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Febbraio
16 Febbraio 2026

COSA SUC­CE­DE­RÀ ALLA RAGAZ­ZA. IO LA CONO­SCE­VO BENE, SES­SAN­T’AN­NI DOPO

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Cer­ti film san­no man­da­re in fran­tu­mi le cate­go­rie inter­pre­ta­ti­ve più usu­ra­te sem­pli­ce­men­te con la for­za del pro­prio lin­guag­gio e con l’at­ten­zio­ne riser­va­ta ai per­so­nag­gi e alla real­tà che rac­con­ta­no. È il caso di Io la cono­sce­vo bene, di Anto­nio Pie­tran­ge­li, che a sessant’anni dal­la sua usci­ta nel 1965 man­tie­ne intat­ta tut­ta la for­za del­la sua obli­qui­tà, tra lo spac­ca­to cora­le e il ritrat­to inti­mo del­l’a­spi­ran­te attri­ce Adria­na – Ste­fa­nia San­drel­li, al suo pri­mo ruo­lo da pro­ta­go­ni­sta – sen­za lasciar­si ridur­re uni­ca­men­te né all’uno né all’al­tro. Pro­prio a par­ti­re da que­sta postu­ra il film può lan­cia­re la sua sfi­da, ad oggi anco­ra attua­lis­si­ma, alla real­tà pre­da­to­ria e patriar­ca­le del mon­do capi­ta­li­sta, con le sue fal­se pro­mes­se di feli­ci­tà e auto­rea­liz­za­zio­ne che ali­men­ta­no quel mec­ca­ni­smo defi­ni­to “otti­mi­smo cru­de­le” dal­la stu­dio­sa Lau­ren Ber­lant, nel suo libro omo­ni­mo del 2011. Per Ber­lant, la per­se­ve­ran­za nell’inseguire un obiet­ti­vo mai rag­giun­to e pro­ba­bil­men­te mai rag­giun­gi­bi­le – nel film, l’op­por­tu­ni­tà di sfon­da­re nel­lo show busi­ness – è una fon­te di desta­bi­liz­za­zio­ne per­so­na­le anco­ra più for­te del man­ca­to rag­giun­gi­men­to in sé, spe­cial­men­te per sog­get­ti­vi­tà fra­gi­li ed espo­ste all’abuso di pote­re come quel­la del­la pro­ta­go­ni­sta. Al tem­po, mol­ta cri­ti­ca pre­fe­rì igno­ra­re l’intreccio tra dimen­sio­ni pri­va­ta e socio­lo­gi­ca su cui Pie­tran­ge­li face­va luce, e con­fi­nar­ne la per­so­na­li­tà auto­ria­le den­tro alla como­da e ras­si­cu­ran­te eti­chet­ta di regi­sta “atten­to al fem­mi­ni­le”, appi­glian­do­si al moti­vo comu­ne di diver­si suoi lavo­ri, per esem­pio i pre­ce­den­ti Adua e le com­pa­gne – la sto­ria di un grup­po di ex pro­sti­tu­te all’indomani del­la leg­ge Mer­lin del 1958 sul­le case chiu­se – e La par­mi­gia­na – sugli amo­ri e il per­cor­so di indi­pen­den­za di una gio­va­ne Cathe­ri­ne Spaak. Già nel 1975, però, Rober­to Sil­ve­stri su ‘il mani­fe­sto’ pro­cla­ma­va Io la cono­sce­vo bene il film miglio­re in asso­lu­to del­la deca­de pre­ce­den­te, il più capa­ce di inter­cet­tar­la nel suo regi­me di nuo­vi costu­mi e desi­de­ri che avreb­be­ro fat­to da com­bu­sti­bi­le, qual­che anno più avan­ti, alle esplo­sio­ni del­la sta­gio­ne Ses­san­tot­to-Set­tan­ta­set­te.

