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Marzo
2 Marzo 2026

NO OTHER CHOI­CE: NEL SEGNO DEL­LA COM­PE­TI­ZIO­NE

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La Corea del Sud, con­se­guen­te­men­te al pro­ces­so di demo­cra­tiz­za­zio­ne ini­zia­to nel 1987, gra­zie a una serie di inve­sti­men­ti in infra­strut­tu­re eco­no­mi­che e edu­ca­ti­ve, si è fati­co­sa­men­te rita­glia­ta un posto fra le poten­ze eco­no­mi­che mon­dia­li, soprat­tut­to dal pun­to di vista indu­stria­le e tec­no­lo­gi­co. Il model­lo corea­no di cre­sci­ta, trai­na­ta dall’estero e carat­te­riz­za­ta da una for­te repres­sio­ne poli­ti­ca fino all’87, è sta­to spes­so pre­so come sim­bo­lo del mira­co­lo eco­no­mi­co del­le Tigri Asia­ti­che, por­tan­do il pae­se a esse­re fra i ven­ti più ric­chi al mon­do per PIL. Il sim­bo­lo di que­sto svi­lup­po soste­nu­to sono le chae­bol (재벌), gran­di con­glo­me­ra­ti indu­stria­li a con­du­zio­ne fami­lia­re ere­di­ta­ria come Sam­sung, LG e Hyun­dai stre­nua­men­te soste­nu­ti dal­lo Sta­to, i cui pre­si­den­ti sono spes­so rite­nu­ti al di sopra del­la leg­ge per il loro appor­to eco­no­mi­co e carat­te­riz­za­no l’economia corea­na come strut­tu­ral­men­te oli­go­po­li­sti­ca.

Que­sto pro­ces­so di svi­lup­po è sta­to sì favo­ri­to dagli ingen­ti capi­ta­li ame­ri­ca­ni inve­sti­ti con­se­guen­te­men­te alla Guer­ra di Corea (1950–1953), ma anche sfrut­tan­do quel­la che è un’impostazione socio-lavo­ra­ti­va di un cer­to tipo: com­pli­ce l’influenza dei valo­ri con­fu­cia­ni, la cul­tu­ra del lavo­ro corea­na affon­da le sue radi­ci nel­la stre­nua com­pe­ti­zio­ne, tra impre­se ma anche tra sin­go­li impie­ga­ti.

Quel­la corea­na è una socie­tà iper-com­pe­ti­ti­va, dove la neces­si­tà di supe­ra­re gli altri ini­zia fin dal­la scuo­la ele­men­ta­re e per­se­gui­ta le per­so­ne duran­te tut­ta la loro vita lavo­ra­ti­va e socia­le. Non è un caso che 7 per­so­ne su 10 abbia­no affron­ta­to gra­vi pro­ble­mi di salu­te men­ta­le e, più in gene­ra­le, la per­cen­tua­le di per­so­ne che si tro­va in situa­zio­ne di “stress estre­mo” o “depres­sio­ne ricor­ren­te” sia in costan­te cre­sci­ta. Si spie­ga­no così il 52esimo posto, su 143 pae­si esa­mi­na­ti, nel­la clas­si­fi­ca sti­la­ta dal World Hap­pi­ness Report nel 2024, e soprat­tut­to il quar­to tas­so di sui­ci­di più alto del mon­do secon­do l’Organizzazione mon­dia­le del­la sani­tà.

Di fron­te alla for­te pre­ca­rie­tà socia­le figlia di que­sta cul­tu­ra del­la com­pe­ti­zio­ne, le nuo­ve gene­ra­zio­ni cer­ca­no di rea­gi­re ten­tan­do di abban­do­na­re que­ste carat­te­ri­sti­che strut­tu­ra­li del­la socie­tà corea­na. Un esem­pio, per quan­to bana­le pos­sa sem­bra­re, è la Spa­ce Out Com­pe­ti­tion: una com­pe­ti­zio­ne in cui vin­ce… chi non fa nien­te. O meglio: 90 minu­ti in tota­le assen­za di sti­mo­li, in cui i par­te­ci­pan­ti devo­no rima­ne­re immo­bi­li, cal­mi e sere­ni; indos­sa­no car­dio­fre­quen­zi­me­tri e i vin­ci­to­ri sono indi­vi­dua­ti tra­mi­te una com­bi­na­zio­ne di valo­ri bio­me­tri­ci e voto del pub­bli­co. Una pro­vo­ca­zio­ne – lan­cia­ta nel 2014 dall’artista visi­vo Woop­syang in aper­ta cri­ti­ca alla socie­tà moder­na del bur­nout – diven­ta­ta ben pre­sto una com­pe­ti­zio­ne di impor­tan­za nazio­na­le, se non altro da un pun­to di vista sim­bo­li­co.

