Scrivere fa parte del mio vivere
e io sono uno scrittore misconosciuto in un dato tempo,
da riscoprire in un altro
Antonio Aniante
Aniante, chi era costui? Una domanda di manzoniana memoria che per decenni ha abitato le pagine di una grande critica e studiosa, Graziella Corsinovi, che alla figura di questo inafferrabile outsider ha dedicato gran parte della propria carriera accademica e letteraria, favorendone attivamente la rivalutazione. Grazie al prolifico contributo critico della studiosa, mappare la complessa rete esistenziale, relazionale e artistica di Aniante è oggi di più facile accesso. Ma, nonostante tutto, il quesito, rimasto per decenni latente, sempre ritorna: chi era davvero Antonio Aniante?
Non esiste una risposta univoca, ma pronunciare in pubblico o in contesti non strettamente specialistici il nome di questo singolare avanguardista restituisce ancora oggi espressioni perplesse o, nel migliore dei casi, una genuina curiosità. Pochi lo hanno sentito davvero nominare ed esercizio altrettanto complesso è riuscire a recuperare nel mercato dell’usato le sue opere principali, ormai fuori catalogo da anni. Alcuni titoli sono un cimelio, altri hanno visto qualche timida ristampa poco dopo la sua morte, avvenuta nel 1983, altri ancora si trovano a pochi euro anche su note piattaforme digitali come Vinted e provengono dal paese che più di tutti ne ha segnato il tormento e l’ispirazione: Parigi.
Tutto questo ha in fondo una sua coerenza, perché Antonio Aniante – pseudonimo di Antonino Rapisarda, detto anche il Rapisardino – è stato l’uomo degli insuccessi per eccellenza, il più bistrattato pensatore del secolo breve e, allo stesso tempo, anche un’imprescindibile figura chiave del panorama culturale europeo di metà Novecento; un arco temporale che ha letteralmente attraversato in lungo e in largo essendo nato nel dicembre del 1899 nel piccolo paese di Viagrande, in provincia di Catania.
È un intellettuale che sfugge Aniante, camaleontico e contraddittorio, altamente autoironico e, allo stesso tempo, instancabilmente nostalgico. Forse non poteva che essere così, perché la sua particolare sensibilità è sempre stata figlia di una scissione profonda e mai sanata: da una parte l’ancestrale appartenenza alla sua amata-odiata Sicilia, terra carica di arte e di zolfo, di infinite strade polverose nelle quali perdersi in una solitudine profonda, dall’altra la vita asfittica in un sud che non poteva né quietare né comprendere quel suo instancabile bisogno di esplorare, per trascendere – contaminandole tutte – le tentacolari possibilità espressive della scrittura, della poesia e del teatro.
La famiglia Rapisarda non era del tutto estranea ai clamorosi insuccessi letterari e alle plateali disfatte editoriali. Aniante era nipote di Mario Rapisardi, poeta ottocentesco ed eterno rivale in terra del Carducci, un raffinato erudito di stampo mazziniano, deluso dalla critica e sfortunato con gli editori. Egli fu inviso addirittura all’arcivescovo di Catania quando, nel 1877, pubblicò Lucifero, un poema che celebrava il trionfo del razionalismo sulla trascendenza. Quest’opera suscitò lo scandalo dell’arcivescovo, che ne ordinò il rogo per il suo carattere fortemente anticlericale, ma ottenne al tempo stesso l’ammirazione di Victor Hugo, che lo considerò invece un precursore.
La morte di Mario Rapisardi, nella solitudine della sua residenza catanese, rappresenterà per Aniante un lutto carico di simbologie dal carattere profetico, portandolo quasi a mitizzare la figura dello zio, definendolo a più riprese un uomo che portava il marchio del destino invernale (Aniante 1952, 149), particolare, come si credeva allora, ai veggenti e ai martiri, esseri strani e nati per venire compresi solo in un futuro lontano, abitato dai posteri.
