L’istigazione a delinquere consiste nell’indurre pubblicamente altri individui a commettere uno o più reati, e l’idea che chi lo fa possa essere perseguito tanto quanto chi commette il crimine è giusta e democratica. Ma applicare questo principio all’arte e limitare la libertà di espressione di un artista è lecito? E se sì, in quale misura?
Nato alla fine del 2020, il collettivo P38 – La Gang si compone di quattro membri: Yung Stalin, Astore, Jimmy Pentothal e Papà Dimitri. Il loro primo album, Nuove BR, si fonda su un audace e deliberato uso dell’immaginario legato agli Anni di piombo, con riferimenti espliciti, in chiave rap/trap, alle Brigate Rosse e alla lotta armata.
La Procura di Torino, dalla fine del novembre 2022, ha istituito un processo contro di loro e inoltrato richiesta perché fossero messi agli arresti domiciliari. Le accuse: istigazione a delinquere e apologia di reato – con l’aggravante di terrorismo, che prevede fino a otto anni e quattro mesi di reclusione. Il 9 dicembre 2025 il procedimento è stato archiviato, resta tuttavia aperto il dibattito che riguarda il delicato equilibrio tra provocazione artistica e responsabilità sociale, tra memoria storica, rispetto e libertà d’espressione.
La loro opera si inserisce in un contesto storico e culturale complesso, dove l’eredità di quegli anni di terrorismo e la memoria collettiva italiana restano ferite aperte.
Dalle denunce al blitz
Il loro primo disco, Nuove Br appunto, esce a novembre del 2021. I ragazzi sono piuttosto bravi, suscitano curiosità e anche un discreto interesse, per cui, a primavera 2022, parte il loro tour in giro per l’Italia.
Il 25 aprile, durante un concerto allo Scumm di Pescara, salgono sul palco e rimediano subito la loro prima denuncia. A denunciarli è Bruno D’Alfonso, figlio del carabiniere Giovanni D’Alfonso, morto nel 1975 in uno scontro a fuoco con alcuni brigatisti, nel quale, tra l’altro, trovò la morte anche Mara Cagol, moglie del brigatista Renato Curcio: erano gli Anni di piombo, delle Br, della lotta armata, delle gambizzazioni e dei rapimenti. Bruno D’Alfonso si sente offeso per la leggerezza irresponsabile con cui questi temi sono trattati e fa un esposto alle procure di Pescara e Reggio Emilia perché ritiene che i quattro istighino al terrorismo.
Pochi giorni dopo, il 1° maggio, si esibiscono al circolo ARCI Il Tunnel di Reggio Emilia, nel contesto della Festa dell’Unità Comunista, e salgono sul palco con i passamontagna bianchi e la bandiera delle Brigate Rosse. In seguito a questa esibizione vengono iscritti, insieme al presidente del circolo Marco Vicini, nel registro degli indagati della Procura di Torino.
La mattina del 25 novembre 2022 ROS, Carabinieri e DIGOS fanno irruzione nei loro rispettivi appartamenti: a Bologna (Yung Stalin), Nuoro (Astore), Milano (Jimmy Pentothal) e a Bergamo (Papà Dimitri). Sequestrano computer, cellulari, bandiere e merchandising di vario tipo. I reati che vengono contestati sono, appunto, istigazione a delinquere e apologia di reato, con l’aggravante del terrorismo.
Il ritornello del loro pezzo di punta recita così, con chiaro riferimento ai fatti del ’78 e al rapimento dell’allora Presidente della Democrazia Cristiana ed ex Presidente del Consiglio Aldo Moro:
“Ti metto dentro una Renault 4
Brigate Rosse scritto sul contratto
Presidente, lei mi sembra stanco
La metto dentro una Renault 4
Ti metto dentro una Renault 4
Brigate Rosse scritto sul contratto
Presidente, lei mi sembra stanco
La metto dentro una Renault 4”
(P38 – La Gang, Nuove Br, Renault 4)
Televisioni e giornali riprendono la notizia. Alberto Franceschini – uno dei fondatori delle BR – lascia una dichiarazione al Corriere della Sera con la quale si dissocia e prende le distanze dal gruppo; a parte qualche voce isolata, la condanna è unanime. Le date saltano e il tour va in fumo, i quattro entrano in una fase di stasi e la Gang resta immobile, paralizzata da un’enorme pressione.
Papà Dimitri non regge, abbandona il progetto e si dedica ad altro. Gli altri tre invece a un certo punto dicono basta ed escono con un secondo album. Sono in qualche modo sopravvissuti all’assalto, hanno avviato una campagna di crowdfunding volta a raccogliere fondi per le spese legali e decidono dunque di ricominciare.
«Non siamo imputati e non siamo assolti, siamo costretti a una scomoda zona di grigio, noi però ci siamo stancati di stare fermi», annunciano sui social.