Anche l’arte ha pro­va­to a cri­ti­ca­re que­sto tipo di impo­sta­zio­ne ultra­com­pe­ti­ti­va del­la Corea del Sud. Impos­si­bi­le non cita­re in tal sen­so la cele­bre serie tv pro­dot­ta da Net­flix Squid Game (2021–2025), il cui ful­cro ruo­ta pro­prio attor­no a una spie­ta­ta com­pe­ti­zio­ne di per­so­ne reiet­te, ai mar­gi­ni del­la socie­tà – e, dun­que, per essa inu­ti­li. Ma anco­ra più pro­fon­da e dis­sa­cran­te è la cri­ti­ca alla socie­tà moder­na del cine­ma corea­no, che da sem­pre pone una tec­ni­ca cine­ma­to­gra­fi­ca sopraf­fi­na al ser­vi­zio di tema­ti­che socia­li – e che non a caso sta acqui­sen­do sem­pre più impor­tan­za a livel­lo mon­dia­le, come testi­mo­nia l’Oscar al miglior film a Para­si­te di Bong Joon-ho nel 2018. È pro­prio que­sto il caso di No Other Choi­ce, ulti­mo lavo­ro del mae­stro Park Chan-wook, una del­le pun­te di dia­man­te del cine­ma corea­no – e, più in gene­ra­le, mon­dia­le.

Park Chan-wook è un mae­stro pri­ma di tut­to dal pun­to di vista tec­ni­co. Ciò che lo con­trad­di­stin­gue sot­to que­sto aspet­to è il dina­mi­smo del­la regia, fat­ta di un movi­men­to qua­si per­pe­tuo del­la mac­chi­na da pre­sa – sen­za che però que­sto risul­ti mai fine a se stes­so – non­ché dell’uso di tran­si­zio­ni e rac­cor­di di mon­tag­gio sem­pre sug­ge­sti­vi, sedu­cen­ti e ipno­ti­ci. Ma il regi­sta corea­no è un mae­stro anche dal pun­to di vista con­te­nu­ti­sti­co, poi­ché i suoi film rie­sco­no sem­pre a uni­re sti­le e poli­ti­ca, for­ma e con­te­nu­to, vio­len­za e filo­so­fia. Le sue pel­li­co­le, infat­ti, sia quel­le più auto­ria­li che quel­le che affon­da­no le pro­prie radi­ci nel gene­re – come l’ormai super­cult Old­boy – non sono mai meri sfog­gi di sti­le, ma nascon­do­no al pro­prio inter­no diver­si livel­li di let­tu­ra. Una simi­le com­bi­na­zio­ne di for­ma e con­te­nu­to è sta­ta pre­sto rico­no­sciu­ta anche in cam­po inter­na­zio­na­le, tan­to da far­lo diven­ta­re un benia­mi­no del Festi­val di Can­nes, dove ha vin­to tre dei cin­que pos­si­bi­li pre­mi per un regi­sta: il Gran Prix del­la Giu­ria nel 2004 per Old Boy, il Pre­mio del­la Giu­ria nel 2009 per Thir­st e il Prix de la mise en scè­ne nel 2022 per Deci­sion to Lea­ve.

La gran­de novi­tà del­la nuo­va pel­li­co­la del Mae­stro corea­no risie­de pri­ma di tut­to nel­la scel­ta del gene­re: per­ché No Other Choi­ce è pri­ma di tut­to una com­me­dia. La sto­ria, infat­ti, seb­be­ne tra­gi­ca e, col tem­po, sem­pre più ten­den­te al thril­ler, è dis­se­mi­na­ta di una tale quan­ti­tà di momen­ti comi­ci che non si può non defi­ni­re com­me­dia. Ambi­gua, cer­to, ma pur sem­pre com­me­dia. Park Chan-wook ave­va già spe­ri­men­ta­to que­sto gene­re nel 2006 con I’m a cyborg, but that’s ok – film pia­ce­vo­le, ma, for­se, a det­ta anche del­la cri­ti­ca, il mino­re del­la sua fil­mo­gra­fia – che però è più ascri­vi­bi­le al sot­to­ge­ne­re del­le com­me­die roman­ti­che. Con No Other Choi­ce, inve­ce, il regi­sta deci­de di affron­ta­re il gene­re in modo del tut­to nuo­vo, muo­ven­do­si a metà tra due sot­to­ca­te­go­rie del­lo stes­so: la com­me­dia grot­te­sca e la tra­gi­com­me­dia. Una sif­fat­ta scel­ta regi­sti­ca, visti i temi trat­ta­ti e la for­te denun­cia socia­le, non è da sot­to­va­lu­ta­re e anzi costi­tui­sce for­se uno degli aspet­ti più inte­res­san­ti del­la pel­li­co­la.

