Certi film sanno mandare in frantumi le categorie interpretative più usurate semplicemente con la forza del proprio linguaggio e con l’attenzione riservata ai personaggi e alla realtà che raccontano. È il caso di Io la conoscevo bene, di Antonio Pietrangeli, che a sessant’anni dalla sua uscita nel 1965 mantiene intatta tutta la forza della sua obliquità, tra lo spaccato corale e il ritratto intimo dell’aspirante attrice Adriana – Stefania Sandrelli, al suo primo ruolo da protagonista – senza lasciarsi ridurre unicamente né all’uno né all’altro. Proprio a partire da questa postura il film può lanciare la sua sfida, ad oggi ancora attualissima, alla realtà predatoria e patriarcale del mondo capitalista, con le sue false promesse di felicità e autorealizzazione che alimentano quel meccanismo definito “ottimismo crudele” dalla studiosa Lauren Berlant, nel suo libro omonimo del 2011. Per Berlant, la perseveranza nell’inseguire un obiettivo mai raggiunto e probabilmente mai raggiungibile – nel film, l’opportunità di sfondare nello show business – è una fonte di destabilizzazione personale ancora più forte del mancato raggiungimento in sé, specialmente per soggettività fragili ed esposte all’abuso di potere come quella della protagonista. Al tempo, molta critica preferì ignorare l’intreccio tra dimensioni privata e sociologica su cui Pietrangeli faceva luce, e confinarne la personalità autoriale dentro alla comoda e rassicurante etichetta di regista “attento al femminile”, appigliandosi al motivo comune di diversi suoi lavori, per esempio i precedenti Adua e le compagne – la storia di un gruppo di ex prostitute all’indomani della legge Merlin del 1958 sulle case chiuse – e La parmigiana – sugli amori e il percorso di indipendenza di una giovane Catherine Spaak. Già nel 1975, però, Roberto Silvestri su ‘il manifesto’ proclamava Io la conoscevo bene il film migliore in assoluto della decade precedente, il più capace di intercettarla nel suo regime di nuovi costumi e desideri che avrebbero fatto da combustibile, qualche anno più avanti, alle esplosioni della stagione Sessantotto-Settantasette.
Per Pietrangeli, infatti, indagare la condizione esistenziale della donna, all’epoca polo catalizzatore di tendenze tanto emancipative quanto regressive, faceva da cartina al tornasole per misurare il disagio dell’individuo di fronte alle accelerazioni, mutazioni e lacerazioni di una società investita di colpo dal progresso economico. Una tematica e un punto di vista simili a quelli che negli stessi anni caratterizzavano il cinema di Antonioni, ma con un approccio filmico molto diverso – non a caso nell’articolo del 1975 Silvestri tracciava un’opposizione proprio con il regista di L’avventura e L’eclisse. Infatti, se da una parte, in Antonioni il germe tutto interiore dell’alienazione è un principio che rimodula lo spazio cinematografico svuotandolo, dall’altra Pietrangeli lascia che a far emergere e lievitare il vuoto e il male di vivere siano la frammentazione insita nel modo in cui il cinema guarda ambienti e azioni, l’insistenza e la velocità di movimento dell’occhio meccanico della cinepresa, la volubilità dei cambi di prospettiva. In Io la conoscevo bene la nascente ma già onnipervasiva società dello spettacolo, sottilmente crudele e nascostamente violenta, è esplorata attraverso gli zoom, le associazioni di montaggio, i salti spazio-temporali e altri elementi tipici del linguaggio della pubblicità. Inoltre, il movimento erratico della macchina da presa mima invece il disperdersi dell’attenzione in un flusso di stimoli effimeri, con i piani sequenza che seguono Adriana gironzolare in camicia da notte per il suo appartamento senza nulla di importante da fare, se non acconciarsi secondo la moda del momento e lasciarsi inebetire dalle canzonette che vorrebbero educarla a lasciarsi ammirare, prendere, baciare.
Attorno a lei, del resto, gravitano uomini di varie età che, come canterà vari anni dopo il Battisti di Cosa succederà alla ragazza, “la vogliono spalmare di cioccolata, la vogliono servire in bocca”: il fidanzatino sciupafemmine e delinquente, il ragazzo di buona famiglia in cerca di una frequentazione senza impegno, l’agente-ruffiano, il pugile ritardato e il timido meccanico, il poliziotto dai toni paternalisti e il medico col sigaro in bocca, lo scrittore convinto di averla capita e il vecchio guitto che penosamente non vuole arrendersi al viale del tramonto. Per tutti lei è oggetto di consumo, di scambio o di ammonimento, in una continua sfilata a favore dello sguardo famelico del maschio. Sguardo che, però, esposto a sua volta a quello destrutturante del film, finisce per rovesciarsi e rivelare, come in uno specchio, molto di più su coloro che guardano che su colei che è guardata: “uomini del sottobosco italiano – così li ha descritti Mariuccia Ciotta su FilmTv – squallidi trafficanti, viscidi millantatori, quelli di una certa commedia all’italiana che Antonio Pietrangeli polverizzò per sempre”.
