Gaza è distrutta. Bombardata da Israele, dallo scorso dicembre anche alluvionata da piogge torrenziali. L’acqua, insieme ai liquami fuoriusciti dai sistemi igienico-sanitari distrutti da anni di bombardamenti, entra nelle tende degli oltre due terzi degli abitanti della Striscia costretti a vivere in queste condizioni. Un’altra parte della popolazione, per evitare l’acqua, si rifugia negli edifici bombardati, rischiando di finire vittima dei crolli dei palazzi. Intanto Israele, approfittando della concentrazione dei media mondiali sul rapimento di Maduro e Flores, ha espanso e continua ad espandere la sua occupazione verso Gaza City, mentre per i palestinesi della West Bank ha approvato l’introduzione di braccialetti elettronici muniti di GPS, da utilizzarsi al posto della detenzione amministrativa – ovvero senza imputazione – rendendo i territori occupati sempre più simili a un’enorme prigione a cielo aperto. Come se non bastasse, i palestinesi, detenuti nella loro stessa terra, non avranno più a disposizione nemmeno quei pochi aiuti che potevano ricevere dalle ONG, perché dal 1° gennaio 37 di queste non potranno più operare nei territori palestinesi.
Eppure, seppur con qualche eccezione, nulla di tutto questo compare sui notiziari italiani. Il velo di silenzio che avvolge il genocidio palestinese è senza dubbio l’effetto più consistente degli accordi di pace proposti dalla Casa Bianca. I bombardamenti continuano, così come l’occupazione della Gisgiordania – compreso un recentissimo raid all’Università di Birzeit – e alla lista non mancano gli attacchi in Siria, Yemen, Libano, Iran – ho dimenticato qualcosa? probabilmente sì – eppure, tutto tace. E Israele, impunita, ci sembra inarrestabile. Lo sembra perché nessuna delle nostre istituzioni internazionali dà l’impressione di potere o volere fare alcunché. Che siano gli interessi denunciati da Francesca Albanese nel suo rapporto From economy of occupation to economy of genocide o le relazioni internazionali in gioco, sta di fatto che le speranze per una vera risoluzione di pace vanno affievolendosi ogni giorno di più.
Certo, non sono il nostro dolore né il nostro senso d’impotenza i protagonisti di questa storia, ma credo sia importante ricordare come pochi mesi fa il nostro stato d’animo segnalasse qualcosa d’inedito, di grandioso: c’è stato un momento in cui abbiamo sentito che le nostre azioni contavano davvero qualcosa, come fossimo attori attivi della nostra realtà, come avessimo il potere di modificarla. E anche se ci sembra lontanissimo nel tempo e nell’animo, non dobbiamo dimenticare quanto questo avesse e continua ad avere del rivoluzionario. Quella della Global Sumud Flotilla, infatti, è stata un’esperienza che ha fatto da crinale: enorme esempio di solidarietà e coraggio, ha dimostrato che le iniziative dal basso funzionano, e che lo fanno con tanta più incisività delle azioni – quando e se vengono messe effettivamente in atto – delle istituzioni statali e internazionali di queste nostre moribonde democrazie occidentali; nondimeno, tra i suoi primati c’è l’essere riuscita a unire le varie correnti di sinistra – e non solo – su un argomento comune.
Che ci sia voluto un genocidio per mettere d’accordo anarchici e comunisti è, diciamo, amaramente ironico, ma ciò non toglie quanto sia stato meraviglioso sentirsi avvolti da un senso di comunità, vedere così tanti attori diversi ritrovarsi ad agire sullo stesso campo: dalla comunità LGBTQIA+ ai sindacati, da Enzino Iacchetti ai Kneecap, e, soprattutto, una marea di persone comuni. Nelle sole città italiane se ne sono riversate a milioni, e alcune di queste persone comuni erano direttamente a bordo della Flotilla. Tra di loro c’era anche Fabrizio De Luca, capitano della Seulle che ha deciso di raccontare la propria storia ad Ātman Journal.
