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Gennaio
12 Gennaio 2026

ANIAN­TE: STO­RIA DI UNA VITA TRA­GI-MAGI­CA

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Scri­ve­re fa par­te del mio vive­re


e io sono uno scrit­to­re misco­no­sciu­to in un dato tem­po,


da risco­pri­re in un altro

 

Anto­nio Anian­te

Anian­te, chi era costui? Una doman­da di man­zo­nia­na memo­ria che per decen­ni ha abi­ta­to le pagi­ne di una gran­de cri­ti­ca e stu­dio­sa, Gra­ziel­la Cor­si­no­vi, che alla figu­ra di que­sto inaf­fer­ra­bi­le outsi­der ha dedi­ca­to gran par­te del­la pro­pria car­rie­ra acca­de­mi­ca e let­te­ra­ria, favo­ren­do­ne atti­va­men­te la riva­lu­ta­zio­ne. Gra­zie al pro­li­fi­co con­tri­bu­to cri­ti­co del­la stu­dio­sa, map­pa­re la com­ples­sa rete esi­sten­zia­le, rela­zio­na­le e arti­sti­ca di Anian­te è oggi di più faci­le acces­so. Ma, nono­stan­te tut­to, il que­si­to, rima­sto per decen­ni laten­te, sem­pre ritor­na: chi era dav­ve­ro Anto­nio Anian­te? 

Non esi­ste una rispo­sta uni­vo­ca, ma pro­nun­cia­re in pub­bli­co o in con­te­sti non stret­ta­men­te spe­cia­li­sti­ci il nome di que­sto sin­go­la­re avan­guar­di­sta resti­tui­sce anco­ra oggi espres­sio­ni per­ples­se o, nel miglio­re dei casi, una genui­na curio­si­tà. Pochi lo han­no sen­ti­to dav­ve­ro nomi­na­re ed eser­ci­zio altret­tan­to com­ples­so è riu­sci­re a recu­pe­ra­re nel mer­ca­to dell’usato le sue ope­re prin­ci­pa­li, ormai fuo­ri cata­lo­go da anni. Alcu­ni tito­li sono un cime­lio, altri han­no visto qual­che timi­da ristam­pa poco dopo la sua mor­te, avve­nu­ta nel 1983, altri anco­ra si tro­va­no a pochi euro anche su note piat­ta­for­me digi­ta­li come Vin­ted e pro­ven­go­no dal pae­se che più di tut­ti ne ha segna­to il tor­men­to e l’ispirazione: Pari­gi.
Tut­to que­sto ha in fon­do una sua coe­ren­za, per­ché Anto­nio Anian­te pseu­do­ni­mo di Anto­ni­no Rapi­sar­da, det­to anche il Rapi­sar­di­no è sta­to l’uomo degli insuc­ces­si per eccel­len­za, il più bistrat­ta­to pen­sa­to­re del seco­lo bre­ve e, allo stes­so tem­po, anche un’imprescindibile figu­ra chia­ve del pano­ra­ma cul­tu­ra­le euro­peo di metà Nove­cen­to; un arco tem­po­ra­le che ha let­te­ral­men­te attra­ver­sa­to in lun­go e in lar­go essen­do nato nel dicem­bre del 1899 nel pic­co­lo pae­se di Via­gran­de, in pro­vin­cia di Cata­nia. 

È un intel­let­tua­le che sfug­ge Anian­te, cama­leon­ti­co e con­trad­dit­to­rio, alta­men­te autoi­ro­ni­co e, allo stes­so tem­po, instan­ca­bil­men­te nostal­gi­co. For­se non pote­va che esse­re così, per­ché la sua par­ti­co­la­re sen­si­bi­li­tà è sem­pre sta­ta figlia di una scis­sio­ne pro­fon­da e mai sana­ta: da una par­te l’ancestrale appar­te­nen­za alla sua ama­ta-odia­ta Sici­lia, ter­ra cari­ca di arte e di zol­fo, di infi­ni­te stra­de pol­ve­ro­se nel­le qua­li per­der­si in una soli­tu­di­ne pro­fon­da, dall’altra la vita asfit­ti­ca in un sud che non pote­va né quie­ta­re né com­pren­de­re quel suo instan­ca­bi­le biso­gno di esplo­ra­re, per tra­scen­de­re con­ta­mi­nan­do­le tut­te le ten­ta­co­la­ri pos­si­bi­li­tà espres­si­ve del­la scrit­tu­ra, del­la poe­sia e del tea­tro. 

La fami­glia Rapi­sar­da non era del tut­to estra­nea ai cla­mo­ro­si insuc­ces­si let­te­ra­ri e alle pla­tea­li disfat­te edi­to­ria­li. Anian­te era nipo­te di Mario Rapi­sar­di, poe­ta otto­cen­te­sco ed eter­no riva­le in ter­ra del Car­duc­ci, un raf­fi­na­to eru­di­to di stam­po maz­zi­nia­no, delu­so dal­la cri­ti­ca e sfor­tu­na­to con gli edi­to­ri. Egli fu invi­so addi­rit­tu­ra all’arcivescovo di Cata­nia quan­do, nel 1877, pub­bli­cò Luci­fe­ro, un poe­ma che cele­bra­va il trion­fo del razio­na­li­smo sul­la tra­scen­den­za. Quest’opera susci­tò lo scan­da­lo dell’arcivescovo, che ne ordi­nò il rogo per il suo carat­te­re for­te­men­te anti­cle­ri­ca­le, ma otten­ne al tem­po stes­so l’ammirazione di Vic­tor Hugo, che lo con­si­de­rò inve­ce un pre­cur­so­re. 

La mor­te di Mario Rapi­sar­di, nel­la soli­tu­di­ne del­la sua resi­den­za cata­ne­se, rap­pre­sen­te­rà per Anian­te un lut­to cari­co di sim­bo­lo­gie dal carat­te­re pro­fe­ti­co, por­tan­do­lo qua­si a mitiz­za­re la figu­ra del­lo zio, defi­nen­do­lo a più ripre­se un uomo che por­ta­va il mar­chio del desti­no inver­na­le (Anian­te 1952, 149), par­ti­co­la­re, come si cre­de­va allo­ra, ai veg­gen­ti e ai mar­ti­ri, esse­ri stra­ni e nati per veni­re com­pre­si solo in un futu­ro lon­ta­no, abi­ta­to dai poste­ri. 

