La Corea del Sud, conseguentemente al processo di democratizzazione iniziato nel 1987, grazie a una serie di investimenti in infrastrutture economiche e educative, si è faticosamente ritagliata un posto fra le potenze economiche mondiali, soprattutto dal punto di vista industriale e tecnologico. Il modello coreano di crescita, trainata dall’estero e caratterizzata da una forte repressione politica fino all’87, è stato spesso preso come simbolo del miracolo economico delle Tigri Asiatiche, portando il paese a essere fra i venti più ricchi al mondo per PIL. Il simbolo di questo sviluppo sostenuto sono le chaebol (재벌), grandi conglomerati industriali a conduzione familiare ereditaria – come Samsung, LG e Hyundai – strenuamente sostenuti dallo Stato, i cui presidenti sono spesso ritenuti al di sopra della legge per il loro apporto economico e caratterizzano l’economia coreana come strutturalmente oligopolistica.
Questo processo di sviluppo è stato sì favorito dagli ingenti capitali americani investiti conseguentemente alla Guerra di Corea (1950–1953), ma anche sfruttando quella che è un’impostazione socio-lavorativa di un certo tipo: complice l’influenza dei valori confuciani, la cultura del lavoro coreana affonda le sue radici nella strenua competizione, tra imprese ma anche tra singoli impiegati.
Quella coreana è una società iper-competitiva, dove la necessità di superare gli altri inizia fin dalla scuola elementare e perseguita le persone durante tutta la loro vita lavorativa e sociale. Non è un caso che 7 persone su 10 abbiano affrontato gravi problemi di salute mentale e, più in generale, la percentuale di persone che si trova in situazione di “stress estremo” o “depressione ricorrente” sia in costante crescita. Si spiegano così il 52esimo posto, su 143 paesi esaminati, nella classifica stilata dal World Happiness Report nel 2024, e soprattutto il quarto tasso di suicidi più alto del mondo secondo l’Organizzazione mondiale della sanità.
Di fronte alla forte precarietà sociale figlia di questa cultura della competizione, le nuove generazioni cercano di reagire tentando di abbandonare queste caratteristiche strutturali della società coreana. Un esempio, per quanto banale possa sembrare, è la Space Out Competition: una competizione in cui vince… chi non fa niente. O meglio: 90 minuti in totale assenza di stimoli, in cui i partecipanti devono rimanere immobili, calmi e sereni; indossano cardiofrequenzimetri e i vincitori sono individuati tramite una combinazione di valori biometrici e voto del pubblico. Una provocazione – lanciata nel 2014 dall’artista visivo Woopsyang in aperta critica alla società moderna del burnout – diventata ben presto una competizione di importanza nazionale, se non altro da un punto di vista simbolico.
Anche l’arte ha provato a criticare questo tipo di impostazione ultracompetitiva della Corea del Sud. Impossibile non citare in tal senso la celebre serie tv prodotta da Netflix Squid Game (2021–2025), il cui fulcro ruota proprio attorno a una spietata competizione di persone reiette, ai margini della società – e, dunque, per essa inutili. Ma ancora più profonda e dissacrante è la critica alla società moderna del cinema coreano, che da sempre pone una tecnica cinematografica sopraffina al servizio di tematiche sociali – e che non a caso sta acquisendo sempre più importanza a livello mondiale, come testimonia l’Oscar al miglior film a Parasite di Bong Joon-ho nel 2018. È proprio questo il caso di No Other Choice, ultimo lavoro del maestro Park Chan-wook, una delle punte di diamante del cinema coreano – e, più in generale, mondiale.