Aniante sentiva addosso il peso di quel legame genetico fatto di parentela e poesia inappagata, ma si trattava di una pura suggestione giovanile, e lo capirà solo in seguito che l’insuccesso letterario non era semplice frutto di un destino comune, ma di circostanze particolari, di sottotrame che avevano a che vedere con un gusto troppo difficile da incasellare. E quando qualcosa è difficile da incasellare altrettanto difficile è convincere gli altri che non lo sia. Le inedite estetiche viscerali dei suoi scritti e dei suoi testi teatrali lo renderanno un avanguardista ibrido, mentre il suo gusto per il grottesco, troppo estremo per il pubblico di allora, fu apprezzato soltanto da figure come Filippo Tommaso Marinetti e Anton Giulio Bragaglia, che intravidero in lui un’affinità autentica con le avanguardie. Fu invece un outsider a pieno titolo, il tipico scrittore evitato dall’editoria generalista e – quando edito – massacrato dalla critica, per quel suo vizio di essere sempre ostinatamente qualcos’altro rispetto ai gusti del pubblico. Pur inserendosi nel contesto avanguardista, lo faceva secondo modalità rigorosamente personali, in rottura con un teatro scisso tra la plasticità ottocentesca e i nascenti elementi pirandelliani; le sue pièces, con il loro onirico nonsense, la bizzarria dei personaggi e un eros profondamente dissacrante, lasciavano gli spettatori disorientati e rendevano l’autore del tutto inclassificabile anche all’interno dei nuovi fermenti teatrali di stampo novecentesco.
È Aniante stesso ad ammetterlo di proprio pugno fra le pagine di quello che è il suo memoir più autenticamente crudo, Obbrobriose confessioni, uscito in sordina nel 1952, una costola in parte rimaneggiata e più estesa degli aneddoti personali già contenuti nel volume Memorie di Francia — Ovvero sia il Rapisardino arcimiliardario a Montparnasse, pubblicato a Firenze nel 1972:
“Giovanotti che bussate invano alle porte delle patrie lettere, non disperate, consolatevi col mio esempio: io sono l’autore più cestinato che ci sia al mondo. Se gli editori riunissero in volume le mie epistole che han ricevuto e le scoraggianti risposte che mi hanno dato in tanti anni che scrivo, ne verrebbe fuori uno straordinario libro dalla lettura molto amena, ma anche se han l’intenzione di farlo aspettano che io crepi, così i favolosi diritti di autore che ho sempre sognato non andranno a me, ma ad eredi di cui ignoro e nome e connotati. La mia vita è la somma di innumerevoli e sensazionali scacchi, sarei come quel generale che vergando le sue memorie non ricordò che le sue disfatte” (Aniante 1952, 19).
Antonio Aniante s’era preso in effetti delle libertà originali, fra testi che narravano di amori burleschi, prostitute sognanti, agiografie blasfeme, sempre mescolate a una rocambolesca esistenza nomade tra Parigi, Roma, Milano, Catania, Nizza e Latte. Proprio in virtù di quelle pittoresche esperienze ai margini della vita aveva dato al grottesco, al tragico e all’onirico un inconfondibile e straniante erotismo.
L’esistenza terrena di Aniante sembra un romanzo disperato, l’unico che non ha scritto fino in fondo, preferendo il taglio dell’autobiografia, che nell’assetto generale dell’apparato bibliografico di questo immenso autore rappresenta un corpus separato dalle altre opere. Un filosofico binario parallelo in cui si riconoscono tutti i traumi dell’uomo e in cui le lapidarie confessioni regalano uno scorcio commovente sulla sua comicità inconfondibile e sul suo personalissimo modo di intendere l’amore e le relazioni sentimentali. Nella sua scrittura entrano infatti in scena costanti riferimenti alla gelosia, al tradimento, alle case di piacere e non mancherà mai il tratto dell’ambiguità sessuale, tema prediletto nel teatro aniantesco, nonché denominatore comune delle sue costruzioni sceniche, immerse in una dimensione surreale di divertissement e di eros sempre burattinesco e deviato.
È proprio in questo punto di intersezione tra vita e scrittura che assumono valore paradigmatico alcuni episodi chiave, non semplici accadimenti biografici, ma vere e proprie soglie esistenziali che hanno orientato in modo decisivo tanto la sua visione del mondo quanto le sue scelte formali. Il viaggio iniziatico a Parigi, lo scandalo dell’anfiteatro Gangi, l’intenso legame con la pittrice Hale Asaf e la sorprendente ricezione de La Rosa di Zolfo costituiscono le coordinate fondamentali attraverso cui leggerne, in controluce, il cuore, il dramma e la necessità disperata di infondere alla sua vita – e alle sue opere – un tocco di onirico realismo magico. Di questo realismo magico, in particolare, restano tracce vive nei suoi personaggi più iconici, abitati, come lui, da un bisogno epidermico di fuggire, di trascendersi, di immaginarsi vite alternative, sospese tra desiderio e realtà. È come se ogni esperienza estrema si traducesse in figure che cercano costantemente di sottrarsi al tempo e alla contingenza, creando mondi che oscillano tra la concretezza dolorosa della vita e la libertà illimitata dell’immaginazione, con esiti quasi sempre tragicomici.
