dal sen­ti­re, sen­za che al cor­po ven­ga nega­ta la sua voce.

Scri­ve il filo­so­fo del respi­ro Itsuo Tsu­da: “Curio­sa situa­zio­ne [quel­la] in cui i pre­con­cet­ti devo­no cede­re il posto alla sen­sa­zio­ne che evol­ve ad ogni istan­te” (Tsu­da 2004, 13).

Il cor­po, in que­sta pro­spet­ti­va, appa­re come un ter­ri­to­rio in con­ti­nua tra­sfor­ma­zio­ne. Un luo­go in cui il rea­le si orga­niz­za, si mostra, si disfa e si ricom­po­ne inces­san­te­men­te. Un ter­ri­to­rio attra­ver­sa­to da flus­si, da memo­rie, da affet­ti, da imma­gi­ni laten­ti. Un ter­ri­to­rio in cui il pas­sa­to con­ti­nua a river­be­ra­re e il futu­ro tra­spa­re nel­la for­ma di pre-visio­ni grez­ze,       inco­scien­ti: non un avvi­ci­na­men­to al mon­do oni­ri­co ma una mag­gio­re sen­si­bi­li­tà al non con­scio.

Le per­ce­zio­ni che emer­go­no da que­sto ter­ri­to­rio por­ta­no sem­pre con sé una stra­ti­fi­ca­zio­ne. Ogni sen­sa­zio­ne custo­di­sce una memo­ria cor­po­rea, una riso­nan­za emo­ti­va, una trac­cia di espe­rien­ze pre­ce­den­ti. Anche ciò che appa­re nuo­vo emer­ge su un fon­do che lo sostie­ne. Pra­ti­ca­re diven­ta allo­ra un espor­si a una rior­ga­niz­za­zio­ne pro­fon­da del pro­prio modo di sta­re al mon­do.

Espor­si è una paro­la chia­ve. Lo yoga, in que­sto sen­so, impli­ca l’apertura a una cer­ta vul­ne­ra­bi­li­tà. Una dispo­ni­bi­li­tà a lascia­re che qual­co­sa sfug­ga, a per­met­te­re al cor­po di rispon­de­re in modi inat­te­si. Le postu­re, i gesti, il respi­ro diven­ta­no così occa­sio­ni di ascol­to, spa­zi di atten­zio­ne, luo­ghi in cui l’esperienza può arti­co­lar­si sen­za esse­re for­za­ta.

Ogni postu­ra, ogni atto, ogni respi­ro si con­fi­gu­ra come una doman­da rivol­ta al viven­te. 

Che cosa può un cor­po quan­do entra in ascol­to?

Che cosa emer­ge quan­do il gesto diven­ta dimen­sio­ne ricet­ti­va?

Che cosa acca­de quan­do si dispo­ne den­tro di sé uno spa­zio aper­to alla coe­si­sten­za tra paro­la e lin­gua del cor­po? 

In que­sta for­ma di ascol­to, men­tre la pra­ti­ca si attua, il cor­po si mani­fe­sta come pre­sen­za viva. Rispon­de, resi­ste, si apre secon­do una logi­ca pro­pria. Por­ta con sé una tem­po­ra­li­tà spe­ci­fi­ca, un’intelligenza sen­si­bi­le, una coe­ren­za inter­na che si espri­me attra­ver­so sen­sa­zio­ni, rit­mi, micro­va­ria­zio­ni. Per esem­pio, quan­do una posi­zio­ne si con­clu­de, il cor­po può con­ti­nua­re a far­si sen­ti­re: un’eco, un calo­re, una vibra­zio­ne sot­ti­le. Il gesto è fini­to, ma l’esperienza no. Que­sta per­si­sten­za mostra una coe­ren­za inter­na che non coin­ci­de con la dura­ta for­ma­le del movi­men­to.

È qui che il respi­ro si rive­la come indi­ce di pre­sen­za. Diven­ta un segna­le imme­dia­to del­la vita che si mani­fe­sta, un luo­go in cui si per­ce­pi­sce lo scar­to tra inten­zio­ne e acca­de­re. Attra­ver­so il respi­ro, il cor­po mostra la sua natu­ra pro­ces­sua­le: una con­ti­nui­tà di varia­zio­ni, un movi­men­to che si rin­no­va istan­te dopo istan­te.

