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Dicembre
22 Dicembre 2025

DAY­TON, SIMU­LA­CRO DI PACE

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Sono ormai pas­sa­ti trent’anni dal­la fir­ma degli Accor­di di Day­ton, che nel novem­bre del 1995 mise­ro final­men­te un pun­to al con­flit­to in Bosnia ed Erze­go­vi­na (o sem­pli­ce­men­te Bosnia) – tea­tro del pri­mo geno­ci­dio in Euro­pa dopo la Secon­da Guer­ra Mon­dia­le. Tut­ta­via, la loro fir­ma ha sì posto fine alla guer­ra e alle osti­li­tà, ma non alle ten­sio­ni inte­ret­ni­che nel­la regio­ne e, di con­se­guen­za, ha pro­dot­to un ordi­ne poli­ti­co e socia­le estre­ma­men­te insta­bi­le con cui il pae­se si tro­va a fare i con­ti anco­ra oggi, a distan­za di tre decen­ni. Eppu­re, l’articolo 28 del­la Dichia­ra­zio­ne Uni­ver­sa­le dei Dirit­ti Uma­ni reci­ta: 

“Ogni indi­vi­duo ha dirit­to ad un ordi­ne socia­le e inter­na­zio­na­le nel qua­le i dirit­ti e le liber­tà enun­cia­ti in que­sta Dichia­ra­zio­ne pos­sa­no esse­re pie­na­men­te rea­liz­za­ti”. 

Sor­ge dun­que spon­ta­neo chie­der­si: la fir­ma di un accor­do di pace è neces­sa­ria­men­te por­ta­tri­ce di giu­sti­zia e ugua­glian­za, di un ordi­ne che garan­ti­sca ugua­li liber­tà e dirit­ti a ogni indi­vi­duo, oppu­re è suf­fi­cien­te l’assenza del­la guer­ra per poter par­la­re di pace? E cosa inten­dia­mo esat­ta­men­te con il ter­mi­ne ‘pace’? È a par­ti­re da que­sti inter­ro­ga­ti­vi che, dopo aver riper­cor­so le tap­pe prin­ci­pa­li del con­flit­to bosnia­co e del­la nasci­ta degli Accor­di di Day­ton, ana­liz­ze­re­mo la situa­zio­ne attra­ver­so la len­te teo­ri­ca pro­po­sta dal filo­so­fo Nor­ber­to Bob­bio e la sua distin­zio­ne tra “pace nega­ti­va” e “pace posi­ti­va”.

Innan­zi­tut­to, per com­pren­de­re appie­no la natu­ra degli Accor­di di Day­ton e il loro rifles­so nel­la Bosnia con­tem­po­ra­nea, è neces­sa­rio fare qual­che pas­so indie­tro nel tem­po. La dis­so­lu­zio­ne del­la Repub­bli­ca Socia­li­sta Fede­ra­le di Jugo­sla­via – com­po­sta dagli odier­ni Slo­ve­nia, Croa­zia, Ser­bia, Bosnia ed Erze­go­vi­na, Mon­te­ne­gro, Koso­vo e Mace­do­nia del Nord – ha avu­to luo­go nel cor­so dell’ultimo decen­nio del Nove­cen­to. Tut­ta­via, il pro­ces­so dis­so­lu­ti­vo era ini­zia­to ben pri­ma del­lo scop­pio del con­flit­to. Pos­sia­mo infat­ti dire che il pun­to di non ritor­no sia sta­to segna­to dal­la mor­te del suo pre­si­den­te, il Mare­scial­lo Josip Broz, det­to Tito, avve­nu­ta il 4 mag­gio del 1980. Essen­do venu­ta a man­ca­re l’unica figu­ra capa­ce di atte­nua­re gli attri­ti tra i diver­si grup­pi nazio­na­li, for­ti sen­ti­men­ti nazio­na­li­sti mai dav­ve­ro sopi­ti ini­zia­ro­no a rie­mer­ge­re. 

I pri­mi segna­li arri­va­ro­no già nel mar­zo 1981 con i moti del Koso­vo, duran­te i qua­li i koso­va­ri riven­di­ca­ro­no per la pri­ma vol­ta lo sta­tus di repub­bli­ca; le pro­te­ste furo­no dura­men­te repres­se dal­la poli­zia, allo­ra sot­to il diret­to con­trol­lo del gover­no cen­tra­le di Bel­gra­do. A ciò seguì, nel 1986, la pub­bli­ca­zio­ne del cosid­det­to Memo­ran­dum da par­te dell’Accademia Ser­ba del­le Scien­ze, che ripro­po­ne­va aper­ta­men­te il pro­get­to di una “Gran­de Ser­bia” (Danči­lo­vić, 2019). 

