Sono ormai passati trent’anni dalla firma degli Accordi di Dayton, che nel novembre del 1995 misero finalmente un punto al conflitto in Bosnia ed Erzegovina (o semplicemente Bosnia) – teatro del primo genocidio in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia, la loro firma ha sì posto fine alla guerra e alle ostilità, ma non alle tensioni interetniche nella regione e, di conseguenza, ha prodotto un ordine politico e sociale estremamente instabile con cui il paese si trova a fare i conti ancora oggi, a distanza di tre decenni. Eppure, l’articolo 28 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani recita:
“Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati”.
Sorge dunque spontaneo chiedersi: la firma di un accordo di pace è necessariamente portatrice di giustizia e uguaglianza, di un ordine che garantisca uguali libertà e diritti a ogni individuo, oppure è sufficiente l’assenza della guerra per poter parlare di pace? E cosa intendiamo esattamente con il termine ‘pace’? È a partire da questi interrogativi che, dopo aver ripercorso le tappe principali del conflitto bosniaco e della nascita degli Accordi di Dayton, analizzeremo la situazione attraverso la lente teorica proposta dal filosofo Norberto Bobbio e la sua distinzione tra “pace negativa” e “pace positiva”.
Innanzitutto, per comprendere appieno la natura degli Accordi di Dayton e il loro riflesso nella Bosnia contemporanea, è necessario fare qualche passo indietro nel tempo. La dissoluzione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia – composta dagli odierni Slovenia, Croazia, Serbia, Bosnia ed Erzegovina, Montenegro, Kosovo e Macedonia del Nord – ha avuto luogo nel corso dell’ultimo decennio del Novecento. Tuttavia, il processo dissolutivo era iniziato ben prima dello scoppio del conflitto. Possiamo infatti dire che il punto di non ritorno sia stato segnato dalla morte del suo presidente, il Maresciallo Josip Broz, detto Tito, avvenuta il 4 maggio del 1980. Essendo venuta a mancare l’unica figura capace di attenuare gli attriti tra i diversi gruppi nazionali, forti sentimenti nazionalisti mai davvero sopiti iniziarono a riemergere.
I primi segnali arrivarono già nel marzo 1981 con i moti del Kosovo, durante i quali i kosovari rivendicarono per la prima volta lo status di repubblica; le proteste furono duramente represse dalla polizia, allora sotto il diretto controllo del governo centrale di Belgrado. A ciò seguì, nel 1986, la pubblicazione del cosiddetto Memorandum da parte dell’Accademia Serba delle Scienze, che riproponeva apertamente il progetto di una “Grande Serbia” (Dančilović, 2019).
L’esempio più emblematico di questo rinnovato senso di appartenenza e rivendicazione etnica è senza dubbio incarnato dalla figura di Slobodan Milošević, fautore e leader del nazionalismo serbo. È celebre il discorso che il leader serbo pronunciò a Kosovo Polje – o Piana dei Merli – nel 1989, in cui non escludeva la possibilità di arrivare a nuovi scontri armati – quello che si è poi rivelato essere un inquietante presagio. Non a caso, la data coincideva con il seicentesimo anniversario della omonima battaglia in cui i serbi subirono una pesante sconfitta contro l’Impero ottomano, per cui ancora oggi la parte più estremista della popolazione serba cerca vendetta sull’invasore turco.
Le prime mosse di Milošević andarono verso una progressiva centralizzazione del potere: privò il Kosovo di ogni forma di autonomia e ordinò alle singole Difese Territoriali – gli eserciti dei diversi stati federali – di Slovenia, Croazia e Bosnia ed Erzegovina di riconsegnare la totalità dei loro armamenti alla JNA (Jugoslovenska Narodna Armija), l’Armata Popolare Jugoslava, allora sotto il suo controllo. La Bosnia consegnò il 90% del proprio arsenale (Divjak, 2007).
