Fin dai tempi di Sirene (2007), romanzo a suo modo cult e anticipatore di gran parte dei temi del dibattito sull’Antropocene, Laura Pugno non ha mai smesso di indicare un altro sentiero per la letteratura in Italia. Dove per anni una moltitudine di scrittori e scrittrici si è mossa verso la neutralizzazione dell’idea di disastro, saltando il malanno e il concetto stesso di crisi ambientale, Laura Pugno ha insistito affinché la (sua) scrittura si confrontasse con “tutto il complesso ripensamento del nostro mondo, il mondo stravolto dalla catastrofe climatica” (2025). Se nell’opera In territorio selvaggio (2018) Pugno invitava a inforestare il libro, a considerarlo cioè non come un giardino di belle scritture ma come un bosco di sentieri per i quali ci si può perdere – come “trovare il modo di portarli, i lettori, nel bosco, uno per uno?” – nel suo ultimo saggio, L’oltre. Poesia, Terzo paesaggio, Terza natura? (2025), l’autrice si chiede:
“Che cosa significa scrivere, continuare a scrivere, nel momento in cui l’orizzonte del tempo a venire, l’aere perennius, diventa frastagliato, potrebbe interrompersi, addirittura cancellarsi (quantomeno per noi)?”.
Interrogazione condotta proprio da un “buio del bosco” – quel buio da cui incominciava un altro romanzo cult di Pugno, La ragazza selvaggia del 2016; interrogazione ‘pericolante’, tanto più se la scrittura ne è come ‘compresa’: subisce la frastagliatura, vi risponde nella forma, si frantuma lungo tutto il libro e accoglie, in questo frantumo, lo spazio di un “lampeggiamento” di altre narrazioni, possibilità di restituire un mondo diverso da come lo abbiamo immaginato sino ad ora. “Io entro nel doloroso grumo” ha scritto una volta il poeta Mario Luzi a proposito di una città che potrebbe essere l’intero paesaggio terrestre, “divento cupo e risplendo, / la rubo in immagine / col mio specchio fluente, / la frantumo, / la sbriciolo nel mio / molecolare lampeggiamento” (L’Opera poetica). C’è allora come una grande generosità nell’opera di Pugno: figure, testi, costellazioni teoriche, ecologie – senza ‘natura’– e dialoghi con altre figure del panorama italiano e mondiale come Timothy Morton, Anna Tsing, Merlin Sheldrake ed Eduardo Kohn.
Ne esce fuori un libro dichiaratamente selvatico, un kit di sopravvivenza, direbbe Matteo Meschiari, che infatti viene citato più volte nel libro. Un’opera su cosa leggere-frequentare-amare nel mezzo di questa “terra devastata”. Senza mai abituarsi al devasto. Anzi: Pugno muove il gesto poetico verso l’idea di una Terza natura – ispirata a Gilles Clément – che non è wilderness, né ambiente antropizzato, ma ‘territà’ (landness): zona intermedia, residua, instabile, proliferazione fuori-progetto – scoria e dono ferale; “diecimila terreni, un unico pianeta. Diecimila cosmologie, un unico cosmo” – un’altra eco di Meschiari (Landness: Una storia geoanarchica).
Proprio in questo spazio mitico e molteplice, inafferrabile e corale, la poesia viene chiamata a rifarsi, a riconoscersi porosa, ad avventurarsi nell’Oltre.
Cara Laura, nel tuo libro scrivi così a proposito del terzo paesaggio: “Il non pensato dove la diversità si rifugia, scacciata da qualsiasi altrove. È tutto ciò che non è messo a sistema, spazio indeciso, margine incolto, o anche luogo prima sfruttato e poi abbandonato, se, ancora per Clément, residuo e incolto sono sinonimi. Spazio in cui, almeno in teoria, la diversità non è finita, né nel tempo né nello spazio: nella biosfera cui apparteniamo, la Terra contemplata dagli astronauti, il Giardino planetario del paesaggista giardiniere, la casa in fiamme da cui non possiamo fuggire”.
Molte politiche contemporanee vorrebbero rifuggire questa casa in fiamme, contemplare la Terra da una distanza che ne evita l’incrinatura. Mi sono spesso chiesto se la poesia, in quanto letteratura che cresce nel pericolo della lingua, non sia proprio questa pratica che ci permette di scendere nell’atmosfera impura, nella casa in fiamme del mondo. L’intuizione terribile dell’ascolto al pericolo – ciò che lo accoglie, senza rigettarlo, facendone un linguaggio.