Que­sta atten­zio­ne al cor­po come pro­ces­so apre anche a una rela­zio­ne par­ti­co­la­re con il tem­po. Il tem­po del­la pra­ti­ca si sen­te come dila­ta­zio­ne e con­tra­zio­ne, come adden­sa­men­to, come spa­zio che con­sen­te alle cose di emer­ge­re. È un tem­po che favo­ri­sce l’ascolto, che accom­pa­gna i pro­ces­si sen­za acce­le­rar­li. I pol­mo­ni che si espan­do­no, per esem­pio, han­no una loro dura­ta, che in que­sto con­te­sto può far­si stra­da come tem­po­ra­li­tà pre­do­mi­nan­te.

In que­sto tem­po, il pen­sie­ro segue l’esperienza. Si for­ma len­ta­men­te, spes­so a distan­za, come una com­pren­sio­ne che matu­ra nel tem­po. È un pen­sie­ro che resta in rela­zio­ne con il sen­si­bi­le, che si lascia modi­fi­ca­re da ciò che il cor­po ha attra­ver­sa­to.

Pen­sa­re lo yoga a par­ti­re dal cor­po signi­fi­ca allo­ra rico­no­sce­re che il sape­re nasce dall’esperienza che lo gene­ra. Ogni com­pren­sio­ne auten­ti­ca pren­de for­ma da un attra­ver­sa­men­to, da una dispo­ni­bi­li­tà a lasciar­si toc­ca­re, da un coin­vol­gi­men­to rea­le.

Si trat­ta di for­me di sape­re che emer­go­no dal posi­zio­nar­si in un sen­ti­re, quan­do a que­sto vie­ne resti­tui­ta la pos­si­bi­li­tà di esse­re ciò che è. Un sen­ti­re meno ela­bo­ra­to, non orien­ta­to né spin­to, lascia­to libe­ro di sta­re con ciò che c’è.

Crea­zio­ne e ori­gi­ne

All’origine del­lo yoga non c’è un siste­ma chiu­so, ma un atto di crea­zio­ne. I ṛṣi sono gli  anti­chi can­to­ri degli inni dei Veda, cui vie­ne attri­bui­ta la pre­ro­ga­ti­va di poe­sia rive­la­ta. Per esten­sio­ne si chia­ma­no così anche i mae­stri ispi­ra­ti che han­no crea­to lo yoga dal nul­la. Essi han­no inter­cet­ta­to sta­ti di coscien­za, li han­no attra­ver­sa­ti, e da quell’attraversamento sono nate for­me. Le tec­ni­che non sono il fine, ma il resi­duo ope­ra­ti­vo di un incon­tro. Por­ta­no con sé una memo­ria di sco­per­ta, una trac­cia di qual­co­sa che è acca­du­to una vol­ta e che può acca­de­re anco­ra, ma mai nel­lo stes­so modo.

In que­sto sen­so, ogni pra­ti­ca auten­ti­ca è sem­pre un nuo­vo ini­zio. Lo yoga non chie­de sol­tan­to di esse­re com­pre­so: chie­de di esse­re con­ti­nua­to. Con­ti­nua­to nel sen­so più let­te­ra­le, come una mate­ria che resta viva solo quan­do qual­cu­no la ripren­de e le per­met­te di ri-gene­rar­si. 

For­se è uti­le chie­der­si che cosa stia alla base del­la nasci­ta del­lo yoga. Se assu­mia­mo come pun­to di par­ten­za l’intuizione custo­di­ta dal­le tec­ni­che clas­si­che, ovve­ro quel­la di poter impa­ra­re ad esse­re con­sa­pe­vo­li del nostro sen­so nell’universo attra­ver­so il cor­po, allo­ra il benes­se­re che ne deri­va appa­re come un pri­mo segno dell’attivazione del pro­ces­so, non come il suo fine.

Tut­ta­via, quan­do le tec­ni­che ven­go­no resti­tui­te al loro sen­so pri­ma­rio, diven­ta evi­den­te che anche gli aspet­ti più fun­zio­na­li del­la pra­ti­ca si inten­si­fi­ca­no e si ani­ma­no, inve­ce di impo­ve­rir­si. Non si trat­ta quin­di di oppor­re pro­fon­di­tà e fun­zio­na­li­tà, ma di rico­no­sce­re che la secon­da trae vita­li­tà dal­la pri­ma.