Tornano quindi con un secondo album, forse meno dirompente del precedente, ma che ne condivide la matrice, i toni e le tematiche.
Provocazione artistica e patto con l’ascoltatore
Il primo disco è stato sorprendente. Prima di tutto per la qualità delle strofe, per come Astore, Yung Stalin e Jimmy Pentothal si muovevano bene sul tempo integrandosi con le produzioni di Papà Dimitri. In secondo luogo, per quello che dicevano, per le parole usate. Una serie di immagini forti – “Tengo in frigo la testa di Bezos” (Jimmy Pentothal, Gulag II), “Sbirro ti arresto e ti mando nеl Gulag” (Yung Stalin, Giovane Stalin) – di rimandi espliciti alle azioni violente delle Brigate Rosse – “Esco col ferro e ti vengo a sparare come a Montanelli” (Astore, Nuove BR) – o di semplice analisi della società – “È ancora l’Italia di Silvio, per questo si vendono i figli” (Jimmy Pentothal, Gulag II) – mi si sono conficcate in testa e mi hanno dato fastidio, ma mi hanno fatto anche sorridere e mi hanno fatto pensare. Li ho trovati a tratti esagerati, offensivi, sopra le righe, ma in qualche modo liberatori. Perché ogni volta che un artista mi mette a disagio, che mi fa sentire parte del meccanismo che denuncia e disprezza, in cuor mio lo ringrazio. Provocare, criticare, denunciare la massificazione e l’appiattimento dei cervelli non vuol dire ergersi a giudici. Non significa disprezzare il popolo e considerarlo inferiore, tutt’altro. Denunciarlo vuol dire comprenderlo e rispettarlo; significa riconoscere l’individualità di ogni persona e il diritto di ognuno alla libertà, all’autonomia e al pensiero critico.
Il secondo album esce all’inizio del 2025 e conferma non solo che i tre sanno fare rap, ma anche e soprattutto che lo ascoltano. Sì perché è questo che fanno come artisti, lo fanno da appassionati del genere e da grandi ascoltatori. Non lo fanno male nemmeno questa volta, anche se forse manca un pezzo iconico come RENAULT 4 che possa fare da manifesto.
C’è, invece, un pezzo che si chiama Paura in cui viene palesemente attaccato Dimitri che ha abbandonato il gruppo, del resto la sua dipartita era stata già annunciata all’inizio dell’album, nel Secondo Comunicato:
“Milleduecentocinque giorni, mhm, ne è passato di tempo eh?
È bastato dire: “Lotta armata” per diventare “terrorismo”.
[…]
E come ogni organizzazione eversiva che si rispetti adesso abbiamo anche i pentiti”.
(P38 – La Gang, Dittatura, Secondo Comunicato)
Ascoltando i loro pezzi, di entrambi i dischi, risulta evidente una chiave ironica che spinge a riflettere senza dover per forza credere a ciò che si sente. Impossibile non rinvenirci assonanze con Mister Simpatia, album di Fabri Fibra del 2004, provocatorio, pesante e irriverente, che di fatto lo lanciò verso il suo primo contratto in major. Fabri Fibra esplodeva in uno sfogo privato, così intimo da diventare universale, e lo faceva così bene da risultare trasversale. All’epoca il rap non era così seguito e lui riuscì a raggiungere una quantità indicibile di persone presentandosi come una persona disturbata e complessata, un fallito che danzava sulle macerie della scena rap di quei primi anni duemila. Criticava e derideva molti rapper della vecchia guardia, parlava del proprio funerale, ma lo faceva così bene da risultare magnetico e coinvolgente, arrivando di fatto anche a un sacco di gente che di rap sapeva poco o nulla. Le sue metriche, decisamente meno elaborate dei suoi lavori precedenti, arrivavano adesso dritte allo stomaco attraverso incastri e suoni originali fortemente identitari. Aveva il suo suono, aveva la sua identità, rappava in modo semplice e diretto ed era davvero in grado di trasmettere qualcosa.
I pezzi della P38 sono dirompenti, sono ironici e provocatori come lo erano quelli di Mr. Simpatia, ma il loro impatto non si è rivelato altrettanto esplosivo. Il rap è oggi un’altra cosa rispetto al 2004, il pubblico medio è abituato a questo tipo di musica già da anni e loro fanno bene quello che fanno, ma non apportano in fondo nulla di nuovo. E poi ci sono i contenuti, difficili da digerire, forse addirittura da comprendere.