Il 1990 ha svolto un ruolo cruciale: il 20 gennaio venne convocato straordinariamente il quattordicesimo congresso della Lega dei Comunisti di Jugoslavia, in cui Slovenia e Croazia decisero di ritirare i propri delegati, determinando così la fine del regime a partito unico e l’affermazione dei nazionalisti. A questo punto, data la sempre più irrimediabile spaccatura tra i diversi gruppi nazionali presenti sul territorio jugoslavo, le repubbliche iniziarono a dichiarare la propria indipendenza, a cominciare, nel 1991, da Slovenia e Croazia. Il primo caso passò quasi inosservato, con una serie di scontri nota come la Guerra dei Dieci Giorni; nel caso della Croazia, invece, il conflitto si fece più intenso, poiché la Serbia rivendicava alcuni territori croati a maggioranza serba, come la regione della Krajina, necessari per portare a termine l’obiettivo della “Grande Serbia”.
Nel frattempo, sentimenti indipendentisti avevano iniziato a scorrere anche in Bosnia, ma la componente serba, in minoranza rispetto a quella musulmana, non aveva intenzione di far parte di uno stato sovrano bosniaco. È per questo motivo che il 9 gennaio 1992, contro ogni principio costituzionale, venne (auto)proclamata la Republika Srpska, o Repubblica serba di Bosnia, guidata da Radovan Karadžić. La crisi esplose definitivamente due mesi dopo, quando anche la Bosnia dichiarò la propria indipendenza tramite un referendum popolare, boicottato dalla minoranza serba. Il 6 aprile 1992 a Sarajevo si tenne una partecipata manifestazione per la pace in cui vennero uccise due giovani donne: Suada Dilberović, di 23 anni, e Olga Sučić, di 34, dando così ufficialmente inizio alla guerra in Bosnia e all’assedio della capitale, che, con i suoi 1425 giorni, rappresenta uno degli assedi più lunghi della storia contemporanea. Fu in questa fase che Milošević e il presidente croato, Franjo Tudjman, avviarono un progetto comune: dato che l’Erzegovina – il sud del paese con capoluogo Mostar – accoglieva una sostanziosa minoranza croata, i due leader decisero di fatto di spartirsi i territori della Bosnia ed Erzegovina (Rumiz, 2011). Il paese si vide così attaccato su due fronti: a est i serbo-bosniaci di Radovan Karadžić, a sud i croato-bosniaci di Mate Boban.
I primi tentativi di mettere fine al conflitto sono iniziati nel 1992 stesso, ma con risultati estremamente deludenti. Dopo una prima conferenza di pace fallimentare svoltasi a Londra, venne costituita la Conferenza Permanente sulla Jugoslavia a Ginevra, presieduta dall’americano Cyrus Vance, designato dall’ONU, e dall’inglese David Owen, designato dall’UE. Tuttavia, la loro linea di condotta suggeriva fin da subito una propensione alla “cantonalizzazione” dei territori su base etnica. Nacque così, nel gennaio 1993, il piano Vance-Owen, che prevedeva la divisione della Bosnia in dieci zone etnicamente “pure” e la consegna agli aggressori di più territori di quanti non ne avessero conquistati fino a quel momento (Rastello, 1998). L’unico a firmarlo fu il presidente bosniaco Alija Izetbegović e dunque il piano venne scartato: croati e serbi non ne avevano bisogno, erano già stati legittimati nelle loro pretese territoriali.
Successivamente, UE e Stati Uniti, insieme alla Russia, proposero la divisione in veri e propri stati sovrani ed etnicamente omogenei. È partendo da questa proposta che, nel giugno 1993, Boban e Karadžić formalizzarono l’accordo sulla divisione statuale dei territori, ridisegnando loro stessi le mappe dei futuri stati. Ciò che desta maggiore sconcerto è che Owen e Stoltenberg – subentrato nel frattempo a Vance – useranno proprio queste mappe per la stesura del piano di pace “dell’Invincible”, dal nome della porta aerei su cui venne discusso. Il piano venne prevedibilmente rifiutato da Izetbegović (Rastello, 1998).