Park Chan-wook è un maestro prima di tutto dal punto di vista tecnico. Ciò che lo contraddistingue sotto questo aspetto è il dinamismo della regia, fatta di un movimento quasi perpetuo della macchina da presa – senza che però questo risulti mai fine a se stesso – nonché dell’uso di transizioni e raccordi di montaggio sempre suggestivi, seducenti e ipnotici. Ma il regista coreano è un maestro anche dal punto di vista contenutistico, poiché i suoi film riescono sempre a unire stile e politica, forma e contenuto, violenza e filosofia. Le sue pellicole, infatti, sia quelle più autoriali che quelle che affondano le proprie radici nel genere – come l’ormai supercult Oldboy – non sono mai meri sfoggi di stile, ma nascondono al proprio interno diversi livelli di lettura. Una simile combinazione di forma e contenuto è stata presto riconosciuta anche in campo internazionale, tanto da farlo diventare un beniamino del Festival di Cannes, dove ha vinto tre dei cinque possibili premi per un regista: il Gran Prix della Giuria nel 2004 per Old Boy, il Premio della Giuria nel 2009 per Thirst e il Prix de la mise en scène nel 2022 per Decision to Leave.
La grande novità della nuova pellicola del Maestro coreano risiede prima di tutto nella scelta del genere: perché No Other Choice è prima di tutto una commedia. La storia, infatti, sebbene tragica e, col tempo, sempre più tendente al thriller, è disseminata di una tale quantità di momenti comici che non si può non definire commedia. Ambigua, certo, ma pur sempre commedia. Park Chan-wook aveva già sperimentato questo genere nel 2006 con I’m a cyborg, but that’s ok – film piacevole, ma, forse, a detta anche della critica, il minore della sua filmografia – che però è più ascrivibile al sottogenere delle commedie romantiche. Con No Other Choice, invece, il regista decide di affrontare il genere in modo del tutto nuovo, muovendosi a metà tra due sottocategorie dello stesso: la commedia grottesca e la tragicommedia. Una siffatta scelta registica, visti i temi trattati e la forte denuncia sociale, non è da sottovalutare e anzi costituisce forse uno degli aspetti più interessanti della pellicola.
La trama è estremamente semplice: Yoo Man-soo lavora da 25 anni come dirigente di un’impresa nel settore dell’industria della carta quando un giorno viene improvvisamente licenziato a causa di un progetto di innovazione dell’azienda tramite AI. La disperazione per l’impossibilità di trovare lavoro lo porterà ad architettare una serie di omicidi dei suoi rivali.
Inutile girarci intorno: con No Other Choice, Park Chan-wook prende di mira il sistema capitalista occidentale, dagli anni ’50 impiantato in Corea del Sud e col tempo estremizzatosi all’inverosimile. In particolare, denuncia l’esasperante competitività che esso porta con sé – una lotta di tutti contro tutti che ricorda Hobbes e il suo stato di natura, in cui homo homini lupus. Tuttavia, non è possibile comprendere appieno il livello di stress e paranoia sociale propri di questo paese se non se ne comprende l’impostazione educativa. Perché la competizione in Corea del Sud inizia fin dai primi anni di scuola elementare: tra i business più importanti c’è quello degli hagwon (학원), ovvero istituti di ripetizioni private, dove i bambini vengono portati ancor prima di iniziare la scuola elementare. La volontà di primeggiare e battere gli altri comporta la necessità di cominciare a imparare prima degli altri; e, quando la scuola è iniziata, imparare più degli altri. Così, numerosi alunni coreani concludono l’orario scolastico, mangiano – spesso velocemente per non perdere troppo tempo – e vengono accompagnati in un hagwon per proseguire e ampliare la loro istruzione. Per dare un’idea del fenomeno, da diversi anni è stata varata una legge che impedisce agli studenti di rimanere nei doposcuola oltre le 22 – anche se, spesso, tale norma viene disattesa. Secondo dati ufficiali, nel 2022 quattro studenti sudcoreani su cinque hanno preso lezioni extrascolastiche di qualche tipo. Il tutto per preparare il temutissimo suneung (수능), esame di ammissione all’università, che classifica gli studenti in nove livelli; ovviamente, solo chi raggiunge i primi livelli può accedere alle migliori università della capitale. Lo descrive perfettamente Cathrin Schmiegel, giornalista tedesca che ha deciso di seguire da vicino il percorso di preparazione all’esame di una ragazza coreana:
“Sei materie e 357 minuti di concentrazione, più 120 minuti di pausa in tutto. Otto ore senza neanche un secondo di troppo per lasciarsi prendere dal panico. In questi giorni in Corea del Sud 444.870 studenti sosterranno l’esame di stato, chiamato suneung, che serve per l’ammissione all’università. E oggi, per un momento, mezzo paese si blocca: per evitare che i pendolari intasino treni e strade, l’inizio della giornata lavorativa viene posticipato di un’ora; per 35 minuti, mentre si svolge l’esame d’inglese, nessun aereo atterra o decolla per assicurare che non vada persa neanche una parola della sessione di ascolto e comprensione. Oggi si stabilisce quali sogni potranno realizzarsi e quali no”.