Anian­te sen­ti­va addos­so il peso di quel lega­me gene­ti­co fat­to di paren­te­la e poe­sia inap­pa­ga­ta, ma si trat­ta­va di una pura sug­ge­stio­ne gio­va­ni­le, e lo capi­rà solo in segui­to che l’insuccesso let­te­ra­rio non era sem­pli­ce frut­to di un desti­no comu­ne, ma di cir­co­stan­ze par­ti­co­la­ri, di sot­to­tra­me che ave­va­no a che vede­re con un gusto trop­po dif­fi­ci­le da inca­sel­la­re. E quan­do qual­co­sa è dif­fi­ci­le da inca­sel­la­re altret­tan­to dif­fi­ci­le è con­vin­ce­re gli altri che non lo sia. Le ine­di­te este­ti­che visce­ra­li dei suoi scrit­ti e dei suoi testi tea­tra­li lo ren­de­ran­no un avan­guar­di­sta ibri­do, men­tre il suo gusto per il grot­te­sco, trop­po estre­mo per il pub­bli­co di allo­ra, fu apprez­za­to sol­tan­to da figu­re come Filip­po Tom­ma­so Mari­net­ti e Anton Giu­lio Bra­ga­glia, che intra­vi­de­ro in lui un’affinità auten­ti­ca con le avan­guar­die. Fu inve­ce un outsi­der a pie­no tito­lo, il tipi­co scrit­to­re evi­ta­to dall’editoria gene­ra­li­sta e quan­do edi­to mas­sa­cra­to dal­la cri­ti­ca, per quel suo vizio di esse­re sem­pre osti­na­ta­men­te qualcos’altro rispet­to ai gusti del pub­bli­co. Pur inse­ren­do­si nel con­te­sto avan­guar­di­sta, lo face­va secon­do moda­li­tà rigo­ro­sa­men­te per­so­na­li, in rot­tu­ra con un tea­tro scis­so tra la pla­sti­ci­tà otto­cen­te­sca e i nascen­ti ele­men­ti piran­del­lia­ni; le sue piè­ces, con il loro oni­ri­co non­sen­se, la biz­zar­ria dei per­so­nag­gi e un eros pro­fon­da­men­te dis­sa­cran­te, lascia­va­no gli spet­ta­to­ri diso­rien­ta­ti e ren­de­va­no l’autore del tut­to inclas­si­fi­ca­bi­le anche all’interno dei nuo­vi fer­men­ti tea­tra­li di stam­po nove­cen­te­sco.  

È Anian­te stes­so ad ammet­ter­lo di pro­prio pugno fra le pagi­ne di quel­lo che è il suo memoir più auten­ti­ca­men­te cru­do, Obbro­brio­se con­fes­sio­ni, usci­to in sor­di­na nel 1952, una costo­la in par­te rima­neg­gia­ta e più este­sa degli aned­do­ti per­so­na­li già con­te­nu­ti nel volu­me Memo­rie di Fran­cia — Ovve­ro sia il Rapi­sar­di­no arci­mi­liar­da­rio a Mont­par­nas­se, pub­bli­ca­to a Firen­ze nel 1972:

“Gio­va­not­ti che bus­sa­te inva­no alle por­te del­le patrie let­te­re, non dispe­ra­te, con­so­la­te­vi col mio esem­pio: io sono l’au­to­re più cesti­na­to che ci sia al mon­do. Se gli edi­to­ri riu­nis­se­ro in volu­me le mie epi­sto­le che han rice­vu­to e le sco­rag­gian­ti rispo­ste che mi han­no dato in tan­ti anni che scri­vo, ne ver­reb­be fuo­ri uno straor­di­na­rio libro dal­la let­tu­ra mol­to ame­na, ma anche se han l’in­ten­zio­ne di far­lo aspet­ta­no che io cre­pi, così i favo­lo­si dirit­ti di auto­re che ho sem­pre sogna­to non andran­no a me, ma ad ere­di di cui igno­ro e nome e con­no­ta­ti. La mia vita è la som­ma di innu­me­re­vo­li e sen­sa­zio­na­li scac­chi, sarei come quel gene­ra­le che ver­gan­do le sue memo­rie non ricor­dò che le sue disfat­te” (Anian­te 1952, 19).

Anto­nio Anian­te s’era pre­so in effet­ti del­le liber­tà ori­gi­na­li, fra testi che nar­ra­va­no di amo­ri bur­le­schi, pro­sti­tu­te sognan­ti, agio­gra­fie bla­sfe­me, sem­pre mesco­la­te a una rocam­bo­le­sca esi­sten­za noma­de tra Pari­gi, Roma, Mila­no, Cata­nia, Niz­za e Lat­te. Pro­prio in vir­tù di quel­le pit­to­re­sche espe­rien­ze ai mar­gi­ni del­la vita ave­va dato al grot­te­sco, al tra­gi­co e all’onirico un incon­fon­di­bi­le e stra­nian­te ero­ti­smo.
L’esistenza ter­re­na di Anian­te sem­bra un roman­zo dispe­ra­to, l’unico che non ha scrit­to fino in fon­do, pre­fe­ren­do il taglio dell’autobiografia, che nell’assetto gene­ra­le dell’apparato biblio­gra­fi­co di que­sto immen­so auto­re rap­pre­sen­ta un cor­pus sepa­ra­to dal­le altre ope­re. Un filo­so­fi­co bina­rio paral­le­lo in cui si rico­no­sco­no tut­ti i trau­mi dell’uomo e in cui le lapi­da­rie con­fes­sio­ni rega­la­no uno scor­cio com­mo­ven­te sul­la sua comi­ci­tà incon­fon­di­bi­le e sul suo per­so­na­lis­si­mo modo di inten­de­re l’amore e le rela­zio­ni sen­ti­men­ta­li. Nel­la sua scrit­tu­ra entra­no infat­ti in sce­na costan­ti rife­ri­men­ti alla gelo­sia, al tra­di­men­to, alle case di pia­ce­re e non man­che­rà mai il trat­to del­l’am­bi­gui­tà ses­sua­le, tema pre­di­let­to nel tea­tro anian­te­sco, non­ché deno­mi­na­to­re comu­ne del­le sue costru­zio­ni sce­ni­che, immer­se in una dimen­sio­ne sur­rea­le di diver­tis­se­ment e di eros sem­pre burat­ti­ne­sco e devia­to. 