La tra­ma è estre­ma­men­te sem­pli­ce: Yoo Man-soo lavo­ra da 25 anni come diri­gen­te di un’impresa nel set­to­re dell’industria del­la car­ta quan­do un gior­no vie­ne improv­vi­sa­men­te licen­zia­to a cau­sa di un pro­get­to di inno­va­zio­ne dell’azienda tra­mi­te AI. La dispe­ra­zio­ne per l’impossibilità di tro­va­re lavo­ro lo por­te­rà ad archi­tet­ta­re una serie di omi­ci­di dei suoi riva­li.

Inu­ti­le girar­ci intor­no: con No Other Choi­ce, Park Chan-wook pren­de di mira il siste­ma capi­ta­li­sta occi­den­ta­le, dagli anni ’50 impian­ta­to in Corea del Sud e col tem­po estre­miz­za­to­si all’inverosimile. In par­ti­co­la­re, denun­cia l’esasperante com­pe­ti­ti­vi­tà che esso por­ta con sé – una lot­ta di tut­ti con­tro tut­ti che ricor­da Hob­bes e il suo sta­to di natu­ra, in cui homo homi­ni lupus. Tut­ta­via, non è pos­si­bi­le com­pren­de­re appie­no il livel­lo di stress e para­no­ia socia­le pro­pri di que­sto pae­se se non se ne com­pren­de l’impo­sta­zio­ne edu­ca­ti­va. Per­ché la com­pe­ti­zio­ne in Corea del Sud ini­zia fin dai pri­mi anni di scuo­la ele­men­ta­re: tra i busi­ness più impor­tan­ti c’è quel­lo degli hag­won (학원), ovve­ro isti­tu­ti di ripe­ti­zio­ni pri­va­te, dove i bam­bi­ni ven­go­no por­ta­ti ancor pri­ma di ini­zia­re la scuo­la ele­men­ta­re. La volon­tà di pri­meg­gia­re e bat­te­re gli altri com­por­ta la neces­si­tà di comin­cia­re a impa­ra­re pri­ma degli altri; e, quan­do la scuo­la è ini­zia­ta, impa­ra­re più degli altri. Così, nume­ro­si alun­ni corea­ni con­clu­do­no l’orario sco­la­sti­co, man­gia­no – spes­so velo­ce­men­te per non per­de­re trop­po tem­po – e ven­go­no accom­pa­gna­ti in un hag­won per pro­se­gui­re e amplia­re la loro istru­zio­ne. Per dare un’idea del feno­me­no, da diver­si anni è sta­ta vara­ta una leg­ge che impe­di­sce agli stu­den­ti di rima­ne­re nei dopo­scuo­la oltre le 22 – anche se, spes­so, tale nor­ma vie­ne disat­te­sa. Secon­do dati uffi­cia­li, nel 2022 quat­tro stu­den­ti sud­co­rea­ni su cin­que han­no pre­so lezio­ni extra­sco­la­sti­che di qual­che tipo. Il tut­to per pre­pa­ra­re il temu­tis­si­mo suneung (수능), esa­me di ammis­sio­ne all’università, che clas­si­fi­ca gli stu­den­ti in nove livel­li; ovvia­men­te, solo chi rag­giun­ge i pri­mi livel­li può acce­de­re alle miglio­ri uni­ver­si­tà del­la capi­ta­le. Lo descri­ve per­fet­ta­men­te Cath­rin Sch­mie­gel, gior­na­li­sta tede­sca che ha deci­so di segui­re da vici­no il per­cor­so di pre­pa­ra­zio­ne all’esame di una ragaz­za corea­na: 

Sei mate­rie e 357 minu­ti di con­cen­tra­zio­ne, più 120 minu­ti di pau­sa in tut­to. Otto ore sen­za nean­che un secon­do di trop­po per lasciar­si pren­de­re dal pani­co. In que­sti gior­ni in Corea del Sud 444.870 stu­den­ti soster­ran­no l’esame di sta­to, chia­ma­to suneung, che ser­ve per l’ammissione all’università. E oggi, per un momen­to, mez­zo pae­se si bloc­ca: per evi­ta­re che i pen­do­la­ri inta­si­no tre­ni e stra­de, l’inizio del­la gior­na­ta lavo­ra­ti­va vie­ne posti­ci­pa­to di un’ora; per 35 minu­ti, men­tre si svol­ge l’esame d’inglese, nes­sun aereo atter­ra o decol­la per assi­cu­ra­re che non vada per­sa nean­che una paro­la del­la ses­sio­ne di ascol­to e com­pren­sio­ne. Oggi si sta­bi­li­sce qua­li sogni potran­no rea­liz­zar­si e qua­li no”.