Per Pie­tran­ge­li, infat­ti, inda­ga­re la con­di­zio­ne esi­sten­zia­le del­la don­na, all’epoca polo cata­liz­za­to­re di ten­den­ze tan­to eman­ci­pa­ti­ve quan­to regres­si­ve, face­va da car­ti­na al tor­na­so­le per misu­ra­re il disa­gio dell’individuo di fron­te alle acce­le­ra­zio­ni, muta­zio­ni e lace­ra­zio­ni di una socie­tà inve­sti­ta di col­po dal pro­gres­so eco­no­mi­co. Una tema­ti­ca e un pun­to di vista simi­li a quel­li che negli stes­si anni carat­te­riz­za­va­no il cine­ma di Anto­nio­ni, ma con un approc­cio fil­mi­co mol­to diver­so non a caso nel­l’ar­ti­co­lo del 1975 Sil­ve­stri trac­cia­va un’opposizione pro­prio con il regi­sta di L’av­ven­tu­ra e L’e­clis­se. Infat­ti, se da una par­te, in Anto­nio­ni il ger­me tut­to inte­rio­re dell’alienazione è un prin­ci­pio che rimo­du­la lo spa­zio cine­ma­to­gra­fi­co svuo­tan­do­lo, dall’altra Pie­tran­ge­li lascia che a far emer­ge­re e lie­vi­ta­re il vuo­to e il male di vive­re sia­no la fram­men­ta­zio­ne insi­ta nel modo in cui il cine­ma guar­da ambien­ti e azio­ni, l’in­si­sten­za e la velo­ci­tà di movi­men­to dell’occhio mec­ca­ni­co del­la cine­pre­sa, la volu­bi­li­tà dei cam­bi di pro­spet­ti­va. In Io la cono­sce­vo bene la nascen­te ma già onni­per­va­si­va socie­tà del­lo spet­ta­co­lo, sot­til­men­te cru­de­le e nasco­sta­men­te vio­len­ta, è esplo­ra­ta attra­ver­so gli zoom, le asso­cia­zio­ni di mon­tag­gio, i sal­ti spa­zio-tem­po­ra­li e altri ele­men­ti tipi­ci del lin­guag­gio del­la pub­bli­ci­tà. Inol­tre, il movi­men­to erra­ti­co del­la mac­chi­na da pre­sa mima inve­ce il disper­der­si dell’attenzione in un flus­so di sti­mo­li effi­me­ri, con i pia­ni sequen­za che seguo­no Adria­na giron­zo­la­re in cami­cia da not­te per il suo appar­ta­men­to sen­za nul­la di impor­tan­te da fare, se non accon­ciar­si secon­do la moda del momen­to e lasciar­si ine­be­ti­re dal­le can­zo­net­te che vor­reb­be­ro edu­car­la a lasciar­si ammi­ra­re, pren­de­re, bacia­re. 

Attor­no a lei, del resto, gra­vi­ta­no uomi­ni di varie età che, come can­te­rà vari anni dopo il Bat­ti­sti di Cosa suc­ce­de­rà alla ragaz­za, “la voglio­no spal­ma­re di cioc­co­la­ta, la voglio­no ser­vi­re in boc­ca”: il fidan­za­ti­no sciu­pa­fem­mi­ne e delin­quen­te, il ragaz­zo di buo­na fami­glia in cer­ca di una fre­quen­ta­zio­ne sen­za impe­gno, l’agente-ruffiano, il pugi­le ritar­da­to e il timi­do mec­ca­ni­co, il poli­ziot­to dai toni pater­na­li­sti e il medi­co col siga­ro in boc­ca, lo scrit­to­re con­vin­to di aver­la capi­ta e il vec­chio guit­to che peno­sa­men­te non vuo­le arren­der­si al via­le del tra­mon­to. Per tut­ti lei è ogget­to di con­su­mo, di scam­bio o di ammo­ni­men­to, in una con­ti­nua sfi­la­ta a favo­re del­lo sguar­do fame­li­co del maschio. Sguar­do che, però, espo­sto a sua vol­ta a quel­lo destrut­tu­ran­te del film, fini­sce per rove­sciar­si e rive­la­re, come in uno spec­chio, mol­to di più su colo­ro che guar­da­no che su colei che è guar­da­ta: “uomi­ni del sot­to­bo­sco ita­lia­no – così li ha descrit­ti Mariuc­cia Ciot­ta su FilmTv – squal­li­di traf­fi­can­ti, visci­di mil­lan­ta­to­ri, quel­li di una cer­ta com­me­dia all’italiana che Anto­nio Pie­tran­ge­li pol­ve­riz­zò per sem­pre”. 