L’infanzia, d’altra parte, gli aveva già fornito parecchio materiale creativo, con la poliomielite che ne compromise lo sviluppo scheletrico e lo costrinse a indossare un pesante apparecchio in ferro, molto somigliante a un’armatura di stampo medioevale. Un oggetto inutile e costrittivo – venduto a caro prezzo alla madre da un sedicente medico ortopedico, Aniello Meglio, che prometteva miracoli ai propri pazienti – e che ne inaugura l’isolamento sociale, lo scherno e la malinconia. Dobbiamo immaginare un Aniante bambino che deambula goffamente, meditandone giorno e notte la rottura, ma, ironia della sorte, è quell’armatura a salvargli la vita quando un bue imbizzarrito si scaglia contro la folla di Viagrande e il gambale lo protegge dall’impatto con l’animale restituendolo alla famiglia indenne. Una volta liberatosi di quella specie di carapace in ferro, nel tentativo di sanarne i reumatismi, saranno le cure ossessive della nonna e di una zingara di paese ad accentuare in lui un profondo senso di oppressione e un’urgente necessità di rivalsa. Ed ecco che nel 1919, ancora claudicante e piuttosto debole, Aniante arriva a Parigi, ha pochi franchi in tasca e, come acutamente sottolineato da Enrico Roda in un articolo pubblicato sul settimanale Oggi nel gennaio del ’52, “Aniante poteva vivere una vita agiata e tutto sommato tranquilla” a Viagrande. La famiglia produceva e commerciava vino, non sarebbe stato difficile per lui abbracciarne l’eredità, ma non gli bastava una vita ordinaria, aveva fretta di vivere e di invecchiare, non a caso un’altra sua toccante biografia si intitola letteralmente Ricordi di un giovane troppo presto invecchiatosi (1939).
Alle spalle ha già tre raccolte poetiche passate del tutto inosservate, Costellazioni (1916), Poesie (1918) e ancora Poesie (1919), e le novelle contenute in Divertimenti (1918); davanti a sé ha la capitale europea della cultura, il crocevia perfetto per formarsi e incontrare i personaggi di spicco del tempo, seduti ai caffè letterari o in passeggiata sui boulevard. Ma in questa cartolina d’antan, Aniante sperimenta una vita bohémien fatta di sfratti, maldestre truffe e umide soffitte.
Tra un lavoretto e l’altro incontrò il commediografo Camillo Antona Traversi (1857–1934), e siccome i soldi erano pochi e i teatri già occupati da figure più celebri, i due, mossi dalla stessa passione per la scena, fondarono il “Teatro delle Marionette”. Si trattava di una forma teatrale in miniatura rispetto al palco classico, un modesto spazio riservato a piccole rappresentazioni di guignol e pupi, forma di intrattenimento all’epoca in voga a Parigi, caratterizzato da sketch spiccatamente dissacranti, violenti e ai limiti del surreale, ma già contenenti il seme di una certa estetica che troverà la sua completa pienezza più avanti. Inutile dire che l’esperimento si rivelò del tutto fallimentare, mancava il pubblico e non sarà che un’anteprima futura rispetto all’esperienza aniantesca in generale nei confronti del teatro.
Eppure, è proprio in questo contesto che il giovane e acerbo Rapisardino maturerà quell’ideale visionario, romantico e drammatico della marionetta come specchio dell’identità perduta dell’uomo, di un essere ormai più somigliante a un fantoccio, fatalmente smarritosi tra le pieghe di un’esistenza sempre vagabonda e scossa da ambizioni e amori talvolta impossibili e pericolosi.