È pro­prio in que­sto pun­to di inter­se­zio­ne tra vita e scrit­tu­ra che assu­mo­no valo­re para­dig­ma­ti­co alcu­ni epi­so­di chia­ve, non sem­pli­ci acca­di­men­ti bio­gra­fi­ci, ma vere e pro­prie soglie esi­sten­zia­li che han­no orien­ta­to in modo deci­si­vo tan­to la sua visio­ne del mon­do quan­to le sue scel­te for­ma­li. Il viag­gio ini­zia­ti­co a Pari­gi, lo scan­da­lo dell’anfiteatro Gan­gi, l’intenso lega­me con la pit­tri­ce Hale Asaf e la sor­pren­den­te rice­zio­ne de La Rosa di Zol­fo costi­tui­sco­no le coor­di­na­te fon­da­men­ta­li attra­ver­so cui leg­ger­ne, in con­tro­lu­ce, il cuo­re, il dram­ma e la neces­si­tà dispe­ra­ta di infon­de­re alla sua vita e alle sue ope­re un toc­co di oni­ri­co rea­li­smo magi­co. Di que­sto rea­li­smo magi­co, in par­ti­co­la­re, resta­no trac­ce vive nei suoi per­so­nag­gi più ico­ni­ci, abi­ta­ti, come lui, da un biso­gno epi­der­mi­co di fug­gi­re, di tra­scen­der­si, di imma­gi­nar­si vite alter­na­ti­ve, sospe­se tra desi­de­rio e real­tà. È come se ogni espe­rien­za estre­ma si tra­du­ces­se in figu­re che cer­ca­no costan­te­men­te di sot­trar­si al tem­po e alla con­tin­gen­za, crean­do mon­di che oscil­la­no tra la con­cre­tez­za dolo­ro­sa del­la vita e la liber­tà illi­mi­ta­ta dell’immaginazione, con esi­ti qua­si sem­pre tra­gi­co­mi­ci.

L’infanzia, d’altra par­te, gli ave­va già for­ni­to parec­chio mate­ria­le crea­ti­vo, con la polio­mie­li­te che ne com­pro­mi­se lo svi­lup­po sche­le­tri­co e lo costrin­se a indos­sa­re un pesan­te appa­rec­chio in fer­ro, mol­to somi­glian­te a un’armatura di stam­po medioe­va­le. Un ogget­to inu­ti­le e costrit­ti­vo ven­du­to a caro prez­zo alla madre da un sedi­cen­te medi­co orto­pe­di­co, Aniel­lo Meglio, che pro­met­te­va mira­co­li ai pro­pri pazien­ti e che ne inau­gu­ra l’isolamento socia­le, lo scher­no e la malin­co­nia. Dob­bia­mo imma­gi­na­re un Anian­te bam­bi­no che deam­bu­la gof­fa­men­te, medi­tan­do­ne gior­no e not­te la rot­tu­ra, ma, iro­nia del­la sor­te, è quell’armatura a sal­var­gli la vita quan­do un bue imbiz­zar­ri­to si sca­glia con­tro la fol­la di Via­gran­de e il gam­ba­le lo pro­teg­ge dall’impatto con l’animale resti­tuen­do­lo alla fami­glia inden­ne. Una vol­ta libe­ra­to­si di quel­la spe­cie di cara­pa­ce in fer­ro, nel ten­ta­ti­vo di sanar­ne i reu­ma­ti­smi, saran­no le cure osses­si­ve del­la non­na e di una zin­ga­ra di pae­se ad accen­tua­re in lui un pro­fon­do sen­so di oppres­sio­ne e un’ur­gen­te neces­si­tà di rival­sa. Ed ecco che nel 1919, anco­ra clau­di­can­te e piut­to­sto debo­le, Anian­te arri­va a Pari­gi, ha pochi fran­chi in tasca e, come acu­ta­men­te sot­to­li­nea­to da Enri­co Roda in un arti­co­lo pub­bli­ca­to sul set­ti­ma­na­le Oggi nel gen­na­io del ’52, “Anian­te pote­va vive­re una vita agia­ta e tut­to som­ma­to tran­quil­la” a Via­gran­de. La fami­glia pro­du­ce­va e com­mer­cia­va vino, non sareb­be sta­to dif­fi­ci­le per lui abbrac­ciar­ne l’eredità, ma non gli basta­va una vita ordi­na­ria, ave­va fret­ta di vive­re e di invec­chia­re, non a caso un’altra sua toc­can­te bio­gra­fia si inti­to­la let­te­ral­men­te Ricor­di di un gio­va­ne trop­po pre­sto invec­chia­to­si (1939).
Alle spal­le ha già tre rac­col­te poe­ti­che pas­sa­te del tut­to inos­ser­va­te, Costel­la­zio­ni (1916), Poe­sie (1918) e anco­ra Poe­sie (1919), e le novel­le con­te­nu­te in Diver­ti­men­ti (1918); davan­ti a sé ha la capi­ta­le euro­pea del­la cul­tu­ra, il cro­ce­via per­fet­to per for­mar­si e incon­tra­re i per­so­nag­gi di spic­co del tem­po, sedu­ti ai caf­fè let­te­ra­ri o in pas­seg­gia­ta sui bou­le­vard. Ma in que­sta car­to­li­na d’antan, Anian­te spe­ri­men­ta una vita bohé­mien fat­ta di sfrat­ti, mal­de­stre truf­fe e umi­de sof­fit­te.
Tra un lavo­ret­to e l’altro incon­trò il com­me­dio­gra­fo Camil­lo Anto­na Tra­ver­si (1857–1934), e sic­co­me i sol­di era­no pochi e i tea­tri già occu­pa­ti da figu­re più cele­bri, i due, mos­si dal­la stes­sa pas­sio­ne per la sce­na, fon­da­ro­no il “Tea­tro del­le Mario­net­te”. Si trat­ta­va di una for­ma tea­tra­le in minia­tu­ra rispet­to al pal­co clas­si­co, un mode­sto spa­zio riser­va­to a pic­co­le rap­pre­sen­ta­zio­ni di gui­gnol e pupi, for­ma di intrat­te­ni­men­to all’e­po­ca in voga a Pari­gi, carat­te­riz­za­to da sketch spic­ca­ta­men­te dis­sa­cran­ti, vio­len­ti e ai limi­ti del sur­rea­le, ma già con­te­nen­ti il seme di una cer­ta este­ti­ca che tro­ve­rà la sua com­ple­ta pie­nez­za più avan­ti. Inu­ti­le dire che l’e­spe­ri­men­to si rive­lò del tut­to fal­li­men­ta­re, man­ca­va il pub­bli­co e non sarà che un’an­te­pri­ma futu­ra rispet­to all’e­spe­rien­za anian­te­sca in gene­ra­le nei con­fron­ti del tea­tro.