Se que­sto è il livel­lo di stress che devo­no sop­por­ta­re quel­li che dovreb­be­ro esse­re dei ragaz­zi del liceo, le scel­te del pro­ta­go­ni­sta di No Other Choi­ce, pur asso­lu­ta­men­te non giu­sti­fi­ca­bi­li, diven­ta­no in qual­che modo più com­pren­si­bi­li: la pres­sio­ne del­la socie­tà capi­ta­li­sta iper-com­pe­ti­ti­va diven­ta qua­si inso­ste­ni­bi­le per un padre di fami­glia edu­ca­to fin da bam­bi­no a vin­ce­re e a pre­va­le­re sugli altri. 

Ciò che vie­ne mes­so in sce­na è la com­ple­ta distru­zio­ne del­la soli­da­rie­tà: per­so­ne che dovreb­be­ro esse­re coa­liz­za­te con­tro un capi­ta­li­smo che taglia i posti di lavo­ro in nome dell’efficientamento del­la pro­du­zio­ne tra­mi­te le mac­chi­ne inve­ce com­bat­to­no e si annien­ta­no tra di loro. Il pro­ta­go­ni­sta sem­bra in un pri­mo momen­to soste­ne­re tale soli­da­rie­tà tra gli ope­rai,  tan­to che – quan­do anco­ra non ha capi­to che quel­lo che sarà fat­to fuo­ri è lui e non i suoi col­le­ghi – si pre­pa­ra un discor­so a dife­sa dei suoi com­pa­gni di lavo­ro; ma quan­do sco­pri­rà la veri­tà e si tro­ve­rà sen­za lavo­ro – o meglio, sen­za un lavo­ro che gli con­sen­ta di man­te­ne­re lo sta­tus che attual­men­te pos­sie­de – ini­zie­rà a lot­ta­re con­tro i suoi pari in un’ottica di mors tua vita mea.

Le per­so­ne che ucci­de, infat­ti, sono tut­te come lui: han­no all’incirca lo stes­so cur­ri­cu­lum, lo stes­so amo­re per il pro­prio lavo­ro, la stes­sa fami­glia da man­te­ne­re. Ed è pro­prio que­sto il moti­vo per cui il pro­ta­go­ni­sta fa fati­ca a ucci­der­le: la gof­fag­gi­ne negli atti omi­ci­dia­ri di Yoo Man-so non è figlia solo del fat­to che lui è tut­to fuor­ché un assas­si­no – ed è pro­prio qui che risie­de gran par­te del­la poten­za (tragi)comica del­la pel­li­co­la – ma è data soprat­tut­to dal fat­to che, per una carat­te­ri­sti­ca o per l’altra, le vit­ti­me desi­gna­te sono in real­tà lo spec­chio del pro­ta­go­ni­sta. Que­sto si vede bene con il pri­mo col­le­ga-riva­le: la vit­ti­ma è un per­so­nag­gio che sta facen­do tut­ti que­gli erro­ri che lo stes­so car­ne­fi­ce, nel­la vita e nel lavo­ro, sta com­met­ten­do. Ed è para­dos­sa­le, allo­ra, che nel­la spas­so­sis­si­ma sce­na del con­fron­to tra i due, sia lo stes­so Yoo Man-so a fare la pater­na­le alla sua futu­ra vit­ti­ma, impu­tan­do­le una serie di erro­ri che lui stes­so sta rea­liz­zan­do sen­za ren­der­se­ne con­to – ad esem­pio quel­lo di tra­scu­ra­re la moglie o di non accet­ta­re un lavo­ro che sia diver­so da quel­lo che rico­pri­va nell’industria car­tie­ra.

C’è, infat­ti, un’ulteriore cri­ti­ca che vie­ne mos­sa al pro­ta­go­ni­sta – e dun­que alla socie­tà ultra­com­pe­ti­ti­va corea­na figlia del capi­ta­li­smo più sfre­na­to: la sua estre­ma ambi­zio­ne e tota­le man­can­za di umil­tà. A dif­fe­ren­za del secon­do col­le­ga-riva­le-vit­ti­ma, infat­ti, Yoo Man-so non ha l’umiltà di accet­ta­re un lavo­ro che sia social­men­te meno impor­tan­te del suo pre­ce­den­te, per­ché non vuo­le accet­ta­re il cam­bia­men­to di sta­tus ver­so il bas­so. Nono­stan­te la man­can­za di dena­ro, nono­stan­te le rinun­ce che la fami­glia deve affron­ta­re a cau­sa del­la sua disoc­cu­pa­zio­ne, il pro­ta­go­ni­sta non ha l’umiltà di accet­ta­re un lavo­ro – maga­ri anche solo tem­po­ra­neo – social­men­te meno impor­tan­te ma che per­met­ta di dare ossi­ge­no a una fami­glia in dif­fi­col­tà eco­no­mi­ca. Per­ché gra­zie alla sua sca­la­ta socia­le Yoo Man-so si è con­qui­sta­to “tut­to”: casa, giar­di­no con ser­ra, fami­glia, cani, mac­chi­na e tut­ti que­gli ele­men­ti che, nel­la pri­mis­si­ma sce­na del film, gli per­met­to­no di affer­ma­re, appa­ga­to, che lui “ha tut­to”. Dun­que, per nes­sun moti­vo accet­te­rà di fare un pas­so indie­tro, di scen­de­re a com­pro­mes­si con un lavo­ro che non gli con­sen­ta di man­te­ne­re quel­lo sti­le di vita. La for­ma men­tis è tale per cui, una vol­ta sali­ti gli sca­li­ni, non si potrà mai accet­ta­re di fare – anche solo tem­po­ra­nea­men­te – dei pas­si indie­tro, poi­ché ciò com­por­te­reb­be rinun­cia­re a tut­ti quei bene­fi­ci con­su­mi­sti­ci che lo sta­tus di facol­to­so por­ta con sé.