E così, sicuro di aver interiorizzato a caro prezzo tutti i segreti parigini del buon teatrare, nonché il metaforico dramma contenuto nel cuore dei pupi – sempre vinti dalla vita, dalla sfortuna e dai sentimenti, privi di ogni lieto fine – sentiva che era arrivato il momento di mettere in scena personaggi veri, di prendere di petto il secolare binomio Eros-Thanatos e finalmente sviscerarlo, depauperarlo dell’epicità classica per donargli una libidine e una sensualità nuove. Occorreva tornare in Sicilia, sotto il sole cocente di quella terra d’origine da lui amata e insieme respinta, fatta di indolenza e desiderio, di tradizioni millenarie e di una devozione religiosa tanto radicata quanto opprimente; proprio lì Aniante sentiva il bisogno di riscattarsi, di sperimentare una girandola erotica di assoluta novità e, per farlo, bisognava sacrificare la memoria di una santa, in particolare la patrona di Catania, Sant’Agata. È su di lei che scrive e mette in scena all’anfiteatro Gangi, nel maggio del 1923, la pièce Quinziano. Un’opera così non s’era mai vista: splatter, blasfema, un’epopea rovesciata in cui due sono gli amori che scandiscono i tre atti della tragedia: l’amore del console Quinziano nei confronti della martire Agata e l’amore della stessa per Gesù Cristo, due pulsioni diverse e nel medesimo parallele, tipiche nella produzione aniantesca, ove l’una tende al carnale, l’altra alla pura spiritualità, ma entrambe vissute con sensuale totalità. Non esiste né per Quinziano né per Agata altra ragione di vita che non sia legata a un amore fatto di pura e fatale fissazione.
Il nefasto epilogo tocca l’apice nel momento in cui il console, ormai conscio di non poter essere in alcun modo ricambiato dell’amore che lo accende e lo dilania, decide che anche Agata dovrà pagare con la sofferenza la propria irriducibile devozione. Nella realtà, un grottesco e improvvisato cartonato dell’Etna, con i suoi finti bagliori lavici illumina per l’ultima volta la scena, prima che il sipario dell’anfiteatro Gangi cali e la costruzione scenica finisca con lo spezzarsi tragicamente in due parti. Fu a tutti gli effetti una disfatta clamorosa, seguita da un pubblico linciaggio e da un subbuglio tale che consentì la fuga stessa dei maldestri attori insieme al guadagno della serata. Un episodio che segnerà per sempre il suo rapporto controverso con il teatro e che lo porterà verso nuovi viaggi – da Milano a Roma, passando per Firenze – nonché nuove stesure – come Gelsomino d’Arabia (1926), e I semidei della mafia locale (1930), antologia questa contenente le pièces Bob Taft e La femmina del toro, rappresentate in precedenza, nel ‘27, al Teatro degli Indipendenti di Roma, diretto al tempo dal Bragaglia, il quale usava definire Aniante “Carnevalone dell’anima mia” (Bragaglia 2009, 28).
Ma c’è ancora Parigi ad aspettarlo e il 1929 segna l’anno del ritorno nella capitale; lì, ad attenderlo c’è l’incontro fatale con la pittrice Hale Asaf.
Sarà un lungo soggiorno, nonché la parentesi più prolifica e tragica della sua stessa epopea d’artista. È l’epoca della censura fascista, e dopo aver pubblicato una biografia satirica sul Duce, Aniante, come molti fuoriusciti politici e antifascisti, si ritrova ancora una volta rifiutato dagli editori e catapultato nelle peggiori soffitte di Montparnasse, ma veste panni disperatamente nuovi. In quel quartiere s’è reinventato mercante d’arte e al civico 46 di Rue Vavin dirige una galleria molto originale e ben frequentata, la Jeune Europe: durerà poco anche questa, ma come gallerista il Rapisardino è fra i primi a scoprire ed esporre nomi come Filippo De Pisis, Milena Corbellini, Mario Tozzi, Leonardo Stroppa e Giorgio De Chirico.
A rendere unico quel luogo c’è lei, Hale Asaf, una giovane e affascinante pittrice di origine turca dotata di una sensibilità rara e che porta con sé un passato difficile e un talento luminoso. A lei vuole offrire uno spazio libero da limiti e dogmi, incoraggiandola a sperimentare, a dipingere, a superare i suoi maestri. Come al solito miseria, fame e sfratti cadenzano la relazione fra i due, minandola. Ma qualcosa di ben più tragico cresce, insieme ai debiti, nel corpo di lei.