L’esempio più emble­ma­ti­co di que­sto rin­no­va­to sen­so di appar­te­nen­za e riven­di­ca­zio­ne etni­ca è sen­za dub­bio incar­na­to dal­la figu­ra di Slo­bo­dan Miloše­vić, fau­to­re e lea­der del nazio­na­li­smo ser­bo. È cele­bre il discor­so che il lea­der ser­bo pro­nun­ciò a Koso­vo Polje o Pia­na dei Mer­li nel 1989, in cui non esclu­de­va la pos­si­bi­li­tà di arri­va­re a nuo­vi scon­tri arma­ti quel­lo che si è poi rive­la­to esse­re un inquie­tan­te pre­sa­gio. Non a caso, la data coin­ci­de­va con il sei­cen­te­si­mo anni­ver­sa­rio del­la omo­ni­ma bat­ta­glia in cui i ser­bi subi­ro­no una pesan­te scon­fit­ta con­tro l’Impero otto­ma­no, per cui anco­ra oggi la par­te più estre­mi­sta del­la popo­la­zio­ne ser­ba cer­ca ven­det­ta sull’invasore tur­co. 

Le pri­me mos­se di Miloše­vić anda­ro­no ver­so una pro­gres­si­va cen­tra­liz­za­zio­ne del pote­re: pri­vò il Koso­vo di ogni for­ma di auto­no­mia e ordi­nò alle sin­go­le Dife­se Ter­ri­to­ria­li gli eser­ci­ti dei diver­si sta­ti fede­ra­li di Slo­ve­nia, Croa­zia e Bosnia ed Erze­go­vi­na di ricon­se­gna­re la tota­li­tà dei loro arma­men­ti alla JNA (Jugo­slo­ven­ska Narod­na Armi­ja), l’Armata Popo­la­re Jugo­sla­va, allo­ra sot­to il suo con­trol­lo. La Bosnia con­se­gnò il 90% del pro­prio arse­na­le (Div­jak, 2007). 

Il 1990 ha svol­to un ruo­lo cru­cia­le: il 20 gen­na­io ven­ne con­vo­ca­to straor­di­na­ria­men­te il quat­tor­di­ce­si­mo con­gres­so del­la Lega dei Comu­ni­sti di Jugo­sla­via, in cui Slo­ve­nia e Croa­zia deci­se­ro di riti­ra­re i pro­pri dele­ga­ti, deter­mi­nan­do così la fine del regi­me a par­ti­to uni­co e l’affermazione dei nazio­na­li­sti. A que­sto pun­to, data la sem­pre più irri­me­dia­bi­le spac­ca­tu­ra tra i diver­si grup­pi nazio­na­li pre­sen­ti sul ter­ri­to­rio jugo­sla­vo, le repub­bli­che ini­zia­ro­no a dichia­ra­re la pro­pria indi­pen­den­za, a comin­cia­re, nel 1991, da Slo­ve­nia e Croa­zia. Il pri­mo caso pas­sò qua­si inos­ser­va­to, con una serie di scon­tri nota come la Guer­ra dei Die­ci Gior­ni; nel caso del­la Croa­zia, inve­ce, il con­flit­to si fece più inten­so, poi­ché la Ser­bia riven­di­ca­va alcu­ni ter­ri­to­ri croa­ti a mag­gio­ran­za ser­ba, come la regio­ne del­la Kra­ji­na, neces­sa­ri per por­ta­re a ter­mi­ne l’obiettivo del­la “Gran­de Ser­bia”. 

Nel frat­tem­po, sen­ti­men­ti indi­pen­den­ti­sti ave­va­no ini­zia­to a scor­re­re anche in Bosnia, ma la com­po­nen­te ser­ba, in mino­ran­za rispet­to a quel­la musul­ma­na, non ave­va inten­zio­ne di far par­te di uno sta­to sovra­no bosnia­co. È per que­sto moti­vo che il 9 gen­na­io 1992, con­tro ogni prin­ci­pio costi­tu­zio­na­le, ven­ne (auto)proclamata la Repu­bli­ka Srp­ska, o Repub­bli­ca ser­ba di Bosnia, gui­da­ta da Rado­van Kara­džić. La cri­si esplo­se defi­ni­ti­va­men­te due mesi dopo, quan­do anche la Bosnia dichia­rò la pro­pria indi­pen­den­za tra­mi­te un refe­ren­dum popo­la­re, boi­cot­ta­to dal­la mino­ran­za ser­ba. Il 6 apri­le 1992 a Sara­je­vo si ten­ne una par­te­ci­pa­ta mani­fe­sta­zio­ne per la pace in cui ven­ne­ro ucci­se due gio­va­ni don­ne: Sua­da Dil­be­ro­vić, di 23 anni, e Olga Sučić, di 34, dan­do così uffi­cial­men­te ini­zio alla guer­ra in Bosnia e all’assedio del­la capi­ta­le, che, con i suoi 1425 gior­ni, rap­pre­sen­ta uno degli asse­di più lun­ghi del­la sto­ria con­tem­po­ra­nea. Fu in que­sta fase che Miloše­vić e il pre­si­den­te croa­to, Fra­n­jo Tud­j­man, avvia­ro­no un pro­get­to comu­ne: dato che l’Erzegovina – il sud del pae­se con capo­luo­go Mostar – acco­glie­va una sostan­zio­sa mino­ran­za croa­ta, i due lea­der deci­se­ro di fat­to di spar­tir­si i ter­ri­to­ri del­la Bosnia ed Erze­go­vi­na (Rumiz, 2011). Il pae­se si vide così attac­ca­to su due fron­ti: a est i ser­bo-bosnia­ci di Rado­van Kara­džić, a sud i croa­to-bosnia­ci di Mate Boban. 