For­se è anche com­pren­si­bi­le – sen­za che, lo ripe­tia­mo, ciò impli­chi alcu­na giu­sti­fi­ca­zio­ne – alla luce del­la fati­ca che il pro­ta­go­ni­sta ha fat­to per arri­va­re fino a lì: in Corea del Sud il lavo­ro, oltre che da un pun­to di vista psi­co­lo­gi­co, è este­nuan­te anche dal pun­to di vista fisi­co. La set­ti­ma­na di lavo­ro com­pren­de di default una cer­ta quan­ti­tà di ore di straor­di­na­ri in aggiun­ta a quel­le rego­la­ri; “di default” nel sen­so che sono pro­prio i dato­ri di lavo­ro che si aspet­ta­no che i lavo­ra­to­ri, gior­nal­men­te e set­ti­ma­nal­men­te, fac­cia­no un tot di ore di straor­di­na­rio. La por­ta­ta di que­sto mon­te ore si era negli anni tal­men­te innal­za­ta che è dovu­to inter­ve­ni­re – di nuo­vo, come nel caso degli hag­wonil gover­no nel 2018 a sta­bi­li­re un mas­si­mo di 52 ore lavo­ra­ti­ve set­ti­ma­na­li, com­po­sto da 40 ore di lavo­ro rego­la­re e solo 12 di straor­di­na­rio. Ecco che la gior­na­ta di lavo­ro può ini­zia­re alle 9 di mat­ti­na e con­clu­der­si alle 10 di sera; sen­za con­ta­re poi gli hoe­sik (회식), incon­tri dopo lavo­ro in cui si man­gia e soprat­tut­to si beve – i corea­ni han­no un gran­de pro­ble­ma con l’alcol, come la stes­sa pel­li­co­la in esa­me non man­ca di sot­to­li­nea­re – e che sono fon­da­men­ta­li per i gio­va­ni lavo­ra­to­ri che voglio­no fare car­rie­ra. L’impostazione del lavo­ro e del­la socie­tà corea­na, infat­ti, è for­te­men­te gerar­chiz­za­ta, e anche in que­sti incon­tri di dopo­la­vo­ro i gio­va­ni sono tenu­ti a ser­vi­re e intrat­te­ne­re i supe­rio­ri, poi­ché un com­por­ta­men­to non cor­ret­to dei pri­mi nei con­fron­ti dei secon­di potreb­be com­pro­met­te­re i rap­por­ti lavo­ra­ti­vi. Insom­ma, gli hoe­sik, sep­pur con una veste diver­sa, sono lavo­ro a tut­to gli effet­ti. La tota­le abne­ga­zio­ne ver­so la pro­pria pro­fes­sio­ne e il com­ple­to annul­la­men­to di sé per la cau­sa fan­no sì che chi, dopo anni di sacri­fi­cio, rag­giun­ge una deter­mi­na­ta posi­zio­ne, dif­fi­cil­men­te abbia la luci­di­tà di fare un pas­so indie­tro per un bene supe­rio­re – nel caso di Yoo Man-so, soprat­tut­to la fami­glia. L’educazione del­le per­so­ne corea­ne è tal­men­te pro­iet­ta­ta al futu­ro che – si per­do­ni il cli­ché ma in que­sto caso è d’obbligo – “chi si fer­ma è per­du­to”.