Nel 1937, nei giorni più disperati della loro relazione, Aniante riceve a sorpresa il Prix Littéraire de l’Académie Française per il suo Marco Polo, un’opera dedicata all’esploratore veneziano che l’anno prima gli venne inizialmente rifiutata impoverendo ulteriormente, ma non è un evento da celebrare perché qualcosa di spiacevole sta per succedere. Vaga infatti goffamente per Parigi con diverse tele sottobraccio, sono tutte dei suoi celebri amici pittori, perché in quello stesso periodo un industriale italiano gli propone di radunare alcune tele di artisti rinomati a Parigi per acquistarle in blocco, cornice o meno. È un’occasione provvidenziale perché Hale Asaf ha bisogno di cure, la sua salute peggiora di giorno in giorno, ha preoccupanti conati di sangue e una debolezza tale da non permetterle quasi più di dipingere. Ma Aniante, caduto in disgrazia com’è, non possiede più opere di prestigio da offrire, la Jeune Europe è ormai vuota, così escogita uno stratagemma: inventa una mostra da organizzare a Milano e chiede ai suoi amici artisti di donargli un’opera per il vernissage italiano. Molti acconsentono, fidandosi di lui.
Sembrava fatta, finché l’acquirente non decise di esporre i quadri a Parigi invece di rivenderli. Nel panico e ferito nell’orgoglio, Aniante cerca di rimediare stampando opuscoli elogiativi per ogni artista che gli ha dato fiducia, indebitandosi ulteriormente. Eppure, nessuno dei pittori lo accusa: tutti conoscono la drammatica condizione della sua compagna, i suoi problemi con gli editori e la miseria estrema in cui i due vivono. I mesi passano, ma i soldi necessari per mandare Hale a curarsi in climi migliori non arrivano mai, al loro posto arriva un altro sintomo preoccupante: il ventre della pittrice si gonfia in maniera anomala. Esclusa l’ipotesi di una gravidanza, i due si rivolgono a un celebre medico parigino, il dottor Lardennois, aperto alle più moderne pratiche dell’epoca, che ordina subito una radiografia, esame che porta alla luce numerose macchie e focolai nell’organismo di Hale, che conosce bene la fragilità del proprio corpo, anche se non ha mai avuto il coraggio di confessarglielo. Ma adesso il male si diffonde. Segue una prima dolorosa operazione, intanto, la pittrice raccoglie e impacchetta le proprie opere, con le poche cose che possiede e lascia su quei pacchi un biglietto tenero e struggente: ‘Antonio non toccare’, come già pronta per un lungo viaggio. Il medico consiglia un secondo intervento, questa volta all’utero. Hale Asaf viene nuovamente ricoverata all’Ospedale Leannec, ma la notte stessa le sue condizioni peggiorano e con l’ultima lucida coscienza in quel corpo ormai evanescente, gli strappa una promessa: che almeno lui sopravviva attraverso l’arte. Almeno un po’ di più. Il 31 maggio 1938, a soli trentatré anni, Hale Asaf si spegne e in Aniante si spezza qualcosa.
La nostalgia racchiusa nelle opere successive alla scomparsa della pittrice è un elemento che cadenzerà tutta la produzione della maturità dello scrittore. Già nel 1939, con la pubblicazione di Ricordi di un giovane troppo presto invecchiatosi il gusto per l’esagerazione erotica, per l’improvvisazione delle trame e la tragicomicità del suo realismo magico lasciano posto a un sentimento di profonda inquietudine, che però non si traduce mai in un sentimento cupo e oscuro, ma in un onirismo carico di melanconia e di splenico, autoironico rimpianto, con continui ritorni ai tempi passati, legati all’infanzia e alla Sicilia.
Fra sentimenti di inappartenenza e voragini interiori, Aniante nel 1939 lascia Parigi per il Sud della Francia, trasferendosi a Nizza con un nuovo amore, la futura moglie Simone Briffault. Una scelta che gli permette di abitare il confine, un limbo amato da sempre, non senza preoccupazioni perché i tedeschi erano sulle sue tracce e il suo nome figurava nella famigerata “lista Otto”, un elenco di personalità considerate rilevanti o pericolose in ambito politico e culturale dalle autorità naziste, accanto a quello di Churchill, De Gaulle e di altri personaggi, celebri e sconosciuti, provenienti da sette nazioni diverse. A chi chiedere protezione in piena guerra? Fu il console Fragnito a tendergli la mano: gli offrì aiuto, lo assistette e, per garantirgli una copertura, lo fece iscrivere irregolarmente tra gli impiegati del consolato di Nizza.