Fabrizio non è un attivista né un politico, non ha migliaia di follower, non è stato spinto a questa impresa da qualche tipo di pressione mediatica. È un geologo e un marinaio, ha 72 anni e ha deciso di partecipare a questa iniziativa mosso unicamente dalla propria sensibilità. E se l’esperienza della Flotilla ci ha dimostrato che organizzarsi per raggiungere un obiettivo comune è possibile, la storia di Fabrizio De Luca ci aiuta a ricordare che per partecipare non serve essere un attivista di mestiere, e che no, in fondo non siamo così impotenti come ci viene fatto credere.
Buongiorno Fabrizio, grazie mille di averci concesso questa intervista. Iniziamo?
Buongiorno a lei, iniziamo!
Ha dichiarato di non essere un attivista, né di aver mai partecipato a organizzazioni politiche. Che cosa l’ha spinta a imbarcarsi in un’impresa simile?
È vero, io non sono un attivista e non ho mai partecipato a organizzazioni politiche. Sono un borghese, sono figlio di un Prefetto della Repubblica, ho fatto il militare nei carabinieri, quindi sono ciò che di meno rivoluzionario ci sia al mondo. Però ci sono delle cose che mi hanno sempre fatto male all’anima – tutte le prevaricazioni, i genocidi, le guerre, dal Ruanda alla Siria, dall’Ucraina fino alla Palestina – e secondo me ci sono dei momenti nella vita in cui si sente la necessità di mettersi in gioco, di smettere di parlare per passare a fare qualcosa di fisico, di usare il corpo oltre che la voce. È la stessa cosa che mi è successa cinquant’anni fa quando ho deciso di fare il marinaio: sono sempre stato un amante del mare, ma a un certo punto ho sentito il bisogno di fare qualcosa di più fisico, così sono andato a Caprera e ho cominciato. È la stessa cosa: ci sono stati due momenti che mi hanno toccato di più, che mi sono sembrati i più gravi, e che mi hanno fatto sentire di nuovo il bisogno di saltare dalla voce al corpo. Il primo è stato l’attacco dell’esercito israeliano ai caschi blu. Non credo di aver mai sentito un atto così criminale in 72 anni di vita, perché andare contro i caschi blu è andare contro il mondo, contro chi cerca la pace. Il secondo è stato l’attacco all’ospedale di Gaza, soprattutto per la modalità: attaccare un ospedale, aspettare che gli aiuti andassero a salvare i malati e i medici per poi fare un altro attacco così da ammazzare anche loro mi è sembrata una cosa impossibile, inimmaginabile. Questo mi ha fatto sentire di non poter più stare fermo, che bisognasse fare qualcosa. Io però non sono un medico né un operatore sanitario, credevo di non poter fare nulla, ma quando ho saputo che cercavano marinai mi sono detto: “Il marinaio lo so fare, è arrivato il momento”. Tutto è successo in due giorni: il 26 agosto ho avuto la notizia che cercavano marinai, la notte ho contattato l’organizzazione della Flotilla, ho compilato dei questionari, ho fatto interviste online e il 28 ero già sull’aereo per andare a Catania.
Oltre che geologo, quindi, lei è un marinaio. Il senso di appartenenza che lega gli uomini al mare è noto, reso celebre da alcuni grandi autori della letteratura. Mi chiedo, allora, come sia stato per lei, in questo senso, partire con la Global Sumud Flotilla.