La situazione è rimasta così congelata per oltre due anni, costati migliaia di vite. È infatti solo nel 1995 che si arriva al giro di boa: nella Bosnia orientale le truppe serbo-bosniache, guidate dal generale Ratko Mladić, stavano perpetrando una vera e propria pulizia etnica ai danni della popolazione musulmana. Il cuore della regione è la piccola città di Srebrenica, che già nel 1993, a causa dei continui attacchi a danno la popolazione civile, venne dichiarata zona protetta dall’ONU. Oggi, Srebrenica rappresenta uno dei maggiori fallimenti della comunità internazionale e della sua diplomazia. È qui che nel luglio del 1995 si è consumato il primo genocidio in Europa dopo la Shoah. È qui che 8732 – “and counting…” – civili bosgnacchi – termine con cui si indicano i bosniaci musulmani – sono stati uccisi a sangue freddo dalle truppe serbo-bosniache, sotto gli occhi “impotenti” dei caschi blu dell’ONU messi a “protezione” della città. È qui che dopo trent’anni si scava ancora per cercare i resti di chi non è mai tornato a casa. Eppure, la comunità internazionale continuava a non sapere cosa fare, rendendosi complice dell’orrore.
Solo dopo l’ennesima strage di civili, consumatasi al mercato Markale di Sarajevo il 28 agosto 1995, la NATO, con l’appoggio dell’ONU, decise di intervenire autorizzando la Operation Deliberate Force, una serie di attacchi aerei per cercare di fermare le truppe serbo-bosniache. Furono proprio i metodi poco ortodossi dell’allora presidente americano Bill Clinton e della sua amministrazione a spingere i serbo-bosniaci ad accettare di avviare i negoziati di pace. L’accordo tra Milošević, Tudjman e Izetbegović, raggiunto il 21 novembre 1995 presso la base militare di Wright-Peterson a Dayton, in Ohio, venne poi ufficialmente firmato dai tre leader il 14 dicembre a Parigi. Si concludeva così il conflitto in Bosnia, anche se l’assedio di Sarajevo sarebbe durato fino al febbraio del 1996.
La lente teorica attraverso cui verrà analizzato il caso bosniaco è rappresentata dalla filosofia della pace di Norberto Bobbio, filosofo, giurista, politico e professore universitario italiano del Novecento che ha fatto dei valori democratici la propria bandiera. Particolarmente rilevanti ai fini di questa analisi sono gli approfonditi studi condotti sui concetti di pace, pacifismo e possibili vie per la pace.
All’inizio dell’articolo L’idea della pace e il pacifismo (1975), Bobbio si pone il problema della definizione stessa del concetto di pace. Per poterlo fare, ne individua due tipologie: la pace interna, cioè l’assenza di conflitto tra due aspetti che caratterizzano un singolo individuo; e la pace esterna, intesa come l’assenza di conflitto tra due o più individui o gruppi di individui. Nel suo studio, Bobbio decide di analizzare la seconda nella sua accezione più specifica, ossia quella di “pace che pone fine a quel particolare tipo di conflitto che è la guerra” (Bobbio 1975, 198). Una volta individuato l’oggetto della sua analisi, Bobbio inserisce la “pace esterna” all’interno dell’ambito tecnico-giuridico, introducendo una prima distinzione tra “pace negativa” e “pace positiva”. Scrive:
Nel suo senso negativo la pace è uno stato di cose generico (lo stato di non-guerra); nel suo senso positivo, la pace è uno stato specifico, previsto e regolato dal diritto internazionale, uno stato che viene ad essere determinato in seguito ad un accordo col quale due stati cessano dalle ostilità e regolano i loro rapporti futuri. “Fare la pace” significa non soltanto cessare dalle ostilità […], ma anche instaurare uno stato giuridicamente regolato che tende ad avere una certa stabilità (Bobbio 1975, 201–202).