Se questo è il livello di stress che devono sopportare quelli che dovrebbero essere dei ragazzi del liceo, le scelte del protagonista di No Other Choice, pur assolutamente non giustificabili, diventano in qualche modo più comprensibili: la pressione della società capitalista iper-competitiva diventa quasi insostenibile per un padre di famiglia educato fin da bambino a vincere e a prevalere sugli altri.
Ciò che viene messo in scena è la completa distruzione della solidarietà: persone che dovrebbero essere coalizzate contro un capitalismo che taglia i posti di lavoro in nome dell’efficientamento della produzione tramite le macchine invece combattono e si annientano tra di loro. Il protagonista sembra in un primo momento sostenere tale solidarietà tra gli operai, tanto che – quando ancora non ha capito che quello che sarà fatto fuori è lui e non i suoi colleghi – si prepara un discorso a difesa dei suoi compagni di lavoro; ma quando scoprirà la verità e si troverà senza lavoro – o meglio, senza un lavoro che gli consenta di mantenere lo status che attualmente possiede – inizierà a lottare contro i suoi pari in un’ottica di mors tua vita mea.
Le persone che uccide, infatti, sono tutte come lui: hanno all’incirca lo stesso curriculum, lo stesso amore per il proprio lavoro, la stessa famiglia da mantenere. Ed è proprio questo il motivo per cui il protagonista fa fatica a ucciderle: la goffaggine negli atti omicidiari di Yoo Man-so non è figlia solo del fatto che lui è tutto fuorché un assassino – ed è proprio qui che risiede gran parte della potenza (tragi)comica della pellicola – ma è data soprattutto dal fatto che, per una caratteristica o per l’altra, le vittime designate sono in realtà lo specchio del protagonista. Questo si vede bene con il primo collega-rivale: la vittima è un personaggio che sta facendo tutti quegli errori che lo stesso carnefice, nella vita e nel lavoro, sta commettendo. Ed è paradossale, allora, che nella spassosissima scena del confronto tra i due, sia lo stesso Yoo Man-so a fare la paternale alla sua futura vittima, imputandole una serie di errori che lui stesso sta realizzando senza rendersene conto – ad esempio quello di trascurare la moglie o di non accettare un lavoro che sia diverso da quello che ricopriva nell’industria cartiera.