Direi che è stato l’epilogo di una vita con l’amore per il mare e per le barche. Credo che per un marinaio non ci sia niente di più bello e di più difficile, che ti metta più in gioco di partecipare a una cosa del genere. Infatti navigare in flotta è una cosa difficilissima: navigare con altre barche – tutte diverse l’una dall’altra – alla stessa velocità e con la stessa rotta è già complesso a motore, a vela è veramente molto molto difficile. E fare, in questo modo, 1500 miglia [NdA, nautiche cioè 2778 km]! Ci sono barche che 1500 miglia non le fanno in tutta una vita, noi le abbiamo fatte in dieci giorni. Quindi è stata senza dubbio una sfida, una sfida bellissima: comandare una barca che non è la tua e che non conosci, con un equipaggio che non è il tuo e che non conosci, con pochissimi marinai e molti ospiti. Ma come tutte le sfide alla fine mi ha dato una soddisfazione enorme. Anche perché non ero poi così sicuro di riuscirci, soprattutto non ero sicuro di riuscire a farlo a 72 anni, perché le privazioni, le difficoltà, il sacrificio e la sofferenza sono stati tantissimi e con l’età la capacità di sopportare queste cose non migliora. Quindi devo dire bellissimo, a posteriori bellissimo. Come marinaio la sento come una cosa meravigliosa, ma per il resto è un ricordo che è una ferita.
Parliamo della Global Sumud Flotilla. Vorrebbe raccontarmi com’è nata, quali associazioni si sono mosse, come hanno agito a livello pratico?
Un anno fa, più o meno a ottobre dell’anno scorso, si è deciso di fare una Flotilla di barche a vela, questo per due motivi: mentre le navi sono considerate imbarcazioni mercantili – e possono quindi essere bloccate e abbordate dalla capitaneria e della guardia costiera – le barche a vela sono barche da diporto, da turismo, e perciò non sono abbordabili né sequestrabili. Certo, possono chiederti i documenti, ma non possono sequestrarti. Quindi si sono detti: perché invece di usare le navi – che è vero che portano tanti più aiuti, ma con cui è molto più difficile forzare un blocco navale e aprire un corridoio umanitario – non facciamo una flotta di barche a vela? E gli israeliani avranno anche più difficoltà a fermarle, perché sono cinquanta e non una. Chiaramente porteremo molti meno aiuti, però se apriamo il corridoio umanitario diamo il via al passaggio di navi con carichi maggiori.
Quando si sono guardati in tasca avevano 1700 euro, quindi hanno incaricato della ricerca e raccolta fondi una ONG spagnola specializzata nel settore. Questa ha fatto il suo mestiere, trovando fondi dappertutto: da varie organizzazioni, da Emergency, da Medici Senza Frontiere, da Amnesty International, dai sindacati – anche la CGIL – e dai governi, ma non dai partiti, dai partiti non hanno voluto soldi. Arrivati alla fine di maggio inizio di giugno avevano raccolto due milioni di euro e hanno quindi dato il via all’acquisto delle barche. Nel giro di un mese e mezzo hanno comprato quaranta barche – un lavoro impressionante, non so proprio come abbiano fatto: io per comprare una barca ci ho messo sei mesi! Quindi c’era chi trovava delle barche che potessero andar bene – poniamo a Bari – chi andava di persona a Bari a controllare la barca, la faceva peritare e la comprava, e poi c’era chi portava la barca da Bari ad Augusta, dove c’eravamo noi che la mettevamo a posto. Erano barche vecchie, alcune messe un po’ meglio altre un po’ peggio, ma tutte con un sacco di problemi. Tanto per farle un esempio: la barca che ho portato io, la Seulle, non aveva strumentazioni, non aveva l’indicatore del gasolio, non aveva il contagiri del motore, andavo tutto a occhio. E mentre la Global Sumud Flotilla stava facendo tutto questo, nel frattempo l’esercito israeliano aveva appositamente istituito un dipartimento che per un anno ha studiato le modalità per attaccare, danneggiare e fare affondare le barche a vela. Hanno studiato specificatamente solo quello, ciò che poi abbiamo sperimentato con l’attacco dei droni a Creta.
Le chiederei di ritornare per un secondo al vostro arresto: qual è stata la sua impressione in merito ai soldati dell’IDF? Secondo lei hanno davvero contezza di quello che fanno?