Possiamo, dunque, dire che la “pace negativa” ha una natura passiva, mentre la “pace positiva” è di natura attiva, implicando quindi la necessità di un maggior dispiego di forze. Più avanti nell’articolo viene introdotta la questione di dover considerare il concetto di pace non solo dal punto di vista tecnico-giuridico, ma anche da quello teologico-filosofico, secondo cui opus iustitiae, pax, cioè “la pace è opera di giustizia”. Continua Bobbio:
Nella definizione tecnico-giuridica di pace non c’è nulla che permetta di distinguere una pace giusta da una pace ingiusta; nella definizione teologico-filosofica solo la pace con giustizia merita di essere chiamata propriamente pace, mentre la pace ingiusta è soltanto un simulacro di pace, una pace apparente, una pace impropriamente detta (Bobbio 1975, 202–203).
La concezione teologico-filosofica di pace è, quindi, utopica, in quanto una giustizia assoluta è tristemente irrealizzabile, specialmente in un mondo basato su giochi di potere che sfruttano a proprio favore disequilibri e spaccature – sociali, geopolitiche, economiche. Tuttavia, pur restando all’interno del campo tecnico-giuridico, la storia mostra come spesso neppure la “pace positiva”, intesa in questo senso come “uno stato giuridicamente regolato che tende ad avere una certa stabilità” (Bobbio 1975, 202), venga realmente instaurata. La “pace negativa”, intesa come mera assenza di conflitto e dunque come “non-guerra” è, infatti, molto più facile da raggiungere, essendo di natura passiva, ma ha un prezzo molto più alto.
Se accettiamo questa distinzione tra “pace negativa” e “pace positiva”, possiamo tornare a parlare del cuore di questo articolo – gli Accordi di Dayton – utilizzando la filosofia bobbiana come chiave di lettura. La Bosnia di oggi è un paese formalmente in pace – o forse sarebbe meglio dire in “non-guerra”? – ma prigioniero di un’architettura post-conflitto che rispecchia le divisioni etniche tanto agognate durante gli anni di guerra.
Con la firma degli Accordi di Dayton, infatti, si andavano a costituire all’interno del territorio della Bosnia due entità semi-autonome suddivise su base meramente etnica (Annesso 2): da una parte si trova la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, con una popolazione principalmente bosgnacca e croata, a cui spetta il 51% del territorio; dall’altra, si ha la già citata Republika Srpska (RS), con una popolazione a maggioranza serba, e a cui spetta il restante 49%, in cui, paradossalmente, si trovano Sarajevo Est, Srebrenica e altri territori obiettivo della pulizia etnica perpetrata dalle truppe serbo-bosniache. Oltre alle due principali entità, si trova anche il distretto autonomo di Brčko che fa formalmente parte di entrambe. Così facendo, venivano di fatto legittimate le rivendicazioni e le pretese territoriali avanzate dai serbi di Bosnia nel corso del conflitto e venivano di conseguenza alimentate le tensioni etniche che persistono ancora oggi. A questo, va aggiunta la complessa presidenza tripartita del paese, che prevede l’elezione ogni quattro anni di un rappresentante per ogni comunità etnica maggioritaria – un serbo, un croato e un bosgnacco, escludendo quindi a priori e in maniera discriminatoria qualsiasi candidato che non appartenga a uno di questi tre gruppi – che ruotano ogni otto mesi.
Per mantenere il fragile equilibrio creatosi, subito dopo la fine delle ostilità furono dispiegate delle missioni militari a conduzione NATO: dapprima la Implementation Force (IFOR) – dal dicembre 1995 al dicembre 1996 – e poi la Stabilisation Force (SFOR) – dal dicembre 1996 al dicembre 2004 – quando subentrò al suo posto la missione a conduzione UE, EUFOR Althea, il cui mandato è stato recentemente prorogato fino a novembre 2026, a conferma della persistente fragilità degli equilibri.