Tut­ti loro la defi­ni­reb­be­ro super­fi­cial­men­te ‘un tipo sem­pli­ce’, Adria­na; una fra tan­te, inter­cam­bia­bi­le con le miria­di di altre star­let­te e ragaz­ze-coper­ti­na che affol­la­no gli even­ti mon­da­ni del­la Roma anni Ses­san­ta. Eppu­re, a cono­scer­la bene, dif­fi­cil­men­te inqua­dra­bi­le: a vol­te inge­nua nel suo con­ti­nuo autoin­gan­nar­si – ceden­do a spa­si­man­ti che la voglio­no solo per una not­te o come pas­sa­tem­po –, altre pron­tis­si­ma a sma­sche­ra­re il carat­te­re e le inten­zio­ni dei suoi sfrut­ta­to­ri – come fa con l’agente e lo scrit­to­re che vor­reb­be­ro far­ne, rispet­ti­va­men­te, una pro­sti­tu­ta e del mate­ria­le d’ispirazione let­te­ra­ria. Indi­spo­ni­bi­le a degra­dar­si e a mer­ci­fi­car­si, sem­pre alla ricer­ca di un con­tat­to auten­ti­co, come quan­do rifiu­ta di con­ce­der­si al divo che per tra­mi­te di altri la richie­de per una not­te, insi­sten­do che deb­ba esse­re lui a pre­sen­tar­si se inte­res­sa­to, o quan­do rinun­cia a un pran­zo con l’en­ne­si­mo cine­ma­to­gra­fa­ro ven­di­to­re di fumo per pas­sa­re il tem­po con il figlio­let­to di pochi mesi del­la dirim­pet­ta­ia. 

I suoi con­tra­sti sono gli stes­si dell’Italia che si avvia sgo­mi­tan­do per i sen­tie­ri del boom, ansio­sa di lasciar­si alle spal­le il pro­prio pas­sa­to strac­cio­ne, ma in fon­do spae­sa­ta nei suoi nuo­vi pan­ni luc­ci­can­ti e iper­mo­der­ni. Sono d’altronde que­sti gli anni – per ricor­da­re solo alcu­ni dei feno­me­ni più carat­te­ri­sti­ci – del­la migra­zio­ne di mas­sa dal­le zone più arre­tra­te del Pae­se ver­so le gran­di cit­tà, che a que­sta onda­ta rispon­de­va­no con inter­ven­ti di ammo­der­na­men­to e di espan­sio­ne disor­di­na­ta in peri­fe­rie giu­stap­po­ste ma scol­le­ga­te rispet­to ai cen­tri sto­ri­ci; del ruo­lo sem­pre più cen­tra­le di sva­ghi e intrat­te­ni­men­ti nel­le abi­tu­di­ni quo­ti­dia­ne, accan­to o in oppo­si­zio­ne ai tra­di­zio­na­li dove­ri socia­li, fami­lia­ri e reli­gio­si; del­la cre­scen­te acces­si­bi­li­tà di agi e tec­no­lo­gie dome­sti­che e non. Novi­tà che secon­do Pier Pao­lo Paso­li­ni pro­vo­ca­va­no una vera e pro­pria “muta­zio­ne antro­po­lo­gi­ca” negli ita­lia­ni e nel­le ita­lia­ne, sfran­gian­do la com­pat­tez­za del tes­su­to socia­le e la cul­tu­ra soli­da­le tipi­ca del­le comu­ni­tà rura­li, fino a far­le sci­vo­la­re nell’atomizzazione e nel­la disper­sio­ne indi­vi­dua­li­sti­ca. In Io la cono­sce­vo bene Pie­tran­ge­li regi­stra que­ste ten­sio­ni sot­to­li­nean­do la con­trap­po­si­zio­ne tra truc­co e genui­ni­tà, natu­ra­lez­za e arti­fi­cio che è una chia­ve di let­tu­ra di tut­to il film anche a livel­lo espres­si­vo. 