Dunque, prima di tutto dividiamoli. Ci sono stati due tipi di soldati: quelli che ci hanno abbordati, sequestrati e che hanno portato le barche fino al porto di Ashdod, e quelli che dal porto di Ashdod ci hanno poi presi e accompagnati fino al carcere e poi all’aereo di ritorno. I primi sono soldati. Sono addestrati, professionali e, nonostante avessimo sempre i mitra puntati addosso, non mi hanno mai fatto paura. Sembravano sempre molto presenti a loro stessi e sapevano maneggiare molto bene le armi e mi sono parsi anche molto calmi e molto rispettosi nei nostri confronti, stavano attentissimi a non toccarci mai o comunque quando erano costretti a toccarci lo facevano sempre con molta cautela. Erano giovani, da molto giovani alla mezza età, diciamo dai 20 ai 40 anni.
Diverso è stato all’arrivo al porto di Ashdod, dove siamo stati presi in carico da poliziotti e polizia penitenziaria. Lì l’impressione è stata – non mi perìto a dire – terribile, perché hanno una crudeltà, un odio negli occhi che può derivare soltanto dall’essere stati plagiati. Mi ricordavano i bambini-soldato del Ruanda che a dieci anni mozzavano le mani col machete, perché sono stati creati così, sono persone create, non sembrano avere contezza di quello che stavano facendo. Si immagini queste ragazze di vent’anni, carine, biondine, con un filo di trucco e le unghie appena fatte che chattavano – un po’ come fossero mia figlia. Ma se quando alzavano gli occhi vedevano uno come me, che da seduto allungava le gambe perché aveva mal di schiena, partivano e lo prendevano a calci, lo mettevano in piedi, poi in ginocchio, gli sbattevano la faccia sull’asfalto e lo rimettevano seduto. Poi tornavano a chiacchierare e a scherzare con le amiche, come se per loro fosse la cosa più normale di questo mondo. Secondo me non sono più considerabili umani, sono come delle macchine, delle macchine create per odiare quelli che loro considerano dei nemici – quindi i palestinesi e tutti gli amici dei palestinesi. Non mi avrebbe meravigliato minimamente se una di queste ragazze o questi ragazzi – anche giovanissimi – vedendo passare un palestinese a 200 metri, avendo un fucile accanto gli avesse sparato. Fosse stato anche un bambino, non mi avrebbe meravigliato. Quando vedi delle ragazzine così, dei ragazzini così, così giovani, pensi che allora veramente c’è una cultura dell’odio. Ma quelli io non li chiamerei soldati, i soldati sono quelli che ci hanno abbordato. Quelli a terra sono degli aguzzini, dei poliziotti, sono della Gestapo, diciamo così.
La vostra spedizione è stata accompagnata dalla cosiddetta Flotilla di terra. In seguito alla vostra partenza, e, soprattutto, in seguito all’abbordaggio delle vostre barche e al vostro arresto, questo equipaggio si è fatto sentire in modi che, quantomeno in Italia, non si manifestavano da decenni. Com’è stato per lei sentire un tale appoggio da un popolo che sarebbe difficile, a parte pochi esempi, definire celebre per le rivolte?
È stato importantissimo. Vede, durante i lavori al porto ciò a cui il comitato direttivo ha dato più importanza è stata la comunicazione. Avevamo cinque sistemi di comunicazione: avevamo Starlink, per cui potevamo chiamare a casa, avevamo internet che funzionava benissimo, avevamo un sistema Navionics, un sistema garmin, un VHF, quindi eravamo coscienti di tutto quello che succedeva. Questo ci ha dato una forza enorme, perché come saprà il nostro scopo non era portare dieci scatole di cibo a Gaza – le barche a vela hanno poca capacità, sulla mia barca avevo dieci scatole da venti chili, e contando che ci sono migliaia di tonnellate di aiuti di cibo ferme alle frontiere, le nostre sarebbero davvero state una goccia nel mare – il nostro scopo era quello di aprire un corridoio umanitario e soprattutto di smuovere le coscienze. Come le dicevo prima, c’è un momento in cui bisogna passare dalle parole ai fatti. Di parole se ne sono sentite tante, però l’indifferenza di governi e giornalisti era diventata insopportabile. Durante tutta la missione il comportamento del governo italiano è stato latitante – era inimmaginabile pensare che un ministro potesse dire che il diritto internazionale qualche volta vale e qualche volta no – e questo ha dimostrato una sudditanza nei