Ogni provocazione forte è scomoda e spinge a riflettere. I quattro artisti si sono dichiaratamente opposti alla scena musicale dominante, satura di testi misogini, violenza gratuita e ostentazione vuota di ricchezza, ma non sono terroristi, non ci assomigliano neppure. Attingono a un immaginario vecchio di cinquant’anni e parlano di sovversione, il patto con l’ascoltatore però è implicito, esiste. È quel meccanismo che ci spinge ad accettare la provocazione, che ci si indigni o meno, in nome della libertà di espressione. La P38 non promuove una violenza reale, la loro è una critica culturale, iperbolica, certo, ma pur sempre una critica culturale e non un appello alla lotta armata. L’Arte sfrutta gli eccessi simbolici per provocare una riflessione critica, non per spingere a compiere azioni violente. Questo patto implica che l’artista, attraverso l’uso di immagini, metafore e simboli forti, stimoli il pubblico a interrogarsi, a mettere in discussione le proprie convinzioni e a esplorare nuove prospettive. È lo stesso meccanismo, per intenderci, che non ci fa preoccupare che Paolo Pietrangeli, autore della canzone Mio caro padrone domani ti sparo, finisca per sparargli davvero.
Assonanze col punk anni ‘80
Ascoltando i loro dischi ho pensato più volte ai CCCP.
Giovanni Lindo Ferretti e i suoi simboleggiavano la resistenza ideologica in un’Italia di berlusconismo nascente, appropriandosi del punk per criticare l’industria culturale. Incarnavano la disillusione post-anni ’70, sottolineando l’atrocità del passaggio da ideali comunitari a un capitalismo trionfante – con slogan come “Produci, consuma, crepa” (CCCP, Fedeli alla linea, Morire). I testi di Ferretti, leader di grande carisma, sono diventati manifesti punk, influenzando non poco la scena alternativa italiana. Coerenza di linguaggio e di messaggio, un immaginario solido e un’armonia innovativa di musica e parole, sono tanti gli elementi che determinano un successo. La P38 però non raggiunge i loro livelli e ricorda forse più i Disciplinatha, un gruppo formatosi nel 1987 in provincia di Bologna che attingeva a un’iconografia non di sinistra, ma di estrema destra, con intenti provocatori evidenti. Sembrava però trattarsi di una scelta più che altro estetica, ritrattata poi a partire dal loro secondo lavoro, l’EP Crisi di Valori. In copertina, sotto il nome Disciplinatha, appare la dicitura “Non siamo di destra, anzi, siamo buoni”.
La P38 no, non ritratta, anche dopo le denunce, non ritratta.
“Che differenza vuoi che faccia un’altra denuncia?
Dai, sveglia, la DIGOS di Reggio è il nostro ufficio stampa”
(P38 – La Gang, Jimmy Penthotal, Rassegna Stampa – singolo uscito il 17 giugno 2022)
“Povero rapper, c’hai tre mesi per spaccio
Io rischio quasi dieci anni e se mi gira li faccio”
(P38 – La Gang, Jimmy Penthotal, Dittatura, Amico)
Rap mainstream e memoria storica
Negli ultimi anni il rap è uscito dai margini per trasformarsi nel suono di fondo della società urbana. Lo ascoltiamo in radio, nei video virali, nei centri commerciali e nei supermercati senza quasi più accorgercene. Eppure, ciò che racconta non è affatto irrilevante: violenza ostentata, offese alle donne, ricchezze veloci esibite come trofei e una celebrazione più o meno diretta della criminalità. Tutto questo non ci offende più, non ci fa forse nemmeno più riflettere, è diventato ambiente, un desolato paesaggio culturale che scivola fuori dal finestrino delle nostre coscienze senza lasciare traccia.
Il vero cortocircuito si verifica quando la musica smette di raccontare la delinquenza generica e si addentra in temi politici. Se invece di glorificare figure cinematografiche come Pablo Escobar, un rapper evoca la memoria di personaggi reali legati alla storia del terrorismo italiano, come Renato Curcio, il giochino si interrompe. L’indifferenza svanisce, la provocazione diventa intollerabile e scatta la reazione istituzionale: sequestri, indagini, comunicati della questura. La violenza spettacolarizzata, purché astratta e priva di radici storiche, è accettata come intrattenimento, ma se vi si aggiunge un significato politico allora diventa un tabù. Evocare figure storiche del terrorismo italiano come Renato Curcio – tra i fondatori delle Brigate Rosse, responsabile di omicidi, sequestri e stragi durante gli Anni di piombo – non è più un innocuo stereotipo da immaginario gangsta rap. Escobar, invece, è un mito pop, romanzato in serie Netflix e canzoni che lo dipingono come cattivo, con un’aura però di ribellione antisistema che lo rende in qualche modo digeribile dal mainstream globale.
Le Brigate Rosse, invece, non sono digeribili affatto. Prima del caso Moro, godevano in alcuni ambienti di una certa aura rivoluzionaria, ma l’omicidio di un leader democristiano di compromesso, architetto del dialogo con il Partito Comunista Italiano, fu visto come un attacco al cuore dello Stato che rese impossibile qualsiasi difesa ideologica. Il PCI, in particolare, le condannò senza riserve accelerando il “fronte della fermezza” e l’isolamento delle BR dal movimento operaio.