Eppu­re, è pro­prio in que­sto con­te­sto che il gio­va­ne e acer­bo Rapi­sar­di­no matu­re­rà quel­l’i­dea­le visio­na­rio, roman­ti­co e dram­ma­ti­co del­la mario­net­ta come spec­chio del­l’i­den­ti­tà per­du­ta del­l’uo­mo, di un esse­re ormai più somi­glian­te a un fan­toc­cio, fatal­men­te smar­ri­to­si tra le pie­ghe di un’e­si­sten­za sem­pre vaga­bon­da e scos­sa da ambi­zio­ni e amo­ri tal­vol­ta impos­si­bi­li e peri­co­lo­si. 

E così, sicu­ro di aver inte­rio­riz­za­to a caro prez­zo tut­ti i segre­ti pari­gi­ni del buon tea­tra­re, non­ché il meta­fo­ri­co dram­ma con­te­nu­to nel cuo­re dei pupi sem­pre vin­ti dal­la vita, dal­la sfor­tu­na e dai sen­ti­men­ti, pri­vi di ogni lie­to fine sen­ti­va che era arri­va­to il momen­to di met­te­re in sce­na per­so­nag­gi veri, di pren­de­re di pet­to il seco­la­re bino­mio Eros-Tha­na­tos e final­men­te svi­sce­rar­lo, depau­pe­rar­lo dell’epicità clas­si­ca per donar­gli una libi­di­ne e una sen­sua­li­tà nuo­ve. Occor­re­va tor­na­re in Sici­lia, sot­to il sole cocen­te di quel­la ter­ra d’origine da lui ama­ta e insie­me respin­ta, fat­ta di indo­len­za e desi­de­rio, di tra­di­zio­ni mil­le­na­rie e di una devo­zio­ne reli­gio­sa tan­to radi­ca­ta quan­to oppri­men­te; pro­prio lì Anian­te sen­ti­va il biso­gno di riscat­tar­si, di spe­ri­men­ta­re una giran­do­la ero­ti­ca di asso­lu­ta novi­tà e, per far­lo, biso­gna­va sacri­fi­ca­re la memo­ria di una san­ta, in par­ti­co­la­re la patro­na di Cata­nia, Sant’Agata. È su di lei che scri­ve e met­te in sce­na all’anfiteatro Gan­gi, nel mag­gio del 1923, la piè­ce Quin­zia­no. Un’opera così non s’era mai vista: splat­ter, bla­sfe­ma, un’epopea rove­scia­ta in cui due sono gli amo­ri che scan­di­sco­no i tre atti del­la tra­ge­dia: l’a­mo­re del con­so­le Quin­zia­no nei con­fron­ti del­la mar­ti­re Aga­ta e l’a­mo­re del­la stes­sa per Gesù Cri­sto, due pul­sio­ni diver­se e nel mede­si­mo paral­le­le, tipi­che nel­la pro­du­zio­ne anian­te­sca, ove l’u­na ten­de al car­na­le, l’al­tra alla pura spi­ri­tua­li­tà, ma entram­be vis­su­te con sen­sua­le tota­li­tà. Non esi­ste né per Quin­zia­no né per Aga­ta altra ragio­ne di vita che non sia lega­ta a un amo­re fat­to di pura e fata­le fis­sa­zio­ne. 

Il nefa­sto epi­lo­go toc­ca l’a­pi­ce nel momen­to in cui il con­so­le, ormai con­scio di non poter esse­re in alcun modo ricam­bia­to del­l’a­mo­re che lo accen­de e lo dila­nia, deci­de che anche Aga­ta dovrà paga­re con la sof­fe­ren­za la pro­pria irri­du­ci­bi­le devo­zio­ne. Nel­la real­tà, un grot­te­sco e improv­vi­sa­to car­to­na­to del­l’Et­na, con i suoi fin­ti baglio­ri lavi­ci illu­mi­na per l’ul­ti­ma vol­ta la sce­na, pri­ma che il sipa­rio del­l’an­fi­tea­tro Gan­gi cali e la costru­zio­ne sce­ni­ca fini­sca con lo spez­zar­si tra­gi­ca­men­te in due par­ti. Fu a tut­ti gli effet­ti una disfat­ta cla­mo­ro­sa, segui­ta da un pub­bli­co lin­ciag­gio e da un sub­bu­glio tale che con­sen­tì la fuga stes­sa dei mal­de­stri atto­ri insie­me al gua­da­gno del­la sera­ta. Un epi­so­dio che segne­rà per sem­pre il suo rap­por­to con­tro­ver­so con il tea­tro e che lo por­te­rà ver­so nuo­vi viag­gi da Mila­no a Roma, pas­san­do per Firen­ze non­ché nuo­ve ste­su­re come Gel­so­mi­no d’Arabia (1926), e I semi­dei del­la mafia loca­le (1930), anto­lo­gia que­sta con­te­nen­te le piè­ces Bob Taft e La fem­mi­na del toro, rap­pre­sen­ta­te in pre­ce­den­za, nel ‘27, al Tea­tro degli Indi­pen­den­ti di Roma, diret­to al tem­po dal Bra­ga­glia, il qua­le usa­va defi­ni­re Anian­te “Car­ne­va­lo­ne dell’anima mia” (Bra­ga­glia 2009, 28).


Ma c’è anco­ra Pari­gi ad aspet­tar­lo e il 1929 segna l’anno del ritor­no nel­la capi­ta­le; lì, ad atten­der­lo c’è l’incontro fata­le con la pit­tri­ce Hale Asaf.
Sarà un lun­go sog­gior­no, non­ché la paren­te­si più pro­li­fi­ca e tra­gi­ca del­la sua stes­sa epo­pea d’artista. È l’epoca del­la cen­su­ra fasci­sta, e dopo aver pub­bli­ca­to una bio­gra­fia sati­ri­ca sul Duce, Anian­te, come mol­ti fuo­riu­sci­ti poli­ti­ci e anti­fa­sci­sti, si ritro­va anco­ra una vol­ta rifiu­ta­to dagli edi­to­ri e cata­pul­ta­to nel­le peg­gio­ri sof­fit­te di Mont­par­nas­se, ma veste pan­ni dispe­ra­ta­men­te nuo­vi. In quel quar­tie­re s’è rein­ven­ta­to mer­can­te d’arte e al civi­co 46 di Rue Vavin diri­ge una gal­le­ria mol­to ori­gi­na­le e ben fre­quen­ta­ta, la Jeu­ne Euro­pe: dure­rà poco anche que­sta, ma come gal­le­ri­sta il Rapi­sar­di­no è fra i pri­mi a sco­pri­re ed espor­re nomi come Filip­po De Pisis, Mile­na Cor­bel­li­ni, Mario Toz­zi, Leo­nar­do Strop­pa e Gior­gio De Chi­ri­co.