confronti del governo di Israele che già era chiarissima, perché nessuno spara sui caschi blu senza avere l’impunità internazionale garantita, ma che così è stata davvero messa in piazza. Diciamo che il nostro scopo era levare il dito da davanti agli occhi delle persone, e abbiamo capito di avercela fatta perché non si erano mai viste due milioni di persone scendere in piazza. Ed è anche una questione di qualità, del tipo di persone che sono scese in piazza: persone normali, famiglie, bambini. Vedere le strade piene di gente a Berlino – la Germania, si sa, è il paese più sionista di tutta l’Europa e anche il più duro nei confronti dei manifestanti – ci ha personalmente dato molta forza. Credo ne abbia data a tutti quanti – anche leggendo ciò che scrive Barbara Schiavulli nel suo diario del viaggio a Gaza, sul Morgana, la barca accanto alla mia – ci ha dato una forza enorme. Era quello che volevamo, era quello che siamo riusciti a fare e personalmente è anche ciò che mi manca di più, perché ora c’è un calo dell’attenzione – mentre la tragedia a Gaza non cala per niente – mentre durante la missione la flotta di terra è stata eccezionale. Il massimo dell’appoggio che mi potessi aspettare, assolutamente al di là delle mie aspettative.
Perché crede sia successo? Un moto genuino di sostegno? Finalmente la consapevolezza di far parte di una comunità, che sia possibile e utile attivarsi? O il fatto che su quelle barche ci fossero i nostri?
La mia opinione è che sì, sia stato importante. Purtroppo è un difetto che io vedo da sempre, la faccenda dei nostri personalmente mi ha sempre dato noia, ho conosciuto persone che senza problemi ammettevano che un bambino ruandese non valesse quanto un bambino italiano. È un pensiero che esiste, con cui dobbiamo fare i conti: il fatto che sulle barche ci fossero i nostri, il fatto che le barche battessero bandiera italiana e quindi fosse territorio italiano secondo me ha influito tanto, sulle manifestazioni, sulle persone, su tutto. Il bello è che queste stesse persone che hanno sentito molto la missione perché c’erano degli italiani, hanno però dovuto tener conto che insieme agli italiani c’era pure il giornalista curdo musulmano che pregava sulla mia barca, c’erano le ragazze malesiane che facevano il bagno con il chador. Un po’ di questa multinazionalità, multireligiosità, multietà un po’ è arrivata, anche perché la flotta di terra ha capito che si può vivere in dodici metri anche in tre italiani, un austriaco, uno scozzese, due turchi e un curdo – e consideri che sulla Seulle c’erano solo sei cuccette. Credo che questa cosa un po’ sia arrivata: che si può vivere insieme, che il paese, la nazionalità, la religione, l’età possono non essere dei limiti. Poi, i piccoli screzi, i nervosismi accadono, è normale, dodici metri sono pochi per una decina di persone, però si superano. Anzi, ho fatto meno fatica a superarli in una barca con questo equipaggio che non con un equipaggio di soli italiani.
Se la Flotilla si è ritrovata a intervenire è anche perché, oltre alla stragrande maggioranza dei governi, anche le istituzioni sovranazionali non sembravano potere o volere intervenire. Alla luce di questo, crede sarebbe corretto affermare che queste abbiano esaurito le proprie funzioni?
Secondo me sì, perché non vedo la volontà. Ci sono delle associazioni, come l’ONU, che non funzionano e che non potranno mai funzionare, perché è evidente che con i veti le organizzazioni non funzionano, soprattutto se sono veti incrociati, fatti da paesi su sponde opposte. Se un organismo dà il potere di veto a delle nazioni che hanno vinto una guerra ottanta-novanta anni fa vuol dire che non vuole funzionare. L’ONU dovrebbe funzionare a maggioranza, che sia a maggioranza numerica, che sia sulla base della popolazione, della grandezza, non lo so, ma non dovrebbe funzionare così. Quindi sì, credo che le istituzioni sovranazionali abbiano esaurito le proprie funzioni e che ormai il mondo abbia delegato a noi, alle persone, il fare qualcosa. Quelle che a un certo punto vogliono metterci il corpo, il sacrificio, la sofferenza, ma anche quelle che vogliono solo parlare. Secondo me dobbiamo farlo noi, non possiamo più aspettarci che le istituzioni facciano quello per cui sono nate.