Aniante finalmente trova una stabilità emotiva solida, scrive ancora moltissimo, ritrova l’amico Matisse, confinato per via di una salute ormai compromessa a Cimiez, a poca distanza dalla sua sistemazione. La vita lenta nel sud della Francia gli permetterà di osservare dalla giusta distanza un passato fatto di rifiuti e stenti, non senza un certo autocompiacimento, e di riprendere in mano le vecchie opere, di rileggersi in prospettiva, di interrogarsi su un quesito che oggi più che mai invade la riflessione letteraria: è bene scrivere di sé? È necessariamente letteratura una storia personale? Sempre in Obbrobriose confessioni (1952), Aniante esplora in maniera critica ogni frammento del suo passato, ogni scelta stilistica applicata alle proprie opere scisse fra l’uso attento del francese e dell’italiano, tracciando in quelle pagine un percorso intimo e senza filtri attraverso la propria esistenza, senza concedere sconti a nulla e nessuno né a sé stesso.
Ma Aniante non può sostare troppo in un singolo luogo e in un singolo pensiero, e così, a sorpresa, torna in Italia, valicando finalmente il confine fuggito da sempre, trasferendosi nella tranquilla cittadina di Latte, a Ventimiglia, nella Villa I Pini. È in questa inedita cornice che la sua scrittura muta. Le opere scritte nel secondo dopoguerra sono dominate dalla fiaba, dal mito, dalla magia, lontane dal presente e continuamente proiettate in quel passato che ormai lo ossessiona, carico di simboli e suggestioni oniriche. Ne sono un esempio Voyage en Sicilie (1949), La fin du monde (1950), La baia degli angioli (1951) e soprattutto La Rosa di Zolfo (1957), romanzo uscito nel 1957 e che, l’anno successivo, segna il ritorno sulle scene di Aniante dopo oltre trent’anni grazie a uno speciale adattamento per il teatro. Esattamente come le esperienze parigine, il Quinziano e la relazione con Asaf, si tratta dell’ultimo grande spartiacque all’interno della vita dello scrittore.
Aniante ha, a questo punto, dato una profondità letteraria nuova al suo universo espressivo, ha finalmente compreso che la portata artistica di un immaginario personale non coincide con la gloria, non ha direttamente a che fare con il grande riconoscimento di pubblico che uno scrittore brama, che sempre si aspetta dopo una pubblicazione. Aniante non ha più grosse pretese, ecco. Nella sua Rosa di Zolfo c’è finalmente tutto, in special modo la dimensione del sogno, cornice onirica che dà una profondità originale alla vicenda e ai personaggi, immersi in una commedia fantastica, fatta di fasti, miserie, continue allegorie e profonde tematiche di carattere sociale. Aniante sceglie per i suoi personaggi la sete, la bellezza, l’indolenza, l’ambizione e l’equivoco, senza risparmiarsi quella sana e carnale dose di dramma quotidiano. Il suo amato tragi-realismo magico, la sua lente preferita per osservare il mondo e la piccolezza dell’essere umano rispetto alla sconfinatezza del cosmo.
Il romanzo, edito da Cappelli e ripubblicato da Sellerio nel 1986, non è semplicemente la fastosa marcia della morte e della sensualità che si fa largo fra le aride e pittoresche strade della Sicilia, c’è di più questa volta. Aniante si allontana dall’eccesso iperbolico delle opere precedenti per sfoderare il lato struggente di un’isola segnata dalla povertà, dalla sete e da un forte desiderio di riscatto.
Una terra nuda, che lui conosceva bene, dove ambizione e sogni sono una sinfonia che stride. E saranno proprio i sogni a turbare la protagonista del romanzo, la bellissima e accidiosa Rosalia, scissa fra due amori di diversa estrazione sociale. La giovane vive una duplice tensione erotica ed esistenziale: sposata con il devoto e povero Colao, zolfataro sfinito dal lavoro, trova in lui solo un amore folle ma concreto. Colao fatica nella miniera, lo zolfo gli ruba il respiro e la forza, mentre Rosalia resta per lui il fiore luminoso che illumina le giornate. Aniante la ritrae come una figura femminile grandiosa, sensuale e indolente, sospesa tra nostalgia e desiderio. Accanto a lei c’è poi la Pilucchera, un’ottantenne tanto “curva da toccar terra, ma intrepida sempre” e che “veste di nero con una cintola sacra al ventre e un fazzoletto giallo sul cranio spelato, sicché non debbono aver sembianze diverse dalle sue le streghe” (Aniante, 1957, 29).