Tutti loro la definirebbero superficialmente ‘un tipo semplice’, Adriana; una fra tante, intercambiabile con le miriadi di altre starlette e ragazze-copertina che affollano gli eventi mondani della Roma anni Sessanta. Eppure, a conoscerla bene, difficilmente inquadrabile: a volte ingenua nel suo continuo autoingannarsi – cedendo a spasimanti che la vogliono solo per una notte o come passatempo –, altre prontissima a smascherare il carattere e le intenzioni dei suoi sfruttatori – come fa con l’agente e lo scrittore che vorrebbero farne, rispettivamente, una prostituta e del materiale d’ispirazione letteraria. Indisponibile a degradarsi e a mercificarsi, sempre alla ricerca di un contatto autentico, come quando rifiuta di concedersi al divo che per tramite di altri la richiede per una notte, insistendo che debba essere lui a presentarsi se interessato, o quando rinuncia a un pranzo con l’ennesimo cinematografaro venditore di fumo per passare il tempo con il figlioletto di pochi mesi della dirimpettaia.
I suoi contrasti sono gli stessi dell’Italia che si avvia sgomitando per i sentieri del boom, ansiosa di lasciarsi alle spalle il proprio passato straccione, ma in fondo spaesata nei suoi nuovi panni luccicanti e ipermoderni. Sono d’altronde questi gli anni – per ricordare solo alcuni dei fenomeni più caratteristici – della migrazione di massa dalle zone più arretrate del Paese verso le grandi città, che a questa ondata rispondevano con interventi di ammodernamento e di espansione disordinata in periferie giustapposte ma scollegate rispetto ai centri storici; del ruolo sempre più centrale di svaghi e intrattenimenti nelle abitudini quotidiane, accanto o in opposizione ai tradizionali doveri sociali, familiari e religiosi; della crescente accessibilità di agi e tecnologie domestiche e non. Novità che secondo Pier Paolo Pasolini provocavano una vera e propria “mutazione antropologica” negli italiani e nelle italiane, sfrangiando la compattezza del tessuto sociale e la cultura solidale tipica delle comunità rurali, fino a farle scivolare nell’atomizzazione e nella dispersione individualistica. In Io la conoscevo bene Pietrangeli registra queste tensioni sottolineando la contrapposizione tra trucco e genuinità, naturalezza e artificio che è una chiave di lettura di tutto il film anche a livello espressivo.
Muovendosi ora placida ora velocissima, in un’alternanza di osservazione e effetto shock, la macchina da presa cerca una visibilità di second’ordine inseguendo l’immagine di Adriana riflessa su specchi e vetri, e ne spezzetta la figura concentrandosi su piedi o gambe, come nella logica pubblicitaria della mannequin. Anche gli ambienti vengono in maniera simile disarticolati in segmenti isolati, astratti dal resto del mondo e del circostante, con cui non comunicano. Nel giardino dehors di un locale notturno, l’inquadratura ritaglia la cartolina di un piccolo bacino artificiale, con tanto di cascate e vegetazione rigogliosa, imitazione perfetta e al tempo stesso idealizzata di una natura lontana; ma alla protagonista basta prendere un treno per ritrovare il paesaggio spoglio e arcaico della campagna in cui ancora vive la sua famiglia d’origine.
La vita di Adriana nella grande città è in fondo un parco giochi costruito su un terreno vago, un fondale dipinto dietro cui resistono l’impronta della miseria, la morale orgogliosa del mondo contadino, il candore della provinciale, le speranze dell’adolescente. La sua identità incompiuta si disfa a poco a poco, persa nelle finzioni e nelle ipocrisie di un mondo a metà tra vecchio e nuovo, con la desolazione prontamente camuffabile sotto parrucche di ogni foggia. Anche nel pianto, sola davanti allo specchio, le lacrime autentiche si mescolano a quelle artificiali, e in ogni caso le si vede solo per il nero del mascara che cola dagli occhi.
Persino il momento estremo del suicidio, prefigurato fin dalla prima scena in spiaggia dove Adriana ci appare soltanto come un corpo steso inerte al sole, già morto, si consuma tra la sguaiatezza di una soggettiva in caduta libera e il pudore dell’immagine di una finestra aperta, con lo sguardo distolto verso il panorama di Roma. A precedere questo finale, non casualmente, c’è una sequenza accompagnata dalla versione italiana della canzone Toi di Gilbert Bécaud. Mentre Adriana ritorna a casa in macchina dopo una nottata fuori, l’“io” del maschio, facendosi vezzosamente schermo con l’uso del francese, dà forse inconsapevolmente voce alla contraddizione pulsante dentro al proprio stesso sguardo, le cui pretese di possesso sono messe in scacco dall’unicità individuale del “tu” femminile: “Toi, che ti sapevo mia da secoli, toi, tempo di felicità riservato a me, ma il mio attimo passò e dicesti no”. Quello che alla fine succede alla ragazza che apparentemente tutti conoscevano bene è dunque l’esito di una scelta radicale e ambivalente, che sancisce forse una sconfitta, dopo tante umiliazioni, ma afferma al tempo stesso l’inappropriabilità della persona rispetto alla gabbia oggettificante del desiderio come consumo. Siete veramente certi di conoscerle bene, chiedeva e chiede ancora Pietrangeli, quelle giovani stampate sulle pagine delle riviste o sui manifesti per la strada? Siete sicuri che sia possibile assimilarle alle loro immagini, così ubique e facilmente accessibili?
Fotografia di Ada Marino