Nonostante Israele abbia recentemente attaccato anche Yemen, Libano e Siria – oltre a continuare la sua offensiva a Gaza e in Cisgiordania, alla faccia degli accordi di pace presentati dalla Casa Bianca – i media italiani non danno nessuna copertura a queste notizie. Perché crede stia succedendo?
Secondo me è molto semplice: Israele è troppo potente. Per lo stesso motivo per cui Israele è impunito in tutto quello che fa, per cui può fare le peggio nefandezze e nessuno dice niente: perché è potente. Lo è da un punto di vista politico e da un punto di vista economico. Noi non possiamo dire niente, perché Israele ha miliardi di commesse con la Leonardo, ci compra le armi, e se domattina decidesse di chiudere gli ordini con l’Italia noi probabilmente vivremmo una crisi, molte aziende chiuderebbero. Poi ci sono sostenitori di Israele, sionisti, nei posti più importanti delle più importanti banche, delle più importanti aziende. E tutto questo non è una mia opinione, sono dati di fatto. È mia opinione, invece, che Israele ricatti tutto il mondo, perché il Mossad è una potenza, ha una tecnologia incredibile, per cui sa tutto di tutti. Ciò non toglie che una grandissima responsabilità ce l’hanno i giornalisti, su questo come su tantissime altre cose. Secondo me il giornalismo indipendente, quello di Montanelli e Biagi, è morto da un pezzo. Ormai c’è il giornalismo della linea editoriale, c’è l’editore che ti dice di cosa vuole che si parli – che sia la vittoria dell’Inter o che sia l’unico cartello che inneggia Hamas tra i mille altri cartelli a una manifestazione. Ecco, secondo me ormai il giornalismo indipendente è merce rara e questo porta alla peggior crisi della democrazia che si possa immaginare, perché senza giornalisti indipendenti e senza politici indipendenti la democrazia è solo una parola.
Cosa possiamo fare noi cittadini affinché la questione palestinese non passi in sordina? Ci sono azioni o associazioni che pensa di voler citare per aiutare il popolo palestinese?
Penso che l’unica via sia l’associazionismo, si può partire solo dal basso. Io personalmente penso che si debba dare aiuto, appoggio e visibilità a tutte le iniziative dal basso, che può essere la GSF o qualunque altra cosa, potrebbe essere il giornalismo indipendente, come può essere Ātman, come può essere Radio Bullets. Quello e le associazioni dal basso sono le uniche che possano fare qualcosa per il popolo palestinese. Tra le associazioni il mio personale punto di riferimento sono Emergency, Medici Senza Frontiere e Amnesty International, sono le tre associazioni a cui quando posso do del denaro e a cui presto ascolto. In più è la nave di Emergency, la Life Support, che ho visto tutte le mattine per un mese – infatti io per un mese ho dormito fuori. Quando mi svegliavo la mattina all’alba vedevo la macchia rossa della Life Support, ed era una bellissima vista sapere di avere una nave-ospedale vicino.
La Global Sumud Flotilla sta organizzando una nuova spedizione questa primavera. Lei parteciperà?
Non credo che me la sentirò: sono troppo vecchio e mia moglie mi mette le valigie fuori casa! Però sicuramente andrò ad aiutarli, quindi andrò in porto, andrò a cucire vele, andrò a rimettere a posto le barche: questa volta vogliono una flotta ancora più grande, di cento barche!
Ha passato settimane in compagnia di attivisti. Ci sono dei discorsi o storie che l’hanno particolarmente colpita?