Come se non bastasse, l’ormai ex presidente della RS, Milorad Dodik, ha più volte paventato la secessione, minacciando reiteratamente di indire un incostituzionale referendum popolare, e non ha mai riconosciuto la legittimità del tedesco Christian Schmidt in quanto Alto Rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina, il cui compito è quello di sovrintendere all’esecuzione degli accordi di Dayton. Proprio nel 2025, a seguito di una condanna che lo ha interdetto dalla carica di presidente della RS per sei anni, Dodik è riuscito a creare un’impasse politica da cui il paese sta uscendo a fatica dopo mesi di concitazione, guadagnandosi sanzioni da parte di Austria e Germania. La situazione era così tesa che il Centro Memoriale di Srebrenica è stato chiuso temporaneamente per una questione di sicurezza. Tuttavia, nonostante la sospensione di Dodik dall’incarico, alle elezioni presidenziali tenutesi in RS il 23 novembre è stato eletto il suo braccio destro, Siniša Karan, non lasciando troppe speranze a un cambio di rotta.
Anche dal punto di vista economico, il paese vive una situazione estremamente fragile che incentiva sempre più giovani a cercare fortuna altrove. Dulcis in fundo, sebbene il Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia abbia portato a processo e condannato alcuni dei principali responsabili dei crimini di guerra, molti altri sono rimasti impuniti o hanno cause ancora pendenti, potendo così reintegrarsi nel tessuto sociale e tornando a essere i vicini di casa delle stesse persone che, pochi anni prima, erano le loro vittime.
Insomma, quella che hanno garantito gli Accordi di Dayton non è né stabilità né tantomeno una “pace positiva”, bensì paralisi politica e cristallizzazione delle tensioni, permettendo inoltre una vera e propria istituzionalizzazione della divisione etnica. L’Annesso 7 di Dayton rappresenta uno dei tanti paradossi di questa pace apparente: “tutti i rifugiati e gli sfollati hanno il diritto di tornare liberamente alle proprie case di origine”, si legge. Una promessa che si scontrava con la realtà, fatta di interi villaggi distrutti e case occupate da altre persone che avevano a loro volta perso la propria. Bobbio, nell’articolo citato in precedenza, scrive:
una delle aspirazioni del pacifismo […] è quella di ottenere anche nei rapporti internazionali l’ordine, definito positivamente come assetto permanente, là dove è esistita sinora soltanto la pace, intesa negativamente come assenza di guerra (Bobbio 1975, 200).
In questo passaggio, il filosofo sottolinea ancora una volta la necessità di superare la pace come semplice sospensione delle ostilità e di costruirne una che permetta invece la creazione di una stabilità reale, di quell’ordine sociale e internazionale invocato nell’articolo 28 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Oggi, trent’anni dopo Dayton, Gaza ci dimostra che ancora non ne siamo in grado: il cessate il fuoco e i cosiddetti accordi di pace vengono proposti, firmati e celebrati dagli stessi autori del genocidio ai danni del popolo palestinese, in un vergognoso processo di autoassoluzione in cui i carnefici si reinventano costruttori di “pace”. È la logica della “pace negativa”: una tregua che serve più a riabilitare gli autori della violenza che a restituire dignità alle vittime, ma questo non farà mai di loro dei pacifisti da premio Nobel. E anche qui, come in Bosnia ed Erzegovina trent’anni fa, c’è chi festeggia perché i palestinesi possono finalmente tornare nelle loro case. Come si chiedeva Luca Rastello alla fine degli anni Novanta, “ma dove andate, se le vostre case non esistono più?” (Rastello, 1998, 204).
Ma è proprio da qui, da un simulacro di pace, che si può ripartire per immaginare una strada diversa, che permetta alla pace – se non di raggiungere – quantomeno di avvicinarsi alla sua dimensione più “positiva”. A livello politico e istituzionale esistono infatti alcuni elementi che permetterebbero di raggiungere questo obiettivo. Elementi che nel caso bosniaco non vennero presi in considerazione e che oggi mancano drammaticamente anche a Gaza.