I pri­mi ten­ta­ti­vi di met­te­re fine al con­flit­to sono ini­zia­ti nel 1992 stes­so, ma con risul­ta­ti estre­ma­men­te delu­den­ti. Dopo una pri­ma con­fe­ren­za di pace fal­li­men­ta­re svol­ta­si a Lon­dra, ven­ne costi­tui­ta la Con­fe­ren­za Per­ma­nen­te sul­la Jugo­sla­via a Gine­vra, pre­sie­du­ta dall’americano Cyrus Van­ce, desi­gna­to dall’ONU, e dall’inglese David Owen, desi­gna­to dall’UE. Tut­ta­via, la loro linea di con­dot­ta sug­ge­ri­va fin da subi­to una pro­pen­sio­ne alla “can­to­na­liz­za­zio­ne” dei ter­ri­to­ri su base etni­ca. Nac­que così, nel gen­na­io 1993, il pia­no Van­ce-Owen, che pre­ve­de­va la divi­sio­ne del­la Bosnia in die­ci zone etni­ca­men­te “pure” e la con­se­gna agli aggres­so­ri di più ter­ri­to­ri di quan­ti non ne aves­se­ro con­qui­sta­ti fino a quel momen­to (Rastel­lo, 1998). L’unico a fir­mar­lo fu il pre­si­den­te bosnia­co Ali­ja Izet­be­go­vić e dun­que il pia­no ven­ne scar­ta­to: croa­ti e ser­bi non ne ave­va­no biso­gno, era­no già sta­ti legit­ti­ma­ti nel­le loro pre­te­se ter­ri­to­ria­li. 

Suc­ces­si­va­men­te, UE e Sta­ti Uni­ti, insie­me alla Rus­sia, pro­po­se­ro la divi­sio­ne in veri e pro­pri sta­ti sovra­ni ed etni­ca­men­te omo­ge­nei. È par­ten­do da que­sta pro­po­sta che, nel giu­gno 1993, Boban e Kara­džić for­ma­liz­za­ro­no l’accordo sul­la divi­sio­ne sta­tua­le dei ter­ri­to­ri, ridi­se­gnan­do loro stes­si le map­pe dei futu­ri sta­ti. Ciò che desta mag­gio­re scon­cer­to è che Owen e Stol­ten­berg suben­tra­to nel frat­tem­po a Van­ce use­ran­no pro­prio que­ste map­pe per la ste­su­ra del pia­no di pace “dell’Invin­ci­ble”, dal nome del­la por­ta aerei su cui ven­ne discus­so. Il pia­no ven­ne pre­ve­di­bil­men­te rifiu­ta­to da Izet­be­go­vić (Rastel­lo, 1998). 

La situa­zio­ne è rima­sta così con­ge­la­ta per oltre due anni, costa­ti miglia­ia di vite. È infat­ti solo nel 1995 che si arri­va al giro di boa: nel­la Bosnia orien­ta­le le trup­pe ser­bo-bosnia­che, gui­da­te dal gene­ra­le Rat­ko Mla­dić, sta­va­no per­pe­tran­do una vera e pro­pria puli­zia etni­ca ai dan­ni del­la popo­la­zio­ne musul­ma­na. Il cuo­re del­la regio­ne è la pic­co­la cit­tà di Sre­bre­ni­ca, che già nel 1993, a cau­sa dei con­ti­nui attac­chi a dan­no la popo­la­zio­ne civi­le, ven­ne dichia­ra­ta zona pro­tet­ta dall’ONU. Oggi, Sre­bre­ni­ca rap­pre­sen­ta uno dei mag­gio­ri fal­li­men­ti del­la comu­ni­tà inter­na­zio­na­le e del­la sua diplo­ma­zia. È qui che nel luglio del 1995 si è con­su­ma­to il pri­mo geno­ci­dio in Euro­pa dopo la Shoah. È qui che 8732 and coun­ting…” civi­li bosgnac­chi ter­mi­ne con cui si indi­ca­no i bosnia­ci musul­ma­ni sono sta­ti ucci­si a san­gue fred­do dal­le trup­pe ser­bo-bosnia­che, sot­to gli occhi “impo­ten­ti” dei caschi blu dell’ONU mes­si a “pro­te­zio­ne” del­la cit­tà. È qui che dopo trent’anni si sca­va anco­ra per cer­ca­re i resti di chi non è mai tor­na­to a casa. Eppu­re, la comu­ni­tà inter­na­zio­na­le con­ti­nua­va a non sape­re cosa fare, ren­den­do­si com­pli­ce dell’orrore. 