Il solo fat­to che lo yoga inter­pel­li il cor­po attra­ver­so le sue tec­ni­che è indi­ca­ti­vo di una richie­sta pre­ci­sa: che il pra­ti­can­te par­te­ci­pi a un pro­ces­so gene­ra­ti­vo. Per­ché il cor­po è il luo­go in cui i pro­ces­si auto­no­mi respi­ra­to­ri, neu­ro­ve­ge­ta­ti­vi, per­cet­ti­vi gene­ra­no inces­san­te­men­te for­ma e sen­so, al di là dell’intenzione coscien­te.

In que­sto con­te­sto il cor­po non è un mez­zo, ma una sede gene­ra­ti­va, un luo­go in cui qual­co­sa acca­de pri­ma di esse­re pen­sa­to.

La crea­zio­ne, allo­ra, non è da inten­der­si tan­to come atto voli­ti­vo, quan­to come capa­ci­tà di resta­re dispo­ni­bi­li a lascia­re emer­ge­re ciò che pren­de for­ma da quel­la dimen­sio­ne non coscien­te che risie­de anche nel cor­po e che lo yoga rico­no­sce come una sapien­za.

Più che la padro­nan­za del­le tec­ni­che, è impor­tan­te la fami­liarità con la sismi­ci­tà, cioè con la varia­bi­li­tà. Sia­mo abi­tua­ti a pen­sa­re la tec­ni­ca nel­lo yoga come mez­zo: io voglio, appli­co una tec­ni­ca e otten­go un risul­ta­to. Tut­ta­via, nel­le pra­ti­che pro­fon­de, la tec­ni­ca fun­zio­na piut­to­sto come var­co, non garan­ti­to del­le stes­se: le tec­ni­che del­lo yoga non sono sta­te pro­get­ta­te a tavo­li­no per con­dur­re a uno sta­to; sono affio­ra­te da den­tro lo sta­to stes­so. La strada si è resa visi­bi­le dall’interno dell’esperienza, come una for­ma emer­sa dal­la coscien­za che l’ha attra­ver­sa­ta.

E anche quel noto “pren­de­re il lar­go” del­lo sta­to medi­ta­ti­vo, quel dol­ce affon­da­re entro un’Ampiezza che scio­glie ogni cosa e ci lascia nuo­vi, non dipen­de da una for­mu­la cer­ta e ripe­ti­bi­le, che altri­men­ti non sarem­mo nel cam­po che ecce­de la nostra con­ce­zio­ne di rea­le.

Ini­zia­ta la disci­pli­na del­lo yoga, lo yoga smet­te di esse­re ciò che sem­bra. Le tec­ni­che si muo­vo­no come sot­to un sor­ti­le­gio discre­to: non scom­pa­io­no, ma rive­la­no un’altra logi­ca, emer­sa dall’interno del­la pra­ti­ca stes­sa.

Meta­bo­li­smi del­la crea­zio­ne

La crea­zio­ne, nel­lo yoga, segue una logi­ca orga­ni­ca. Asso­mi­glia a un meta­bo­li­smo: un insie­me di pro­ces­si len­ti, inter­di­pen­den­ti, sen­si­bi­li alle con­di­zio­ni in cui si svol­go­no. Cre­sce, fer­men­ta, matu­ra secon­do rit­mi che  rispon­do­no a equi­li­bri sot­ti­li. Per que­sto la pra­ti­ca non si impo­sta come un’azione da ese­gui­re cor­ret­ta­men­te, ma come un cam­po da custo­di­re.