Ma c’erano anche altri gruppi organizzati, come i NAR – Nuclei Armati Rivoluzionari. Furono un gruppo terroristico neofascista attivo principalmente a Roma tra il 1977 e il 1981. Nati come giovani militanti provenienti dalle sezioni del Movimento Sociale Italiano (MSI), i NAR si ispiravano allo spontaneismo armato di estrema destra, ma la loro percezione nella memoria collettiva è assai diversa.
Colpendo una figura di spicco dello Stato e presentandosi come alternativa rivoluzionaria al PCI, le BR si inserirono al centro del conflitto politico e simbolico degli anni Settanta. Furono condannate da destra a sinistra e divennero un simbolo centrale della memoria degli Anni di piombo, spesso rappresentando l’unico volto del terrorismo interno.
I NAR, pur coinvolti in episodi gravissimi e legati al terrorismo di estrema destra, furono più spesso percepiti come un gruppo di militanza radicale di nicchia, visto come una banda armata o una sottocultura violenta piuttosto che come un progetto rivoluzionario di massa. Questo ha contribuito, nel racconto successivo, a una demonizzazione meno strutturale rispetto a quella subita dalle BR, che rimangono il principale riferimento quando si parla di terrorismo politico in Italia negli anni Settanta e Ottanta.
Il diritto di porsi domande
Come già accennato all’inizio di questo articolo, la GIP Anna Mascolo del Tribunale di Torino ha archiviato il procedimento il 9 dicembre 2025 per tutti gli indagati, inclusi i quattro membri della band e l’ex presidente del circolo Arci Marco Vicini. Le accuse di istigazione a delinquere, diffamazione e vilipendio sono cadute uniformemente, senza distinzioni tra i soggetti coinvolti.
Appare dunque ancora più evidente quanto la reazione istituzionale sia stata sproporzionata e ingiustificata e quanto il tutto rischi di essere solo un atto di intimidazione e censura. Quest’accoppiata crea inevitabilmente un vuoto: senza voci alternative e un dibattito aperto, quel vuoto diventa terreno fertile per la propaganda, che riempie facilmente lo spazio lasciato dalle opinioni silenziate.
Il punto è che il controllo non si limita alla rimozione dei contenuti dissidenti, ma conduce per forza di cose a una narrazione univoca. Questa narrazione, veicolata attraverso canali istituzionali e mediatici, modella progressivamente il nostro modo di pensare e di interpretare il mondo. Il risultato sarebbe l’egemonia di una sola voce dominante, che elimina ogni pluralità di punti di vista.
Il pericolo non è dunque la P38, perché silenziare la provocazione e cancellare le domande – sull’appiattimento culturale, sul capitalismo trionfante, sulla perdita del pensiero critico – offre solo spazio alla propaganda reale.
Lasciamo che ognuno di noi decida se quel “Ti metto dentro una Renault 4” sia minaccia o metafora. Perché la vera apologia di reato sarebbe negare il diritto alle tante coscienze individuali di porsi la domanda.
Fotografia di Patcha
Bibliografia
Pinotti, F. 7 maggio 2022, “P38, la band che inneggia alle Br. Polemiche e indagati. L’ira dei figli di Moro e Biagi”, Corriere della Sera.
Baldessarro, G. 25 Novembre 2022, “Indagata la Band P38, tra i componenti un 29enne che vive a Bologna: si fa chiamare “Young Stalin””, La Repubblica Bologna.
Disponibile a:
Arati, A. 10 dicembre 2025, “P38-La Gang, archiviata l’indagine sulla band che inneggia alle Brigate Rosse: “Una provocazione culturale e non istigazione alla lotta armata””, Corriere di Bologna.
Codeluppi, A. 10 dicembre 2025, “L’ex responsabile Vicini: “Non si può censurare ciò che urta la sensibilità”, Il Resto Del Carlino Reggio Emilia.
https://www.corriere.it/cronache/22_maggio_17/band-p38-primo-denunciarla-stato-figlio-un-carabiniere-ucciso-br-poi-ho-ricevuto-minacce-3020fa14-d5d2-11ec-883e-7f5d8e6c8bf0.shtml
Crowdfunding “Spese Legali P38: LA MUSICA NON È TERRORISMO”:
https://www.produzionidalbasso.com/project/spese-legali-p38-la-musica-non-e-terrorismo/
Paolo Pietrangeli, Mio caro padrone domani ti sparo:
https://www.youtube.com/watch?v=CYhr0CQ73cQ.
Redazione cronache, 17 maggio 2022, “La band P38, il primo a denunciarla è stato il figlio di un carabiniere ucciso dalle Br: «Poi ho ricevuto minacce»”, Corriere della Sera.