C’è, infatti, un’ulteriore critica che viene mossa al protagonista – e dunque alla società ultracompetitiva coreana figlia del capitalismo più sfrenato: la sua estrema ambizione e totale mancanza di umiltà. A differenza del secondo collega-rivale-vittima, infatti, Yoo Man-so non ha l’umiltà di accettare un lavoro che sia socialmente meno importante del suo precedente, perché non vuole accettare il cambiamento di status verso il basso. Nonostante la mancanza di denaro, nonostante le rinunce che la famiglia deve affrontare a causa della sua disoccupazione, il protagonista non ha l’umiltà di accettare un lavoro – magari anche solo temporaneo – socialmente meno importante ma che permetta di dare ossigeno a una famiglia in difficoltà economica. Perché grazie alla sua scalata sociale Yoo Man-so si è conquistato “tutto”: casa, giardino con serra, famiglia, cani, macchina e tutti quegli elementi che, nella primissima scena del film, gli permettono di affermare, appagato, che lui “ha tutto”. Dunque, per nessun motivo accetterà di fare un passo indietro, di scendere a compromessi con un lavoro che non gli consenta di mantenere quello stile di vita. La forma mentis è tale per cui, una volta saliti gli scalini, non si potrà mai accettare di fare – anche solo temporaneamente – dei passi indietro, poiché ciò comporterebbe rinunciare a tutti quei benefici consumistici che lo status di facoltoso porta con sé.
Forse è anche comprensibile – senza che, lo ripetiamo, ciò implichi alcuna giustificazione – alla luce della fatica che il protagonista ha fatto per arrivare fino a lì: in Corea del Sud il lavoro, oltre che da un punto di vista psicologico, è estenuante anche dal punto di vista fisico. La settimana di lavoro comprende di default una certa quantità di ore di straordinari in aggiunta a quelle regolari; “di default” nel senso che sono proprio i datori di lavoro che si aspettano che i lavoratori, giornalmente e settimanalmente, facciano un tot di ore di straordinario. La portata di questo monte ore si era negli anni talmente innalzata che è dovuto intervenire – di nuovo, come nel caso degli hagwon – il governo nel 2018 a stabilire un massimo di 52 ore lavorative settimanali, composto da 40 ore di lavoro regolare e solo 12 di straordinario. Ecco che la giornata di lavoro può iniziare alle 9 di mattina e concludersi alle 10 di sera; senza contare poi gli hoesik (회식), incontri dopo lavoro in cui si mangia e soprattutto si beve – i coreani hanno un grande problema con l’alcol, come la stessa pellicola in esame non manca di sottolineare – e che sono fondamentali per i giovani lavoratori che vogliono fare carriera. L’impostazione del lavoro e della società coreana, infatti, è fortemente gerarchizzata, e anche in questi incontri di dopolavoro i giovani sono tenuti a servire e intrattenere i superiori, poiché un comportamento non corretto dei primi nei confronti dei secondi potrebbe compromettere i rapporti lavorativi. Insomma, gli hoesik, seppur con una veste diversa, sono lavoro a tutto gli effetti. La totale abnegazione verso la propria professione e il completo annullamento di sé per la causa fanno sì che chi, dopo anni di sacrificio, raggiunge una determinata posizione, difficilmente abbia la lucidità di fare un passo indietro per un bene superiore – nel caso di Yoo Man-so, soprattutto la famiglia. L’educazione delle persone coreane è talmente proiettata al futuro che – si perdoni il cliché ma in questo caso è d’obbligo – “chi si ferma è perduto”.
Ma No Other Choice funziona non solo sul piano contenutistico. È anche una pregiatissima commedia. Non in senso classico, come è ovvio che sia: non proprio Woody Allen, ecco. Più un viaggio verso il grottesco, in cui la risata è sempre accompagnata a un senso di nausea per la condizione dei personaggi che sono messi in scena – in tal senso, c’è un’eco della grande commedia all’italiana, capace di far ridere mentre si evidenziano tutti i difetti dei protagonisti delle vicende. L’impianto comico funziona grazie a una scrittura equilibrata, ben calibrata, che costruisce con pazienza e sapienza tanto le scene comiche quanto quelle di suspense e quelle tragiche.