Solo dopo l’ennesima stra­ge di civi­li, con­su­ma­ta­si al mer­ca­to Mar­ka­le di Sara­je­vo il 28 ago­sto 1995, la NATO, con l’appoggio dell’ONU, deci­se di inter­ve­ni­re auto­riz­zan­do la Ope­ra­tion Deli­be­ra­te For­ce, una serie di attac­chi aerei per cer­ca­re di fer­ma­re le trup­pe ser­bo-bosnia­che. Furo­no pro­prio i meto­di poco orto­dos­si dell’allora pre­si­den­te ame­ri­ca­no Bill Clin­ton e del­la sua ammi­ni­stra­zio­ne a spin­ge­re i ser­bo-bosnia­ci ad accet­ta­re di avvia­re i nego­zia­ti di pace. L’accordo tra Miloše­vić, Tud­j­man e Izet­be­go­vić, rag­giun­to il 21 novem­bre 1995 pres­so la base mili­ta­re di Wright-Peter­son a Day­ton, in Ohio, ven­ne poi uffi­cial­men­te fir­ma­to dai tre lea­der il 14 dicem­bre a Pari­gi. Si con­clu­de­va così il con­flit­to in Bosnia, anche se l’assedio di Sara­je­vo sareb­be dura­to fino al feb­bra­io del 1996.

La len­te teo­ri­ca attra­ver­so cui ver­rà ana­liz­za­to il caso bosnia­co è rap­pre­sen­ta­ta dal­la filo­so­fia del­la pace di Nor­ber­to Bob­bio, filo­so­fo, giu­ri­sta, poli­ti­co e pro­fes­so­re uni­ver­si­ta­rio ita­lia­no del Nove­cen­to che ha fat­to dei valo­ri demo­cra­ti­ci la pro­pria ban­die­ra. Par­ti­co­lar­men­te rile­van­ti ai fini di que­sta ana­li­si sono gli appro­fon­di­ti stu­di con­dot­ti sui con­cet­ti di pace, paci­fi­smo e pos­si­bi­li vie per la pace. 

All’inizio dell’articolo L’idea del­la pace e il paci­fi­smo (1975), Bob­bio si pone il pro­ble­ma del­la defi­ni­zio­ne stes­sa del con­cet­to di pace. Per poter­lo fare, ne indi­vi­dua due tipo­lo­gie: la pace inter­na, cioè l’assenza di con­flit­to tra due aspet­ti che carat­te­riz­za­no un sin­go­lo indi­vi­duo; e la pace ester­na, inte­sa come l’assenza di con­flit­to tra due o più indi­vi­dui o grup­pi di indi­vi­dui. Nel suo stu­dio, Bob­bio deci­de di ana­liz­za­re la secon­da nel­la sua acce­zio­ne più spe­ci­fi­ca, ossia quel­la di “pace che pone fine a quel par­ti­co­la­re tipo di con­flit­to che è la guer­ra” (Bob­bio 1975, 198). Una vol­ta indi­vi­dua­to l’oggetto del­la sua ana­li­si, Bob­bio inse­ri­sce la “pace ester­na” all’interno dell’ambito tec­ni­co-giu­ri­di­co, intro­du­cen­do una pri­ma distin­zio­ne tra “pace nega­ti­va” e “pace posi­ti­va”. Scri­ve: 

Nel suo sen­so nega­ti­vo la pace è uno sta­to di cose gene­ri­co (lo sta­to di non-guer­ra); nel suo sen­so posi­ti­vo, la pace è uno sta­to spe­ci­fi­co, pre­vi­sto e rego­la­to dal dirit­to inter­na­zio­na­le, uno sta­to che vie­ne ad esse­re deter­mi­na­to in segui­to ad un accor­do col qua­le due sta­ti ces­sa­no dal­le osti­li­tà e rego­la­no i loro rap­por­ti futu­ri. “Fare la pace” signi­fi­ca non sol­tan­to ces­sa­re dal­le osti­li­tà […], ma anche instau­ra­re uno sta­to giu­ri­di­ca­men­te rego­la­to che ten­de ad ave­re una cer­ta sta­bi­li­tà (Bob­bio 1975, 201–202). 