Può la lingua continuare a essere la stessa, a mantenersi negli stessi spazi – per restare nel registro di questa metafora – quando intorno a noi il reale, e mi verrebbe da dire lo stesso realismo, si alterano profondamente, non sono più gli stessi? In Occidente avevamo relegato un certo tipo di fenomeni – dai tornado alle pestilenze, oggi pandemie, alle alluvioni incontrollate – lontano nello spazio, in paesi per noi remoti, o nel tempo. Oggi la Storia, perché di Storia si tratta insieme alla natura, ci torna davanti con forza e in queste forme. La lingua della poesia è quindi semplicemente propria del suo tempo, non ignora nulla, tiene insieme tutto.
Domestico e selvaggio, nel tuo libro, si scambiano continuamente. Resta lo spazio indefinibile, l’attitudine a contemplare il paesaggio (letterario) come un artificio inselvatichito. Mi sembra allora che oggi l’attenzione della nuova poesia sia rivolta, più ancora che alle ideologie ereditate (prima così importanti nella definizione delle varie correnti, vedi il Gruppo 63, la Parola innamorata, e via dicendo), a ciò che è cresciuto “a dispetto”, a intreccio ambiguo e fecondo (penso alla mia generazione, con cui tu sei in costante dialogo). È così ?
Quando ho iniziato a lavorare sulla Mappa immaginaria della poesia italiana contemporanea (2021) mi appariva continuamente l’immagine di costellazioni, il paesaggio dello spazio. E quindi delle stelle singole, o a cluster di due e tre, che quelle costellazioni ci sembra compongono, anche se in realtà è il nostro occhio a comporle, come per la poesia. Oggi forse qualsiasi poesia nasce “a dispetto”, come dici tu. Potremmo anche dire è una singolarità. Per venire a esistere, e tanto più per durare, in quelle regioni del cosmo che l’accolgono.
A un certo punto del libro, torni a occuparti – accanto all’arcaico – di quegli elementi radioattivi, “già indispensabili o ancora privi di uso”, per cui occorre “designare una necessità futura”. Qui la poesia sembra prendere in carico ciò che ancora non sappiamo come maneggiare – ne inventa una destinazione. In questa terra devastata, quale potenza del costruire attribuisci oggi alla poesia?
La poesia è proprio questa reinvenzione del possibile, se vuoi. Più che di costruzioni, si occupa di edilizia acrobatica, di case sugli alberi e sulle nuvole che però sono estremamente terrestri, sono vere dimore per i corpi. Mi viene in mente, per analogia immaginativa, quel saggio di Maurizio Corrado, che poi ho conosciuto a Melbourne, uscito una manciata di anni fa per DeriveApprodi, Architetture del dopo. Costruire con le piante, salice canna, bambú, paglia, terra (2020). Torniamo all’elementale, ma sappiamo dalla fantasia di una tavola periodica della poesia quanti elementi siano ancora da scoprire, inventare.
Nell’oltre dell’oltre, descrivi una magnifica geografia di spostamenti attraverso l’Italia – tra performance, riti, teatri, centrali del possibile – di cui la poesia è per così dire la formula del continuo ‘innesco’. Si viaggia attraverso la poesia, si scende tra le cose, si costruiscono cavi dialogici, ci si trova legati, come scriveva Flusser, immaginando una società futura, allo stesso modo con cui “i funicoli nervosi legano l’un l’altro le cellule nervose” (Immagini). Eppure, persiste l’immagine del poeta come essere recluso, ritratto, a riparo dal pubblico. La poesia si fa ‘a torto’ del mondano, o è un equivoco da scampare?
Più che il mondano, che comunque esiste, è proprio il mondo, lo stare come corpi e menti tra altri corpi e menti, che attrae oggi la poesia. Non sono affatto scontati questi passaggi tra i mondi, avvengono al netto della visibilità, forse tra orbite ellittiche che si chiamano. Possono durare pochissimo, bruciarsi come lampi, eppure sono stati, hanno impresso la retina. E proprio nella durata, di testi, percorsi, amicizie vere, relazioni della poesia e fuori di essa, è la domanda che alla fine resta sospesa.