A ren­de­re uni­co quel luo­go c’è lei, Hale Asaf, una gio­va­ne e affa­sci­nan­te pit­tri­ce di ori­gi­ne tur­ca dota­ta di una sen­si­bi­li­tà rara e che por­ta con sé un pas­sa­to dif­fi­ci­le e un talen­to lumi­no­so. A lei vuo­le offri­re uno spa­zio libe­ro da limi­ti e dog­mi, inco­rag­gian­do­la a spe­ri­men­ta­re, a dipin­ge­re, a supe­ra­re i suoi mae­stri. Come al soli­to mise­ria, fame e sfrat­ti caden­za­no la rela­zio­ne fra i due, minan­do­la. Ma qual­co­sa di ben più tra­gi­co cre­sce, insie­me ai debi­ti, nel cor­po di lei.
Nel 1937, nei gior­ni più dispe­ra­ti del­la loro rela­zio­ne, Anian­te rice­ve a sor­pre­sa il Prix Lit­té­rai­re de l’Académie Fra­nçai­se per il suo Mar­co Polo, un’opera dedi­ca­ta all’esploratore vene­zia­no che l’anno pri­ma gli ven­ne ini­zial­men­te rifiu­ta­ta impo­ve­ren­do ulte­rior­men­te, ma non è un even­to da cele­bra­re per­ché qual­co­sa di spia­ce­vo­le sta per suc­ce­de­re. Vaga infat­ti gof­fa­men­te per Pari­gi con diver­se tele sot­to­brac­cio, sono tut­te dei suoi cele­bri ami­ci pit­to­ri, per­ché in quel­lo stes­so perio­do un indu­stria­le ita­lia­no gli pro­po­ne di radu­na­re alcu­ne tele di arti­sti rino­ma­ti a Pari­gi per acqui­star­le in bloc­co, cor­ni­ce o meno. È un’occasione prov­vi­den­zia­le per­ché Hale Asaf ha biso­gno di cure, la sua salu­te peg­gio­ra di gior­no in gior­no, ha pre­oc­cu­pan­ti cona­ti di san­gue e una debo­lez­za tale da non per­met­ter­le qua­si più di dipin­ge­re. Ma Anian­te, cadu­to in disgra­zia com’è, non pos­sie­de più ope­re di pre­sti­gio da offri­re, la Jeu­ne Euro­pe è ormai vuo­ta, così esco­gi­ta uno stra­ta­gem­ma: inven­ta una mostra da orga­niz­za­re a Mila­no e chie­de ai suoi ami­ci arti­sti di donar­gli un’opera per il ver­nis­sa­ge ita­lia­no. Mol­ti accon­sen­to­no, fidan­do­si di lui.

Sem­bra­va fat­ta, fin­ché l’acquirente non deci­se di espor­re i qua­dri a Pari­gi inve­ce di riven­der­li. Nel pani­co e feri­to nell’orgoglio, Anian­te cer­ca di rime­dia­re stam­pan­do opu­sco­li elo­gia­ti­vi per ogni arti­sta che gli ha dato fidu­cia, inde­bi­tan­do­si ulte­rior­men­te. Eppu­re, nes­su­no dei pit­to­ri lo accu­sa: tut­ti cono­sco­no la dram­ma­ti­ca con­di­zio­ne del­la sua com­pa­gna, i suoi pro­ble­mi con gli edi­to­ri e la mise­ria estre­ma in cui i due vivo­no. I mesi pas­sa­no, ma i sol­di neces­sa­ri per man­da­re Hale a curar­si in cli­mi miglio­ri non arri­va­no mai, al loro posto arri­va un altro sin­to­mo pre­oc­cu­pan­te: il ven­tre del­la pit­tri­ce si gon­fia in manie­ra ano­ma­la. Esclu­sa l’ipotesi di una gra­vi­dan­za, i due si rivol­go­no a un cele­bre medi­co pari­gi­no, il dot­tor Lar­den­nois, aper­to alle più moder­ne pra­ti­che dell’epoca, che ordi­na subi­to una radio­gra­fia, esa­me che por­ta alla luce nume­ro­se mac­chie e foco­lai nell’organismo di Hale, che cono­sce bene la fra­gi­li­tà del pro­prio cor­po, anche se non ha mai avu­to il corag­gio di con­fes­sar­glie­lo. Ma ades­so il male si dif­fon­de. Segue una pri­ma dolo­ro­sa ope­ra­zio­ne, intan­to, la pit­tri­ce rac­co­glie e impac­chet­ta le pro­prie ope­re, con le poche cose che pos­sie­de e lascia su quei pac­chi un bigliet­to tene­ro e strug­gen­te: ‘Anto­nio non toc­ca­re’, come già pron­ta per un lun­go viag­gio. Il medi­co con­si­glia un secon­do inter­ven­to, que­sta vol­ta all’utero. Hale Asaf vie­ne nuo­va­men­te rico­ve­ra­ta all’Ospedale Lean­nec, ma la not­te stes­sa le sue con­di­zio­ni peg­gio­ra­no e con l’ultima luci­da coscien­za in quel cor­po ormai eva­ne­scen­te, gli strap­pa una pro­mes­sa: che alme­no lui soprav­vi­va attra­ver­so l’arte. Alme­no un po’ di più. Il 31 mag­gio 1938, a soli tren­ta­tré anni, Hale Asaf si spe­gne e in Anian­te si spez­za qual­co­sa.

La nostal­gia rac­chiu­sa nel­le ope­re suc­ces­si­ve alla scom­par­sa del­la pit­tri­ce è un ele­men­to che caden­ze­rà tut­ta la pro­du­zio­ne del­la matu­ri­tà del­lo scrit­to­re. Già nel 1939, con la pub­bli­ca­zio­ne di Ricor­di di un gio­va­ne trop­po pre­sto invec­chia­to­si il gusto per l’esagerazione ero­ti­ca, per l’improvvisazione del­le tra­me e la tra­gi­co­mi­ci­tà del suo rea­li­smo magi­co lascia­no posto a un sen­ti­men­to di pro­fon­da inquie­tu­di­ne, che però non si tra­du­ce mai in un sen­ti­men­to cupo e oscu­ro, ma in un oni­ri­smo cari­co di melan­co­nia e di sple­ni­co, autoi­ro­ni­co rim­pian­to, con con­ti­nui ritor­ni ai tem­pi pas­sa­ti, lega­ti all’infanzia e alla Sici­lia. 