Pos­sia­mo, dun­que, dire che la “pace nega­ti­va” ha una natu­ra pas­si­va, men­tre la “pace posi­ti­va” è di natu­ra atti­va, impli­can­do quin­di la neces­si­tà di un mag­gior dispie­go di for­ze. Più avan­ti nell’articolo vie­ne intro­dot­ta la que­stio­ne di dover con­si­de­ra­re il con­cet­to di pace non solo dal pun­to di vista tec­ni­co-giu­ri­di­co, ma anche da quel­lo teo­lo­gi­co-filo­so­fi­co, secon­do cui opus iusti­tiae, pax, cioè “la pace è ope­ra di giu­sti­zia”. Con­ti­nua Bob­bio: 

Nel­la defi­ni­zio­ne tec­ni­co-giu­ri­di­ca di pace non c’è nul­la che per­met­ta di distin­gue­re una pace giu­sta da una pace ingiu­sta; nel­la defi­ni­zio­ne teo­lo­gi­co-filo­so­fi­ca solo la pace con giu­sti­zia meri­ta di esse­re chia­ma­ta pro­pria­men­te pace, men­tre la pace ingiu­sta è sol­tan­to un simu­la­cro di pace, una pace appa­ren­te, una pace impro­pria­men­te det­ta (Bob­bio 1975, 202–203). 

La con­ce­zio­ne teo­lo­gi­co-filo­so­fi­ca di pace è, quin­di, uto­pi­ca, in quan­to una giu­sti­zia asso­lu­ta è tri­ste­men­te irrea­liz­za­bi­le, spe­cial­men­te in un mon­do basa­to su gio­chi di pote­re che sfrut­ta­no a pro­prio favo­re dise­qui­li­bri e spac­ca­tu­re – socia­li, geo­po­li­ti­che, eco­no­mi­che. Tut­ta­via, pur restan­do all’interno del cam­po tec­ni­co-giu­ri­di­co, la sto­ria mostra come spes­so nep­pu­re la “pace posi­ti­va”, inte­sa in que­sto sen­so come “uno sta­to giu­ri­di­ca­men­te rego­la­to che ten­de ad ave­re una cer­ta sta­bi­li­tà” (Bob­bio 1975, 202), ven­ga real­men­te instau­ra­ta. La “pace nega­ti­va”, inte­sa come mera assen­za di con­flit­to e dun­que come “non-guer­ra” è, infat­ti, mol­to più faci­le da rag­giun­ge­re, essen­do di natu­ra pas­si­va, ma ha un prez­zo mol­to più alto. 

Se accet­tia­mo que­sta distin­zio­ne tra “pace nega­ti­va” e “pace posi­ti­va”, pos­sia­mo tor­na­re a par­la­re del cuo­re di que­sto arti­co­lo – gli Accor­di di Day­ton – uti­liz­zan­do la filo­so­fia bob­bia­na come chia­ve di let­tu­ra. La Bosnia di oggi è un pae­se for­mal­men­te in pace – o for­se sareb­be meglio dire in “non-guer­ra”? – ma pri­gio­nie­ro di un’architettura post-con­flit­to che rispec­chia le divi­sio­ni etni­che tan­to ago­gna­te duran­te gli anni di guer­ra. 

Con la fir­ma degli Accor­di di Day­ton, infat­ti, si anda­va­no a costi­tui­re all’interno del ter­ri­to­rio del­la Bosnia due enti­tà semi-auto­no­me sud­di­vi­se su base mera­men­te etni­ca (Annes­so 2): da una par­te si tro­va la Fede­ra­zio­ne di Bosnia ed Erze­go­vi­na, con una popo­la­zio­ne prin­ci­pal­men­te bosgnac­ca e croa­ta, a cui spet­ta il 51% del ter­ri­to­rio; dall’altra, si ha la già cita­ta Repu­bli­ka Srp­ska (RS), con una popo­la­zio­ne a mag­gio­ran­za ser­ba, e a cui spet­ta il restan­te 49%, in cui, para­dos­sal­men­te, si tro­va­no Sara­je­vo Est, Sre­bre­ni­ca e altri ter­ri­to­ri obiet­ti­vo del­la puli­zia etni­ca per­pe­tra­ta dal­le trup­pe ser­bo-bosnia­che. Oltre alle due prin­ci­pa­li enti­tà, si tro­va anche il distret­to auto­no­mo di Brč­ko che fa for­mal­men­te par­te di entram­be. Così facen­do, veni­va­no di fat­to legit­ti­ma­te le riven­di­ca­zio­ni e le pre­te­se ter­ri­to­ria­li avan­za­te dai ser­bi di Bosnia nel cor­so del con­flit­to e veni­va­no di con­se­guen­za ali­men­ta­te le ten­sio­ni etni­che che per­si­sto­no anco­ra oggi. A que­sto, va aggiun­ta la com­ples­sa pre­si­den­za tri­par­ti­ta del pae­se, che pre­ve­de l’elezione ogni quat­tro anni di un rap­pre­sen­tan­te per ogni comu­ni­tà etni­ca mag­gio­ri­ta­ria – un ser­bo, un croa­to e un bosgnac­co, esclu­den­do quin­di a prio­ri e in manie­ra discri­mi­na­to­ria qual­sia­si can­di­da­to che non appar­ten­ga a uno di que­sti tre grup­pi – che ruo­ta­no ogni otto mesi. 