Bruciore e persistenza, effetti dell’imprevisto. Mi viene in mente il concetto di feralità, di ciò che in ogni infrastruttura che abbiamo più o meno ‘generato’ continua ad agire oltre le nostre intenzioni; concetto che amo molto, e che tu riprendi dal Feral Atlas di Anna Tsing (2020). In un passaggio di quel libro ‘diffuso’, si legge che: “Feral Atlas offre storie situate di specifici effetti ferali, mostrando l’Antropocene come un fenomeno granulare, ossia come l’effetto combinato ma non pienamente sincronizzato di processi distinti. Questo approccio apre l’attenzione all’indeterminatezza di ciò che ci attende: la storia non è conclusa”.
La letteratura, che ci avvolge da millenni, è un’ulteriore infrastruttura ferale? Apre il futuro ai suoi imprevisti? Li provoca?
In fondo stiamo parlando, in tutto questo, di conseguenze inintenzionali di azioni intenzionali, la vecchia idea di Karl Popper che ha luogo anche in letteratura. Ogni opera si sopravanza, indipendentemente dall’autrice o autore, nelle sue intenzioni e nei suoi effetti. Oppure implode. Nella mia storia personale di scrittura ne sono un esempio i destini di Sirene (2007), ampiamente letto nei vent’anni successivi alla sua prima pubblicazione come un romanzo dell’Antropocene prima dell’Antropocene, o di In territorio selvaggio (2018), saggio sul romanzo diventato l’attraversamento di un multiambiente in crisi, e che ha generato poi da sé gli altri libri che portava dentro, in nuce.
Sirene (2007) fu un libro che anticipava il dibattito dell’Antropocene, ma prima ancora la testimonianza che in Italia era possibile ricominciare una letteratura altra. Penso oggi a Francesca Matteoni, alla sua favola Tundra e Peive (2023), o a Matteo Meschiari, che tu citi spesso ne L’Oltre. Meschiari non ha fatto che ripetere, negli ultimi dieci anni, che abbiamo bisogno di una letteratura come kit di sopravvivenza al collasso, come prontuario mitopoietico e modo di attraversare obliquamente il paesaggio della devastazione; a proposito del suo poema Finisterre (2019), scrivevi: “il bellissimo pianeta mondo viene visto, come direbbe Oliver Sacks, da un animale senziente, e forse ancora più che visto percepito, come nella propriocezione, come se fossimo uno-con”. Quanto la letteratura italiana oggi si confronta, secondo te, con questo uno-con? Quanto è cambiato rispetto all’uscita di quel libro-asteroide che è stato Sirene?
Anche la risposta a questa domanda – come tutte le altre? – prevede una compresenza degli opposti. Molte cose sono cambiate da La grande cecità di Amitav Gosh, che in Italia è stato tradotto da Anna Nadotti e Norman Gobetti nel 2017 per Neri Pozza. L’anno prima, per me, dell’uscita di In territorio selvaggio (2018), quindi l’anno in cui ho pensato e scritto In territorio selvaggio. La saggistica e la poesia in questo si sono dimostrate più inquiete e ibride della narrativa, che è un animale grande e potente, lento ad abbandonare le proprie abitudini, sotto la pressione economica – che per scrittori e scrittrici diventa biologica? – del mercato. Ma anche il mercato è per definizione mutamento, ci chiede – moltissimo – e noi a nostra volta chiediamo. Detto questo, Sirene resta, diciamolo giocosamente, un Far-far-out, il piccolo pianeta che è l’oggetto più lontano mai osservato dal Sistema solare, e a questo deve la sua lenta ma perdurante irradiazione. Anche se so che razionalmente non ha senso quanto sto per dire, di tutte le mie opere in prosa e poesia è quella che ho percepito più come qualcosa che “si è scritto attraverso di me” più che qualcosa che ho scritto io, o quel qualcuno nella costellazione dei miei io, l’agenzia interiore che scrive.
Un telegramma da vecchio giornalismo: verso dove si sta muovendo questa agenzia interiore? Quali scritture? Lasciamoci così.
L’agenzia interiore non ha mai perso di vista la poesia, ma adesso, dicono i segnali, sembra avere tutta l’intenzione di tornare alla narrativa.
Fotografia di Davide Bondielli