Il pra­ti­can­te si muo­ve allo­ra come un custo­de di con­di­zio­ni. Osser­va, sostie­ne, modu­la. Si pren­de cura del con­te­sto inter­no ed ester­no in cui la pra­ti­ca ha luo­go: il tem­po che le dedi­ca, la qua­li­tà dell’attenzione, il gra­do di ascol­to del cor­po. In que­sta pro­spet­ti­va, la tra­sfor­ma­zio­ne non dipen­de dal­la com­ples­si­tà del­la for­ma, ma dal­la vita che rie­sce ad attra­ver­sar­la. Con tra­sfor­ma­zio­ne non s’intende una tra­sfor­ma­zio­ne del cor­po ma del­le pos­si­bi­li­tà, attra­ver­so il cor­po, di sosta­re tem­po­ra­nea­men­te in una con­di­zio­ne di poro­si­tà: una rela­zio­ne meno fil­tra­ta e più per­mea­bi­le con la sapien­za che il cor­po è. 

Ogni tec­ni­ca auten­ti­ca con­tie­ne un poten­zia­le, para­go­na­bi­le a quel­lo di un seme. Que­sto poten­zia­le rima­ne silen­te fin­ché non incon­tra un cer­to asset­to del cor­po e del­la per­ce­zio­ne: una tem­pe­ra­tu­ra favo­re­vo­le, un tem­po diste­so, una dispo­ni­bi­li­tà rea­le. Nel cor­po esi­sto­no zone che resta­no com­pat­te fin­ché la pra­ti­ca non indu­ce una qua­li­tà par­ti­co­la­re di dischiu­su­ra, un tepo­re per­cet­ti­vo che segna­la una modi­fi­ca pro­fon­da del­lo sta­to inter­no. 

Que­sto tepo­re coin­ci­de spes­so con una sen­sa­zio­ne di sicu­rez­za di base. Il siste­ma ner­vo­so ral­len­ta le rispo­ste difen­si­ve, le soglie di atten­zio­ne si abbas­sa­no, la per­ce­zio­ne si fa più con­ti­nua. In que­sta con­di­zio­ne, il cor­po ini­zia a rior­ga­niz­zar­si spon­ta­nea­men­te. I gesti diven­ta­no più essen­zia­li, il respi­ro più ampio, la sen­si­bi­li­tà più fine.

All’interno di que­sto asset­to com­pa­re uno spa­zio di aper­tu­ra. Uno spa­zio che si mani­fe­sta come vuo­to vivo, come una sospen­sio­ne fer­ti­le. È un vuo­to che pre­pa­ra, che acco­glie, che ren­de pos­si­bi­le l’emersione di qual­co­sa di non anco­ra for­ma­to. In que­sta zona dell’esperienza si per­ce­pi­sce una mate­ria sof­fi­ce, una pos­si­bi­li­tà che chie­de tem­po per arti­co­lar­si.

La pra­ti­ca assu­me allo­ra la for­ma di un ascol­to pro­lun­ga­to di ciò che, nel bio­lo­gi­co, ten­de a pren­de­re for­ma. Una sapien­za imper­so­na­le che si fa sen­ti­re attra­ver­so sen­sa­zio­ni, orien­ta­men­ti spon­ta­nei, micro­va­ria­zio­ni. È una cono­scen­za che non pas­sa attra­ver­so il con­trol­lo, ma attra­ver­so la fami­lia­ri­tà. Più che gui­da­re il pro­ces­so, il pra­ti­can­te impa­ra a rico­no­scer­ne i segna­li.

Quel­lo sta­to del cor­po intro­du­ce in una dimen­sio­ne del­la coscien­za in cui il pos­si­bi­le è ecce­den­te. Sosta­re in quel­la con­di­zio­ne signi­fi­ca tro­var­si den­tro un cam­po di abbon­dan­za, in cui le pos­si­bi­li­tà del­la pro­pria vita si pre­sen­ta­no come pre­sen­ze pro­ba­bi­li­sti­che, anco­ra libe­re dall’urgenza dell’azione. Il cor­po, in que­sto sta­to, fun­ge da soglia di acces­so a un regi­me di coscien­za in cui il sen­so può resta­re aper­to e mobi­le, come un cie­lo attra­ver­sa­to da stel­le caden­ti: mol­te attra­ver­sa­no lo spa­zio dell’esperienza, cia­scu­na lascia una trac­cia, nes­su­na chie­de di esse­re trat­te­nu­ta. 