Fra sen­ti­men­ti di inap­par­te­nen­za e vora­gi­ni inte­rio­ri, Anian­te nel 1939 lascia Pari­gi per il Sud del­la Fran­cia, tra­sfe­ren­do­si a Niz­za con un nuo­vo amo­re, la futu­ra moglie Simo­ne Brif­fault. Una scel­ta che gli per­met­te di abi­ta­re il con­fi­ne, un lim­bo ama­to da sem­pre, non sen­za pre­oc­cu­pa­zio­ni per­ché i tede­schi era­no sul­le sue trac­ce e il suo nome figu­ra­va nel­la fami­ge­ra­ta “lista Otto”, un elen­co di per­so­na­li­tà con­si­de­ra­te rile­van­ti o peri­co­lo­se in ambi­to poli­ti­co e cul­tu­ra­le dal­le auto­ri­tà nazi­ste, accan­to a quel­lo di Chur­chill, De Gaul­le e di altri per­so­nag­gi, cele­bri e sco­no­sciu­ti, pro­ve­nien­ti da set­te nazio­ni diver­se. A chi chie­de­re pro­te­zio­ne in pie­na guer­ra? Fu il con­so­le Fra­gni­to a ten­der­gli la mano: gli offrì aiu­to, lo assi­stet­te e, per garan­tir­gli una coper­tu­ra, lo fece iscri­ve­re irre­go­lar­men­te tra gli impie­ga­ti del con­so­la­to di Niz­za.
Anian­te final­men­te tro­va una sta­bi­li­tà emo­ti­va soli­da, scri­ve anco­ra mol­tis­si­mo, ritro­va l’amico Matis­se, con­fi­na­to per via di una salu­te ormai com­pro­mes­sa a Cimiez, a poca distan­za dal­la sua siste­ma­zio­ne. La vita len­ta nel sud del­la Fran­cia gli per­met­te­rà di osser­va­re dal­la giu­sta distan­za un pas­sa­to fat­to di rifiu­ti e sten­ti, non sen­za un cer­to auto­com­pia­ci­men­to, e di ripren­de­re in mano le vec­chie ope­re, di rileg­ger­si in pro­spet­ti­va, di inter­ro­gar­si su un que­si­to che oggi più che mai inva­de la rifles­sio­ne let­te­ra­ria: è bene scri­ve­re di sé? È neces­sa­ria­men­te let­te­ra­tu­ra una sto­ria per­so­na­le? Sem­pre in Obbro­brio­se con­fes­sio­ni (1952), Anian­te esplo­ra in manie­ra cri­ti­ca ogni fram­men­to del suo pas­sa­to, ogni scel­ta sti­li­sti­ca appli­ca­ta alle pro­prie ope­re scis­se fra l’uso atten­to del fran­ce­se e dell’italiano, trac­cian­do in quel­le pagi­ne un per­cor­so inti­mo e sen­za fil­tri attra­ver­so la pro­pria esi­sten­za, sen­za con­ce­de­re scon­ti a nul­la e nes­su­no né a sé stes­so.

Ma Anian­te non può sosta­re trop­po in un sin­go­lo luo­go e in un sin­go­lo pen­sie­ro, e così, a sor­pre­sa, tor­na in Ita­lia, vali­can­do final­men­te il con­fi­ne fug­gi­to da sem­pre, tra­sfe­ren­do­si nel­la tran­quil­la cit­ta­di­na di Lat­te, a Ven­ti­mi­glia, nel­la Vil­la I Pini. È in que­sta ine­di­ta cor­ni­ce che la sua scrit­tu­ra muta. Le ope­re scrit­te nel secon­do dopo­guer­ra sono domi­na­te dal­la fia­ba, dal mito, dal­la magia, lon­ta­ne dal pre­sen­te e con­ti­nua­men­te pro­iet­ta­te in quel pas­sa­to che ormai lo osses­sio­na, cari­co di sim­bo­li e sug­ge­stio­ni oni­ri­che. Ne sono un esem­pio Voya­ge en Sici­lie (1949), La fin du mon­de (1950), La baia degli angio­li (1951) e soprat­tut­to La Rosa di Zol­fo (1957), roman­zo usci­to nel 1957 e che, l’anno suc­ces­si­vo, segna il ritor­no sul­le sce­ne di Anian­te dopo oltre trent’anni gra­zie a uno spe­cia­le adat­ta­men­to per il tea­tro. Esat­ta­men­te come le espe­rien­ze pari­gi­ne, il Quin­zia­no e la rela­zio­ne con Asaf, si trat­ta dell’ultimo gran­de spar­tiac­que all’interno del­la vita del­lo scrit­to­re.

Anian­te ha, a que­sto pun­to, dato una pro­fon­di­tà let­te­ra­ria nuo­va al suo uni­ver­so espres­si­vo, ha final­men­te com­pre­so che la por­ta­ta arti­sti­ca di un imma­gi­na­rio per­so­na­le non coin­ci­de con la glo­ria, non ha diret­ta­men­te a che fare con il gran­de rico­no­sci­men­to di pub­bli­co che uno scrit­to­re bra­ma, che sem­pre si aspet­ta dopo una pub­bli­ca­zio­ne. Anian­te non ha più gros­se pre­te­se, ecco. Nel­la sua Rosa di Zol­fo c’è final­men­te tut­to, in spe­cial modo la dimen­sio­ne del sogno, cor­ni­ce oni­ri­ca che dà una pro­fon­di­tà ori­gi­na­le alla vicen­da e ai per­so­nag­gi, immer­si in una com­me­dia fan­ta­sti­ca, fat­ta di fasti, mise­rie, con­ti­nue alle­go­rie e pro­fon­de tema­ti­che di carat­te­re socia­le. Anian­te sce­glie per i suoi per­so­nag­gi la sete, la bel­lez­za, l’in­do­len­za, l’ambizione e l’equivoco, sen­za rispar­miar­si quel­la sana e car­na­le dose di dram­ma quo­ti­dia­no. Il suo ama­to tra­gi-rea­li­smo magi­co, la sua len­te pre­fe­ri­ta per osser­va­re il mon­do e la pic­co­lez­za dell’essere uma­no rispet­to alla scon­fi­na­tez­za del cosmo.

Il roman­zo, edi­to da Cap­pel­li e ripub­bli­ca­to da Sel­le­rio nel 1986, non è sem­pli­ce­men­te la fasto­sa mar­cia del­la mor­te e del­la sen­sua­li­tà che si fa lar­go fra le ari­de e pit­to­re­sche stra­de del­la Sici­lia, c’è di più que­sta vol­ta. Anian­te si allon­ta­na dal­l’ec­ces­so iper­bo­li­co del­le ope­re pre­ce­den­ti per sfo­de­ra­re il lato strug­gen­te di un’i­so­la segna­ta dal­la pover­tà, dal­la sete e da un for­te desi­de­rio di riscat­to.  