Ma il vero capolavoro di sceneggiatura di questo film è il protagonista, Yoo Man-so – interpretato da Lee Byung-hun, diventato famoso in Occidente grazie al suo ruolo di Front Man in Squid Game. Egli è un uomo pieno di contraddizioni: amorevole ma geloso, ambizioso ma empatico, coraggioso ma inetto. L’emblema della sua contraddittorietà sta nel suo amore smisurato per le piante. È meticoloso nel sistemarle e curarle – quella meticolosità che sarà poi riciclata nell’uccisione delle persone e nell’occultamento dei corpi, anche se, come detto sopra, con un certo grado di goffaggine – ma sono proprio quelle piante a essere uccise per produrre la carta che il protagonista venera come una divinità: “la carta è quello che mi ha dato da mangiare per 25 anni” dice riprendendo le parole della prima vittima. Le piante e la carta diventano allora una metafora utile per parlare del capitalismo e del suo diretto figlio consumismo, dove le prime sono le persone, apparentemente curate con meticolosità, quando in realtà sono pronte ad essere sacrificate senza scrupolo sull’altare del dio denaro – che, come si ricorda nel film, non a caso, è fatto di carta. Piante-carte, persone-denaro, vita-morte: se tutto ciò non vi ha ancora convinto, vi basti sapere che il concetto viene definitivamente esplicitato nella sequenza dei titoli di coda, dove – con una CGI a dire il vero non troppo convincente – viene messa in scena, senza alcun valore narrativo ma esclusivamente concettuale, una grande macchina che con violenza inaudita distrugge e maciulla gli alberi da utilizzare poi per produrre carta.
C’è un ultimo passaggio narrativo che merita di essere commentato: il dolore cronico al dente che affligge il Yoo Man-so durante tutta la durata del film. Dolore che passerà solo quando il protagonista deciderà, alterato dall’alcol, di strapparsi il dente dalla bocca con una tenaglia. In altre parole, quando avrà estirpato il problema. Che è esattamente quello che farà durante tutta la sua (dis)avventura. No Other choice ruota attorno a un movimento: quello che dovrebbe essere un movimento orizzontale di solidarietà – di persone che si fanno forza e stringono unite nelle difficoltà e, che non sia mai, formino un sindacato – viene invece trasformato in un movimento verticale, che individua gli avversari, vi mette sopra un mirino, e infine li uccide.
No Other Choice racconta della morte della solidarietà, della morte della socialità, della morte dell’unione nel XXI secolo; una morte che avviene in nome dell’egoismo e dell’individualità, perché qualsiasi mezzo è buono per prevaricare sugli altri in una società capitalista che fa della competizione estrema il cardine della sua esistenza. Difendere la famiglia e il proprio status a costo di calpestare persone identiche a te: mors tua vita mea.
Per fortuna, non tutta la Corea si è rassegnata a questo modo di pensare. Sono in particolare le nuove generazioni a muovere i primi ampi e decisi passi in senso contrario rispetto all’impostazione socio-lavorativa finora descritta. Si registra, per esempio, una sempre maggiore diffusione della pratica del quiet quitting, fenomeno globale ma che in Corea trova, per ovvie ragioni, terreno particolarmente fertile: consiste nel portare avanti i propri compiti senza dover necessariamente ricorrere a straordinari o ad ore di lavoro extra rispetto a quelle regolari. Una pratica che per noi occidentali sembra quasi scontata, ma che, come abbiamo visto, così non è, visto il modus operandi coreano. Allo stesso modo, si evidenzia un progressivo declino degli incontri dopo il lavoro: le nuove generazioni, infatti, vedono la tradizione degli hoesik come un’indebita limitazione del proprio tempo libero. In generale, la generazione MZ – un misto tra Millennial e Gen Z – sta chiedendo a gran voce equità e trasparenza nei rapporti lavorativi, cosa per nulla scontata in una società che fa dei momenti extralavorativi un elemento cardine della vita lavorativa stessa.