In que­sto qua­dro, la volon­tà assu­me una fun­zio­ne pre­ci­sa e cir­co­scrit­ta. Non diri­ge il pro­ces­so, ma ne garan­ti­sce la con­ti­nui­tà. Ser­ve a tor­na­re, a resta­re, a non inter­rom­pe­re. La volon­tà sostie­ne la pra­ti­ca nel tem­po, sen­za sovrap­por­si ai suoi esi­ti. Diven­ta una for­ma di fedel­tà, una capa­ci­tà di rima­ne­re pre­sen­ti anche quan­do l’esperienza attra­ver­sa fasi di opa­ci­tà o di sta­si.

La laten­za fa par­te inte­gran­te di que­sto meta­bo­li­smo. Ci sono momen­ti in cui nul­la sem­bra acca­de­re, eppu­re il cor­po lavo­ra. Rior­ga­niz­za equi­li­bri, inte­gra sti­mo­li, modi­fi­ca il pro­prio modo di rispon­de­re. Quan­do qual­co­sa emer­ge, spes­so lo fa sen­za annun­cio, come una com­pren­sio­ne improv­vi­sa o una sen­sa­zio­ne nuo­va che si impo­ne per evi­den­za.

Que­sto modo di inten­de­re la crea­zio­ne edu­ca a un rap­por­to più ele­men­ta­le con il tem­po. Un tem­po che si sen­te dall’interno, scan­di­to da rit­mi cor­po­rei, da fasi di assi­mi­la­zio­ne e di rila­scio. Un tem­po che non chie­de di esse­re riem­pi­to, ma attra­ver­sa­to. La pra­ti­ca si inscri­ve in que­sta tem­po­ra­li­tà e ne diven­ta una for­ma di eser­ci­zio.

Il meta­bo­li­smo del­la crea­zio­ne pro­ce­de per cicli. Ci sono fasi di inten­si­tà e fasi di rare­fa­zio­ne, momen­ti di aper­tu­ra e momen­ti di rac­col­ta. Ogni fase con­tri­bui­sce all’equilibrio com­ples­si­vo. La tra­sfor­ma­zio­ne non segue una linea ret­ta: pren­de for­ma attra­ver­so ritor­ni, devia­zio­ni, asse­sta­men­ti pro­gres­si­vi.

In que­sto sen­so, la pra­ti­ca yogi­ca diven­ta un’educazione alla com­ples­si­tà del viven­te. Inse­gna a rico­no­sce­re che ciò che è essen­zia­le spes­so matu­ra lon­ta­no dal­lo sguar­do, e che la con­ti­nui­tà di un pro­ces­so con­ta più del­la sua visi­bi­li­tà. La crea­zio­ne, qui, non coin­ci­de con l’atto che si distin­gue, ma con il lavo­ro silen­zio­so che ren­de pos­si­bi­le ogni emer­sio­ne.

Comu­ni­tà e cor­po col­let­ti­vo

Se lo yoga è espe­rien­za incar­na­ta, non può che esse­re anche espe­rien­za rela­zio­na­le. Non nel sen­so di una pra­ti­ca neces­sa­ria­men­te con­di­vi­sa, ma nel rico­no­sci­men­to che ogni cor­po è sem­pre già in rela­zio­ne: con altri cor­pi, con uno spa­zio, con una memo­ria cul­tu­ra­le, con una tra­di­zio­ne che non è mai neu­tra. Il cor­po col­let­ti­vo, quan­do esi­ste, non è un sem­pli­ce con­te­ni­to­re: è un orga­ni­smo sen­si­bi­le, un cam­po di for­ze in cui le espe­rien­ze indi­vi­dua­li si rifran­go­no, si ampli­fi­ca­no, si tra­sfor­ma­no.

Nel grup­po, le dif­fe­ren­ze diven­ta­no risor­sa. 

Ad esem­pio, bhra­ma­ri prāṇāyā­ma, il respi­ro dell’ape, richie­de che l’espirazione sia fat­ta emet­ten­do un dol­ce ron­zio:

“Ci si ritro­va immer­si in un cam­po sono­ro vibran­te e ron­zan­te, ed è mol­to chia­ro che, sospen­den­do la pro­pria pra­ti­ca, la sola pre­sen­za nel­lo spa­zio sia suf­fi­cien­te per sen­tir­si toc­ca­ti dal suo­no e dal­la soa­vi­tà. Ci si sen­te a vicen­da tra­spor­ta­ti, sup­por­ta­ti, nutri­ti, pro­prio come acca­de in uno scia­me di api. Ciò che nutre, sup­por­ta e tra­spor­ta è, in fon­do, il calo­re vita­le, cui è pos­si­bi­le dive­ni­re più e più sen­si­bi­li fino a inte­gra­re sta­bil­men­te que­sta dimen­sio­ne nel­la pro­pria per­ce­zio­ne” (Pro­ia 2025). 