Una ter­ra nuda, che lui cono­sce­va bene, dove ambi­zio­ne e sogni sono una sin­fo­nia che stri­de. E saran­no pro­prio i sogni a tur­ba­re la pro­ta­go­ni­sta del roman­zo, la bel­lis­si­ma e acci­dio­sa Rosa­lia, scis­sa fra due amo­ri di diver­sa estra­zio­ne socia­le. La gio­va­ne vive una dupli­ce ten­sio­ne ero­ti­ca ed esi­sten­zia­le: spo­sa­ta con il devo­to e pove­ro Colao, zol­fa­ta­ro sfi­ni­to dal lavo­ro, tro­va in lui solo un amo­re fol­le ma con­cre­to. Colao fati­ca nel­la minie­ra, lo zol­fo gli ruba il respi­ro e la for­za, men­tre Rosa­lia resta per lui il fio­re lumi­no­so che illu­mi­na le gior­na­te. Anian­te la ritrae come una figu­ra fem­mi­ni­le gran­dio­sa, sen­sua­le e indo­len­te, sospe­sa tra nostal­gia e desi­de­rio. Accan­to a lei c’è poi la Piluc­che­ra, un’ot­tan­ten­ne tan­to “cur­va da toc­car ter­ra, ma intre­pi­da sem­pre” e che “veste di nero con una cin­to­la sacra al ven­tre e un faz­zo­let­to gial­lo sul cra­nio spe­la­to, sic­ché non deb­bo­no aver sem­bian­ze diver­se dal­le sue le stre­ghe” (Anian­te, 1957, 29)

Ma a com­pli­ca­re dav­ve­ro la situa­zio­ne è il gio­va­ne e attraen­te con­ti­no Pagno­lo, deci­sa­men­te ric­co e poten­te, che bra­ma Rosa­lia e le offre un desti­no dora­to lon­ta­no dal­la pover­tà di Colao. La ragaz­za non resta indif­fe­ren­te alle sue atten­zio­ni: il suo cuo­re pal­pi­ta, qual­co­sa la accen­de, men­tre i due uomi­ni diven­ta­no le mario­net­te dei suoi sogni, alter­nan­do attra­zio­ne e repul­sio­ne a secon­da dei suoi sta­ti d’animo. Sfi­ni­ta dal cal­do e da una non ben iden­ti­fi­ca­ta malat­tia, Rosa­lia tra­scor­re le gior­na­te a let­to, immer­sa in un mon­do oni­ri­co che pro­met­te esta­si e riscat­to. Il con­ti­no le dichia­ra il suo amo­re e la invi­ta a fug­gi­re con lui, ma la real­tà la lega irre­vo­ca­bil­men­te a Colao. Al suo ritor­no dal­la zol­fa­ra, Colao por­ta a Rosa­lia una rosa scol­pi­ta nel­lo zol­fo, ma sco­pre il dia­lo­go roman­ti­co tra la moglie e il riva­le. Scop­pia, in pie­no sti­le anian­te­sco, una gelo­sia san­gui­na­ria: Colao, pre­so dal­la fol­lia, ucci­de Pagno­lo, dà fuo­co alla zol­fa­ra e muo­re tra le fiam­me. La tra­ge­dia si con­su­ma rapi­da­men­te, ma Anian­te qui met­te soprat­tut­to in luce le for­ti con­trap­po­si­zio­ni socia­li ed esi­sten­zia­li dei per­so­nag­gi, non è solo una sto­ria tra mari­to e aman­te, ma un con­flit­to di clas­se, che rac­con­ta di sfrut­ta­men­to e pote­re e che riflet­te sen­za trop­pi indu­gi la dura com­ples­si­tà del­la ter­ra in cui i pro­ta­go­ni­sti vivo­no.


Il roman­zo incon­tra un’accoglienza posi­ti­va da par­te del pub­bli­co e l’8 luglio 1958 al Tea­tro Sta­bi­le di Trie­ste, in occa­sio­ne del­la Bien­na­le di Vene­zia, il Rapi­sar­di­no vede i suoi per­so­nag­gi e la sua mitiz­za­ta iso­la pren­de­re vita sul pal­co. La regia è affi­da­ta a Fran­co Enri­quez, regi­sta che ha ini­zia­to la sua pro­li­fi­ca car­rie­ra accan­to a Luchi­no Viscon­ti e che, nel met­te­re in sce­na i gran­di testi tea­tra­li dei più cele­bri auto­ri del pre­sen­te e del pas­sa­to, si era con­fer­ma­to ormai un esper­to e una fir­ma di rilie­vo nel set­to­re. Chia­ma­ti a inter­pre­ta­re i due ruo­li ico­ni­ci dell’immaginario anian­te­sco sono Dome­ni­co Modu­gno e Pao­la Bor­bo­ni, quest’ultima nel ruo­lo del­la Piluc­che­ra, “madre puta­ti­va” di Rosa­lia, una Pizia-mege­ra, reli­gio­sa e super­sti­zio­sa, car­to­man­te e indo­vi­na, anzia­na che incar­na tut­ta la sici­li­tu­di­ne respi­ra­ta dal­l’au­to­re nel­l’in­fan­zia, rin­trac­cia­bi­le soprat­tut­to nel­la figu­ra del­la non­na.

Ma Anian­te non esi­ste sen­za intop­pi: la sce­na fina­le, che sul­la pagi­na nar­ra­ti­va si con­clu­de con un for­te tem­po­ra­le che lava via la sete, il pec­ca­to, l’aridità degli ani­mi e del­la ter­ra, sul pal­co risul­te­rà addi­rit­tu­ra un ele­men­to ecces­si­vo: infat­ti, la piog­gia gua­stò l’ef­fet­to ‘sic­ci­tà’ del gran fina­le pen­sa­to dal regi­sta e dal­lo scrit­to­re per­ché, la ‘gran­de assen­te’, iro­nia del­la sor­te, cad­de copio­sa il gior­no del debut­to. Così, l’in­vo­ca­zio­ne fina­le di Rosa­lia appar­ve piut­to­sto ila­re rispet­to al poten­te acquaz­zo­ne che solo poche ore pri­ma ave­va com­ple­ta­men­te infra­di­cia­to l’al­le­sti­men­to e mes­so a rischio l’in­te­ra rap­pre­sen­ta­zio­ne sce­ni­ca. Per for­tu­na il pub­bli­co fu cle­men­te e final­men­te piov­ve­ro anche gli applau­si.