Addirittura ci sono aziende – specialmente nel mondo delle startup e dell’IA – che stanno iniziando a usare titoli “orizzontali”, una vera e propria rivoluzione nel mondo lavorativo coreano. In Corea del Sud, infatti, il modello chaebol comporta una rigida gerarchizzazione dei ruoli dall’alto verso il basso: una gerarchia di titoli – Sawon (사원) ovvero chi entra nel mercato del lavoro dopo l’università, Daeri (대리) o ‘Assistant Manager’ dopo i primi quattro anni lavorativi, Gwajang (과장) che è manager o un caposezione e che si può raggiungere dopo, almeno, sette anni di lavoro, Chajang (사장님) che può essere un Senior Manager come un direttore di reparto, fino a Bujang (부장)) ovvero un direttore di dipartimento e che arriva fino al Sajang (사장) che è il CEO e al Hwejang (회장) che è il presidente – che sicuramente ha avuto il merito, dal punto di vista storico, di costruire impeccabili catene di comando nell’industria coreana, ma che oggi sembra essere d’intralcio rispetto alla velocità e all’elasticità richiesta dall’economia digitale. Da qui la scelta di adottare titoli “orizzontali”, ovvero sostituire al tradizionale sistema di titoli uno nuovo composto da nomi inglesi o, più semplicemente, dal suffisso universale “-nim”, in modo da promuovere una comunicazione più paritaria, in cui le idee sono valutate per il loro contenuto e non in base al rango di chi le esprime.
Insomma, quella che sta prendendo piede in Corea è una ribellione silenziosa contro un sistema lavorativo che, sin dalla sua nascita, ha sempre fatto fatica a marcare con decisione il confine tra vita lavorativa e vita privata.
In conclusione, No Other Choice è il sintomo artistico di una malattia che si è ormai diffusa all’inverosimile nella società sudcoreana: quella iper-competizione che annienta le vite dei cittadini, che siano essi lavoratori o semplici bambini. Un modo di pensare egoistico, che non costruisce un collettività bensì un mero insieme di individualità.
E se tutto ciò può sembrare eccessivamente allarmistico, ecco l’ultima puntata di Squid Game, direttamente dagli studios del Ministero della Scienza e delle Tecnologie dell’Informazione di Seul: la Corea del Sud ha appena varato una strategia di investimento da 530 miliardi di won (quasi 310 milioni di euro) nel campo dell’intelligenza artificiale, per la quale sono state selezionate cinque grandi aziende del paese; il lavoro di ricerca verrà costantemente monitorato, e ogni semestre quelle i cui progressi saranno giudicati come non soddisfacenti saranno eliminate dal programma e i loro fondi redistribuiti tra i concorrenti rimasti. Fino a che, nel 2027, non rimarranno solo due aziende vincitrici che riceveranno i finanziamenti residui e avranno accesso a infrastrutture governative e database pubblici; diverranno, infatti, i “campioni nazionali dell’AI sovrana”, incaricati di sviluppare tecnologie linguistiche per il mercato coreano, cercando di ridurre il gap con gli altri paesi in materia di AI.
Davanti a una notizia del genere la domanda è d’obbligo: e se non fosse l’arte ad imitare la vita, bensì l’esatto contrario? Per rispondere non rimane che andare al cinema; anzi, non c’è altra scelta che andare al cinema e godere dell’ultimo lavoro del maestro Park Chan-wook.
Fotografia di Matilde Lazzari
Sitografia
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Lee, S. 2025, 19 agosto, “In Corea del Sud è diventato uno sport non fare nulla e rimanere immobili per 90 minuti”:
Ubbiali, G. 2025, 30 gennaio, “Corea del Sud, le ombre dietro una società iper-competitiva”, Il Sole 24 Ore: https://alleyoop.ilsole24ore.com/2025/01/30/corea-sud/.
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Behalf Korea, “Korea working culture: 5 critical shifts you must know”: https://behalfkr.com/korea-working-culture/.
Piccolo, R. 2025, 30 settembre, “La Corea del Sud vuole lanciarsi nella corsa all’intelligenza artificiale con una competizione che ricorda tanto Squid Game”: https://www.wired.it/article/corea-del-sud-corsa-intelligenza-artificiale-competizione-squid-game/.