Ma a complicare davvero la situazione è il giovane e attraente contino Pagnolo, decisamente ricco e potente, che brama Rosalia e le offre un destino dorato lontano dalla povertà di Colao. La ragazza non resta indifferente alle sue attenzioni: il suo cuore palpita, qualcosa la accende, mentre i due uomini diventano le marionette dei suoi sogni, alternando attrazione e repulsione a seconda dei suoi stati d’animo. Sfinita dal caldo e da una non ben identificata malattia, Rosalia trascorre le giornate a letto, immersa in un mondo onirico che promette estasi e riscatto. Il contino le dichiara il suo amore e la invita a fuggire con lui, ma la realtà la lega irrevocabilmente a Colao. Al suo ritorno dalla zolfara, Colao porta a Rosalia una rosa scolpita nello zolfo, ma scopre il dialogo romantico tra la moglie e il rivale. Scoppia, in pieno stile aniantesco, una gelosia sanguinaria: Colao, preso dalla follia, uccide Pagnolo, dà fuoco alla zolfara e muore tra le fiamme. La tragedia si consuma rapidamente, ma Aniante qui mette soprattutto in luce le forti contrapposizioni sociali ed esistenziali dei personaggi, non è solo una storia tra marito e amante, ma un conflitto di classe, che racconta di sfruttamento e potere e che riflette senza troppi indugi la dura complessità della terra in cui i protagonisti vivono.
Il romanzo incontra un’accoglienza positiva da parte del pubblico e l’8 luglio 1958 al Teatro Stabile di Trieste, in occasione della Biennale di Venezia, il Rapisardino vede i suoi personaggi e la sua mitizzata isola prendere vita sul palco. La regia è affidata a Franco Enriquez, regista che ha iniziato la sua prolifica carriera accanto a Luchino Visconti e che, nel mettere in scena i grandi testi teatrali dei più celebri autori del presente e del passato, si era confermato ormai un esperto e una firma di rilievo nel settore. Chiamati a interpretare i due ruoli iconici dell’immaginario aniantesco sono Domenico Modugno e Paola Borboni, quest’ultima nel ruolo della Pilucchera, “madre putativa” di Rosalia, una Pizia-megera, religiosa e superstiziosa, cartomante e indovina, anziana che incarna tutta la sicilitudine respirata dall’autore nell’infanzia, rintracciabile soprattutto nella figura della nonna.
Ma Aniante non esiste senza intoppi: la scena finale, che sulla pagina narrativa si conclude con un forte temporale che lava via la sete, il peccato, l’aridità degli animi e della terra, sul palco risulterà addirittura un elemento eccessivo: infatti, la pioggia guastò l’effetto ‘siccità’ del gran finale pensato dal regista e dallo scrittore perché, la ‘grande assente’, ironia della sorte, cadde copiosa il giorno del debutto. Così, l’invocazione finale di Rosalia apparve piuttosto ilare rispetto al potente acquazzone che solo poche ore prima aveva completamente infradiciato l’allestimento e messo a rischio l’intera rappresentazione scenica. Per fortuna il pubblico fu clemente e finalmente piovvero anche gli applausi.
Aniante inglobò sempre nelle sue storie l’impotenza dell’essere umano di fronte all’assurdo, sfruttando stilemi e moduli compositivi in grado di saturare ogni slancio interpretativo, di sfinire lo spettatore come la vita sfinì lui. Ecco perché nelle sue opere lo smodato incarna quasi sempre il comico, mentre il sesso è pura pulsione insoddisfatta e mortale, per non parlare degli antieroi senza speranza, grandi beniamini delle sue pagine. Caratteristiche che in filigrana raccontano con tenace costanza una realtà personale ben più intima, profonda e amara, un’esperienza di vita complicatissima, segnata dai debiti, dalla miseria, dalla sfortuna, da una salute sempre precaria, da amori turbolenti, da lutti inaspettati e, non ultima, da una Parigi non sempre generosa.
Ancora oggi, dopo anni di ricerche, letture, visite nei luoghi che ne hanno accolto il passo, è complesso, in poche righe, circoscrivere le oltre sessanta opere fra testi teatrali, romanzi, saggi e memoriali che hanno scandito la dimenticata carriera dello scrittore catanese, rimasto all’ombra dei grandi, che, ironia della sorte, contribuì a far conoscere al grande pubblico, come Leonor Fini, Picasso, passando per Filippo De Pisis, Moses Levy, Matisse e De Chirico, solo per citarne alcuni.