Ma No Other Choi­ce fun­zio­na non solo sul pia­no con­te­nu­ti­sti­co. È anche una pre­gia­tis­si­ma com­me­dia. Non in sen­so clas­si­co, come è ovvio che sia: non pro­prio Woo­dy Allen, ecco. Più un viag­gio ver­so il grot­te­sco, in cui la risa­ta è sem­pre accom­pa­gna­ta a un sen­so di nau­sea per la con­di­zio­ne dei per­so­nag­gi che sono mes­si in sce­na – in tal sen­so, c’è un’eco del­la gran­de com­me­dia all’italiana, capa­ce di far ride­re men­tre si evi­den­zia­no tut­ti i difet­ti dei pro­ta­go­ni­sti del­le vicen­de. L’impianto comi­co fun­zio­na gra­zie a una scrit­tu­ra equi­li­bra­ta, ben cali­bra­ta, che costrui­sce con pazien­za e sapien­za tan­to le sce­ne comi­che quan­to quel­le di suspen­se e quel­le tra­gi­che.
Ma il vero capo­la­vo­ro di sce­neg­gia­tu­ra di que­sto film è il pro­ta­go­ni­sta, Yoo Man-so – inter­pre­ta­to da Lee Byung-hun, diven­ta­to famo­so in Occi­den­te gra­zie al suo ruo­lo di Front Man in Squid Game. Egli è un uomo pie­no di con­trad­di­zio­ni: amo­re­vo­le ma gelo­so, ambi­zio­so ma empa­ti­co, corag­gio­so ma inet­to. L’emblema del­la sua con­trad­dit­to­rie­tà sta nel suo amo­re smi­su­ra­to per le pian­te. È meti­co­lo­so nel siste­mar­le e curar­le – quel­la meti­co­lo­si­tà che sarà poi rici­cla­ta nell’uccisione del­le per­so­ne e nell’occultamento dei cor­pi, anche se, come det­to sopra, con un cer­to gra­do di gof­fag­gi­ne – ma sono pro­prio quel­le pian­te a esse­re ucci­se per pro­dur­re la car­ta che il pro­ta­go­ni­sta vene­ra come una divi­ni­tà: “la car­ta è quel­lo che mi ha dato da man­gia­re per 25 anni” dice ripren­den­do le paro­le del­la pri­ma vit­ti­ma. Le pian­te e la car­ta diven­ta­no allo­ra una meta­fo­ra uti­le per par­la­re del capi­ta­li­smo e del suo diret­to figlio con­su­mi­smo, dove le pri­me sono le per­so­ne, appa­ren­te­men­te cura­te con meti­co­lo­si­tà, quan­do in real­tà sono pron­te ad esse­re sacri­fi­ca­te sen­za scru­po­lo sull’altare del dio dena­ro – che, come si ricor­da nel film, non a caso, è fat­to di car­ta. Pian­te-car­te, per­so­ne-dena­ro, vita-mor­te: se tut­to ciò non vi ha anco­ra con­vin­to, vi basti sape­re che il con­cet­to vie­ne defi­ni­ti­va­men­te espli­ci­ta­to nel­la sequen­za dei tito­li di coda, dove – con una CGI a dire il vero non trop­po con­vin­cen­te – vie­ne mes­sa in sce­na, sen­za alcun valo­re nar­ra­ti­vo ma esclu­si­va­men­te con­cet­tua­le, una gran­de mac­chi­na che con vio­len­za inau­di­ta distrug­ge e maciul­la gli albe­ri da uti­liz­za­re poi per pro­dur­re car­ta.

C’è un ulti­mo pas­sag­gio nar­ra­ti­vo che meri­ta di esse­re com­men­ta­to: il dolo­re cro­ni­co al den­te che afflig­ge il Yoo Man-so duran­te tut­ta la dura­ta del film. Dolo­re che pas­se­rà solo quan­do il pro­ta­go­ni­sta deci­de­rà, alte­ra­to dall’alcol, di strap­par­si il den­te dal­la boc­ca con una tena­glia. In altre paro­le, quan­do avrà estir­pa­to il pro­ble­ma. Che è esat­ta­men­te quel­lo che farà duran­te tut­ta la sua (dis)avventura. No Other choi­ce ruo­ta attor­no a un movi­men­to: quel­lo che dovreb­be esse­re un movi­men­to oriz­zon­ta­le di soli­da­rie­tà – di per­so­ne che si fan­no for­za e strin­go­no uni­te nel­le dif­fi­col­tà e, che non sia mai, for­mi­no un sin­da­ca­to – vie­ne inve­ce tra­sfor­ma­to in un movi­men­to ver­ti­ca­le, che indi­vi­dua gli avver­sa­ri, vi met­te sopra un miri­no, e infi­ne li ucci­de.
No Other Choi­ce rac­con­ta del­la mor­te del­la soli­da­rie­tà, del­la mor­te del­la socia­li­tà, del­la mor­te dell’unione nel XXI seco­lo; una mor­te che avvie­ne in nome dell’egoismo e dell’individualità, per­ché qual­sia­si mez­zo è buo­no per pre­va­ri­ca­re sugli altri in una socie­tà capi­ta­li­sta che fa del­la com­pe­ti­zio­ne estre­ma il car­di­ne del­la sua esi­sten­za. Difen­de­re la fami­glia e il pro­prio sta­tus a costo di cal­pe­sta­re per­so­ne iden­ti­che a te: mors tua vita mea.