Anian­te inglo­bò sem­pre nel­le sue sto­rie l’impotenza dell’essere uma­no di fron­te all’assurdo, sfrut­tan­do sti­le­mi e modu­li com­po­si­ti­vi in gra­do di satu­ra­re ogni slan­cio inter­pre­ta­ti­vo, di sfi­ni­re lo spet­ta­to­re come la vita sfi­nì lui. Ecco per­ché nel­le sue ope­re lo smo­da­to incar­na qua­si sem­pre il comi­co, men­tre il ses­so è pura pul­sio­ne insod­di­sfat­ta e mor­ta­le, per non par­la­re degli anti­e­roi sen­za spe­ran­za, gran­di benia­mi­ni del­le sue pagi­ne. Carat­te­ri­sti­che che in fili­gra­na rac­con­ta­no con tena­ce costan­za una real­tà per­so­na­le ben più inti­ma, pro­fon­da e ama­ra, un’esperienza di vita com­pli­ca­tis­si­ma, segna­ta dai debi­ti, dal­la mise­ria, dal­la sfor­tu­na, da una salu­te sem­pre pre­ca­ria, da amo­ri tur­bo­len­ti, da lut­ti ina­spet­ta­ti e, non ulti­ma, da una Pari­gi non sem­pre gene­ro­sa.
Anco­ra oggi, dopo anni di ricer­che, let­tu­re, visi­te nei luo­ghi che ne han­no accol­to il pas­so, è com­ples­so, in poche righe, cir­co­scri­ve­re le oltre ses­san­ta ope­re fra testi tea­tra­li, roman­zi, sag­gi e memo­ria­li che han­no scan­di­to la dimen­ti­ca­ta car­rie­ra del­lo scrit­to­re cata­ne­se, rima­sto all’ombra dei gran­di, che, iro­nia del­la sor­te, con­tri­buì a far cono­sce­re al gran­de pub­bli­co, come Leo­nor Fini, Picas­so, pas­san­do per Filip­po De Pisis, Moses Levy, Matis­se e De Chi­ri­co, solo per citar­ne alcu­ni.

Nato pro­li­fi­co e capa­ce tan­to di inven­ta­re quan­to rein­ven­tar­si, Anian­te fu Anian­te per tut­ta la vita, sino all’ul­ti­mo, sino agli ulti­mi anni del­la sua lun­ga esi­sten­za tra­scor­si all’ombra dell’amatissimo giar­di­no, a Lat­te, sul con­fi­ne fran­ce­se. Quel­la vil­la è il pri­mo vero radi­ca­men­to del Rapi­sar­di­no a un luo­go, pur con­ser­van­do il dua­li­smo di sem­pre: l’attaccamento alla Fran­cia e l’inesauribile biso­gno del­la sua ter­ra, del­la sua lin­gua madre. Le umi­de sof­fit­te di Mont­par­nas­se e gli appar­ta­men­ti sen­za fine­stre di Mont­mar­tre resta­no un ricor­do lon­ta­no. Ora, sul­la col­li­na e dal giar­di­no rigo­glio­so del­la vil­la, osser­va la vita e i frut­ti matu­ri dell’arte con l’occhio atten­to di un mece­na­te. La salu­te resta alta­le­nan­te, ma le ossa reg­go­no: ha supe­ra­to la polio­mie­li­te dell’infanzia, il fred­do, la fame e le ristret­tez­ze del­la vita. Ha visto mol­to e scrit­to altret­tan­to, memo­rie uti­li soprat­tut­to a paga­re vec­chi debi­ti.
Ha cono­sciu­to i più gran­di arti­sti del Nove­cen­to euro­peo e ora quell’arte può rac­con­tar­la. La vil­la ospi­ta ami­ci e gran­di nomi del­la pit­tu­ra e del­la cul­tu­ra, da Comis­so a Coc­teau, da San­gui­ne­ti a Fer­nan­da Piva­no, e soprat­tut­to gio­va­ni arti­sti che cer­ca­no un ami­co e un esem­pio in Anian­te, che meglio di chiun­que, lì in mez­zo, cono­sce il retro­sce­na del­la gio­vi­nez­za e sa quan­to l’età più ful­gi­da sia moto­re dell’ispirazione e quan­to sia dif­fi­ci­le vive­re d’arte. Per que­sto offre ai gio­va­ni voce, con­si­gli, slan­cio.
Anian­te è sta­to uno degli ulti­mi testi­mo­ni di una Pari­gi che non esi­ste più, ha rac­con­ta­to la bla­sfe­mia e l’erotismo sen­za smor­za­re il roman­ti­ci­smo, ha inca­sto­na­to la Sici­lia nel­le pagi­ne de La rosa di Zol­fo, ha osser­va­to il Nove­cen­to, rac­con­tan­do­ne sto­rie e accet­tan­do­ne ogni fina­le. Fra un atto e l’altro, un applau­so e una risa­ta, un per­so­nag­gio fata­le e un pre­mio man­ca­to, il Rapi­sar­di­no si spe­gne il 6 novem­bre 1983, assi­sti­to dal­la moglie e dal­le Suo­re del Rico­ve­ro Chiap­po­ri di Lat­te.

La Vil­la I Pini è anco­ra oggi un luo­go in gra­do di ispi­ra­re una cer­ta pace, com­pli­ce un brez­za peren­ne, pro­ve­nien­te dal mare, che sem­bra attra­ver­sar­la in ogni anfrat­to, modi­fi­can­do­ne costan­te­men­te le ombre e il movi­men­to del­le pian­te che vi sono all’interno.
Come Anian­te, rac­con­ta le nostal­gie di un pas­sa­to per­du­to e oni­ri­co, con la lin­gua di sem­pre, quel­la del rea­li­smo magi­co. 

Foto­gra­fia di

Biblio­gra­fia

Anian­te, A. 1923. Segre­ti di Caglio­stro, Stu­dio Edi­to­ria­le Moder­no, Cata­nia.

Anian­te, A. 1925. Vita di Bel­li­ni, Gobet­ti Edi­to­re, Mila­no.

Anian­te, A. 1925. Sara Lilas, Gobet­ti Edi­to­re, Mila­no.

Anian­te, A. 1927. Amo­re mor­ta­le, Iris, Roma.

Anian­te, A. 1934. Un jour très cal­me, Paris Stock, Pari­gi.

Anian­te, A. 1950. La forêt mer­veil­leu­se, Arthaud, Pari­gi.

Anian­te, A. 1952. Obbro­brio­se con­fes­sio­ni, Cor­bac­cio, Mila­no.

Anian­te, A. 1957. Ricor­di di un gio­va­ne trop­po pre­sto invec­chia­to­si, Cap­pel­li, Roc­ca San Cascia­no.

Anian­te, A.  La rosa di zol­fo, Cap­pel­li, Bolo­gna, 1957; Sel­le­rio, Paler­mo, 1986. 

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