Ognu­no por­ta una qua­li­tà per­cet­ti­va uni­ca, una moda­li­tà sin­go­la­re di attra­ver­sa­re le tec­ni­che. Quan­do que­sta plu­ra­li­tà vie­ne accol­ta, il sape­re non si tra­smet­te in sen­so ver­ti­ca­le, ma cir­co­la. Si pro­du­ce una for­ma di intel­li­gen­za dif­fu­sa, che non appar­tie­ne a nes­su­no in par­ti­co­la­re e che tut­ta­via nutre tut­ti. 

In que­sta tra­ma rela­zio­na­le il respi­ro diven­ta un pun­to di aggan­cio deci­si­vo, per­ché è ciò che più chia­ra­men­te mostra che nes­sun cor­po è dav­ve­ro iso­la­to. Respi­ra­re signi­fi­ca scam­bia­re con­ti­nua­men­te con l’ambiente, lasciar­si attra­ver­sa­re, par­te­ci­pa­re a un equi­li­brio che ci pre­ce­de e ci supe­ra. Per que­sto, nel­la pra­ti­ca con­di­vi­sa, il respi­ro può esse­re per­ce­pi­to anche come una risor­sa comu­ne: un rit­mo che abi­ta lo spa­zio, che sostie­ne, che ampli­fi­ca o cal­ma, e che ren­de sen­si­bi­le una for­ma di inter­di­pen­den­za con­cre­ta. Por­ta­re atten­zio­ne al respi­ro affi­na la per­ce­zio­ne di ciò che pas­sa tra un den­tro e un fuo­ri, di quel livel­lo sot­ti­le dell’esperienza che spes­so non arri­va alla paro­la ma orien­ta in pro­fon­di­tà la qua­li­tà del­la pre­sen­za. E pro­prio per­ché ci espo­ne, ren­den­do­ci poro­si, il respi­ro non è sol­tan­to un indi­ce di vul­ne­ra­bi­li­tà: può diven­ta­re anche un modo di pren­der­si cura del­le con­di­zio­ni in cui gli altri respi­ra­no con noi, e in cui noi respi­ria­mo gra­zie agli altri.

Ere­mi­ti del sof­fio

Dedi­car­si al respi­ro equi­va­le a crea­re un luo­go: poco a poco la pra­ti­ca diven­ta uno spa­zio pro­tet­to in cui riti­rar­si e rige­ne­rar­si, e ci ren­de ere­mi­ti del sof­fio.

Il respi­ro è il luo­go più inti­mo che abi­tia­mo. È ciò che acca­de più vici­no, più ade­ren­te, più nostro. La dimen­sio­ne del respi­ro divie­ne cara come un giar­di­no, “impo­sta­to sull’assenza del giar­di­nie­re, sul­la non-per­cet­ti­bi­li­tà del suo vole­re” (Pera 2016, 9).

In que­sto riti­ro il respi­ro pren­de con­si­sten­za, diven­ta pre­sen­za viva, com­pa­gnia silen­zio­sa. Qual­co­sa respi­ra in noi con una pre­ci­sio­ne anti­ca, una vita che pre­ce­de l’intenzione e con­ti­nua oltre di essa. Qui l’esperienza assu­me una qua­li­tà rac­col­ta, qua­si segre­ta: un incon­tro con il sacro come for­ma ele­men­ta­re del viven­te, come pul­sa­zio­ne che si offre con discre­zio­ne. Abi­ta­re il respi­ro signi­fi­ca sosta­re pres­so que­sta vita minu­ta, accom­pa­gnar­ne il rit­mo, rico­no­scer­ne la deli­ca­tez­za ope­ran­te. La pra­ti­ca del­lo yoga edu­ca a que­sta inti­mi­tà: una fedel­tà sem­pli­ce, quo­ti­dia­na, a ciò che si muo­ve e sostie­ne dall’interno.