Per for­tu­na, non tut­ta la Corea si è ras­se­gna­ta a que­sto modo di pen­sa­re. Sono in par­ti­co­la­re le nuo­ve gene­ra­zio­ni a muo­ve­re i pri­mi ampi e deci­si pas­si in sen­so con­tra­rio rispet­to all’impostazione socio-lavo­ra­ti­va fino­ra descrit­ta. Si regi­stra, per esem­pio, una sem­pre mag­gio­re dif­fu­sio­ne del­la pra­ti­ca del quiet quit­ting, feno­me­no glo­ba­le ma che in Corea tro­va, per ovvie ragio­ni, ter­re­no par­ti­co­lar­men­te fer­ti­le: con­si­ste nel por­ta­re avan­ti i pro­pri com­pi­ti sen­za dover neces­sa­ria­men­te ricor­re­re a straor­di­na­ri o ad ore di lavo­ro extra rispet­to a quel­le rego­la­ri. Una pra­ti­ca che per noi occi­den­ta­li sem­bra qua­si scon­ta­ta, ma che, come abbia­mo visto, così non è, visto il modus ope­ran­di corea­no. Allo stes­so modo, si evi­den­zia un pro­gres­si­vo decli­no degli incon­tri dopo il lavo­ro: le nuo­ve gene­ra­zio­ni, infat­ti, vedo­no la tra­di­zio­ne degli hoe­sik come un’indebita limi­ta­zio­ne del pro­prio tem­po libe­ro. In gene­ra­le, la gene­ra­zio­ne MZ – un misto tra Mil­len­nial e Gen Z – sta chie­den­do a gran voce equi­tà e tra­spa­ren­za nei rap­por­ti lavo­ra­ti­vi, cosa per nul­la scon­ta­ta in una socie­tà che fa dei momen­ti extra­la­vo­ra­ti­vi un ele­men­to car­di­ne del­la vita lavo­ra­ti­va stes­sa.

Addi­rit­tu­ra ci sono azien­de – spe­cial­men­te nel mon­do del­le star­tup e dell’IA – che stan­no ini­zian­do a usa­re tito­li “oriz­zon­ta­li”, una vera e pro­pria rivo­lu­zio­ne nel mon­do lavo­ra­ti­vo corea­no. In Corea del Sud, infat­ti, il model­lo chae­bol com­por­ta una rigi­da gerar­chiz­za­zio­ne dei ruo­li dall’alto ver­so il bas­so: una gerar­chia di tito­li – Sawon (사원) ovve­ro chi entra nel mer­ca­to del lavo­ro dopo l’università, Dae­ri (대리) o ‘Assi­stant Mana­ger’ dopo i pri­mi quat­tro anni lavo­ra­ti­vi, Gwa­jang (과장) che è mana­ger o un capo­se­zio­ne e che si può rag­giun­ge­re dopo, alme­no, set­te anni di lavo­ro, Cha­jang (사장님) che può esse­re un Senior Mana­ger come un diret­to­re di repar­to, fino a Bujang (부장)) ovve­ro un diret­to­re di dipar­ti­men­to e che arri­va fino al Sajang (사장) che è il CEO e al Hwe­jang (회장) che è il pre­si­den­te – che sicu­ra­men­te ha avu­to il meri­to, dal pun­to di vista sto­ri­co, di costrui­re impec­ca­bi­li cate­ne di coman­do nell’industria corea­na, ma che oggi sem­bra esse­re d’intralcio rispet­to alla velo­ci­tà e all’elasticità richie­sta dall’economia digi­ta­le. Da qui la scel­ta di adot­ta­re tito­li “oriz­zon­ta­li”, ovve­ro sosti­tui­re al tra­di­zio­na­le siste­ma di tito­li uno nuo­vo com­po­sto da nomi ingle­si o, più sem­pli­ce­men­te, dal suf­fis­so uni­ver­sa­le “-nim”, in modo da pro­muo­ve­re una comu­ni­ca­zio­ne più pari­ta­ria, in cui le idee sono valu­ta­te per il loro con­te­nu­to e non in base al ran­go di chi le espri­me.
Insom­ma, quel­la che sta pren­den­do pie­de in Corea è una ribel­lio­ne silen­zio­sa con­tro un siste­ma lavo­ra­ti­vo che, sin dal­la sua nasci­ta, ha sem­pre fat­to fati­ca a mar­ca­re con deci­sio­ne il con­fi­ne tra vita lavo­ra­ti­va e vita pri­va­ta.