Per man­te­ne­re il fra­gi­le equi­li­brio crea­to­si, subi­to dopo la fine del­le osti­li­tà furo­no dispie­ga­te del­le mis­sio­ni mili­ta­ri a con­du­zio­ne NATO: dap­pri­ma la Imple­men­ta­tion For­ce (IFOR) dal dicem­bre 1995 al dicem­bre 1996 e poi la Sta­bi­li­sa­tion For­ce (SFOR) dal dicem­bre 1996 al dicem­bre 2004 quan­do suben­trò al suo posto la mis­sio­ne a con­du­zio­ne UE, EUFOR Althea, il cui man­da­to è sta­to recen­te­men­te pro­ro­ga­to fino a novem­bre 2026, a con­fer­ma del­la per­si­sten­te fra­gi­li­tà degli equi­li­bri. 

Come se non bastas­se, l’ormai ex pre­si­den­te del­la RS, Milo­rad Dodik, ha più vol­te paven­ta­to la seces­sio­ne, minac­cian­do rei­te­ra­ta­men­te di indi­re un inco­sti­tu­zio­na­le refe­ren­dum popo­la­re, e non ha mai rico­no­sciu­to la legit­ti­mi­tà del tede­sco Chri­stian Sch­midt in quan­to Alto Rap­pre­sen­tan­te per la Bosnia ed Erze­go­vi­na, il cui com­pi­to è quel­lo di sovrin­ten­de­re all’esecuzione degli accor­di di Day­ton. Pro­prio nel 2025, a segui­to di una con­dan­na che lo ha inter­det­to dal­la cari­ca di pre­si­den­te del­la RS per sei anni, Dodik è riu­sci­to a crea­re un’impas­se poli­ti­ca da cui il pae­se sta uscen­do a fati­ca dopo mesi di con­ci­ta­zio­ne, gua­da­gnan­do­si san­zio­ni da par­te di Austria e Ger­ma­nia. La situa­zio­ne era così tesa che il Cen­tro Memo­ria­le di Sre­bre­ni­ca è sta­to chiu­so tem­po­ra­nea­men­te per una que­stio­ne di sicu­rez­za. Tut­ta­via, nono­stan­te la sospen­sio­ne di Dodik dall’incarico, alle ele­zio­ni pre­si­den­zia­li tenu­te­si in RS il 23 novem­bre è sta­to elet­to il suo brac­cio destro, Siniša Karan, non lascian­do trop­pe spe­ran­ze a un cam­bio di rot­ta.

Anche dal pun­to di vista eco­no­mi­co, il pae­se vive una situa­zio­ne estre­ma­men­te fra­gi­le che incen­ti­va sem­pre più gio­va­ni a cer­ca­re for­tu­na altro­ve. Dul­cis in fun­do, seb­be­ne il Tri­bu­na­le Pena­le Inter­na­zio­na­le per l’ex-Jugoslavia abbia por­ta­to a pro­ces­so e con­dan­na­to alcu­ni dei prin­ci­pa­li respon­sa­bi­li dei cri­mi­ni di guer­ra, mol­ti altri sono rima­sti impu­ni­ti o han­no cau­se anco­ra pen­den­ti, poten­do così rein­te­grar­si nel tes­su­to socia­le e tor­nan­do a esse­re i vici­ni di casa del­le stes­se per­so­ne che, pochi anni pri­ma, era­no le loro vit­ti­me. 

Insom­ma, quel­la che han­no garan­ti­to gli Accor­di di Day­ton non è né sta­bi­li­tà né tan­to­me­no una “pace posi­ti­va”, ben­sì para­li­si poli­ti­ca e cri­stal­liz­za­zio­ne del­le ten­sio­ni, per­met­ten­do inol­tre una vera e pro­pria isti­tu­zio­na­liz­za­zio­ne del­la divi­sio­ne etni­ca. L’Annesso 7 di Day­ton rap­pre­sen­ta uno dei tan­ti para­dos­si di que­sta pace appa­ren­te: “tut­ti i rifu­gia­ti e gli sfol­la­ti han­no il dirit­to di tor­na­re libe­ra­men­te alle pro­prie case di ori­gi­ne”, si leg­ge. Una pro­mes­sa che si scon­tra­va con la real­tà, fat­ta di inte­ri vil­lag­gi distrut­ti e case occu­pa­te da altre per­so­ne che ave­va­no a loro vol­ta per­so la pro­pria. Bob­bio, nell’articolo cita­to in pre­ce­den­za, scri­ve: 

una del­le aspi­ra­zio­ni del paci­fi­smo […] è quel­la di otte­ne­re anche nei rap­por­ti inter­na­zio­na­li l’ordine, defi­ni­to posi­ti­va­men­te come asset­to per­ma­nen­te, là dove è esi­sti­ta sino­ra sol­tan­to la pace, inte­sa nega­ti­va­men­te come assen­za di guer­ra (Bob­bio 1975, 200).