La tec­ni­ca e la sua per­la

Cia­scu­na tec­ni­ca del­lo yoga custo­di­sce una pos­si­bi­li­tà di acces­so a una deter­mi­na­ta rive­la­zio­ne per­cet­ti­va: la stes­sa da cui la tec­ni­ca stes­sa trae la sua nasci­ta. Anche un āsa­na come il cobra custo­di­sce una rive­la­zio­ne per­cet­ti­va. Non nel sen­so di un’esperienza come può acca­de­re con il prāṇāyā­ma o con i mudrā, dove il sen­ti­re sem­bra affon­da­re dol­ce­men­te in un var­co per­cet­ti­vo, ma come una con­fi­gu­ra­zio­ne del rap­por­to tra cor­po e spa­zio. Gli āsa­na fan­no sen­ti­re il cor­po ama­to dal­lo spa­zio.

Lo yoga inter­pel­la la per­ce­zio­ne e in par­ti­co­la­re evi­den­zia che l’esperienza per­cet­ti­va, in par­ti­co­la­re del­l’in­ter­no del cor­po, è fat­ta anche di ‘per­le per­cet­ti­ve’. Potrem­mo defi­nir­li mira­co­li per­cet­ti­vi, ovve­ro rive­la­zio­ni che avven­go­no in rela­zio­ne a una per­ce­zio­ne; even­ti che ecce­do­no l’io, il lin­guag­gio e le rap­pre­sen­ta­zio­ni abi­tua­li. Le tec­ni­che rap­pre­sen­ta­no del­le istru­zio­ni per pro­va­re a riav­vi­ci­nar­si a quel mira­co­lo che i pri­mi mae­stri han­no vis­su­to, ma non esau­ri­sco­no l’esperienza. 

Come sug­ge­ri­sce Alva Noë, il pro­ble­ma non è che man­chi qual­co­sa da vede­re, ma che tal­vol­ta vedia­mo poco, anche quan­do intor­no a noi c’è mol­to da vede­re. È in que­sto sen­so che l’artista non inven­ta nuo­vi con­te­nu­ti, ma ren­de visi­bi­le ciò che era già pre­sen­te e tut­ta­via resta­va inos­ser­va­to: vede là dove altri non pre­sta­no atten­zio­ne.

Le per­le per­cet­ti­ve fun­zio­na­no allo stes­so modo. Non aggiun­go­no con­te­nu­ti all’esperienza, ma riat­ti­va­no una capa­ci­tà per­cet­ti­va laten­te, per­met­ten­do che qual­co­sa dell’esperienza — spes­so inter­na al cor­po — si rive­li per la pri­ma vol­ta come tale.

Nes­su­na tec­ni­ca, tut­ta­via, garan­ti­sce l’esperienza. La tec­ni­ca pre­pa­ra, dispo­ne, invi­ta, ma non garan­ti­sce l’accadere del pre­zio­so inat­te­so tra­sfor­ma­ti­vo.

Pen­sa­re la tec­ni­ca come soglia signi­fi­ca riva­lu­ta­re l’attesa sen­za ogget­to, la quie­te nel pun­to in cui con­fi­na con la noia; la pra­ti­ca non è mai ripe­ti­zio­ne iden­ti­ca. Anche quan­do il gesto è lo stes­so, il cor­po non lo è mai. Cam­bia­no le con­di­zio­ni, le riso­nan­ze, le doman­de che attra­ver­sa­no il pra­ti­can­te. Ogni ese­cu­zio­ne è un incon­tro nuo­vo fra una for­ma e una vita.

Le tec­ni­che non com­pon­go­no un edi­fi­cio uni­co e com­pat­to: somi­glia­no piut­to­sto a quei “fram­men­ti noma­di” cui fa rife­ri­men­to Geor­ge Didi-Huber­man nel libro La somi­glian­za per con­tat­to (2009). Ogni vol­ta esse van­no ripre­se come se fos­se la pri­ma vol­ta, ria­ni­ma­te, lascia­te par­la­re. La pra­ti­ca non è appli­ca­zio­ne di un meto­do, ma un lavo­ro di ascol­to: com­por­re e scom­por­re, com­bi­na­re e lascia­re decan­ta­re. In que­sto sen­so, lo yoga resta vivo solo se resta incom­piu­to, cioè espo­sto a nuo­ve com­bi­na­zio­ni e a nuo­vi modi di esse­re abi­ta­to.