Il primo è il coinvolgimento delle vittime nei negoziati di pace. Dayton fu un accordo imposto dall’alto in cui nessuno dei coinvolti ebbe voce in capitolo. Lo stesso sta accadendo oggi a Gaza – così come in Ucraina – dove si negozia sul destino di un intero popolo senza che quel popolo possa essere rappresentato al tavolo negoziale. Una pace che nasce senza i suoi destinatari non può che produrre altra instabilità, altra frustrazione, altra violenza. Il secondo elemento è la necessità di solidi meccanismi di giustizia transizionale come tribunali indipendenti e programmi di riparazione. In Bosnia tali meccanismi furono deboli e spesso tardivi; a Gaza, al momento, non esistono neppure nelle intenzioni dei firmatari. Finché la pace non sarà “opera di giustizia”, continuerà a produrre spazi di impunità e memorie frammentarie. Un terzo elemento necessario riguarda la ricostruzione come diritto e non come concessione politica. Ieri come oggi, si invoca il ritorno a casa senza però garantire le condizioni materiali per renderlo possibile. Senza case, senza garanzie di sicurezza, senza un territorio vivibile, il diritto al ritorno resta una promessa vuota, nel migliore dei casi. Nel peggiore, trasforma la propria casa – o quel che ne resta – in un hotel di lusso.
Infine, occorrerebbe ripensare radicalmente il ruolo degli attori internazionali. Tanto nel 1995 quanto oggi, la comunità internazionale ha agito muovendosi entro una logica emergenziale: cessare il fuoco, congelare la situazione per “mettere un tappo”. Ma la “pace positiva” richiede l’opposto: una strategia di lungo periodo capace di accompagnare le società post-conflitto oltre l’assetto che ha reso possibile la guerra e non che le lasci lì. Ciò implica investimenti concreti nell’educazione, nello sviluppo economico, ma soprattutto nella costruzione di istituzioni comuni e allineate. Questo in Bosnia rappresenta un problema evidente: la Republika Srpska, ad esempio, adotta testi scolastici diversi rispetto a quelli usati nel resto del paese. Libri che raccontano la propria storia, in cui criminali di guerra come Mladić o Karadžić vengono dipinti come eroi nazionali. Che futuro si può garantire a un paese se, a trent’anni dalla fine del conflitto, la retorica resta sempre la stessa? La Storia è una sola, ma fino a che ognuno continuerà a raccontarsi la propria, non sarà mai possibile costruire una memoria collettiva condivisa.
Tanto la Bosnia quanto Gaza mostrano che la pace intesa come “non-guerra” è immediata, ma allo stesso tempo fragile e reversibile. Una “pace positiva”, al contrario, è un processo lento e costoso, ma è anche l’unico che permetta di non replicare Dayton. Una “pace positiva” richiede, soprattutto, un cambiamento di paradigma. Governare l’emergenza è essenziale, ma non può essere il punto di arrivo: deve essere il punto di partenza per arrivare a costruire un ordine giusto, stabile e duraturo.
In conclusione, tornando alla domanda iniziale, la risposta è no: la firma di un accordo di pace non garantisce né giustizia né uguaglianza, e l’assenza di guerra non basta per parlare davvero di pace. Eppure, come abbiamo visto, gli elementi necessari per avvicinarsi a una “pace positiva” esistono. Perché, dunque, troppo spesso vengono ignorati? Che lo vogliamo o no, l’ordine mondiale in cui viviamo non solo si regge su queste dinamiche di potere, ma le produce, alimentando un circolo difficile da interrompere e in cui gli interessi vengono messi al primo posto. Fino a che i processi di pace continueranno a servire gli obiettivi dei potenti e non i diritti individuali, continueremo a confondere la pace con la “non-guerra”, la giustizia con il silenzio delle armi, e ad essere testimoni di molti altri Dayton.
Fotografia di Thomas Nolf
Bibliografia
Bobbio, N. 1975. L’idea della pace e il pacifismo, Il Politico, 40(2), 197–219.
Dančilović, C. 2019. The «special relationship» between Russia and Serbia: Looking into the historical brotherhood from the dissolution of the URSS and the SFRY to nowadays. Tesi di Master.
Divjak, J. (intervistato da La Bruyère, F.). 2007. Sarajevo, mon amour, Infinito Edizioni.
East Journal, www.eastjournal.net.
Nato (North Atlantic Treaty Organization), www.nato.int.
Rastello, L. 1998. La guerra in casa, Einaudi, Torino.
Rumiz, P. 2011. Maschere per un massacro, Feltrinelli, Milano.