In que­sto pas­sag­gio, il filo­so­fo sot­to­li­nea anco­ra una vol­ta la neces­si­tà di supe­ra­re la pace come sem­pli­ce sospen­sio­ne del­le osti­li­tà e di costruir­ne una che per­met­ta inve­ce la crea­zio­ne di una sta­bi­li­tà rea­le, di quell’ordine socia­le e inter­na­zio­na­le invo­ca­to nell’articolo 28 del­la Dichia­ra­zio­ne Uni­ver­sa­le dei Dirit­ti Uma­ni. Oggi, trent’anni dopo Day­ton, Gaza ci dimo­stra che anco­ra non ne sia­mo in gra­do: il ces­sa­te il fuo­co e i cosid­det­ti accor­di di pace ven­go­no pro­po­sti, fir­ma­ti e cele­bra­ti dagli stes­si auto­ri del geno­ci­dio ai dan­ni del popo­lo pale­sti­ne­se, in un ver­go­gno­so pro­ces­so di autoas­so­lu­zio­ne in cui i car­ne­fi­ci si rein­ven­ta­no costrut­to­ri di “pace”. È la logi­ca del­la “pace nega­ti­va”: una tre­gua che ser­ve più a ria­bi­li­ta­re gli auto­ri del­la vio­len­za che a resti­tui­re digni­tà alle vit­ti­me, ma que­sto non farà mai di loro dei paci­fi­sti da pre­mio Nobel. E anche qui, come in Bosnia ed Erze­go­vi­na trent’anni fa, c’è chi festeg­gia per­ché i pale­sti­ne­si pos­so­no final­men­te tor­na­re nel­le loro case. Come si chie­de­va Luca Rastel­lo alla fine degli anni Novan­ta, “ma dove anda­te, se le vostre case non esi­sto­no più?” (Rastel­lo, 1998, 204). 

Ma è pro­prio da qui, da un simu­la­cro di pace, che si può ripar­ti­re per imma­gi­na­re una stra­da diver­sa, che per­met­ta alla pace – se non di rag­giun­ge­re – quan­to­me­no di avvi­ci­nar­si alla sua dimen­sio­ne più “posi­ti­va”. A livel­lo poli­ti­co e isti­tu­zio­na­le esi­sto­no infat­ti alcu­ni ele­men­ti che per­met­te­reb­be­ro di rag­giun­ge­re que­sto obiet­ti­vo. Ele­men­ti che nel caso bosnia­co non ven­ne­ro pre­si in con­si­de­ra­zio­ne e che oggi man­ca­no dram­ma­ti­ca­men­te anche a Gaza.

Il pri­mo è il coin­vol­gi­men­to del­le vit­ti­me nei nego­zia­ti di pace. Day­ton fu un accor­do impo­sto dall’alto in cui nes­su­no dei coin­vol­ti ebbe voce in capi­to­lo. Lo stes­so sta acca­den­do oggi a Gaza – così come in Ucrai­na – dove si nego­zia sul desti­no di un inte­ro popo­lo sen­za che quel popo­lo pos­sa esse­re rap­pre­sen­ta­to al tavo­lo nego­zia­le. Una pace che nasce sen­za i suoi desti­na­ta­ri non può che pro­dur­re altra insta­bi­li­tà, altra fru­stra­zio­ne, altra vio­len­za. Il secon­do ele­men­to è la neces­si­tà di soli­di mec­ca­ni­smi di giu­sti­zia tran­si­zio­na­le come tri­bu­na­li indi­pen­den­ti e pro­gram­mi di ripa­ra­zio­ne. In Bosnia tali mec­ca­ni­smi furo­no debo­li e spes­so tar­di­vi; a Gaza, al momen­to, non esi­sto­no nep­pu­re nel­le inten­zio­ni dei fir­ma­ta­ri. Fin­ché la pace non sarà “ope­ra di giu­sti­zia”, con­ti­nue­rà a pro­dur­re spa­zi di impu­ni­tà e memo­rie fram­men­ta­rie. Un ter­zo ele­men­to neces­sa­rio riguar­da la rico­stru­zio­ne come dirit­to e non come con­ces­sio­ne poli­ti­ca. Ieri come oggi, si invo­ca il ritor­no a casa sen­za però garan­ti­re le con­di­zio­ni mate­ria­li per ren­der­lo pos­si­bi­le. Sen­za case, sen­za garan­zie di sicu­rez­za, sen­za un ter­ri­to­rio vivi­bi­le, il dirit­to al ritor­no resta una pro­mes­sa vuo­ta, nel miglio­re dei casi. Nel peg­gio­re, tra­sfor­ma la pro­pria casa – o quel che ne resta – in un hotel di lus­so.