Lo yoga lavo­ra sul tem­po in modo radi­ca­le. Le pra­ti­che pro­du­co­no una dila­ta­zio­ne o una con­tra­zio­ne del­la per­ce­zio­ne tem­po­ra­le vis­su­ta, che sot­trae l’esperienza alla linea­ri­tà ordi­na­ria. In que­sta sospen­sio­ne, il tem­po smet­te di esse­re una suc­ces­sio­ne di istan­ti e diven­ta spes­so­re, den­si­tà, cam­po. Divie­ne uno dei para­me­tri di inten­si­tà che, per Deleu­ze e Guat­ta­ri ( (2017), costi­tui­sco­no l’e­spe­rien­za del cor­po, al di là del­la misu­ra cro­no­lo­gi­ca.

È in que­sto tem­po in cui si affon­da e che affon­da in noi che diven­ta pos­si­bi­le un con­tat­to con dimen­sio­ni dell’esperienza nor­mal­men­te inac­ces­si­bi­li. Non per­ché sia­no lon­ta­ne, ma per­ché richie­do­no una capa­ci­tà di sosta­re sen­za fina­li­tà. Il tem­po del­la pra­ti­ca non è il tem­po dell’efficienza: è un tem­po impro­dut­ti­vo, e pro­prio per que­sto gene­ra­ti­vo.

La tra­sfor­ma­zio­ne che ne deri­va non è imme­dia­ta­men­te visi­bi­le. Spes­so si mani­fe­sta a distan­za, come un pro­ces­so a rila­scio len­to. Qual­co­sa si è mos­so, si è depo­si­ta­to, ha modi­fi­ca­to silen­zio­sa­men­te il modo di per­ce­pi­re, di rea­gi­re, di pen­sa­re. 

Con­clu­sio­ne aper­ta

Tal­vol­ta, nel­la pra­ti­ca di tra­smis­sio­ne del­lo yoga, è neces­sa­rio pro­va­re a faci­li­ta­re l’accesso a un’esperienza; altre vol­te è pro­prio il rico­no­sci­men­to del­la sua intra­du­ci­bi­li­tà a ren­de­re pos­si­bi­le un avvi­ci­na­men­to. Non tut­to ciò che acca­de nel cor­po chie­de di esse­re chia­ri­to: alcu­ni pas­sag­gi si attra­ver­sa­no quan­do qual­co­sa matu­ra al di sot­to del­la soglia del lin­guag­gio. In que­sto sen­so, il lavo­ro non con­si­ste nel con­vin­ce­re, ma nel crea­re con­di­zio­ni di pros­si­mi­tà. Offri­re un orien­ta­men­to sen­za sosti­tuir­si all’esperienza, lascia­re che cia­scu­no ritro­vi in sé il movi­men­to che è già in atto. Lo yoga, allo­ra, non si tra­smet­te come un con­te­nu­to, ma come una pos­si­bi­li­tà di acces­so: un invi­to discre­to a rico­no­sce­re, nel pro­prio cor­po, una dina­mi­ca che pre­ce­de le paro­le e con­ti­nua a ope­ra­re al di là di esse.

Foto­gra­fia di András Ladoc­si

Biblio­gra­fia

Deleu­ze, G. & Guat­ta­ri, F. [1980] 2017. Mil­le pia­ni, Ortho­tes, Napo­li. 

Didi-Huber­man, G. 2009.  La somi­glian­za per con­tat­to, Bol­la­ti Borin­ghie­ri, Tori­no.

Pera, P. 2016. Al giar­di­no anco­ra non l’ho det­to, Pon­te Alle Gra­zie, Mila­no.

Pro­ia, F. 2025. Il qua­der­no magne­ti­co, Ortho­tes, Napo­li.

Tsu­da, I. 2004.  Il dia­lo­go del silen­zio — Scuo­la del­la  respi­ra­zio­ne, Luni Edi­tri­ce, Mila­no.

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