Muo­ven­do­si ora pla­ci­da ora velo­cis­si­ma, in un’alternanza di osser­va­zio­ne e effet­to shock, la mac­chi­na da pre­sa cer­ca una visi­bi­li­tà di second’ordine inse­guen­do l’im­ma­gi­ne di Adria­na rifles­sa su spec­chi e vetri, e ne spez­zet­ta la figu­ra con­cen­tran­do­si su pie­di o gam­be, come nel­la logi­ca pub­bli­ci­ta­ria del­la man­ne­quin. Anche gli ambien­ti ven­go­no in manie­ra simi­le disar­ti­co­la­ti in seg­men­ti iso­la­ti, astrat­ti dal resto del mon­do e del cir­co­stan­te, con cui non comu­ni­ca­no. Nel giar­di­no dehors di un loca­le not­tur­no, l’inquadratura rita­glia la car­to­li­na di un pic­co­lo baci­no arti­fi­cia­le, con tan­to di casca­te e vege­ta­zio­ne rigo­glio­sa, imi­ta­zio­ne per­fet­ta e al tem­po stes­so idea­liz­za­ta di una natu­ra lon­ta­na; ma alla pro­ta­go­ni­sta basta pren­de­re un tre­no per ritro­va­re il pae­sag­gio spo­glio e arcai­co del­la cam­pa­gna in cui anco­ra vive la sua fami­glia d’origine.

La vita di Adria­na nel­la gran­de cit­tà è in fon­do un par­co gio­chi costrui­to su un ter­re­no vago, un fon­da­le dipin­to die­tro cui resi­sto­no l’impronta del­la mise­ria, la mora­le orgo­glio­sa del mon­do con­ta­di­no, il can­do­re del­la pro­vin­cia­le, le spe­ran­ze dell’adolescente. La sua iden­ti­tà incom­piu­ta si disfa a poco a poco, per­sa nel­le fin­zio­ni e nel­le ipo­cri­sie di un mon­do a metà tra vec­chio e nuo­vo, con la deso­la­zio­ne pron­ta­men­te camuf­fa­bi­le sot­to par­ruc­che di ogni fog­gia. Anche nel pian­to, sola davan­ti allo spec­chio, le lacri­me auten­ti­che si mesco­la­no a quel­le arti­fi­cia­li, e in ogni caso le si vede solo per il nero del masca­ra che cola dagli occhi.

Per­si­no il momen­to estre­mo del sui­ci­dio, pre­fi­gu­ra­to fin dal­la pri­ma sce­na in spiag­gia dove Adria­na ci appa­re sol­tan­to come un cor­po ste­so iner­te al sole, già mor­to, si con­su­ma tra la sgua­ia­tez­za di una sog­get­ti­va in cadu­ta libe­ra e il pudo­re dell’immagine di una fine­stra aper­ta, con lo sguar­do distol­to ver­so il pano­ra­ma di Roma. A pre­ce­de­re que­sto fina­le, non casual­men­te, c’è una sequen­za accom­pa­gna­ta dal­la ver­sio­ne ita­lia­na del­la can­zo­ne Toi di Gil­bert Bécaud. Men­tre Adria­na ritor­na a casa in mac­chi­na dopo una not­ta­ta fuo­ri, l’“io” del maschio, facen­do­si vez­zo­sa­men­te scher­mo con l’u­so del fran­ce­se, dà for­se incon­sa­pe­vol­men­te voce alla con­trad­di­zio­ne pul­san­te den­tro al pro­prio stes­so sguar­do, le cui pre­te­se di pos­ses­so sono mes­se in scac­co dall’unicità indi­vi­dua­le del “tu” fem­mi­ni­le: “Toi, che ti sape­vo mia da seco­li, toi, tem­po di feli­ci­tà riser­va­to a me, ma il mio atti­mo pas­sò e dice­sti no”. Quel­lo che alla fine suc­ce­de alla ragaz­za che appa­ren­te­men­te tut­ti cono­sce­va­no bene è dun­que l’e­si­to di una scel­ta radi­ca­le e ambi­va­len­te, che san­ci­sce for­se una scon­fit­ta, dopo tan­te umi­lia­zio­ni, ma affer­ma al tem­po stes­so l’inappropriabilità del­la per­so­na rispet­to alla gab­bia ogget­ti­fi­can­te del desi­de­rio come con­su­mo. Sie­te vera­men­te cer­ti di cono­scer­le bene, chie­de­va e chie­de anco­ra Pie­tran­ge­li, quel­le gio­va­ni stam­pa­te sul­le pagi­ne del­le rivi­ste o sui mani­fe­sti per la stra­da? Sie­te sicu­ri che sia pos­si­bi­le assi­mi­lar­le alle loro imma­gi­ni, così ubi­que e facil­men­te acces­si­bi­li?

Foto­gra­fia di Ada Mari­no

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