Infi­ne, occor­re­reb­be ripen­sa­re radi­cal­men­te il ruo­lo degli atto­ri inter­na­zio­na­li. Tan­to nel 1995 quan­to oggi, la comu­ni­tà inter­na­zio­na­le ha agi­to muo­ven­do­si entro una logi­ca emer­gen­zia­le: ces­sa­re il fuo­co, con­ge­la­re la situa­zio­ne per “met­te­re un tap­po”. Ma la “pace posi­ti­va” richie­de l’opposto: una stra­te­gia di lun­go perio­do capa­ce di accom­pa­gna­re le socie­tà post-con­flit­to oltre l’assetto che ha reso pos­si­bi­le la guer­ra e non che le lasci lì. Ciò impli­ca inve­sti­men­ti con­cre­ti nell’educazione, nel­lo svi­lup­po eco­no­mi­co, ma soprat­tut­to nel­la costru­zio­ne di isti­tu­zio­ni comu­ni e alli­nea­te. Que­sto in Bosnia rap­pre­sen­ta un pro­ble­ma evi­den­te: la Repu­bli­ka Srp­ska, ad esem­pio, adot­ta testi sco­la­sti­ci diver­si rispet­to a quel­li usa­ti nel resto del pae­se. Libri che rac­con­ta­no la pro­pria sto­ria, in cui cri­mi­na­li di guer­ra come Mla­dić o Kara­džić ven­go­no dipin­ti come eroi nazio­na­li. Che futu­ro si può garan­ti­re a un pae­se se, a tren­t’an­ni dal­la fine del con­flit­to, la reto­ri­ca resta sem­pre la stes­sa? La Sto­ria è una sola, ma fino a che ognu­no con­ti­nue­rà a rac­con­tar­si la pro­pria, non sarà mai pos­si­bi­le costrui­re una memo­ria col­let­ti­va con­di­vi­sa.

Tan­to la Bosnia quan­to Gaza mostra­no che la pace inte­sa come “non-guer­ra” è imme­dia­ta, ma allo stes­so tem­po fra­gi­le e rever­si­bi­le. Una “pace posi­ti­va”, al con­tra­rio, è un pro­ces­so len­to e costo­so, ma è anche l’unico che per­met­ta di non repli­ca­re Day­ton. Una “pace posi­ti­va” richie­de, soprat­tut­to, un cam­bia­men­to di para­dig­ma. Gover­na­re l’emergenza è essen­zia­le, ma non può esse­re il pun­to di arri­vo: deve esse­re il pun­to di par­ten­za per arri­va­re a costrui­re un ordi­ne giu­sto, sta­bi­le e dura­tu­ro.

In con­clu­sio­ne, tor­nan­do alla doman­da ini­zia­le, la rispo­sta è no: la fir­ma di un accor­do di pace non garan­ti­sce né giu­sti­zia né ugua­glian­za, e l’assenza di guer­ra non basta per par­la­re dav­ve­ro di pace. Eppu­re, come abbia­mo visto, gli ele­men­ti neces­sa­ri per avvi­ci­nar­si a una “pace posi­ti­va” esi­sto­no. Per­ché, dun­que, trop­po spes­so ven­go­no igno­ra­ti? Che lo voglia­mo o no, l’ordine mon­dia­le in cui vivia­mo non solo si reg­ge su que­ste dina­mi­che di pote­re, ma le pro­du­ce, ali­men­tan­do un cir­co­lo dif­fi­ci­le da inter­rom­pe­re e in cui gli inte­res­si ven­go­no mes­si al pri­mo posto. Fino a che i pro­ces­si di pace con­ti­nue­ran­no a ser­vi­re gli obiet­ti­vi dei poten­ti e non i dirit­ti indi­vi­dua­li, con­ti­nue­re­mo a con­fon­de­re la pace con la “non-guer­ra”, la giu­sti­zia con il silen­zio del­le armi, e ad esse­re testi­mo­ni di mol­ti altri Day­ton. 

Foto­gra­fia di Tho­mas Nolf

Biblio­gra­fia

Bob­bio, N. 1975. L’idea del­la pace e il paci­fi­smo, Il Poli­ti­co, 40(2), 197–219.

Danči­lo­vić, C. 2019. The «spe­cial rela­tion­ship» bet­ween Rus­sia and Ser­bia: Loo­king into the histo­ri­cal bro­the­rhood from the dis­so­lu­tion of the URSS and the SFRY to nowa­days. Tesi di Master.

Div­jak, J. (inter­vi­sta­to da La Bruyè­re, F.). 2007. Sara­je­vo, mon amour, Infi­ni­to Edi­zio­ni.

East Jour­nal, www.eastjournal.net

Nato (North Atlan­tic Trea­ty Orga­ni­za­tion), www.nato.int

Rastel­lo, L. 1998. La guer­ra in casa, Einau­di, Tori­no. 

Rumiz, P. 2011. Masche­re per un mas­sa­cro, Fel­tri­nel­li, Mila­no. 

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