In con­clu­sio­ne, No Other Choi­ce è il sin­to­mo arti­sti­co di una malat­tia che si è ormai dif­fu­sa all’inverosimile nel­la socie­tà sud­co­rea­na: quel­la iper-com­pe­ti­zio­ne che annien­ta le vite dei cit­ta­di­ni, che sia­no essi lavo­ra­to­ri o sem­pli­ci bam­bi­ni. Un modo di pen­sa­re egoi­sti­co, che non costrui­sce un col­let­ti­vi­tà ben­sì un mero insie­me di indi­vi­dua­li­tà.

E se tut­to ciò può sem­bra­re ecces­si­va­men­te allar­mi­sti­co, ecco l’ultima pun­ta­ta di Squid Game, diret­ta­men­te dagli stu­dios del Mini­ste­ro del­la Scien­za e del­le Tec­no­lo­gie dell’Informazione di Seul: la Corea del Sud ha appe­na vara­to una stra­te­gia di inve­sti­men­to da 530 miliar­di di won (qua­si 310 milio­ni di euro) nel cam­po dell’intelligenza arti­fi­cia­le, per la qua­le sono sta­te sele­zio­na­te cin­que gran­di azien­de del pae­se; il lavo­ro di ricer­ca ver­rà costan­te­men­te moni­to­ra­to, e ogni seme­stre quel­le i cui pro­gres­si saran­no giu­di­ca­ti come non sod­di­sfa­cen­ti saran­no eli­mi­na­te dal pro­gram­ma e i loro fon­di redi­stri­bui­ti tra i con­cor­ren­ti rima­sti. Fino a che, nel 2027, non rimar­ran­no solo due azien­de vin­ci­tri­ci che rice­ve­ran­no i finan­zia­men­ti resi­dui e avran­no acces­so a infra­strut­tu­re gover­na­ti­ve e data­ba­se pub­bli­ci; diver­ran­no, infat­ti, i “cam­pio­ni nazio­na­li dell’AI sovra­na”, inca­ri­ca­ti di svi­lup­pa­re tec­no­lo­gie lin­gui­sti­che per il mer­ca­to corea­no, cer­can­do di ridur­re il gap con gli altri pae­si in mate­ria di AI.

Davan­ti a una noti­zia del gene­re la doman­da è d’obbligo: e se non fos­se l’arte ad imi­ta­re la vita, ben­sì l’esatto con­tra­rio? Per rispon­de­re non rima­ne che anda­re al cine­ma; anzi, non c’è altra scel­ta che anda­re al cine­ma e gode­re dell’ultimo lavo­ro del mae­stro Park Chan-wook. 

Foto­gra­fia di Matil­de Laz­za­ri

Sito­gra­fia

Terao, J. 2024, 2 ago­sto, “Com­pe­ti­zio­ne e infe­li­ci­tà in Corea del Sud”, Inter­na­zio­na­le: https://www.internazionale.it/notizie/junko-terao/2024/08/02/corea-del-sud-esami.

Sch­mie­gel, C. 2024, 26 luglio, “L’esame che tie­ne tut­to il pae­se col fia­to sospe­so”, Inter­na­zio­na­le: https://www.internazionale.it/magazine/cathrin-schmiegel/2024/07/25/l‑esame-che-tiene-tutto-il-paese-col-fiato-sospeso.

Lee, S. 2025, 19 ago­sto, “In Corea del Sud è diven­ta­to uno sport non fare nul­la e rima­ne­re immo­bi­li per 90 minu­ti”:

https://www.nationalgeographic.it/cosa-sono-le-spaceout-competition-le-gare-in-corea-del-sud-in-cui-vince-chi-non-fa-nulla. 

Ubbia­li, G. 2025, 30 gen­na­io, “Corea del Sud, le ombre die­tro una socie­tà iper-com­pe­ti­ti­va”, Il Sole 24 Ore: https://alleyoop.ilsole24ore.com/2025/01/30/corea-sud/. 

Fran­ce­schi­nel­li, S. 2020, 16 mar­zo, “Lavo­ro in Corea del Sud”, Cul­tu­ra Corea­nahttps://cultura-coreana.it/2020–03-lavoro-in-corea-del-sud/

Behalf Korea, “Korea wor­king cul­tu­re: 5 cri­ti­cal shif­ts you must know”: https://behalfkr.com/korea-working-culture/.

Pic­co­lo, R. 2025, 30 set­tem­bre, “La Corea del Sud vuo­le lan­ciar­si nel­la cor­sa all’intelligenza arti­fi­cia­le con una com­pe­ti­zio­ne che ricor­da tan­to Squid Game”: https://www.wired.it/article/corea-del-sud-corsa-intelligenza-artificiale-competizione-squid-game/.

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