Una cosa che mi ha colpito è che, io che non ho mai frequentato attivisti, mi aspettavo molto più fanatismo, e invece ne ho trovato una quantità giusta. Sì, c’erano anche dei fanatici, dei provocatori, ho incontrato della gente che avrei volentieri preso a schiaffi, ma erano una netta, netta minoranza. Non ho sentito nessuno inneggiare ad Hamas, non ho sentito nessuno inneggiare alla violenza, veramente un movimento pacifico, non violento. E questo mi ha molto meravigliato, in positivo. Altre cose che mi hanno colpito sono state dei discorsi fatti con degli altri prigionieri al carcere di Ketziot. Uno era malese, e non so se lo sa, ma il governo malese ha donato oltre un milione di euro alla Flotilla! Gli ho chiesto come mai e lui mi ha spiegato che Malesia e Palestina hanno un rapporto molto diretto, non solo religioso ma anche umanitario, tant’è che a Gaza c’è un ospedale costruito e gestito direttamente dal governo malese. Insieme al malese, poi, ho parlato anche con due libici. Uno di questi mi ha spiegato che nella Flotilla erano in sei della stessa nazionalità, ma che solo quattro avevano il doppio passaporto, mentre loro due avevano solo quello libico. Questo era un problema: la Libia non ha rapporti con Israele, quindi non avevano un ambasciatore, non avevano un console, né un avvocato. Erano completamente abbandonati a loro stessi. Allora, quando nello stupendo carcere per terroristi di Ketziot è venuta la console italiana, le ho riferito di questa situazione e lei alla fine è riuscita a farli venire via con noi, ha dato un minimo di supporto.
E ora che è tornato, dopo essere stato prigioniero dell’IDF, è più andato per mare?
Assolutamente sì, io appena posso vado per mare. Due giorni dopo essere tornato ero già di nuovo in barca – ne ho una che tengo a Piombino, si chiama Vega – ho questa passione e nessuno riuscirà a togliermela, sicuramente non quei criminali dell’IDF! Non è facile spiegare, però le dico una cosa: io sono un uomo come tutti, che ha tanti problemi, ho problemi di figli, ho problemi di soldi, problemi di lavoro, litigate in famiglia, problemi del mondo. Ecco, però quando io arrivo al porto e sento quel misto di odori di cime marce, di gasolio, e quell’odore tipico di mare, di sale, io mi scordo tutto. Mi passano tutti i problemi e la mia mente si avvicina alla felicità. Poi io in barca continuerò ad andarci sempre, perché in mare sto bene e ci torno tutte le volte che posso – pensi, io navigo anche in inverno. C’era una frase che ho letto da qualche parte in cui mi rispecchio molto che dice: guardando il mare anche la felicità sembra una cosa semplice. Per me è proprio così.
Fotografia di Maryam Touzani
Sitografia
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AJPlus: https://www.instagram.com/p/DTJXBRZk7tN/?img_index=1.
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De Luca, A. 16 luglio 2025, “ Israele bombarda la Siria: esplode la questione drusa”, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI):
Il Post, 10 settembre 2025, “Israele ha bombardato di nuovo la capitale dello Yemen: gli Houthi dicono che sono state uccise almeno 35 persone”:
https://www.ilpost.it/2025/09/10/israele-bombardato-sanaa-yemen-houthi/.
Info Cooperazione, 2 gennaio 2026, “Gaza chiusa alle ONG: Israele revoca le autorizzazioni a 37 organizzazioni umanitarie”:
Lucisano, D. 16 maggio 2025, “Kneecap: il gruppo rap nord-irlandese indagato dall’antiterrorismo perché sta con la Palestina”, L’Indipendente:
Save the children, 10 dicembre 2025:
The Cradle.co, 6 gennaio 2026, “Israeli army approves use of monitoring bracelets in occupied West Bank to ‘replace’ administrative detention”:
Tomarro, M. 23 dicembre 2025, “A Gaza primi segnali di una fragile normalità, si discute sulla Fase 2 del cessate il fuoco”, Vatican News:
https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2025–12/gaza-pace-tregua-maltempo-vittime.html.
Il confronto tra Enzo Iacchetti e Eyal Mizrahi: