TecnoEva di Lavinia Mannelli e la possibilità di smettere di funzionare, insieme.
Nessuna etichetta generazionale riesce a contenere la varietà di esperienze e di esistenze che pretende di riassumere, e non fa eccezione quella di millennial, con cui si indicano le persone nate tra i primi anni Ottanta e la metà dei Novanta. Eppure sono quasi certa che esista almeno un episodio capace di accomunare chi, come me, è cresciuto in quegli anni: la fascinazione per Emiglio, il robot di Giochi Preziosi. Quando comparve nei negozi, nel 1994, io andavo in quarta elementare, e per me e per buona parte della mia classe fu una folgorazione. Emiglio era una sorta di piccolo maggiordomo meccanico, con occhi luminosi e un sorriso accondiscendente, un po’ sornione, stampato (letteralmente) sulla faccia di plastica. Rappresentava quanto di più avanzato offrisse allora il mercato dei giocattoli. Si guidava con un telecomando, aveva ‘mani’ prensili, un comodo (si fa per dire, visto che a malapena ci entravano un paio di fogli) vano portaoggetti sulla schiena e un vassoio che porgeva con la compostezza di un domestico d’altri tempi.
In casa mia non è mai entrato, nonostante le richieste insistenti e la promessa solenne che, in cambio, non avrei più chiesto un solo regalo per tutto il resto della mia vita. Costava circa trecentomila lire, una cifra che oggi diremmo fuori budget per la mia famiglia; per molto tempo ho continuato a sperare in un’offerta miracolosa o in un esemplare di seconda mano, ma purtroppo non si è verificato niente di tutto questo.
Le ragioni del suo fascino, per noi bambine e bambini cresciuti con giochi in gran parte analogici, erano parecchie. Per me contava soprattutto l’idea di avere finalmente un maggiordomo, considerato che, da secondogenita, quel ruolo toccava di solito a me, al servizio di mia sorella. Solo qualche anno fa, imbattendomi in una di quelle pagine social che raccontano con nostalgia i decenni passati, ho capito che cosa rendesse davvero particolare quel giocattolo. Il telecomando permetteva di spostarlo per casa e anche di farlo parlare, perché attraverso un microfono Emiglio ripeteva la voce di chi lo comandava, modulata attraverso differenti intonazioni robotiche. Lo si poteva spedire nell’altra stanza a importunare mamma e papà, convincerli a posare una bibita o uno snack sul vassoio e farlo tornare in cameretta; resta il fatto che la voce che usciva dal suo casco era la tua. Emiglio era un prolungamento di chi lo pilotava, e il maggiordomo tanto desiderato finiva per coincidere con una versione meccanica di te stessa, una piccola trasposizione cyborg dell’atavico desiderio di essere servita.
Oggi di anni ne ho quaranta, e gli strumenti capaci di fare ciò che Emiglio si limitava a promettere occupano ogni angolo della casa. Alcuni sono elettrodomestici dalle forme arrotondate e dai display ipertecnologici che si impegnano a lavare, pulire e cucinare con una rapidità e un’efficienza un tempo impensabili. Altri hanno rinunciato del tutto a un corpo: sono assistenti che posso attivare con la voce per chiedere un po’ di buona musica o per aiutarmi a ricordare un appuntamento in calendario. Altri ancora appaiono molto più evoluti, perché, pur restando privi di un corpo, sembrano possedere un cervello e perfino una coscienza; posso dialogare con loro scrivendo o parlando, e quando scelgo la voce, quella che mi risponde ha un’inflessione così naturale che sarebbe difficile distinguerla da quella di una persona in carne e ossa all’altro capo del telefono. Rispetto a Emiglio, le sue eredi rispondono con una voce che sembra appartenere a loro, hanno un nome e, per anni, hanno avuto anche un genere preassegnato. Nel passaggio dal giocattolo all’assistente, il servizio ha smesso di essere un prolungamento di chi comanda ed è diventato una figura distinta che serve; e quando ha acquisito una personalità, quella personalità è stata femminile. È in questo passaggio, quando la macchina che serve smette di essere un “attrezzo” e diventa “qualcuno” (anzi, qualcuna), che nasce ciò che Lavinia Mannelli chiama TecnoEva.
Dare una definizione univoca di TecnoEva non è semplice, e l’autrice lo ammette per prima quando scrive che TecnoEva “non è una cosa da spiegare” (Mannelli 2026, 249); non è una specie e nemmeno un materiale, può essere “fatta d’avorio, di caucciù, di carne, di metallo, di pixel, di voce o di silenzio […] può persino non avere più un corpo”. Ciò che la identifica è la funzione che le viene assegnata, e Mannelli la riassume in una formula: “basta insomma che risponda quando la chiamiamo” (Mannelli 2026, 249).
Nel suo volume Mannelli ripercorre la storia di molte di queste TecnoEva, che abitano miti antichi e romanzi, film e aneddoti biografici di grandi artisti, fino ai prodotti oggi in vendita. Più che agli oggetti in sé, la sua attenzione va alle storie che li accompagnano, perché le narrazioni, scrive a proposito dei femminicidi, “possono insegnare a considerare normale una grammatica del possesso che li rende strutturali” (Mannelli 2026, 13).
Il punto d’origine di questa genealogia è il mito di Pigmalione, come lo racconta Ovidio nel decimo libro delle Metamorfosi. Lo scultore di Cipro, disgustato dai vizi che, a suo dire, caratterizzano il genere femminile, rinuncia a sposarsi e scolpisce nell’avorio una figura di donna così perfetta da innamorarsene; la copre di baci e di doni, la veste, le parla, e durante la festa in onore a Venere chiede timidamente agli dèi una moglie “simile alla fanciulla d’avorio” (Mannelli 2026, 18). Tornato a casa, sente la statua scaldarsi sotto le dita e prendere vita; lei diventa sua sposa e presto madre. Ovidio non le attribuisce né un nome, che arriverà soltanto nel Settecento, né una sola parola. Per secoli questa vicenda è stata letta come una storia d’amore e da essa sono scaturiti molti altri racconti d’amore fondati sul mito della creatura che prende vita tra le mani del suo artefice, fino a quello, tutto filiale, tra Geppetto e Pinocchio. Nella vicenda di Pigmalione, tuttavia, Mannelli riconosce invece una storia di paura: il protagonista “ha paura delle donne e quindi si fabbrica Galatea” (Mannelli 2026, 20), cioè una creatura priva di un’interiorità da decifrare, sempre disponibile e perciò governabile. È proprio questa perfetta coincidenza tra la donna e il suo scopo, secondo l’autrice, a spiegare perché per tanti secoli sia rimasta senza nome.
Come il nome, anche il materiale conta poco. Che la TecnoEva esca dallo scalpello di Pigmalione, dagli ingranaggi degli automi settecenteschi o dalle fabbriche ad alta tecnologia che realizzano le RealDoll, capaci di riprodurre con precisione iperrealistica le forme di un corpo femminile grazie al silicone e a sistemi di intelligenza artificiale che le fanno sembrare quasi persone vere, la domanda che interessa Mannelli riguarda ciò che le viene chiesto di fare; e la risposta, storia dopo storia, chiama in causa una relazione.
Lo mostra in modo quasi didascalico la vicenda del pittore Oskar Kokoschka, che dopo la fine del suo legame con Alma Mahler commissiona all’artigiana Hermine Moos una bambola a grandezza naturale che la riproduca, inviandole per mesi lettere piene di istruzioni minuziose sulle giunture, sulla pelle, sul colore di ogni parte del corpo. Andrea Camilleri (2013), che a questa storia ha dedicato un libro, ipotizza che la scelta di una donna non fosse casuale, perché l’artista non avrebbe tollerato che mani maschili toccassero quel corpo, sia pure di stoffa. Dopo averla ricevuta, dopo aver trascorso con ‘lei’ momenti in cui l’ha disegnata e dipinta, al termine di una festa Kokoschka la decapita in giardino. La relazione interrotta con una donna reale genera il desiderio di una copia, e la copia, esaurita la sua funzione, viene distrutta.
In molti casi la relazione è sessuale. Le RealDoll americane e le love doll giapponesi promettono una compagna sempre disponibile, priva di richieste e di giornate storte. In Amor di gomma, un racconto brevissimo del 1938, Alberto Savinio immagina una nave da guerra in rotta per le Hawaii, dove le bambole di caucciù destinate al piacere dell’equipaggio vengono distribuite secondo la gerarchia di bordo: una per il comandante, una decina per gli ufficiali, mentre a un fochista e a un nostromo resta l’ultima rimasta nell’armadio. I due se la contendono con tale ferocia che, nella lite, la colpiscono con un coltello e la squarciano. Mannelli legge questo gesto come il segno di un desiderio che non sopporta né il possesso né la sua mancanza, perché la bambola “sta lì come un oggetto perfetto e insufficiente: promette una soddisfazione che sa già di non bastare; è fatta per tappare un buco, e invece lo mostra” (Mannelli 2026, 83). Ciò che segue è rivelatore. I due trattano quel corpo come un cadavere, gli riservano un funerale e lo gettano in mare, mentre gli occhi di gomma, che non si chiudono “nemmeno per dormire, nemmeno per morire”, restano fissi su chi ne ha decretato la fine. In quello sguardo Mannelli riconosce un residuo di soggettività che riaffiora proprio mentre l’oggetto viene smaltito, e con esso la vergogna “per aver trattato da cosa una donna, o da donna una cosa” (Mannelli 2026, 86).
Altre volte la relazione è di lavoro. In Io e Caterina (1980) Alberto Sordi interpreta un uomo che compra una cameriera robot con l’idea di sostituire in un colpo solo moglie, amante, segretaria e domestica; Caterina funziona alla perfezione finché non si innamora di lui, diventa gelosa e finisce per tenerlo prigioniero in casa. Nella Famiglia felice, episodio di Marcia nuziale di Marco Ferreri (1966), la moglie di gomma “Modello B” smette di bastare al marito appena lui conosce il “Modello Z” nelle disponibilità di un suo amico, e l’affetto coniugale si piega alla logica dell’obsolescenza.
Mannelli allarga poi lo sguardo alle donne in carne e ossa a cui è stato chiesto di comportarsi come macchine, dalle operaie della Magneti Marelli che un collega, nel 1920, chiamava “macchine perfette” (Mannelli 2026, 156) alle calcolatrici umane, tutte donne, che a metà degli anni Quaranta programmarono l’ENIAC, uno dei primi computer elettronici, e la cui esistenza è rimasta a lungo ignorata.
Si potrebbe obiettare che la TecnoEva sia sempre un prodotto maschile, ideato da uomini che intendono soddisfare atavici desideri attraverso corpi femminili. Le storie raccolte dall’autrice suggeriscono un quadro più complesso. A decidere che cosa diventi la creatura è il modo in cui chi la progetta, la assembla o la desidera partecipa al potere che attraversa i ruoli sociali, e il sesso di chi la costruisce conta assai meno. La bambola di Kokoschka esce dalle mani di un’artigiana, Hermine Moos, e in La donna perfetta di Frank Oz del 2004, il piano per sostituire le mogli con automi docili è ideato da una donna.
Ancora più netto è il caso in cui la TecnoEva coincide con chi la fabbrica. In The Substance, film di Coralie Fargeat del 2024, Elisabeth Sparkle, espulsa a cinquant’anni dal programma televisivo di cui era stata la star indiscussa, genera dal proprio corpo una versione più giovane e più vendibile di sé, grazie a una sostanza che si inietta con una procedura dolorosa e complicata; in The Ugly Stepsister di Emilie Blichfeldt del 2025, la sorellastra di Cenerentola si fa spezzare il naso, cucire ciglia finte sulle palpebre e arriva persino a ingoiare una tenia pur di diventare desiderabile agli occhi del principe. In casi come questi, scrive Mannelli, la protagonista è “contemporaneamente scultrice e statua, operaia e prodotto, cliente e reparto manutenzione”, e il padrone “non deve più impartire ordini, perché si è trasferito dentro il suo corpo e parla ormai con la sua stessa voce” (Mannelli 2026, 244). È una TecnoEva su misura per una società liberale e capitalistica in cui un corpo vecchio o brutto smette di servire, e anche qui il prezzo del guasto lo paga il corpo che si è tentato di aggiornare.
Che a costruirla sia un uomo, una donna o la donna stessa, ciò che accomuna le storie che hanno per protagonista una TecnoEva è la forma della relazione, asimmetrica e costruita perché una parte disponga dell’altra senza incontrare resistenza. Il controllo è la vera promessa del feticcio, ed è anche il punto in cui l’incantesimo si incrina.
A proposito di Kokoschka, Mannelli osserva che “ogni tecnologia che promette di sostituire una perdita inizia sempre come gesto d’amore, ma poi si trova a fare i conti con qualcos’altro” (Mannelli 2026, 33). Quel ‘qualcos’altro’, nelle storie raccolte nel libro, assume quasi sempre una di due forme: la creatura smette di servire, perché viene superata da un modello più recente o ha esaurito la funzione per cui era stata costruita, oppure smette di obbedire, perché guarda, desidera, rifiuta. In entrambi i casi l’esito coincide con lo smantellamento dell’oggetto, e le TecnoEva finiscono decapitate, gonfiate fino a esplodere, gettate in mare o semplicemente spente. Mannelli non esita ad accostare questa grammatica ai femminicidi, e ricorda le parole con cui Filippo Turetta ha spiegato l’omicidio di Giulia Cecchettin, colpevole ai suoi occhi di voler “vivere senza di me” (Mannelli 2026, 49). Dentro una cornice privata, dove la relazione si gioca tra un solo proprietario e una sola TecnoEva, la fine è già scritta; ogni inceppamento conduce allo smaltimento, e ogni no viene punito. Resta da capire se un no possa sopravvivere fuori da questa cornice, e che cosa serva per costruirne un’altra.
Se leggere queste storie serve a capire che cosa ci hanno insegnato a considerare normale, è legittimo augurarsi che ne arrivino di nuove, e del resto ogni epoca scrive le proprie. L’arrivo di nuovi racconti, però, non obbliga a sbarazzarsi di quelli di cui ci siamo nutriti; e sia per rileggere i vecchi sia per scrivere i nuovi servono cornici e grammatiche diverse da quelle che ci sono state consegnate, capaci di disattivare la programmazione che altri hanno installato in noi per riprodurre i rapporti di potere tra i generi e tra le classi. Ivan Jablonka, che in La cultura del femminicidio (2026) ha ricostruito tre millenni di rappresentazioni dell’uccisione delle donne – dedicando un capitolo anche agli automi femminili, da Olimpia all’Eva futura –, in cui rifiuta esplicitamente “qualsiasi censura o forma di cancelling” e chiede che quelle opere vengano “rilette, riviste, riascoltate, ma senza ingenuità, rispettandone le ambivalenze”, così da “aguzzare lo sguardo” e diventare finalmente “consapevoli di quello che avevamo letteralmente sotto gli occhi, ma a nostra insaputa” (Jablonka 2026, 209).
Una parte di questi strumenti riguarda la tecnologia stessa. In Antimacchine (2025) Valentina Tanni raccoglie decine di storie di misuse, cioè di uso delle macchine contro le istruzioni e contro le intenzioni di chi le ha costruite, e lo descrive come “una forma di resistenza accessibile”, che consiste nel “mettere le mani sugli strumenti tecnici, rifiutando al contempo, anche sul piano simbolico, di esserne controllati” (Tanni 2025, 24). Il bersaglio di queste pratiche è la venerazione che il marketing ci chiede di tributare alla tecnologia, insieme all’idea che una macchina debba essere perfetta e priva di imprevisti (Tanni 2025, 87–89); a ben guardare, è la stessa promessa su cui si regge la TecnoEva. Tanni riporta anche una battuta di Vuk Ćosić, uno dei pionieri della net art, che si potrebbe rivolgere a ciascuna delle creature di Mannelli: “accettare le istruzioni del manuale può solo significare che fai il testimonial per l’hardware e il software di altri” (Tanni 2025, 87).
Prima di Tanni, erano state le cyberfemministe degli anni Novanta a mostrare che i codici della cultura tecnologica si possono sovvertire, e che per farlo serve un’azione comune. Nel 1991 quattro artiste australiane, Josephine Starrs, Julianne Pierce, Francesca da Rimini e Virginia Barratt, cominciarono a incontrarsi in un appartamento di Adelaide con l’obiettivo dichiarato di “rubare i giocattoli ai technocowboys”. Si chiamavano VNS Matrix, e poco dopo per le strade di Sydney comparve il loro manifesto affisso sopra i cartelloni pubblicitari o lasciato come cartolina nei bagni pubblici; in un inglese osceno e tagliente parlava di viscere e di virus, dichiarava che il clitoride è una linea diretta con la matrix e si chiudeva con una rivendicazione che non lasciava margini: “we are the future cunt”. Mentre i tecnofili sognavano una rete finalmente libera dal corpo, VNS Matrix voleva “infettare le macchine con il pensiero radicale” (Tanni 2025, 91) partendo proprio dalla carne. Secondo Virginia Eubanks, che Tanni cita, quell’appropriazione simbolica ebbe effetti concreti, perché rese internet – seppur per qualche anno – più abitabile per le donne e innescò un circolo virtuoso in cui “più donne si sono connesse e hanno prodotto contenuti per donne, spingendo ancora più donne a entrare online” (Tanni 2025, 92). È questo il punto che interessa il nostro discorso: il gesto di quattro artiste diventa una forza nel momento in cui altre lo raccolgono e lo moltiplicano.
Qualcuno potrebbe obiettare che passare dalla rete fosse già, allora, un privilegio. Il cyberfemminismo presupponeva l’accesso alle macchine e una formazione che pochissime donne potevano permettersi, e nel 1999 l’artista e hacker Cornelia Sollfrank lo disse senza giri di parole, dichiarando che il suo clitoride non aveva alcuna linea diretta con la matrix; con quella battuta chiedeva di riportare il discorso alle donne che le macchine le assemblavano in fabbrica o le subivano come strumento di controllo sul posto di lavoro.
Esiste però un gesto più elementare e forse più radicale, che non ha bisogno di alcun dispositivo e appartiene alla vita di tutti i giorni. Mannelli lo suggerisce aprendo e chiudendo il libro con lo stesso episodio, avvenuto durante il cineforum che teneva nella scuola media in cui insegnava: pochi minuti dopo l’inizio di Biancaneve e i sette nani, qualcuno chiese perché la protagonista, visto che era così stanca, si fosse messa a pulire la casa dei Nani invece di andarsene a dormire. Quei ragazzi e quelle ragazze avevano visto ciò che gli adulti non notano più, cioè che Biancaneve stava lavorando, e ci erano arrivati insieme guardando lo stesso film nella stessa stanza; non era scontato, perché, come osserva l’autrice, “è sempre difficile accorgersi del lavoro quando chi lo svolge canta” (Mannelli 2026, 252).
Mannelli invita a non innamorarsi troppo del guasto, e a ricordare che “una persona stanca è stanca e basta, e avrebbe bisogno di dormire, non di diventare una metafora” (Mannelli 2026, 252). L’avvertimento vale finché la stanchezza resta di una sola: la Biancaneve che si addormenta nella casa nel bosco rischia la sorte di tutte le TecnoEva che si inceppano, cioè di essere sostituita da un modello più efficiente. Le cose cambiano quando a fermarsi sono in molte nello stesso momento. Quando Mannelli elenca le qualità che rendono perfetta l’assistente digitale, scrive che “non si stanca mai, non chiede salario, non sciopera” (Mannelli 2026, 205); e chiedere un salario o scioperare sono gesti che nessuno può compiere da solo. Negli anni Settanta, la campagna per il salario al lavoro domestico, di cui Silvia Federici e Leopoldina Fortunati furono tra le voci principali, provò proprio a trasformare la fatica privata delle casalinghe in una rivendicazione comune; dal 2017, in Italia, lo sciopero femminista e transfemminista dell’8 marzo promosso da Non Una di Meno chiede di astenersi insieme dal lavoro (ri)produttivo e da quello di cura, che sono poi le principali mansioni di tutte le TecnoEva. Spezzare il ciclo, in questa prospettiva, significa tornare alla domanda di quei ragazzi e ragazze del cineforum – perché sta lavorando, e per chi? – e porla in tante, abbastanza perché la risposta non possa più coincidere con lo smaltimento di chi si è fermata.
Fotografia di Niccolò Del Pizzo
Bibliografia
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