Nato prolifico e capace tanto di inventare quanto reinventarsi, Aniante fu Aniante per tutta la vita, sino all’ultimo, sino agli ultimi anni della sua lunga esistenza trascorsi all’ombra dell’amatissimo giardino, a Latte, sul confine francese. Quella villa è il primo vero radicamento del Rapisardino a un luogo, pur conservando il dualismo di sempre: l’attaccamento alla Francia e l’inesauribile bisogno della sua terra, della sua lingua madre. Le umide soffitte di Montparnasse e gli appartamenti senza finestre di Montmartre restano un ricordo lontano. Ora, sulla collina e dal giardino rigoglioso della villa, osserva la vita e i frutti maturi dell’arte con l’occhio attento di un mecenate. La salute resta altalenante, ma le ossa reggono: ha superato la poliomielite dell’infanzia, il freddo, la fame e le ristrettezze della vita. Ha visto molto e scritto altrettanto, memorie utili soprattutto a pagare vecchi debiti.
Ha conosciuto i più grandi artisti del Novecento europeo e ora quell’arte può raccontarla. La villa ospita amici e grandi nomi della pittura e della cultura, da Comisso a Cocteau, da Sanguineti a Fernanda Pivano, e soprattutto giovani artisti che cercano un amico e un esempio in Aniante, che meglio di chiunque, lì in mezzo, conosce il retroscena della giovinezza e sa quanto l’età più fulgida sia motore dell’ispirazione e quanto sia difficile vivere d’arte. Per questo offre ai giovani voce, consigli, slancio.
Aniante è stato uno degli ultimi testimoni di una Parigi che non esiste più, ha raccontato la blasfemia e l’erotismo senza smorzare il romanticismo, ha incastonato la Sicilia nelle pagine de La rosa di Zolfo, ha osservato il Novecento, raccontandone storie e accettandone ogni finale. Fra un atto e l’altro, un applauso e una risata, un personaggio fatale e un premio mancato, il Rapisardino si spegne il 6 novembre 1983, assistito dalla moglie e dalle Suore del Ricovero Chiappori di Latte.
La Villa I Pini è ancora oggi un luogo in grado di ispirare una certa pace, complice un brezza perenne, proveniente dal mare, che sembra attraversarla in ogni anfratto, modificandone costantemente le ombre e il movimento delle piante che vi sono all’interno.
Come Aniante, racconta le nostalgie di un passato perduto e onirico, con la lingua di sempre, quella del realismo magico.
Fotografia di
Bibliografia
Aniante, A. 1923. Segreti di Cagliostro, Studio Editoriale Moderno, Catania.
Aniante, A. 1925. Vita di Bellini, Gobetti Editore, Milano.
Aniante, A. 1925. Sara Lilas, Gobetti Editore, Milano.
Aniante, A. 1927. Amore mortale, Iris, Roma.
Aniante, A. 1934. Un jour très calme, Paris Stock, Parigi.
Aniante, A. 1950. La forêt merveilleuse, Arthaud, Parigi.
Aniante, A. 1952. Obbrobriose confessioni, Corbaccio, Milano.
Aniante, A. 1957. Ricordi di un giovane troppo presto invecchiatosi, Cappelli, Rocca San Casciano.
Aniante, A. La rosa di zolfo, Cappelli, Bologna, 1957; Sellerio, Palermo, 1986.
Aniante, A. 1973. Memorie di Francia ovverosia il Rapisardino arcimiliardario a Montparnasse, Casa Editrice G.C. Sansoni, Firenze.
Aniante, A. 2001. Gelsomino d’Arabia, Metauro Edizioni, Pesaro.
Aniante, A. 2006. Quinziano, Gioviale F.,Verdirame N. (a cura di), Bonanno Editore, Roma.
Aniante, A. 2009. I semidei della mafia locale, Corsinovi G. (a cura di), Le Mani, Recco.
Aniante, A. 2012. La rosa di Zolfo, Corsinovi G. (a cura di), Le Mani, Recco.
Aniante, A. 2017. Nato sul Mongibello, Ed. Lussografica, Caltanissetta.
Corsinovi G., Beccaria, A. 2013. Antonio Aniante Outsider del teatro, Le Mani, Recco.